venerdì 25 settembre 2020

GALLINE IN PAUSA


Sei anni fa creai questo blog per condividere alcune riflessioni sulla scienza e sui rapporti che intercorrono tra scienza e società. È ovvio infatti che ciò che avviene nella scienza ha forti ricadute nella società e che questa, a sua volta, richiede alla scienza risposte ai propri bisogni. La loro interdipendenza è forte e ineluttabile. 

Interdipendenza globale tra scienza e società 

Con la sua complessità e le difficoltà intrinseche e di linguaggio la scienza può suscitare dubbi, paure e diffidenza in seno alla società. Dubbi, paure e diffidenza del tutto legittimi ma dovuti per lo più al fatto di non sapere quali sono le caratteristiche normative, i metodi e gli stessi limiti di cui la scienza è fatta.

Il mio mandato – che avevo esplicitato nella dichiarazione programmatica del Blog  – era di aiutare la comprensione della scienza esponendone con spirito critico il metodo e l’azione, senza escludere dalla trattazione i limiti e i difetti che l’agire scientifico – che è un agire umano – porta inevitabilmente con sé. Il mandato era di fare ciò senza arrogarmi il diritto di giudizio sull’ignoranza altrui (il nome doveosanolegalline sta ad indicare la consapevolezza della mia stessa ignoranza) e senza mai scadere moralmente nell’aggressione e nell’insulto, diventata prassi di molti attraverso le reti sociali.

In sei anni ho scritto un centinaio di post cercando di rimanere sempre coerente col mandato auto-imposto.

Ultimamente, però, la situazione e l'atmosfera che si respira sono molto cambiate.

L’invasione dei pallini rossi

La comparsa sulla scena mondiale del nuovo Coronavirus ha provocato un fugace incremento nella fiducia di poter affrontare le nuove sfide con le armi della scienza. Ben presto però, a fronte di una maggioranza silenziosa (silenziosissima) che continua a riporre fiducia nella scienza, una consistente e rumorosa minoranza ha levato forte la propria voce interpretando le peggiori pulsioni di una fetta di società che aggredisce la scienza adoperandosi per celebrare a modo suo una sorta di rito inneggiante al fallimento della ragione”, espressione che ho attinto tra i combattuti pensieri della protagonista di un vecchio romanzo di Margaret Atwood (Surfacing, 1972).

Di fronte a questo rito scomposto è difficile restare sereni. Scienziati e divulgatori che si sono opposti all’ondata di denigrazione si sono trovati nella triste condizione di dover tirare i remi in barca continuando il lavoro nel chiuso dei propri laboratori, senza più esporsi sulle reti sociali. Altri, eroicamente, continuano a farlo. A questi ultimi va il mio incondizionato plauso, mentre ai primi va la mia non meno incondizionata comprensione.

Sono certo che una grande maggioranza delle persone condivida l’idea che la scienza – e il metodo scientifico che costituisce il suo nucleo vitale – sia lo strumento più efficace di conoscenza teorica e di azione pratica di cui la nostra società dispone per affrontare una serie infinita di problemi. Essa è e resta uno strumento che non si sostituisce né si sovrappone agli altri generi di conoscenza. Arti, filosofia, letteratura, musica, storia, scienze umane in genere costituiscono linfa ugualmente vitale per la società ma non sono strumenti particolarmente idonei per affrontare i temi della salute, dell’energia, della comunicazione, dei trasporti e così via, temi che costituiscono la massima preoccupazione della società contemporanea.

La scienza – non ci sono dubbi – ha molte colpe. Ha colpe di atteggiamento e di comunicazione. Ha colpe di ingordigia (accaparramento di fondi) e di protagonismo. Ha colpe collegate al proprio senso di superiorità e ha colpe quando da strumento al servizio dei bisogni sociali si trasforma in motore di ideologie scientistiche, non solo quelle per le quali la scienza è la risposta a tutti i problemi”, ma anche quelle secondo le quali essa possiede il potere per una neo-genesi post-biblica, quella del nuovo Superuomo biotecnologico, caro al cosiddetto postumanismo o transumanismo che dir si voglia.[1]      

Transumanismo tra Mito e Ideologia scientistica

 Doveosanolegalline intendeva discutere pacatamente e in modo il più possibile neutrale dei meriti, dei metodi e delle colpe della scienza in rapporto con i bisogni e le dinamiche della società. Ciò era diretto a lettori curiosi e disponibili a condividere riflessioni su questioni che, nel bene e nel male, riguardano tutti.

Poi l’ambiente è improvvisamente mutato. Nella fase che ha seguito l’emergenza COVID-19 tutti si sono messi a parlare di scienza. Tutti – i pochi esperti e i molti sprovveduti – si sono sentiti in dovere di dire la propria. Dopo l’epidemia è scoppiata l’infodemia e ogni mezzo di informazione e di comunicazione si è trasformato in arena dove chiunque poteva dire, e spesso urlare, la propria. In questa arena dove la saccenteria la fa da padrona, doveosanolegalline non ha più ragione di esistere: la sua voce è troppo bassa e pacata. Ciò nonostante, un amico ha notato in alcune mie affermazioni un che di manicheo. Questo mi ha costretto a riflettere su molte cose, non ultima la mia pretesa neutralità, dove il termine vorrebbe alludere a un atteggiamento rispettoso per le idee altrui. Da queste riflessioni non ho potuto non riconoscere di essere effettivamente un po' manicheo, anche se il temine mi sembra troppo forte per rappresentare correttamente il mio spirito. D’altra parte, non ci si può aspettare per chi ragiona di scienza e di metodo non possieda egli stesso un metodo attraverso il quale porre il discrimine tra ciò che appare razionale e ciò che si manifesta come irrazionale, fra dimostrabile e indimostrabile, tra intelletto e pancia, tra verosimiglianza e falsità. Da qui, a considerare “buoni e utili” certi argomenti e “cattivi e pericolosi” certi altri, il passo è breve ed è altrettanto breve giudicare buono o cattivo chi ragiona in un certo modo e chi (s)ragiona in un certo altro (la “s” è il frutto indesiderato del mio manicheismo).

Anche le intenzioni più elevate possono essere fugaci come il vento”, afferma Musil (L’uomo senza qualità). Le intenzioni di doveosanolegalline hanno dovuto confrontarsi con un ambiente diventato improvvisamente poco propizio alla serenità del dialogo. Ciò ha reso meno cristallino lo spirito di neutralità col quale mi sarebbe piaciuto affrontare le problematiche.

L’ambiente si è riempito di falsità diffuse a piene mani dai seminatori di discordia che da questa traggono profitto, falsità che troppo facilmente sono state accolte e ritrasmesse da chi non dispone di mezzi sufficienti per discriminare il buono dal cattivo.  

Seminatori di false notizie al lavoro

Durante la prima guerra mondiale, lo storico francese Marc Bloch aveva notato come tra i soldati girassero molte notizie del tutto infondate. Il veicolo di tale diffusione era costituito dai soldati medesimi poiché quelle false notizie corrispondevano ai pregiudizi di cui, in quelle drammatiche situazioni, essi erano contemporaneamente i portatori e le vittime (Marc Bloch, La guerra e le false notizie, 1921). Non è pertanto una novità il fatto che, in situazioni drammatiche, le notizie false circolino con straordinaria facilità rispetto a quelle vere.

L’epidemia ci ha colpiti in un momento in cui la nostra società era già fiaccata da anni di crisi economica e politica. Questo ci ha reso tutti più fragili, più insicuri, più frustrati e in qualche modo meno abili a discriminare il buono dal cattivo, il vero dal falso, categorie davvero labili, queste, ma necessarie per tenere ben ferma la barra del timone dell’azione morale e dell’agire civile. In una società nella quale la liquidità di percezioni e comportamenti è stata così ben descritta da Zygmunt Bauman, per molti di noi è diventato sempre più difficile governare la barra di quel timone cosicché mentre le persone più capaci e fortunate si ingegnano per superare le difficoltà cercando di tenere insieme la nostra casa sociale, i meno fortunati e i meno capaci scaricano la loro impotente frustrazione prendendo a sassate le vetrate della nostra casa comune.

In questa situazione in cui è molto difficile mantenere la dovuta serenità di giudizio per informare e discutere senza restare vittime del proprio manicheismo, doveosanolegalline si prende una pausa di riflessione per riprendere le proprie riflessioni se e quando il suo cuore diventerà sufficientemente leggero e libero da pregiudizi per poterlo fare al meglio delle sue possibilità.                                      


doveosanolegalline si prende una pausa di riflessione

 


[1]  Il transumanismo è una discutibile ideologia scientista (il cui mito è il Superuomo) che aspira ad avviare l’umanità (o pochi eletti) su una nuova via evolutiva post-darwiniana che consenta all’uomo di superare i propri limiti naturali fisici e intellettivi mediante una reingegnerizzazione che comporta l’integrazione tra la sua struttura biologica naturale e ogni possibile componente tecnologica idonea allo scopo.     

 

 

 

 







martedì 14 aprile 2020

PANDEMIA E WELTANSCHAUUNG ovvero GLI ALIENI E LA SINFONIA DAL NUOVO MONDO

È una strana stagione, questa, quasi inaudita. Tutti, ma proprio tutti, in questo momento non parlano d’altro: SARS-Cov-2. Non vorrei unirmi al coro (un coro stonato, tra l’altro). In questi casi bisogna lasciar parlare chi sa, e io non ne so abbastanza per dire la mia. Osservo sorgere, però, un mondo diverso da ieri: un mondo nuovo

A. Dvorak - Sinfonia N. 9 Dal Nuovo Mondo (clicca QUI per ascoltare il IV Movimento) 
In una situazione che aveva visto gli insipienti prendere saldamente in mano il timone del mondo e di fronte allo sconquasso generale fatto di guerre, ingiustizie, menzogne, incultura, superstizioni, complottismi e false certezze, la speranza di costruire il migliore dei mondi possibili si stava rivelando una pia illusione, degna dell’ingenuità del Candide di Voltaire. Questi ingenui, tra le cui file ho sempre militato, speravano quasi in una invasione di Alieni, di fronte alla quale tutti i terrestri sarebbero stati colti da una virtuosa scossa vivificatrice che li avrebbe ricondotti alla ragione e al riconoscimento dei giusti valori su cui riedificare una nuova e più virtuosa società umana: la società umana 2.0, per dirla con un lessico contemporaneo.
E gli alieni, inaspettatamente, sono arrivati. Sono piccoli e invisibili, ma non meno aggressivi di quelli brutti, verdi e cattivi che ci saremmo aspettati.

Alien: ascolta QUI la sua voce
La ragione, e con essa la scienza, sulla cui base – nel bene e nel male – avevamo costruito la nostra salute, il nostro benessere, le nostre sicurezze, la nostra società, era sembrata perdere colpi negli ultimi tempi. E più la ragione e la scienza perdevano colpi, più il disordine, l’ingiustizia, la sfiducia, il risentimento e la rabbia sembravano percorrere il globo in modo sempre più inarrestabile. Irrazionalità, paura, rabbia stavano prendendo il sopravvento anche nella porzione più fortunata del mondo, la nostra, e la rovinosa decadenza intellettuale e sociale sembrava accelerare sotto il peso dell’insipienza, avviandoci verso una inevitabile rovina. Una scena apocalittica si affacciava ai nostri occhi di ingenui Candide.
Poi è arrivato SARS-Cov-2. D’improvviso, con la stessa velocità con cui collassano ed esplodono le iridescenti bolle di sapone, gli “uno uguale uno”, i no-vax, i terrapiattisti, le scie chimiche, gli “Oscillococcinum” più vari e assurdi, le più colorate irragionevoli e irrazionali idiozie, si sono rintanati nel silenzio, come quegli insetti neri che amano la notte e appena accendi la luce si rifugiano negli angoli più bui, in attesa che l’oscurità (in particolare quella mentale) ritorni.
Dunque, la ragione, il metodo scientifico e la virtù della competenza rialzano la testa e, emendando i non meno pericolosi scientismi in favore di una razionalità assennata, stanno ricevendo il consenso di quella maggioranza silenziosa che non si era mai molto sollevata in difesa della ragione, quando questa era presa d’assalto e soffocata da più parti. Gli alieni sono arrivati e – di colpo – sono riusciti a ribaltare una situazione che vedeva la ragione soccombere rispetto a una irrazionalità particolarmente pericolosa perché assumeva le forme di una apparentemente e seducente razionalità.

SARS-Cov-2: in giallo le particelle virali che escono da una cellula infettata
Il rovesciamento del consenso generale a favore dei comportamenti autenticamente razionali e in sostegno di una metodologia in grado di affrontare le nuove problematiche più efficacemente di ogni altro approccio è uno dei pochi ma importanti risvolti positivi della tragedia che ci ha travolti.
E ora che cosa succederà?  

Weltanschauung è un termine tedesco coniato da Kant nel 1790 e da allora utilizzato col significato di “concezione del modo”. A partire dagli anni ’60 del Novecento, il termine è andato via via in disuso, talora sostituito da quello più pragmatico e ristretto di paradigma, introdotto dal filosofo della scienza Thomas Kuhn nel 1962. La domanda che ci si può porre è: c’era una Weltanschauung prevalente e condivisa prima che SARS-Cov-2 entrasse nelle nostre vite? Difficile rispondere e sbagliato generalizzare, ma certamente a prevalere era una Weltanschauung a impronta individualistico-edonistica, tendente a portare all’estremo l’esercizio dei diritti individuali e la soddisfazione dei piaceri personali, anche a scapito di una convivenza fatta di molte componenti, tra le quali i diritti degli altri e le necessità collettive. L’attuale dramma ci ha messo improvvisamente davanti a uno specchio (uno specchio che, se c’era, era molto appannato). Qui, abbiamo immediatamente visto riflesse le incongruenze e le contraddizioni di molte delle nostre azioni personali e collettive; abbiamo visto riflesse le sciagurate scelte politiche di alcuni paesi e di alcuni poteri (per esempio sul welfare, sull'organizzazione sanitaria, sul clima, sullo strapotere della finanza nei confronti dell'economia, sugli squilibri tra le varie regioni del mondo, e via di seguito). Di fronte allo specchio abbiamo improvvisamente visto quanto i singoli individui (su cui eravamo così concentrati) dipendono in tutto e per tutto da tutti gli altri individui, vicini o lontani che siano. Che il mondo in cui viviamo è uno solo e che le dinamiche di un luogo influenzano direttamente le dinamiche di ogni altro luogo. Che la tanto esaltata individualità poco conta di fronte alla collettività, che nessuno vince da solo e che, per dirla con la vecchia saggezza popolare, l’unione fa la forza.
L'individuo e la rete di relazioni da cui dipende
Lo specchio ci ha anche mostrato varie altre cose: l'esizialità del pensiero semplice, l’importanza di sviluppare un pensiero complesso, la perniciosità delle ricette fornite dai santoni della superstizione e del complottismo a fronte di quelle che solo un metodo causale e scientifico può essere in grado di mettere in atto. Tutto ciò ha certamente portato a un improvviso rovesciamento di paradigma o di Weltanschauung. Quanto a lungo riuscirà a resistere questo ritorno al razionale non è dato sapere, ma guardare al mondo in questa rinata prospettiva ci lascia un certo ottimismo per il futuro, che rimane comunque incerto. Parola di Candide.

lunedì 16 marzo 2020

SCIENZA E DEMOCRAZIA - Seconda parte

Le relazioni tra scienza e democrazia sono complesse. Sul tema gioca la competenza e la sensibilità di ciascuno sugli obiettivi, sui metodi, sui garanti, sugli interessi particolari e collettivi in gioco sia nei riguardi della scienza sia nei riguardi della democrazia. 


A questo tema ho dedicato due post. Nel primo ho descritto gli sforzi di impronta “istituzionale” messi in campo per una partecipazione più democratica – più indirizzata dal basso – ai progetti di ricerca finanziati dalla Comunità Europea. Questo secondo post è dedicato ai nuovi movimenti, diffusi in tutto il mondo, che mirano a coinvolgere i comuni cittadini in vari campi della ricerca scientifica, in modo particolare - ma non solo - su temi naturalistici, ambientali ed ecologici. Si tratta della cosiddetta Citizen Science: la Scienza dei Cittadini ovvero Scienza Partecipata  

PARTE SECONDA. CITIZEN SCIENCE

Per una ricerca partecipata.

Pochi anni fa (2014) l’Oxford Dictionary ha aggiunto una nuova voce al suo elenco di oltre 600.000 vocaboli. La voce è Citizen Science che viene definita come una "attività scientifica condotta da semplici cittadini sotto la direzione o in collaborazione con scienziati e istituzioni scientifiche". La partecipazione ai progetti promossi dalla Citizen Science coinvolge una larga e composita base formata da studiosi dilettanti, volontari, studenti, o anche semplici curiosi, seguendo specifici protocolli operativi loro assegnati, partecipano alla raccolta e alla analisi di dati, allo sviluppo di tecnologie, alla valutazione di fenomeni naturali, alla divulgazione e alla diffusione delle stesse attività. Queste attività possono essere svolte sul campo (con osservazioni, misurazioni, raccolte di campioni, di immagini) oppure online, con raccolte o analisi di dati, immagini e quant'altro. Tutti questi cittadini offrono il loro tempo e la loro attività a supporto di progetti condotti da enti o istituti scientifici che li istruiscono. La loro attività è utilissima in quanto aumentano in modo sostanziale il numero di occhi, di mani, di dispositivi di calcolo e di cervelli a disposizione dei diversi progetti.



Fino a qui si può parlare di coinvolgimento popolare, non necessariamente di democrazia. Tuttavia, trattandosi di partecipazione volontaria, è ovvio che i cittadini coinvolti offrono la loro disponibilità di tempo e di impegno a progetti che riguardo temi e scopi di loro interesse. È qui che entra in gioco la democratizzazione. I progetti che trovano maggiore supporto popolare sono quelli che più interessano alla gente. Va da sé che la stragrande maggioranza dei progetti cui i cittadini offrono il proprio supporto riguarda ricerche scientifiche nell'ambito delle scienze naturali, dell’ecologia, dell’ambiente, del clima. In questo modo i cittadini hanno un ruolo “attivo” nella democratizzazione di certi ambiti della scienza. Ma la cosa non finisce qui.
Oltre a contribuire a fornire dati e risposte su specifici ambiti scientifici, questi collaboratori volontari diventano in grado di percepire problematiche, porre domande e indirizzare l’attenzione su questioni ambientali, sulla salute pubblica, sulla gestione delle risorse naturali, rendendo feconda la collaborazione tra comunità di cittadini e istituzioni scientifiche.

C’è poi un effetto per nulla secondario generato da questa collaborazione. Durante le varie fasi della ricerca sviluppata nell'ambito della Citizen Science, i cittadini volontari vengono formati non solo alle corrette modalità di raccolta e condivisione dei dati, ma alla metodologia scientifica, al pensiero analitico e al pensiero critico: una triade sempre indispensabile per approcciare non solo specifiche ricerche scientifiche, ma buona parte dei problemi che ciascuno deve affrontare nel corso della vita. È evidente quindi che oltre al notevole contributo pratico che i semplici cittadini offrono alla scienza, c’è un altrettanto importante contributo che la scienza restituisce alla società tutta attraverso i volontari che partecipano in prima persona alle attività promosse dalla Citizen Science.  



C’è, come sempre, qualche detrattore critico che punta il dito sul fatto che alcuni progetti di Citizen Science sono finanziati da grandi gruppi industriali o da accaparratori di dati per il business del Big Data. É giusto non sottovalutare questi aspetti e certi rischi connessi, ma è anche evidente che i cittadini – istruiti e competenti in tale senso – sono in grado di giudicare e di scegliere persone, ambiti e istituzioni nei quali ripongono la loro fiducia. É attraverso l'esercizio della scelta libera e competente che si realizza concretamente la democrazia.
In tutto il mondo la Citizen Science sta crescendo e sta democratizzando alcune aree della scienza. In Europa e in Italia il movimento cresce sia grazie all'impegno di persone e istituzioni, sia grazie al sostegno di alcune iniziative da parte dei progetti europei Horizon di cui si è parlato nel post precedente. A titolo d’esempio, tra i progetti finanziati e realizzati vi è quello europeo chiamato Doing It Together Science e i BioBlitz ambientali e naturalistici, come quelli organizzati dalla Regione Lombardia o come quelli organizzati dal Museo di Storia Naturale della Maremma.

La Citizen Science è ormai una realtà. Una realtà che conta quanto si parla di democratizzazione della scienza. Nella Citizen Science convergono i concetti di democrazia e di partecipazione, nei quali l’aspetto dell’avanzamento del sapere scientifico si coniuga alla perfezione con quello di educazione civica, di educazione al pensiero critico e a quello scientifico, e a quello del coinvolgimento dei cittadini nell'indirizzare le scelte scientifiche verso la soluzione dei complessi problemi che la società contemporanea nel suo insieme è tenuta a risolvere.

venerdì 21 febbraio 2020

SCIENZA E DEMOCRAZIA - Prima parte


Le relazioni tra scienza e democrazia sono complesse e delicate. Decidere se la scienza sia o meno democratica è una questione resa particolarmente complicata da che cosa ciascuno intende per scienza e, ancora di più, da che cosa intende per democrazia


In tempi recenti, in Italia e non solo, il dibattito si è inasprito quando la scienza e la democrazia sono state investite dall’ondata di pseudoscienza e di pseudodemocrazia cavalcata da no-vax e simili. Quando Roberto Burioni afferma che “la scienza non è democratica perché la velocità della luce non si decide per alzata di mano” (cosa peraltro ineccepibile), finisce per inasprire ulteriormente un dibattito che andrebbe calmierato e razionalizzato piuttosto che muscolarizzato.   
Dibattito muscolarizzato
Affronterò questo tema in due post assai diversi tra loro ma entrambi disposti su un versante che si potrebbe etichettare come “istituzionale”, mostrando come istituzioni grandi e piccole affrontano il tema e quali risultati possono concretamente ottenere. Il primo post è dedicato agli sforzi di “democratizzazione” dei progetti di ricerca finanziati dalla Comunità Europea attraverso il programma Horizon Europe. Il secondo post sarà dedicato ai progetti cosiddetti di “Citizen Science” (scienza partecipata), che vedono una effettiva e concreta inclusione del cosiddetto “basso”.  

PARTE PRIMA. MISSION POSSIBLE (?)
Per una ricerca europea “indirizzata dal basso”. La nuova visione di Horizon Europe.

Sulla carta e nelle dichiarazioni di intenti, Horizon Europe sembra sempre più orientata a includere il coinvolgimento dei cittadini nella scelta dei programmi di ricerca da finanziare.  Il problema è che gli interessi economici generati dalla portata dei finanziamenti e la struttura assai pesante con la quale la Comunità Europea gestisce programmi e processi potrebbero essere un grave ostacolo alla realizzazione delle buone intenzioni. Alla luce di ciò ci si potrebbe chiedere se dietro le nuove parole d’ordine ci sia davvero del nuovo e se questo "nuovo" sarà davvero realizzabile.

A guidarmi in questa ricognizione sono le parole di Mariana Mazzucato – docente di Economia dell'Innovazione presso l’University College di Londra – che ha recentemente redatto un Rapporto per la Comunità Europea in cui si delineano obiettivi e raccomandazioni a favore di una maggiore inclusività dei cittadini nei progetti di ricerca europei.[1]
Nell'introdurre il tema, la Mazzucato usa parole semplici, chiare, dirette, non suscettibili di interpretazioni personali e per nulla scontate, quasi rivoluzionarie, quando vengono espresse – se pur in veste di consulenza – in contesti istituzionali dal peso politico rilevante com’è quello della Comunità Europea.
«I cittadini devono essere direttamente coinvolti nella formulazione delle ricerche effettuate nell’ambito dei progetti di Horizon Europe. Il modo in cui i giovani e gli studenti hanno spinto l'emergenza climatica in cima all'agenda politica dimostra che esiste una forte spinta verso il coinvolgimento democratico delle scelte … È necessario che i cittadini siano coinvolti nella formulazione degli indirizzi di ricerca evitando che questi siano imposti dall’alto».

Mariana Mazzucato, University College di Londra
Nel rapporto, la consulente europea espone 17 raccomandazioni su come scegliere gli indirizzi di ricerca, quali capacità sfruttare, con quali strumenti della Pubblica Amministrazione gestirli. L’obiettivo cui il rapporto mira è ambizioso: ridisegnare l’approccio dell’Europa sulle “grandi sfide” di oggi e di domani, tra i quali il cambiamento climatico, l'erosione del suolo, la produzione alimentare sostenibile, l'inquinamento delle acque dolci e marine. Mariana Mazzucato avverte che, da oggi in poi, i programmi di ricerca e di innovazione della Comunità Europea non potranno più essere calati semplicemente dall’alto, com’è stato fatto finora: «Se, nel momento di investire risorse nell’innovazione, si finanziano indirizzi di ricerca, per così dire "di moda", non solo non si fa vera innovazione ma si è destinati a fallire».
Se in precedenza, afferma la Mazzucato, la maggior parte dei fondi messi a disposizione dal programma Horizon sono stati erogati grazie a processi decisionali imposti dall'alto favorendo i settori in grado di far sentire con maggiore forza la propria voce, d’ora in poi gli indirizzi di ricerca da finanziare dovranno vedere una maggiore partecipazione “popolare”, vale a dire "dal basso". Lo strumento per realizzare questo principio di democrazia partecipativa è l’istituzione di Consigli di Missione che includano rappresentanti degli utenti finali dotati di potere consultivo e propositivo. Tali Consigli di Missione avranno tra i loro compiti anche quello di consultare preventivamente i cittadini, attraverso mezzi di consultazione online, sulle proposte avanzate riguardo gli indirizzi di ricerca da finanziare.[2]
Al di là delle nobili intenzioni, l’utilizzo di piattaforme per la consultazione online dei cittadini (quella più nota in Italia è la piattaforma Rousseau del Movimento 5 Stelle) pone serie questioni metodologiche sulla selezione, la formazione e il periodico rinnovamento del campione di cittadini rappresentativo della partecipazione “popolare”. Rimane poi ancora troppo nel vago in che modo i cittadini possono partecipare alla formulazione e alla scelta dei progetti e quale sarà il loro coinvolgimento, nonché il loro potere, nella fase di revisione, controllo e monitoraggio dei progetti.

Tener conto delle priorità indicate dal basso
Le raccomandazioni presentate nel documento della Mazzucato affrontano le varie questioni che riguardano il coinvolgimento dei cittadini, la promozione dell’interdisciplinarietà dei progetti, le modalità di selezione dei progetti di ricerca e dei “project leader”, lo snellimento delle burocrazie, la promozione di progetti d’utilità pubblica e quella dei finanziamenti a lungo termine.[3]  
Le raccomandazioni contengono numerosi termini che inducono a un cauto ottimismo. Tra questi: “stimolare l’innovazione”, “rimuovere le barriere”, “consultazione dei cittadini”, “target-oriented”, “nuovo modo di lavorare”, “nuova visione”, “maggiore flessibilità e integrazione”, “nuovi quadri di riferimento”, “strumenti e metodi che vadano oltre la semplice valutazione dei costi-benefici”, “coordinamento dei finanziamenti regionali e nazionali”, “piattaforme di cofinanziamento orientato al successo dei progetti”, “sperimentazione dei progetti promossi dal basso”, “non temere il ruolo cognitivo dell’errore”, “promuovere le sinergie”, “evitare doppioni”.
Tuttavia, è proprio questo profluvio di buone intenzioni e di termini banalmente innovativi a far sorgere i più atroci e dolorosi sospetti. Sarà davvero in grado Horizon Europe di tradurre in fatti queste belle parole?

Ma altri e più sottili dubbi mi assillano. Le piattaforme di consultazione online sono davvero strumenti in grado di soddisfare le esigenze di un controllo della ricerca esercitato dal basso? Quale genere di “basso” è legittimato ad esercitare il controllo sugli indirizzi di ricerca di rilevanza europea? Il controllo fino ad ora esercitato dalla politica rappresentativa (partiti, parlamenti, associazioni di consumatori, sindacati) ha fallito o è meno affidabile rispetto a quello teoricamente esercitato in maniera diretta da una non meglio chiarita democrazia partecipativa?
Prima di partire lancia in resta con innovazioni basate su tutta una serie di “parole d’ordine” non troppo originali, forse bisognerebbe rispondere a queste ultime questioni.
Ad ogni modo, di fronte alle buone intenzioni dichiarate incrociamo le dita e monitoriamo gli eventi.






[1] Mariana Mazzucato. Governing Missions in the European Union. Commissione Europea, luglio 2019. https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/research_and_innovation/contact/documents/ec_rtd_mazzucato-report-issue2_072019.pdf
[2] Le piattaforme per la consultazione online dei cittadini sono due, già utilizzate in precedenza con scopi simili: VOICES (https://www.ecsite.eu/activities-and-services/projects/voices) e CIMULACT (http://www.cimulact.eu/).
[3] L’intero documento con le 17 raccomandazione è scaricabile dall’URL https://ec.europa.eu/info/publications/governing-missions-governing-missions-european-union_en

giovedì 2 gennaio 2020

TRANSESSUALITÁ & QUESTIONE DI GENERE – SCIENZA, SOCIETÁ, CULTURA


Prima di entrare in questo tema delicato, è utile guardare con attenzione l'accorato e ironico video riportato a questo indirizzo http (estratto Facebook con sottotitoli in italiano) o a quest'altro indirizzo http (versione YouTube integrale sottotitolata inglese) dove Paula Stone racconta le sue esperienze di genere. 


Paula è transessuale e ha vissuto sulla propria pelle, prima come maschio e poi come femmina, gli effetti dei banali luoghi comuni e degli stereotipati comportamenti frutto della predominante cultura maschilista.

Paula Stone
Le scienze biomediche (neuroscienze, neuroendocrinologia, etc.) si sono date molto da fare per indagare il fenomeno della transessualità e degli orientamenti sessuali atipici.

DOMANDA. Perché le scienze profondono energie nello studio di tali fenomeni?
Le risposte possono essere molte, ma partono tutte da una considerazione d’ordine generale che origina da un comune presupposto ideologico e culturale: si tratta di fenomeni atipici, vale a dire che differiscono da quella che implicitamente è considerata la norma. Non è che la scienza non si occupi di ciò che è “normale”, ma ciò che è “anormale” è straordinariamente più interessante da indagare. Va aggiunto che per comprendere ciò che è anormale bisogna ben conoscere e categorizzare ciò che è normale.
La prima risposta alla domanda può essere quindi la più semplice: per arricchire la conoscenza di ciò che è normale e per definire attraverso riscontri oggettivi ciò che non lo è.

“Conoscere” è il primo passo per “comprendere”. Comprendere, oltre al significato di “apprendere, capire, afferrare con l’intelletto”, derivando dal latino cum-prehendĕre (prendere insieme) potrebbe avere il significato di “racchiudere nel cuore, afferrare in un abbraccio”: in parole semplici,  accettare.
Conoscere, oltre a essere uno scopo valido per se stesso (e in quanto tale neutrale e apprezzabile dal punto di vista etico), può anche essere il primo di una ulteriore serie di passi che utilizzano la conoscenza come presupposto o pretesto per ulteriori azioni il cui carattere etico è assai meno neutrale e apprezzabile.
I passi successivi (che sono anche altrettante risposte alla domanda posta inizialmente) possono essere quelli di voler identificare, isolare, curare, prevenire o sopprimere tratti variamente definiti come anormali, devianti, degeneri, immorali, pericolosi a livello individuale e sociale. È chiaro che tutte queste azioni presuppongono una lettura di “comprendere” del tutto antitetica e incompatibile con l’idea di “accettare”. Può capitare però (e capita frequentemente) che la scienza, ammesso che voglia semplicemente “capire”, presti la propria conoscenza neutrale come giustificazione per azioni repressive che trovano la loro ragion d’essere in un certo tipo di cultura e di educazione che colloca il normale nella categoria del “buono che va difeso” e l’anormale in quella del “cattivo di cui ci deve liberare”.  In tal caso scienza, società e cultura finiscono col costituire un unicum che assurge a giudice etico supremo di ogni comportamento definito non normale. In casi come questi, che sono frequenti, la scienza dovrebbe fare un serio esame di coscienza sugli aspetti etici dell’uso che viene fatto di una conoscenza che si presume neutrale, ma che di fatto non sempre lo è.

Generi, diritti civili, diritto e giurisprudenza
Di norma, il “diritto giuridico” intende distinguere il giusto dall’ingiusto, il bene dal male, e a codificare norme e azioni da intraprendere qualora l’ingiusto e il male invadano con cattive intenzioni il campo del giusto e del bene. Perciò il diritto è considerato un meccanismo socialmente utile in quanto preposto alla difesa dei diritti dei singoli e alla protezione della società nel suo complesso. Tuttavia, quando il diritto estende la propria azione, non solo in difesa del giusto e del bene, ma anche del normale contrapposto a un anormale definito anche grazie all’ausilio della scienza, può succedere che i diritti dei singoli possano essere sacrificati sull’altare di una visione della sicurezza sociale definita sulla base di presupposti morali discutibili.

Per studiare gli orientamenti sessuali anomali, le scienze hanno esplorato in varie direzioni: l’esposizione dei feti durante la gravidanza a particolari tipi o concentrazioni di ormoni materni (estrogeni o androgeni); l’immunizzazione della madre nei confronti di particolari (ma non identificate) strutture molecolari caratteristiche dei feti di sesso maschile o femminile a seconda del "disturbo" dell'identità sessuale; anomalie anatomiche o funzionali di parti interne del cervello  nelle quali vengono elaborate funzioni affettive ed emotive (amigdala, talamo, ipotalamo, cervelletto, ippocampo); anomalie anatomiche o funzionali di alcune aree della corteccia cerebrale; alterazioni della sensibilità ad ormoni, feromoni, o neurotrasmettitori come la serotonina e la dopamina. Come si vede, la scienza s’è data e continua a darsi molto da fare per comprendere ciò che determina i comportamenti e gli orientamenti sessuali normali e “non normali”. Oltre alle scienze biologiche anche la psicologia e le scienze comportamentali si sono date altrettanto da fare.

Orientamenti sessuali anormali: che cosa dice la Scienza?
Le scienze ambiscono alla conoscenza e questo è il loro dovere istituzionale. Poiché la ricerca scientifica ha un costo elevato, viene però da chiedersi se c’è qualche altro motivo, oltre a quello della pura conoscenza, per cui tante risorse vengono impiegate per identificare le basi biologiche (chimiche, anatomiche, funzionali) dell’orientamento sessuale normale e anormale.
La risposta più semplice è che conoscendo le cause materiali dei comportamenti predefiniti come anomali, anormali, o degeneri, su di essi si possa intervenire per limitarli: curandoli (su base volontaria o coercitiva), prevenendoli attraverso procedure eugenetiche (per esempio mediante aborti selettivi) o più semplicemente isolandoli mediante varie forme di ostracismo sociale. Tutto ciò apre vasti scenari di dibattito etico. Tuttavia, mentre il dibattito scientifico su tali questioni è aperto e trasparente come ogni altro dibattito puramente scientifico, è totalmente silente il dibattito sui presupposti etici e culturali di tali ricerche e sui contenuti etici delle eventuali azioni conseguenti alle conoscenze scientifiche acquisite in questo campo. Ciò è inquietante.

Accanto alle irrisolte questioni scientifiche sugli orientamenti sessuali atipici, vi sono le altrettanto irrisolte questioni etiche che riguardano i comportamenti con i quali, nella nostra società apparentemente avanzata, le differenze di genere vengono tuttora sottolineate in maniera discriminatoria, lasciando irrisolte le disparità di genere, quasi a voler ostacolare deliberatamente il superamento degli impedimenti culturali che mantengono viva la questione di genere .

Questioni di genere
 (vignetta di Pietro Vanessi, da Il Fatto Quotidiano, 22 luglio 2016)
C’è chi pensa che le questioni riguardanti le anomalie dei comportamenti sessuali riguardano, in fondo, una piccola percentuale di individui: i diversi. Non è vero: è la società nella sua totalità a dover rendere conto dei propri atteggiamenti nei confronti di un esiguo numero di persone. Lo stesso vale per la più “banale” questione di genere, dove il soggetto offeso è la donna. Qui, la questione culturale è più sottile ma anche enormemente più vasta e insidiosa perché implica atteggiamenti talmente connaturati nella società che non solo i maschi ma anche molte femmine faticano a identificare quei minuscoli e diffusi comportamenti che fanno della questione di genere una delle più complesse da eradicare. In questo senso, la testimonianza di Paula Stone ha moltissimo da insegnare.

mercoledì 11 dicembre 2019

LA STRANA E MISTERIOSA NATURA DEL NUMERO


In tutte le civiltà i numeri sono stati parte integrante della vita, dell’azione, della storia e della civilizzazione dell’uomo. Essi sono sempre con noi, alla stregua di oggetti naturali da cogliere e utilizzare a piacimento. Tale e tanta è la consuetudine che abbiamo con essi e la dimestichezza con cui li maneggiamo che nemmeno ci viene in mente di interrogarci sulla loro natura, o sulla loro reale esistenza.   

Nella storia dell’uomo troviamo i primi numeri scritti nelle tavolette d’argilla babilonesi. Molte di queste registravano compravendite, transazioni, gestioni di magazzino per lo stoccaggio del grano o del vino, registrazioni dei compensi per gli operai. Un uso pratico, dunque. Ma l’uso pratico del numero è cosa ben più antica. Ne hanno certamente fatto buon uso anche i popoli delle caverne antecedenti a qualunque genere di scrittura. Non è difficile immaginare un cavernicolo che informa la moglie di avere catturato “due” conigli o nell'atto di minacciare un figlio recalcitrante di dargli “quattro” scoppole.

Ma nelle tavolette babilonesi scritte in caratteri cuneiformi troviamo già molto di più. Vi si trova la matematica già in forma quasi astratta. Famosa è la tavoletta chiamata Plimpton 322 (dalla collezione Plimpton della Columbia University), risalente a circa duemila anni prima dell’era cristiana. Vi è incisa una tabella di numeri (4 colonne per 15 righe), riportante una lista di soluzioni del teorema di Pitagora.
Tavoletta babilonese detta Plimpton 322
I numeri, dunque, esistono da sempre nel senso che da sempre l’uomo li usa. E non solo l’uomo! Si sa per certo che molti animali sono capaci di distingue differenze di numero tra insiemi (per esempio frutti) di poche unità, da due a cinque o incerti casi fino a nove. Ciò farebbe pensare che i numeri sono qualcosa che esiste in natura. Se non ci concentriamo molto sulla faccenda ci viene spontaneo ammettere che i numeri siano un fatto naturale ma se ci ragioniamo un po’ meglio qualche dubbio potrebbe anche venirci.

I numeri, dunque, esistono davvero in natura o sono una invenzione dei cervelli come quello dell’uomo e di qualche altro animale?

Sulla questione Galileo sembrava non avere dubbi: L’universo non si può intendere se prima non s’impara a conoscer i caratteri nei quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche (Il Saggiatore, 1623). D’altra parte Galileo era uno scienziato, e lo scienziato, si sa, deve misurare, soppesare, confrontare, e i numeri servono proprio a questo: sono un modo per descrivere qualcosa.

Ma i numeri sono qualcosa di reale, nel senso che esistono in natura, o sono strumenti ideati per descrivere, comprendere, progettare, eseguire? A sentire Galileo i numeri esistono in natura, ne sono una componente strutturale e la natura può essere compresa solo attraverso essi. Per Platone, al contrario, i numeri esistono nel mondo delle idee, quello stesso mondo che Karl Popper indicava col nome di mondo 3: il mondo dei “contenuti oggettivi di pensiero”, specialmente dei pensieri scientifici, di quelli poetici e delle opere d'arte. A questo mondo delle idee, però, appartengono anche “oggetti” (come la poesia e l’opera d’arte) non pienamente comprensibili e descrivibili, oggetti che l’insigne matematico Roger Penrose indica con l’attributo molto chiaro di “misteri”.   

Vi sono dei numeri il cui statuto ontologico è talmente chiaro che sembrano esistere davvero. 0 e 1 appartengono a questa categoria. Rappresentano il nulla e l’unità, il non essere contrapposto all'essere nella sua immagine essenziale e unitaria. Zero e uno sono anche il fondamento della descrizione digitale del mondo. Calcolatori, smartphone, computer, immagini e trasmissioni digitali: tutto ciò che viene descritto del mondo con l’ausilio degli strumenti digitali e dell’intelligenza artificiale è composto da stringhe costituite unicamente dai numeri 0 e 1. Questi due numeri che richiamano la distinzione parmenidea di due mondi contrapposti (l’esistenza e la non esistenza) nella loro estrema semplicità sembrano descrivere l’intero universo e se non fossero costituenti strutturali della natura, lo sono diventati, creati dalla mente umana. A livello simbolico queste due cifre rappresentano tutti gli opposti che la mente umana è in grado di immaginare: l’esistenza e la non esistenza, la destra e la sinistra, il maschio e la femmina, la luce e le tenebre, il giusto e l’ingiusto, il male e il bene: si va quindi dalla descrizione pura e semplice del mondo alla sua rappresentazione etica ed estetica.

Ma vi sono altri numeri il cui statuto ontologico è più complicato da comprendere. Uno di questi è il famosissimo Pi greco (p), la costante matematica che definisce il rapporto tra la circonferenza e il diametro del cerchio. Ma qui la situazione si fa ancora più complicata. Per prima cosa, infatti, il p  non può essere calcolato per intero (le cifre che lo compongono sono probabilmente infinite). Inoltre, anche quando si parla di “cerchio”, “diametro” e “circonferenza” si fa riferimento a forme ideali o idealizzate di oggetti naturali. 

Si è accennato ai numeri anche per la loro capacità di rappresentare contenuti estetici o di trasformarsi essi stessi in contenuti estetici. Personalmente amo particolarmente i numeri primi (1, 3, 5, 7, 13, 17 …) e credo che il loro fascino sia quello dell’indivisibilità, che fornisce loro una corazza insondabile. E che dire della Successione di Fibonacci, ove ogni cifra corrisponde alla somma delle due cifre precedenti? Non ha un che di seducente?

Successione di Fibonacci
E che dire della rappresentazione grafica di questa successione, che ricorda e descrive molte strutture presenti in natura. Non ha un che di meraviglioso?

 
Trasposizione grafica della Successione di Fibonacci e la spirale di una chiocciola

Ma i matematici, che vedono nei numeri molto più di noi esseri umani normali, trovano “il bello” in formule più complesse, dove numeri e lettere rappresentano costanti e funzioni. Per loro, le formule in assoluto più belle (nella loro essenzialità e nella loro potenza descrittiva) sono la formula di Einstein riguardante la relatività ristretta

E = mc²

e la cosiddetta Identità di Eulero

e+1=0

La mia mente fatica a vedere questa bellezza, ma mi devo fidare di chi sa leggere i numeri in maniera più profonda di me.

Non credo che i numeri esistano in natura e non credo, come affermava Galileo, che l’universo sia scritto in lingua matematica. Essi esistono però come simboli nel mondo delle idee. Nati come strumenti al servizio della praticità, sono presto diventati simboli di altre idee, metafore, categorie etiche ed estetiche, fino a diventare forme poetiche e artistiche.

giovedì 7 novembre 2019

ALEXANDER VON HUMBOLDT E IL CLIMA - METODO E PROFEZIA

Quando si naviga in rete, ai "mi piace", ai numeri delle "visualizzazioni", alla quantità di pagine web che trattano di questo o di quell'argomento, bisogna guardare con circospezione. Tuttavia, i numeri sono numeri e dietro alle cifre c'è sempre qualcosa, o qualcuno. 

Se si confronta il numero di pagine web in cui si parla di CLIMA col numero di pagine che riguardano altri argomenti si possono trarre indizi su ciò che alla gente (l'immenso popolo del web) interessa. Qui di seguito un esempio.



Milioni di pagine
CLIMA (ita)
455
CLIMATE (ing)
1280
GRETA THUNBERG
324
DONALD TRUMP
1050
LUIGI DI MAIO
10
SESSO (ita)
123
SEX (ing)
4810
 Termini della ricerca e pagine web corrispondenti (fonte Google)

In assenza di altri parametri, i numeri possono essere interpretati in mille modi e forniscono una rappresentazione gerarchica molto aleatoria dell’importanza relativa dei rispettivi temi. Ciò non toglie che l’elevato numero di pagine riguardanti il Clima (e l'analogo inglese Climate) indicano l’enorme interesse che questo tema sta riscuotendo. Il clima, d’altra parte, ci riguarda tutti e ci preoccupa.  

Il termine clima deriva dal greco κλίνω (klíma) che significa inclinazione. I greci si riferivano all'inclinazione dei raggi solari rispetto al suolo, un'inclinazione che aumentava progressivamente andando dalle regioni torride equatoriali a quelle dell'estremo nord. Secondo Aristotele, la possibilità della vita è direttamente correlata a questa inclinazione, divenendo impossibile dove questa è minima (deserti equatoriali) o massima (regioni ghiacciate del nord).
Nella geografia tolemaica (fino al medioevo e al primo rinascimento), il mondo veniva rappresentato come suddiviso in regioni climatiche chiamate climăta (dal greco klíma-atos) che significava, per l'appunto, “regioni”. Il clima aveva quindi una connotazione geografica correlata alle condizioni meteorologiche che oggi chiamiamo condizioni “climatiche”.

Macrobius: Mappa Mundi (sec. XII)
Oggi il termine clima ha perso le sue connotazioni territoriali e si riferisce a un complesso sistema di variabili misurabili tra loro interagenti (temperatura, venti, precipitazioni, soleggiamento, umidità, altitudine, ecc.) che, prese nel loro insieme, determinano e influenzano le condizioni di vita in un determinato territorio. Data la mutabilità delle variabili considerate, le condizioni climatiche “medie” riguardano periodi di tempo relativamente lunghi. Le variazioni climatiche vengono considerate “significative” quando i vari parametri (temperatura, precipitazioni, ecc.) di un periodo trentennale si discostano in modo rilevante e permanente dal periodo trentennale precedente. La nostra epoca è caratterizzata da un mutamento climatico significativo caratterizzato da un riscaldamento che coinvolge l’intero pianeta: è il riscaldamento globale.     

Fu solo nel Settecento che la parola “clima” è entrata nell’uso comune col significato che oggi le attribuiamo. Furono le tecnologie del XVIII secolo (termometri, igrometri, barometri, etc.) a rendere possibili, affidabili e riproducibili, le misurazioni delle variabili che, assieme, costituiscono il clima. Da allora si sono registrati tre picchi nella frequenza d’uso del termine. Uno a metà del Settecento, uno a metà dell’Ottocento e uno – che ci riguarda – nel quarantennio che va da 1980 ad oggi (vedi figura. Per l’originale vedi all’URL). I picchi del Settecento e dell’Ottocento sono direttamente collegati con l’espansione delle scienze che hanno cominciato a considerare il clima come oggetto di studio. Il picco odierno è dovuto alla diffusa preoccupazione sociale riguardante le variazioni climatiche che influenzano negativamente la vita sulla terra, ivi incluse le occupazioni umane.




Alexander von Humboldt (1769-1859), nato nell’anno in cui James Watt inventava la macchina a vapore e morto nell’anno in cui Charles Darwin pubblicava lOrigine delle specie, era considerato il più grande scienziato del suo tempo, l’ultimo degli scienziati enciclopedici, il cui interesse copriva l’intero arco delle scienze fisiche, chimiche, e naturali. Osservatore e misuratore di ogni cosa, si occupò anche di clima e fu un pioniere della climatologia.


Alexander von Humboldt, circa 1855
© Hulton Archive/​Getty Image
Egli trattava il clima come fattore determinante nelle dinamiche riguardanti la vita delle piante, degli animali e dell’uomo, ivi comprese le sue attività. Un vero pioniere dell’ecologia. Fu anche il primo ad avere una visione lungimirante dei cambiamenti climatici causati dall'uomo. Aveva osservato di persona gli effetti devastanti della deforestazione ad opera degli spagnoli nella regione del Lago Valencia, in Venezuela: la terra resa arida, la riduzione del livello delle acque dei laghi e dei fiumi, la scomparsa del sottobosco. Fu il primo a spiegare l’importanza delle foreste per la ritenzione idrica a tutela del terreno dall'erosione. In tempi non sospetti, annunciò che l’uomo stava interferendo sul clima e che tutto questo poteva avere un imprevedibile impatto sulle generazioni future. Le sue parole suonano oggi profetiche.

Qui di seguito un suo passo sulla complessità del clima, sulla metodologia che si richiede alla climatologia per farne una scienza, e sugli effetti del clima sull'uomo, sulle sue attività, sulle sue capacità.
Il passo è tratto da Kosmos (Il Cosmo). Una descrizione fisica del mondo, nella prima traduzione italiana a cura di Vincenzo degli Uberti (Stamperia del Vaglio, Napoli, 1850).

Il vocabolo Clima, preso nella sua significazione più larga, significa il complesso de’ cambiamenti e delle condizioni dell’atmosfera che visibilmente affettuano i nostri organi: la temperatura, l’umidità, la variazione della pressione barometrica, la quantità della tensione elettrica, la purezza dell’atmosfera e la sua mescolanza di esalazioni più o meno deleterie, ed infine il grado di ordinaria trasparenza dell’aria e di serenità del cielo, che ha una influenza importante non solo sullo svolgimento organico delle piante e del maturamento de’ frutti, ma sì ancora su’ sentimenti e sulle facoltà intellettuali dell’uomo (p. 425) …

Annoverando le cause che alzano o abbassano la temperatura, alle prime appartengono: la vicinanza di una costa; la configurazione sinuosa della costa con baie profonde o mari interni; il predominio dei venti; le catene dei monti che stanno a guisa di ripari protettori contro i venti; la rarità di pantani e paludi; la mancanza de’ boschi. Fra le cause raffreddatrici, l’elevazione sul livello del mare, la configurazione unita ed ammassata di un continente; la lontananza da zone tropicali riscaldate dai raggi del sole; le catene dei monti che impediscano l’accesso de’ venti caldi; le foreste che sono d’ostacolo al riscaldamento della terra; paludi che nel settentrione formano una specie di ghiacciaia sotterranea; un cielo chiaro e sereno d’inverno (p. 428-429) …

Bisogna osservare che i diversi ordini di cause disturbatrici vanno esaminati separatamente ma bisogna anche considerare la loro influenza unita e l’opera di ognuna nel modificare, distruggere, rafforzare le altre … E però pensomi che codesto sia lo spirito del metodo che possa un giorno impiegarsi per adunare coll’aiuto di leggi empiriche espresse numericamente, una vasta serie di fatti apparentemente senza senso e per manifestare la loro reciproca dipendenza (p. 429).

A latere e quasi a suggello dei suoi avvertimenti, va segnalato che a Merida (Venezuela), a causa del riscaldamento globale, il ghiacciaio che gli è intitolato è ormai praticamente scomparso: ciò che rimane è un miserevole rigagnolo.

La valle in cui si stendeva il ghiacciaio von Humboldt (Merida, Venezuela)