venerdì 23 novembre 2018

DOMANDE E RISPOSTE SU L'EVOLUZIONE - XVII^ parte

In questa puntata di Domande e Risposte su l’Evoluzione, il professor Rugarli risponde a una domanda che riguarda l'improbabile possibilità che cosiddette variabili antropologiche (comportamenti su base essenzialmente culturale), in virtù di un meccanismo di isolamento riproduttivo anch'esso su base culturale, possano alla lunga generare varietà umane distinte e separate.  

Domande e Risposte
# 26

Domanda 26. È del tutto evidente che in ogni società sono presenti varianti antropologiche (individui e gruppi che differiscono per comportamento, etica, regole) benché la tipologia e la prevalenza di queste varianti possa differire da società a società. Queste varianti antropologiche sono tali per motivi culturali, la genetica (la trasmissibilità obbligatoria del carattere) non avendo nulla a che fare con l’appartenenza ad un gruppo piuttosto che a un altro. La rappresentanza di queste varianti nelle società varia nel tempo e in relazione alle condizioni ambientali (economiche, sociali, relazionali, ecc.). Vi è una certa tendenza (non necessaria e tantomeno esclusiva) a far sì che alcune varianti segreghino in gruppi sociali relativamente omogenei, realizzando una sorta di isolamento culturale che potrebbe predisporre a una variante di isolamento riproduttivo se non addirittura di isolamento territoriale. Alcune varianti rappresentano la cosiddetta media. Il loro comportamento è “normale”: sono relativamente tranquilli, relativamente collaboranti, relativamente tolleranti, relativamente educati, relativamente sinceri, relativamente onesti, e così via. Un’altra categoria è quella il cui comportamento è affine all’imperativo categorico kantiano: sono sinceri, onesti, operosi, altruisti, ecc. Altre categorie sono molto meno assoggettate all’imperativo kantiano ed è inutile tentare di descrivere i vari comportamenti relativi alle varianti più “selvatiche”: tra questi c’è comunque la tendenza alla violenza, al sopruso, alla menzogna… In alcuni casi e in alcune situazioni è possibile che si formino gruppi di individui anche molto numerosi (microsocietà all’interno della società) dove alcuni comportamenti sono prevalenti, sia perché costituiscono un vero e proprio elemento di sopravvivenza all’interno del gruppo violento, sia perché la consuetudine ad operare secondo certi schemi diventa un modello, un insieme di regole intorno al quale si realizza un corpus di valori e un’etica che traduce questi valori in atti.


Fringuelli di Darwin


La domanda è se queste varietà antropologiche, questi “tipi umani” facilmente distinguibili gli uni dagli altri e altrettanto facilmente classificabili in categorie (in modo non particolarmente diverso dalla classificazione dei fringuelli di Darwin) rappresentano varietà in grado di generare, in condizioni idonee, una nuova specie. Siamo relativamente certi che questo non possa avvenire perché la cultura non si traduce – lamarckianamente – in fenotipo (mentre non si può escludere che un fenotipo possa trovare una maggiore affinità per una certa cultura). Inoltre, gli aspetti culturali mutano in tempi così rapidi da non consentire la costituzione di gruppi stabilmente caratterizzati da uno specifico modello culturale. Infine, e per i motivi sopra addotti, nessuna varietà culturale può raggiungere una massa critica tale da generare una qualsivoglia possibilità di speciazione. Ciò significa che i caratteri più “raffinati” e quelli più “gretti” non segregano permanentemente in clusters differenziati ma permangono disseminati all’interno della società, rimanendo tutti a disposizione (per un migliore adattamento di questo o quel gruppo, o dell’intera società) qualora le condizioni ambientali possano richiedere l’uno o l’altro carattere per determinare il livello di fitness all’ambiente. Sembra triste che nella società umana contemporanea, che guarda a sé con una certa compiacenza di superiorità, debbano permanere, assieme ai comportamenti più virtuosi, anche quelli più gretti, ma questo è probabilmente confacente ai meccanismi dell’evoluzione darwiniana attraverso la selezione del più adatto.

Buddismo: uno degli otto guardiani del Bene scaccia il Male
Risposta 26. Che nelle società umane siano presenti varietà antropologiche selezionate non in base alla genetica, ma ai modelli culturali è innegabile. Che queste possano segregarsi in gruppi tali da dare origine addirittura a specie diverse mi sembra assurdo. Aggiungo che non penso che queste varietà antropologiche siano differenziate dai livelli di virtù (essere sinceri, onesti, operosi, altruisti, ecc.), quanto in base ai livelli culturali, o meglio dal valore che si attribuisce al sapere, o ancora meglio dall’importanza che si attribuisce all’intelligenza. I virtuosi e i reprobi mi sembrano distribuiti ugualmente in tutti i gruppi della società, quello che differenzia più di ogni altro fattore è, come ho detto, il ruolo che si attribuisce all’intelligenza. Questo significa che una persona istruita non è necessariamente più intelligente di chi è ignorante, ma che ha considerato che valesse la pena faticare e fare dei sacrifici per nutrire la propria intelligenza. 
Naturalmente, il discorso è complicato perché lascia aperto il problema della definizione dell’intelligenza. Etimologicamente, essere intelligenti dovrebbe significare essere in grado di comprendere ciò che non è immediatamente evidente, ma le cose non sono tanto semplici. Ci può essere una capacità di comprendere quasi istintivamente delle situazioni complicate della vita quotidiana mentre questo può sfuggire a persone in grado di dominare concetti astratti. Chi è allora più intelligente?

Intelligenza umana. Pittura rupestre: Font de Gaume (Bordeaux)
Personalmente riserverei la definizione, senza peraltro volere stabilire delle gerarchie, per la capacità di pensiero astratto, per la attitudine alla logica e, aggiungo, per l’immaginazione. Ma è certo che da una persona all’altra ci sono differenze nel tipo di intelligenza e non a caso tutti i test che hanno cercato di misurarla hanno fallito. Perciò, mi sembra più equo differenziare le varietà antropologiche di cui si parla nella domanda, non tanto in base all’intelligenza (che potrebbe generare delle classifiche odiose), quanto all’importanza che si dà al suo esercizio e, conseguentemente, all’acquisizione del sapere. Questo, a differenza dell’intelligenza, è manifestamente differente, dal punto di vista quantitativo, da una persona all’altra.
Ma le complicazioni non si fermano qui. Esistono fattori ambientali che influenzano questa predisposizione. Le disuguaglianze sociali hanno molta importanza e, anche a parità di punti di partenza su base economica, vi sono delle differenze che definirei di eredità culturale. Infatti, chi nasce in una famiglia ove circolano libri e c’è abitudine alla lettura sarà avvantaggiato rispetto a chi non ha questa fortuna. Si aggiunga che bisogna tener conto anche delle motivazioni che spingono alla acquisizione del sapere. C’è chi è motivato dalla autentica passione per la conoscenza, ma anche c’è chi lo fa in vista di conseguimenti economici, perché il sapere può consentire professioni remunerative, anche se in questo caso prevale una propensione per il sapere tecnico e può essere giudicata oziosa, tanto per fare un esempio, la lettura di Proust.  
In conclusione, le differenze possibili sono tali e tante da far dubitare che possano dare origine a varietà antropologiche, anche se chiaramente le persone con le stesse propensioni tendono a frequentarsi tra di loro. Venendo all’epoca attuale, è manifesto che ciò che è più desiderabile dalla maggioranza, ossia il danaro e il potere, è del tutto svincolato dal sapere, anche se sarebbe ingiusto considerarlo svincolato dall’intelligenza, o per lo meno da un certo tipo di intelligenza. Questo è, complessivamente, un bene. Quello che è un male è il disprezzo che monta verso coloro che antepongono il sapere ai beni materiali, incarnati nella categoria generalmente detestata degli intellettuali.
A questo proposito c’è una bella domanda, di tipo evoluzionista, che ci si può porre. Sono allora gli intellettuali sostanzialmente non adatti alla società contemporanea e sono destinati a sparire, come i dinosauri?

Io penso di no perché credo che una connotazione peculiare della specie umana sia la propensione alle attività intellettuali e non penso che modelli culturali che variano nel tempo siano un fattore di selezione più forte di ciò che è inscritto nella natura fondamentale dell’uomo. Perciò gli intellettuali sopravviveranno, perché il contributo che danno all’intelligenza, nei termini in cui prima l’ho definita, va al di là dell’oggetto specifico della loro attività. Occuparsi di filosofia o di letteratura sarà sempre un patrimonio che nutrirà tutti, compresi i grandi scienziati


Raffaello: La Scuola di Atene 


venerdì 9 novembre 2018

CUOCERE UN UOVO SODO, LAICITÀ, E ALTRE QUISQUILIE

La Società Internazionale di Storia Culturale (la disciplina che si propone di analizzare i diversi fenomeni facenti capo alle scienze umane mediante gli strumenti offerti da un approccio culturale alla questione) ha indetto per la prossima estate una conferenza intitolata IL TEMPO È CONOSCENZA – Orologi, Scienza e Società in Europa tra il XVI e il XIX Secolo. Per chi fosse interessato la conferenza si terrà a Tallinn (Estonia) nei giorni 26-29 giugno 2019.



Quanto tempo occorre per cuocere alla perfezione un uovo sodo o per arrostire un pollo? A che velocità cade un oggetto in relazione alla sua massa? Come calcolare la propria posizione nei termini di latitudine e longitudine? Come calcolare gli orari di arrivo e di partenza delle diligenze postali? Come stabilire le coordinate per il primo appuntamento d’amore senza correre il rischio di non incontrarsi? Come stabilire se l’alibi di un sospetto assassino è valido oppure no? Da sempre – e al giorno d’oggi ancor di più – la misurazione del tempo è stato un fondamento di ogni attività umana, dalla più semplice alla più complessa, in attività di pace e in attività guerresche. Oltre a quella del tempo, molte altre misurazioni sono fondamentali per la conoscenza: le distanze, la pressione atmosferica, l’attività elettrica del cuore, e mille altre. Le conoscenze che chiamiamo scientifiche si basano tutte sulla misurazione di qualcosa. Conoscere qualcosa è quantificare quella cosa: quella cosa in sé e quella cosa in relazione ad altre cose.

Cuocere alla perfezione un uovo sodo: risultati sperimentali 
La conoscenza si esaurisce quindi nei numeri che descrivono cose o fenomeni? Sì e no. Più sì che no o più no che sì, a seconda dei punti di vista e a seconda di ciò che si desidera conoscere. Il buon Darwin, quando si trattò di decidere se sposarsi, compilò due paginette di pro e contro, cercando di attribuire un valore agli uni e agli altri. Tra i pro: avere figli (per tramandare la specie); avere una compagna fedele (meglio di un cane); sentire una voce femminile; avere una casa accogliente (e qualcuno che se ne prenda cura). Tra i contro: non potere andare dove si vuole e frequentare chi si vuole; cedere su ogni cosa per non litigare; noiose visite ai parenti; avere meno soldi per comprare i libri; diventare grassi e pigri; possibilità che alla moglie non piaccia Londra e doverci rinunciare; non poter fare gite in mongolfiera; ecc. Tuttavia, pur essendo i “contro” assai prevalenti sui “pro”, egli decise comunque di sposare la sua amata cugina Emma. Quanto a Gregor Mendel, lo scopritore delle leggi della genetica, conservava i suoi quaderni nella cella del monastero di Brno dove viveva ed eseguiva gli esperimenti sulle caratteristiche ereditarie dei piselli: in questi quaderni, decine di migliaia di numeri descrivevano le leggi dell’ereditarietà. Alla sua morte, per rendere la cella immediatamente disponibile per un altro monaco, fu bruciato tutto, con grande soddisfazione del Vescovo di Brno il quale non vedeva per niente di buon occhio quel monaco che si affannava a tradurre in numeri la perfezione del creato e del suo Creatore.

Per noi scienziati (chiedo venia se mi dispongo in questa categoria) la misura è tutto: è l’ossigeno che ci tiene in vita ed è il metro con cui misuriamo anche noi stessi e i risultati che otteniamo. Misuriamo e quantifichiamo, e chiamiamo “veritieri” i nostri risultati e le nostre “dimostrazioni”. Misurando “oggettivamente” (vale a dire in modo laico e neutrale – almeno, così crediamo) ci sentiamo perfettamente laici”, diversi e superiori a chi, per fede, dichiara “veritiero” l’indimostrabile o a chi imputa dei limiti al potere del numero. Ecco che, così facendo, alcuni di noi diventano “laici” per fede (la fede nei numeri) e diventano ancor più fideisti dei fideisti che combattono.

Ci sono saperi, però, che trovano poco conforto nei numeri. Poesia, storia, letteratura, linguistica, archeologia, musica, arte, filosofia, estetica e molti altri saperi utilizzano strumenti non quantitativi, e i risultati degli studi di loro pertinenza assai difficilmente trovano oggettivi riscontri quantitativi. Questi saperi sono forse meno saperi di quelli misurabili? La risposta è no! Sono saperi anch'essi: eccome se lo sono! Ma spesso noi scienziati – e insieme a noi gli Enti finanziatori della Cultura – si aspettano dei numeri e delle misurazioni per stabilirne l'effettivo valore.

L'impact factor è un indice numerico col quale si cerca di definire la rilevanza di un dato scientifico o di un'attività di ricerca 
Per fortuna, ci sono oggi dei movimenti d’opinione, non solo fra gli umanisti ma anche tra gli esponenti delle cosiddette scienze dure, che vorrebbero riconsiderare la questione: sia per trovare una quadra che non sia unicamente quantitativa per stabilire il valore di un oggetto culturale o di una conoscenza, sia per trovare intersezioni e complementarietà tra conoscenze quantitative (misurabili) e qualitative (il cui valore non si esprime necessariamente coi numeri). L’obiettivo è fare delle conoscenze dell’uomo e di quelle sull’uomo, una conoscenza unica.

L’umanità non si misura, afferma Annalisa Sacchi sul numero #362 di La Lettura. Questo è solo l’ultimo di una lunga serie di articoli che La Lettura dedica a una questione aperta e importante come questa. Un aspetto di rilevanza non secondaria sollevato in questo articolo è la differenza tra esperimento ed esperienza: il primo è passibile di misurazione, mentre l'aritmetica si addice poco alla seconda. Nell’esperienza ha maggiore valore l’emozione che si lega ad essa, la rete di connessioni e di evocazioni che essa suscita, la posizione che essa assume all’interno della memoria di chi la prova, la possibilità formale e sostanziale di condividerla con altri facendola diventare un soggetto appartenente alla memoria collettiva: fatto non secondario, questo, poiché conoscenza e cultura, oltre ad essere un fatto individuale, sono e rimangono un fatto sociale che travalica il singolo individuo.

In un altro articolo sullo stesso numero di La Lettura, il fisico e scrittore Paolo Giordano, nell’articolo intitolato Anche la Scienza ha bisogno di una Coscienza, pubblica il proprio discorso fatto all’inaugurazione dell’Anno Accademico della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste. Tra le molte affermazioni meritevoli di meditazione ne estraggo qui due: Chi si trova qui oggi ha il vantaggio di possedere un metodo. Ma è davvero sufficiente, il metodo, per muoversi con scioltezza tra gli innumerevoli quesiti etici e materiali nuovi di zecca che il progresso scientifico ci mette continuamente davanti? Stento a credere che chi, come voi, ha fatto della dimostrazione, dell’esattezza e dell’approfondimento insaziabile i cardini della propria conoscenza, possa accontentarsi tanto facilmente … Negli anni dell’Università, non ho mai incontrato sulla mia strada un solo corso di epistemologia o di storia della fisica. Il bravo scrittore ripensa la letteratura nel suo complesso in ogni sua opera. E il bravo filosofo si comporta similmente, filosofando. Perché dovrebbe essere diverso per il bravo scienziato?”.

Concludendo. La conoscenza non si esaurisce nel numero. Certamente, non si può e non si deve prescindere dalle conoscenze che la scienza, con le sue misurazioni, ci mette a disposizione e pensare di poter trovare altrove tutte le risposte. La conoscenza ha un solo scopo (oltre all’intimo piacere estetico di possederla): prendere decisioni e fare le scelte giuste. I soli numeri, però, non bastano, e nemmeno le “dimostrazioni”. A queste vanno coniugati valori che provengono da altri luoghi e da altri percorsi; occorre fare i conti con pulsioni, paure, affetti, aspirazioni e tutte quelle umane cose che non trovano riscontri nei numeri ma nell’animo, quello strano oggetto incommensurabile (quantitativamente irriducibile a qualsiasi termine empirico di riferimento) che risiede in tutti noi.



venerdì 26 ottobre 2018

DOMANDE E RISPOSTE SU L'EVOLUZIONE - XVI^ parte

In questa puntata di Domande e Risposte su l’Evoluzione, il professor Rugarli risponde a una domanda sulle possibili conseguenze del consumismo globalizzato, con tutti gli annessi e connessi che tale comportamento - in parte imposto e in parte agognato - comporta. 

Domande e Risposte
# 25

Domanda 25. Le varie espressioni del consumo di massa globalizzato in una terra sempre più piccola mettono in evidenza comportamenti basati sull’uniformità e sul conformismo piuttosto che sulle differenze.


Conformismo e consumismo - Andy Warhol, Campbell's soup can

Qui non è in discussione (anche se potrebbe esserlo) il valore intrinseco dell’ideologia che sostiene i comportamenti e i consumi di massa: un’eventuale riduzione delle barriere sociali, un ipotetico affrancamento da obblighi o costrizioni, il teorico raggiungimento di livelli sociali più alti e un aumento incondizionato delle libertà di scelta per un gran numero di persone. E non è nemmeno in discussione l’opinione di quelli che si oppongono al consumismo, intravedendovi aspetti fortemente negativi: un impoverimento delle diversità, la trasformazione dell’uomo da soggetto che opera le scelte a oggetto che viene mercificato, una limitazione delle libertà di scelta sotto la falsa percezione di un loro aumento. La questione è piuttosto quella di capire se i principi che sostengono i consumi massificati (efficienza, prevedibilità, controllo), la conseguente disumanizzazione dell’uomo (che da consumatore diventa esso stesso merce), l’isolamento in piccole nicchie della variabilità e della diversità delle forme e dei comportamenti, non creino una combinazione di fattori tale da provocare il verificarsi di una delle due opposte situazioni: 1) la riduzione della diversità al di sotto della massa critica necessaria al perpetuarsi dell’evoluzione, con rischio di estinzioni di massa;  2) la concentrazione delle diversità in ambiti fisicamente o culturalmente ristretti e isolati all’interno dei quali, se la massa critica della diversità viene preservata, l’evoluzione secondo i principi darwiniani può continuare il suo corso. 

Diversità ed evoluzione
Risposta 25. Mi pare che la domanda sia pertinente a proposito dell’evoluzione culturale che è la sola che è ancora in atto nell’uomo. Certamente è vero che la pubblicità e un certo conformismo dei mezzi di comunicazione di massa quando sono concentrati nelle mani di un solo proprietario (che sia uno stato totalitario o un privato in uno stato democratico non fa molta differenza) alterano la selezione di idee libere e differenti. Questo è un caso nel quale l’evoluzione culturale corre rischi che non si sono mai verificati nell’evoluzione biologica, perché l’ambiente fisico è così vario e diversificato da avere favorito l’evoluzione di un numero straordinario di specie e anche il polimorfismo nell’ambito di una stessa specie. Se la terra avesse presentato un ambiente uniforme dovunque, essa sarebbe oggi occupata da una sola specie, l’unica in grado di riprodursi in quelle condizioni. 
  
Un'unica specie sulla terra?
Dato che nell’evoluzione culturale la riproduzione avviene attraverso la comunicazione interpersonale, uniformare questa comunicazione significa alterare un meccanismo fondamentale dell'evoluzione. Ma confido che questa impresa nefasta, fallita ai regimi totalitari del secolo scorso, non riuscirà a chi cerca di ripeterla con altri mezzi al giorno d’oggi. E credo che questo avverrà perché gli umani hanno una propensione naturale alla diversificazione, anche se non so quanto questo dipenda dal loro innegabile polimorfismo genetico. Basti considerare l’industria della moda nell’abbigliamento, che riesce con la pubblicità a imporre a tutti una specie di uniforme, ma poi deve rapidamente cambiare se vuole mantenere i suoi profitti. Mi auguro che questo avvenga anche per le idee e che il pensiero unico alla fine non prevalga.


Conformismo e pensiero unico


venerdì 12 ottobre 2018

MA LE GALLINE, DOVE VANNO?

Charles Darwin - che nulla poteva sapere delle leggi della genetica e doveva accontentarsi di interpretare ciò che i suoi occhi vedevano - chiamava REVERSIONE il fenomeno della ricomparsa spontanea di caratteri primitivi negli animali domestici lasciati a se stessi o non più sottoposti a una rigida selezione riproduttiva atta a perpetuare il mantenimento di determinate caratteristiche.  


Dromornis stirtoni, uccello gigante australiano estinto circa 50.000 anni fa

La genetica classica ha svelato che la reversione osservata da Darwin era dovuta semplicemente al fatto che, riducendo un certo tipo di controllo sulla riproduzione, alcuni geni, detti recessivi, si diffondono più facilmente tra gli individui di una specie. Quando entrambi i genitori trasmettono questi geni al figlio il carattere codificato da questi geni ricompare, anche se era sembrato andare perduto per sempre. Ma che cosa succede con i caratteri atavici, quelli presenti in specie antichissime ma alla lontana imparentate con le specie attualmente esistenti? In rarissimi casi - afferma Jack Horner - alcuni di questi geni improvvisamente e per motivi sconosciuti si riattivano: ecco che nasce un serpente con le zampe o un essere umano con una piccola coda costituita da qualche vertebra sovrannumeraria. 

Il Prof. Horner, paleontologo dell'Università di Orange (California), è uno dei maggiori esperti mondiali di dinosauri ed è colui che ha suggerito la trama del romanzo Jurassic Park, tradotto poi in film da Steven Spielberg. Il Prof. Horner, è stato intervistato a Bergamo Scienza da Telmo Pievani, docente di Filosofia della Scienza all'Università di Padova ed efficace divulgatore di questioni legate all'evoluzionismo biologico (vedi La Lettura n° 358 del 7 ottobre 2018). 
Perché al Prof. Horner interessano i geni ancestrali che consentono la ricomparsa di caratteri atavici? Per il semplice motivo che egli coordina un gruppo di ricerca che si pone l'obiettivo di trapiantare geni ancestrali in polli nel tentativo di farvi riemergere alcuni caratteri appartenenti ai dinosauri, da cui i polli, alla lontana, derivano: non a caso, il progetto è stato chiamato Dinochicken Project. Questa sì che è una bella notizia! I bambini che adorano i dinosauri potranno chiedere ai genitori o ai nonni che venga loro regalato per Natale un bel pollosauro con cui giocare. 

Da dove vengono le galline?

Ne parlo qui perché questa notizia - che si può definire curiosa o inquietante a seconda dei punti di vista - chiude in un certo senso il cerchio di due precedenti post di questo blog. Nell'aprile 2016 avevo pubblicato un post ititolato Da dove vengono le galline (vai al LINK), in cui si parlava, appunto, dell'origine evolutiva degli uccelli, galline comprese, dai dinosauri. In un post del maggio di quest'anno, intitolato Una rivoluzione in atto: l'editing genetico (vai al LINK) avevo illustrato a grandi linee la tecnica di ingegneria genetica che verrà utilizzata per cercare di creare i primi abbozzi di pollosauro.

Horner afferma che "grazie a queste indagini genetiche stiamo imparando moltissimo di come gli uccelli si sono evoluti dai dinosauri". La scienza è scienza: quando si tratta di "imparare" ogni mezzo sembra lecito: o quasi. A proposito di questo "o quasi", Telmo Pievani solleva qualche legittimo dubbio circa il "senso" di questo progetto. E qui il Prof. Horner fa acune affermazioni per nulla rassicuranti. Per esempio, afferma che questi neo-dinosauri in provetta "sapranno adeguarsi molto rapidamente al nuovo ambiente". Questo suona particolarmente sconcertante perché forse Horner non tiene in debito conto che le condizioni ecologiche sono molto cambiate rispetto a qualche decina o centinaia di milioni di anni fa e che, per esempio, gli elefanti e molte altre specie che fino a poco tempo fa parevano perfettamente adeguate all'ambiente, oggi manifestano tremende difficoltà al cospetto di una specie altamente invasiva come quella umana. Ma Horner vorrebbe rassicurarci, affermando che il pollosauro "non sarà altro che una varietà di animale domestico". Sarà, ma la cosa non sembra garantita al cento per cento. Qualora a Natale, o per un compleanno, si volesse donare un pollosauro, sarà bene regalare un esemplare adulto e non un pulcino, per evitare sgradevoli sorprese riguardanti la crescita del medesimo.

Che succede se il pollosauro cresce troppo?

Sulle ali dell'entusiasmo, poi, Horner afferma che se l'esperimento del pollosauro andrà bene, allora "si potranno far ritornare in vita specie estinte come il mammut o si potranno creare nuove specie". Nel caso la tentazione di giocare al "Piccolo Creatore" persistesse, consiglierei al Prof. Horner di consultare il Bestiario fantastico. mostri e animali di altri tempi, di Francesca Gambino e Enrico Cerni (Coccole Books, 2014) e l'imperituro Libro degli esseri immaginari (Manuale di zoologia fantastica) di Jorge Luis Borges (Adelphi, 2006 e 2014). 


venerdì 5 ottobre 2018

DOMANDE E RISPOSTE SU L'EVOLUZIONE - XV^ parte

In questa puntata di Domande e Risposte su l’Evoluzione, il professor Rugarli risponde a una domanda semplice semplice: La teoria di Darwin è una teoria scientifica o una argomentazione metafisica? La guerra tra sostenitori e denigratori della teoria trae e ha tratto sostentamento proprio dall'erronea confusione tra due piani eterogenei che devono essere tenuti ben separati e distinti. Su questo punto l'errore è equamente condiviso tra i due contendenti. 

Domande e Risposte
# 24

Domanda 24. La teoria di Darwin è una teoria scientifica o una argomentazione metafisica? 
Asa Gray, insigne botanico statunitense, giudicava la dottrina dell’evoluzione "un'ipotesi probabile malgrado alcune forti obiezioni, ma impossibile, ora e sempre, a dimostrarsi". Pur mantenendo alcune riserve sulla teoria, Asa Gray stimava Darwin e la portata della sua teoria evoluzionistica. Egli fu tra i pochi ad avere il privilegio di conoscere il contenuto de L'Origine delle Specie prima della sua pubblicazione, ne curò l’edizione americana, e intrattenne col naturalista inglese una fitta corrispondenza sulle implicazioni teologiche riguardanti il ruolo del caso e della selezione naturale. Egli fu anche autore di una raccolta di saggi e recensioni riguardanti il darwinismo intitolata Darwiniana (New York,1876). 




Antonio Fogazzaro, che nel 1889 aveva letto e molto apprezzato L'Origine delle Specie, aveva cercato di rendere compatibile la teoria darwiniana col magistero cattolico. Con questo spirito (vale a dire cercando di salvare "capra e cavoli" in un momento in cui darwinisti e anti-darwinisti polemizzavano in modo assai virulento) egli citava il seguente pensiero di Gray: Coloro che considerano provata la teoria devono avere, secondo Asa Gray, un concetto molto inesatto di ciò che essa prova". [1]  

La dottrina di Darwin è nata da un potente corpus di osservazioni. Tuttavia le osservazioni di Darwin non hanno valenza sperimentale (non derivano nemmeno in minima parte da esperimenti disegnati per verificare un’ipotesi). Le osservazioni del naturalista inglese hanno una doppia valenza: rappresentano sia un problema da risolvere, sia un'ipotesi di verifica (non sperimentale, ma appunto osservazionale) su fenomeni e cause soggiacenti. Le scoperte della genetica, il corpus di evidenze paleontologiche (fossili) resesi disponibili nel ventesimo secolo e i raffronti delle sequenze geniche resi possibili dalla biologia molecolare sono diventate prove ex-post dell’evoluzionismo darwiniano, ma poco o nulla provano della componente più rilevante dell’ipotesi darwiniana: il ruolo del caso e della selezione operata dalla natura su varietà generatesi per successive piccole modificazioni. Le osservazioni di Darwin e dei suoi coevi nell’ambito dell'anatomia comparata (dei fossili e dei viventi) e dell’embriologia rendevano conto di una contiguità tra individui di varietà e specie diverse, non necessariamente di una continuità e di una discendenza Nel momento in cui Darwin la propone come una teoria scientifica, che cosa rende l’ipotesi darwiniana una teoria più scientifica (o meno metafisica) della dottrina tomistica sull’ontogenesi dell’anima: L’anima esiste nell’embrione, da principio nutritiva, poi sensitiva e finalmente intellettiva …. L’esservi sopraggiunta una perfezione maggiore, dà origine a un’altra specie …quando arriva la forma più perfetta, si corrompe la precedente… la forma posteriore ha tutto ciò che aveva la prima e anche più"? [2] 

Tommaso d'Aquino, autore della dottrina sull'ontogenesi dell'anima

Risposta 24. Questa è una buona domanda, alla quale si può rispondere ricorrendo a Karl Popper. Che cosa separa, nella scienza, una ipotesi da una teoria? Come ho già detto, l’ipotesi è un atto immaginativo che può spiegare o predire eventi pertinenti al mondo fisico, ma che non è ancora stata sottoposta al vaglio di sufficienti tentativi di "falsificazione" [3]. La teoria deriva da una ipotesi che ha resistito a molti e ripetuti tentativi di falsificazione, ma che non è detto che non possa prima o poi essere falsificata. In questo senso il neo-darwinismo (non la teoria originale di Darwin che credeva alla ereditarietà dei caratteri acquisiti) è una teoria scientifica, perché spiega bene i fatti e non è mai stata falsificata. E mi sembra che abbia poca importanza che si basi solo su dati osservazionali e non su dati sperimentali. Anche la moderna cosmologia si basa solo su dato osservazionali, ma nessuno si sogna di sostenere che non è scientifica. Quindi, con buona pace di Asa Gray e di Fogazzaro, la teoria dell’evoluzione biologica è scientifica né più né meno di tutte le altre ed è considerata con diffidenza solo perché alcuni vi attribuiscono, abusivamente, delle implicazioni metafisiche

Per quanto riguarda il ruolo del caso e la contestazione del principio di causalità, ricordo che questo è stato introdotto anche nella meccanica quantistica e che, benché sia apparso poco accettabile da Einstein, viene oramai considerato utile da molti fisici per risolvere problemi cha altrimenti resterebbero oscuri. In realtà, il neo-darwinismo considera il caso come un ingrediente della natura e, così facendo, lo spoglia di ogni implicazione metafisica.
Infine, che cosa rende la teoria della evoluzione per mezzo della selezione naturale più scientifica della dottrina tomistica sull’ontogenesi dell’anima? La riposta è semplicissima: la prima è, in linea di principio, falsificabile (anche se non è stata finora falsificata), la seconda è impossibile a falsificarsi, anche se si possono invocare argomenti in suo favore. Perciò, la prima è scientifica e la seconda metafisica, due piani che non andrebbero mai confusi perché sostanzialmente eterogenei.

Io credo che il meccanismo del caso e della necessità avrebbe potuto essere falsificato se non si fossero rivelate valide alcune osservazioni sulla resistenza dei microrganismi agli antibiotici e delle cellule neoplastiche ai chemioterapici. Inoltre, anche la genesi della diversità anticorpale è soddisfacentemente spiegata con una logica darwiniana. E non vale obiettare che queste sono solo prove in favore, perché il fallimento della prova si tradurrebbe in una falsificazione della teoria. Si aggiunga che non è mai successo che il fossile di un umano sia stato trovato nello stesso strato geologico del fossile di un dinosauro. Se questo avvenisse, la teoria dell'evoluzione biologica verrebbe falsificata.

[1] Antonio Fogazzaro. Per un recente raffronto delle teorie di Sant'Agostino e di Darwin circa la creazione, Galli, Milano, 1892, p. 68.
[2] Tommaso d'Aquino. Summa Teologica, Quaestio, 118, art. 2.
[3] Nel linguaggio di Popper, "falsificazione" sta per "dimostrazione fattuale che una data affermazione è falsa". 



venerdì 21 settembre 2018

SCIENZA: FEDE, FIDUCIA, RESPONSABILITÀ

Una delle molte aree di crisi della nostra società riguarda la fede, o meglio, le fedi. Oltre alle fedi religiose tradizionali (e alle chiese di formazione più recente come Scientology o la Watchtower Society) tradizionalmente in lotta tra loro, vi sono fin troppe fedi – fedi laiche – che si contendono il governo delle nostre speranze e dei nostri comportamenti. La Lettura #355 del 16 settembre apre con la domanda: «IN CHE COSA CREDIAMO?»


Copertina del New Scientist, ottobre 2017
Si può credere in molte cose: in una particolare teoria politica, nel danaro, nel mercato, nella scienza, nell’evoluzione, nella natura, ecc. Il fatto sottolineato da La Lettura è che oggi ognuno di noi èlibero di scegliere in che cosa credere: si crede per scelta, non per nascita o per appartenenza. Se le cose stanno davvero così, ciò in cui crediamo, ciò che indirizza le nostre scelte e i nostri comportamenti dipende esclusivamente da noi: è una nostra responsabilità esclusiva che non possiamo condividere con altri, a meno di non voler cedere ad altri le nostre facoltà decisionali. Non toccherò temi “alti”: mi limiterò a fare riferimento a due degli interventi ospitati da La Lettura, La scienza può sbagliare, perciò merita fiducia”, di Chiara Lolli e Il culto della natura è un mito di espiazione, di Carlo Bordoni.   

Chiara Lolli solleva un tema fondamentale della Fede: il Credere senza Capire che si confronta col Credere in ciò che si Capisce: questi sono due tipi diversi di Credenza o di Fede. Se credo in quel che so, confido nel mio sapere; se credo in ciò che non so, devo poter riporre tutta la mia fiducia in chi mi indica in che cosa credere. Si tratta di contrapporre una fede critica (motivata e consapevole) a una fede acritica (immotivata e poco consapevole). Intendiamoci, tra le due modalità non vi sono differenze morali: entrambe le credenze sono perfettamente legittime e frutto di una libera scelta. La differenza, eventualmente, sta negli strumenti che decidiamo di usare per “conferire fiducia”. «Poiché non possiamo controllare quasi niente direttamente», afferma Chiara Lolli, «dobbiamo fidarci delle fonti». Se è vero che non possiamo controllare quasi niente direttamente, è anche vero, però, che possiamo verificare le relazioni logiche tra i fenomeni che osserviamo e le spiegazioni che ci vengono fornite. Possiamo anche verificare se dette spiegazioni corrispondono ai fenomeni cosi come li vediamo accadere. La massima congruenza tra spiegazioni e fenomeni si ha quando esse vengono fornite da chi è competente in materia, per studio o per esperienza. Quindi, continua Chiara Lolli, «Il “New England Journal of Medicine” o “Nature” meritano più fiducia delle “Iene” se vogliamo sapere quali trattamenti sono più efficaci per trattare una neoplasia … Meglio rivolgersi a un ingegnere e non a un laureato in Scienze della Comunicazione se vogliamo controllare la tenuta di un ponte». Oggi viviamo in tempi in cui è doveroso e necessario ripetere questi concetti basilari, per quanto lapalissiani possano sembrare: fa benissimo Chiara Lolli a insistere su questi fatti. "Affidarsi alle conoscenze è meglio che affidarsi all'ignoranza" avrebbe detto Massimo Catalano, insuperato interprete dell’ovvietà nella trasmissione cult degli anni ottanta, Quelli della Notte.

Affidarsi alle conoscenze, condividere conoscenza
Ma vi è anche un concetto ancor più basilare su cui la giornalista insiste. È un concetto quasi anti-intuitivo: si potrebbe pensare, infatti, di dover dare fiducia a chi non sbaglia mai. La scienza, al contrario, è più affidabile proprio perché sbaglia, sa di poter sbagliare e considera il riconoscimento dell’errore una fonte di conoscenza. È pericoloso affidarsi a chi non ammette di sbagliare o a chi, per statuto, non sbaglia mai.  

Il contributo di Carlo Bordoni è su un altro registro e parte proprio da dove Chiara Lolli termina. L’uomo si è dimostrato capace di intervenire sulla Natura modificandola a suo piacimento. Una certa fede acritica nei confronti della Scienza ha subito contraccolpi notevoli per colpa della palese incapacità dell’uomo di tenere sotto controllo alcuni dei propri interventi. La paura suscitata da tale incapacità, in associazione talvolta con una eccessiva presunzione da parte delle scienze, ha provocato un legittimo senso di sfiducia nel “progresso”. La via di salvezza è stata quindi riposta in un ritorno alla Natura: «Non ci resta che la Natura in cui credere!».

Ivan Rabuzin (1921-2008): Natura
Purtroppo, però, la rinnovata fiducia nella Natura ha la medesima base emotiva di quella fiducia che era stata risposta nelle scienze o negli scientismi. «Si abbracciano gli alberi» abbracciando la potenza della Natura con la stessa partecipazione viscerale con cui si abbracciava la potenza della scienza. Si va «alla riscoperta dell’idea romantica di una vita naturale», amando il romanticismo dell’idea in sé, senza avere alcuna coscienza o conoscenza di come le cose vadano davvero in natura. Da qui nascono comportamenti estremi, come quello vegano che, al di là dei nobilissimi e romantici intenti, dimostra una ben scarsa conoscenza della natura, della specie umana all’interno di essa, e dell’enorme complessità rappresentata dall’interazione tra specie.

Professare una fede è sempre pericoloso perché le fedi, se sono cieche, impediscono di vedere a chi le professa. Dare fiducia a qualcosa o a qualcuno ha conseguenze importanti: va fatto con responsabilità e consapevolezza.
   






venerdì 7 settembre 2018

DOMANDE E RISPOSTE SU L'EVOLUZIONE - XIV^ parte

In questa puntata di Domande e Risposte su l’Evoluzione, il professor Rugarli risponde a due provocazioni sull'impossibilità per la specie umana di un'ulteriore evoluzione biologica. La domanda è se l'umanità, in queste condizioni, non sia condannata ad una inevitabile estinzione. Secondo Rugarli l'umanità troverà le risorse necessarie nell'evoluzione culturale affiancata dall'evoluzione dei sistemi di intelligenza artificiale. 

Domande e Risposte
# 22

Ultime tribù non toccate dalla "civiltà" - Amazzonia brasiliana

Domanda 22. Eccezion fatta per alcune tribù aborigene che vivono in luoghi molto isolati delle foreste fluviali, non sembra che sulla terra esistano più condizioni di isolamento tali da favorire la formazione di nuove varietà o specie umane. Non si può escludere che negli ultimi 30-50.000 anni si siano generate varietà che avrebbero avuto la possibilità teorica, in opportune condizioni ambientali, di differenziarsi dando luogo a fenomeni di speciazione. Se questo non è avvenuto si può ritenere che per l’uomo non esistano più le condizioni per un'ulteriore evoluzione. In una terra diventata così piccola e interconnessa e in un ambiente che ha perso molte delle caratteristiche di selettività per i gruppi umani, sembra che si sia perduta ogni possibilità di ulteriore sviluppo biologico della nostra specie. È ragionevole pensare che questa limitazione renda più fragile la specie umana e molto improbabile la sua sopravvivenza nel medio periodo? 

Risposta 22. Sono d’accordo con la premessa, ma non con la domanda. L’ultima varietà di Homo che è coesistita con quella cui apparteniamo (Homo sapiens sapiens) è quella dell’Homo neanderthalensis. Non credo che si possa parlare di specie diverse perché è ormai assodato che siano avvenuti incroci tra sapiens e neandertaliani


Ipotesi di un possibile ibrido neanderthal-sapiens

Se non sono emerse altre varietà, per non dire specie, vuol dire che le segregazioni spaziali che si sono avute dai tempi dell’uomo di Neanderthal non sono state, in relazione alla mobilità degli umani, tanto importanti da permettere qualcosa di più della origine di razze che, come abbiamo visto, sono destinate a sparire. 

Non sono d’accordo con l’idea che questo renda più fragile la specie umana che, al contrario, ha guadagnato un’enorme potenza con l’evoluzione culturale.



Domande e Risposte
# 23

Domanda 23. Il 1° ottobre 2009 la zolla indoaustraliana è scivolata un poco sotto la zolla adiacente, quella del Pacifico. Attraverso il sistema di faglie che va da Java a Tonga e Samoa passando per la Nuova Guinea, un terremoto e un devastante maremoto hanno colpito Sumatra, la Nuova Guinea e Tonga .

Dopo immani catastrofi naturali che distruggono una gran parte delle specie è verosimile che sorgano altre specie ad occupare nicchie (vecchie e nuove) rimaste libere da occupanti. Paradigmatica la scomparsa dei dinosauri avvenuta circa sessantacinque milioni di anni fa, insieme alla scomparsa del 70% delle specie che in quel momento occupavano la biosfera. 
C’è chi afferma che l’uomo non può più evolvere perché ha raggiunto un livello difficilmente superabile (il che vorrebbe dire che l’uomo è quasi perfetto) o perché non ci sono più i presupposti e le condizioni di variabilità e isolamento che consentirebbero l’eventuale emersione di nuove varietà autonome. Si deve quindi ritenere che l’uomo sia diventato un ramo secco dell’evoluzione dei primati? Si deve considerare che un'ulteriore evoluzione sia da considerarsi possibile solo in seguito ad una catastrofe di dimensioni planetarie? 



Risposta 23. Una catastrofe naturale che distruggesse gran parte della umanità potrebbe dare origine a una nuova evoluzione della nostra specie. Su questo sono d’accordo. Per la verità il momento in cui si è stati più vicini a un evento di questo genere è stato il periodo della guerra fredda e in quel caso la catastrofe non sarebbe stata naturale ma culturale. Oggi il pericolo dello scontro tra superpotenze sembra scongiurato, ma sono molti gli stati minori dotati di armi atomiche per considerare impossibile l’olocausto nucleare. 
Un’altra possibilità sono le malattie, ma su questo punto forse l’umanità è fin troppo attrezzata, come si è visto in occasione della sovravalutazione del pericolo dell’influenza da virus H1N1.
Personalmente l’umanità mi va bene così com’è e non vedo l’utilità di una ulteriore evoluzione biologica. Una guerra mondiale nucleare potrebbe portare alla selezione di umani più resistenti alle radiazioni, ma non si vede quale sarebbe il vantaggio che ne deriverebbe, se non di poter sopravvivere in un mondo contaminato. I veri vantaggi deriverebbero da un potenziamento dell’intelligenza, ma per questo gli umani si sono già dotati di potenti protesi che sono i moderni computer, questi sì in continua evoluzione.


Odissea 2001 - Dave e e il supercomputer HAL 9000