lunedì 26 aprile 2021

INGENUITY. LA SVOLTA DI GENERE DELL'AGENZIA SPAZIALE AMERICANA

Si chiama Ingenuity. È il primo elicottero costruito dalla mano dell’uomo a volare nella rarefatta atmosfera marziana. Ingenuity è un manufatto, una sofisticata tecnologia, ma non è solo questo: è il frutto concreto dalla convergenza di più scienze e tecnologie. 

Il suo primo volo ha avuto l'onore di qualche titolo di giornale ma non ha provocato quell’ondata di entusiasmo delle prime volte epocali. Sarà perché l’umanità è raggelata (e riportata molto indietro nel tempo) dai più terreni problemi legati alla pandemia, oppure perché è stata super-distratta da un concomitante terremoto calcistico dal nome roboante, SUPERLIGA. 

Visto in televisione, mezzo che distorce lo spazio non meno del tempo, Ingenuity si è mosso su e giù per alcuni secondi come il più banale dei nostri droni casalinghi con cui giocano anche i bambini terrestri, non solo i marziani. 

Ecco qui, dunque, il primo volo marziano (cliccare qui per vedere il volo).

Il primo volo di Ingenuity

Ma il tema che qui si propone non è quello, peraltro legittimo, di gioire per l’evento tecnologico in sé, evento che al momento non sembra mutare di molto il destino del mondo. Come sempre, mi diverto a scostare un poco il velo di Maya, alla ricerca di piccole curiosità nascoste tra le pieghe dell’evento.

Vi sono due elementi che mi hanno colpito in questa faccenda. Due elementi che riscattano, e di molto, due temi – quello della democrazia e quello della parità di genere – alquanto carenti nella storia della NASA (vedi per esempio il post Donne sull’orlo dell’oblio à  LINK)       

Il primo dei due elementi è il nome dell’elicotterino - INGENUITY. Tutto sommato, il nome del Rover che si è posato sul suolo marziano PERSEVERANCE appare piuttosto banale se confrontato a quello dell’elicottero.  Ma chi ha dato il nome a questi prodotti che, in fondo, vorrebbero rappresentare l'anima stessa del progresso?

In prossimità dell’avventura marziana la NASA indisse un concorso aperto agli studenti delle scuole secondarie degli Stati Uniti per affidare a una base democratica la scelta del nome delle due unità che avrebbero lavorato sulla superficie del pianeta rosso. Parteciparono 28.000 studenti. Perseverance fu proposta da uno studente di 13 anni, Alexander Mather. La commissione giudicatrice della NASA trovò che il nome, non particolarmente fantasioso, si adattava perfettamente allo spirito di conquista che da sempre costituisce il topos e il logos della NASA e lo adottò senza esitazione. Per l’elicotterino le cose andarono, per fortuna, diversamente.

Alexander Mather: ideatore del nome di Perseverance

Tra i 28.000 partecipanti, una studentessa diciassettenne di origine indiana, Vaneeza Rupani, che frequentava la Ismaili High School di Northport, propose Ingenuity, un nome che, forse perché frutto di una cultura non ancora del tutto americanizzata, riesce a scandagliare i tratti più genuini della cultura d'adozione, rappresentandone lo spirito d’avventura a suo tempo decantato nella celebre saga televisiva di Star Trek.

Il primo equipaggio della saga di Star Trek

Alla sua proposta, Vaneeza aggiungeva una motivazione: "L'ingegnosità e la genialità delle persone che lavorano duramente per superare le sfide dei viaggi interplanetari sono ciò che permette a tutti noi di sperimentare le meraviglie dell'esplorazione dello spazio". Era sottinteso che senza una straordinaria e quasi cieca fiducia nelle proprie possibilità (qui sta la radice dell’ingenuità), è difficile perseguire i risultati più arditi.Nota 1 Un uomo, un colletto bianco della NASA, Jim Bridenstine, seppe cogliere lo stimolo - tanto tradizionale quanto innovativo - di quel nome, facendo prevalere  Ingenuity sulle migliaia di altre proposte.

In un caso come questo, vedere come il pragmatismo americano riesca a far prevalere la brillantezza delle idee sui pregiudizi razziali e di genere (e anche anagrafici) fa ben sperare: alcuni paesi europei (sorvoliamo sui loro nomi) dovrebbero imparare a fare altrettanto.

Vaneeza Rupani, ideatrice del nome di Ingenuity

Il secondo elemento nascosto tra le pieghe dell’impresa marziana appartiene alla stessa categoria di quello appena descritto, ma è ancora più rilevante.

Chi ha assistito alla diretta TV dalla NASA (o da altre emittenti collegate) si sarà forse sorpreso dall’immagine di questa signora che, seduta al tavolo della sala di Controllo della Missione, al termine del volo è balzata in piedi sorridente, molto sorridente sotto la doppia mascherina. Il suo nome è MiMi Aung.

MiMi Aung nella sala di controllo del volo di Ingenuity

MiMi Aung è nata nel 1968 nello stato dell’Illinois da genitori birmani che erano andati a studiare negli Stati Uniti. Terminati gli studi i genitori ritornarono in Myanmar, portandosi dietro la figlioletta di due anni. La madre di MiMi, Hla Hla Sein, da cui MiMi ha certamente ereditato alcune capacità, è stata la prima donna birmana a possedere un dottorato in matematica.  

 Hla Hla Sein, la madre di MiMi, appena laureata in matematica, nel 1960

Compiuti gli studi primari nella scuola birmana, MiMi frequentò poi la British high school e, a 16 anni, si trasferì presso la stessa università frequentata a suo tempo dalla madre, la Pubblica Università di Urbana–Champaign (Illinois), laureandosi in Ingegneria Elettronica con una tesi sul processo dei segnali riguardanti le comunicazioni”.

Appena laureata venne assunta dalla Jet Propulsion Laboratory, una consociata NASA con sede in California dove lavoravano 6000 (seimila !!!) ricercatori. Qui fu messa a lavorare con una squadra che si occupava di robotica spaziale. Da qui al progetto marziano, il passo fu breve, sempre che breve sia la parola giusta per descrivere l'asprezza della competizione necessaria per primeggiare nelle istituzioni scientifiche americane.

La galleria fotografica che segue riassume alcuni dei passaggi cruciali nella vita di MiMi.

MiMi con la madre. A tre anni, giunta da poco in Myanmar

A dieci anni, scuola primaria in Myanmar  

Alla NASA, parte di una equipe evidentemente multietnica

Alla NASA, direttore del gruppo di ingegneri (di ogni razza e colore) del Progetto Ingenuity 

Foto dalla pagina Wikipedia a lei dedicata

Questo è quanto. Fa piacere vedere donne che occupano posizioni di così grande responsabilità grazie alle loro capacità. Fa piacere che un grande ente come la NASA dia oggi alle donne le stesse possibilità che offre agli uomini. Dispiace solo che a loro non sia ancora data la piena visibilità pubblica che meritano. Ma anche questa, col tempo, arriverà (forse quando esse saranno così numerose da poter costruire le loro specifiche lobbies).

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Nota 1. Un aforisma di Nietzsche richiama bene questo senso di fiduciosa ingenuità tanto necessario allo scienziato: «Fino a quando continuerai a sentire le stelle ancora come cosa “al di sopra di te”, ti mancherà lo sguardo dell’uomo che possiede la conoscenza» (Al di là del bene e del male, proposizione 71).



lunedì 5 aprile 2021

INDIVIDUO, SCIENZA, LIBERTÁ – UN TIME LAPSE DAGLI ANNI CINQUANTA AI GIORNI NOSTRI

Recentemente mi è capitato tra le mani (vale a dire sullo schermo del mio computer) un fascicolo di una rivista filosofica digitale: I quaderni delle Ginestre. Quel fascicolo (2016) si intitolava Attraverso la società degli individui e presentava una serie di agili articoli sul tema dell’individuo e sul correlato tema della libertà: temi che molto hanno a che fare con la filosofia ma al cui interno, a voler ben guardare, un piccolo ruolo sociale lo gioca anche la scienza.

Nell’articolo L’Etica del Reincanto, Alberto Meschiari, (che assumerò come spirito guida di questa conversazione) espone il proprio senso di straniamento rispetto ad alcuni “valori” fondanti dell’epoca nella quale stiamo vivendo e che cozzano profondamente con quelli con cui è stato allattato chi, come me, è nato negli anni cinquanta del secolo scorso. Il punto sollevato dall’autore è semplice e chiaro: «Rispetto agli anni Sessanta e Settanta, in cui i grandi ideali sociali e politici nutrivano e stimolavano l’impegno personale e il fare insieme, a partire dagli anni Ottanta ho avvertito crescere intorno a me il disagio e lo smarrimento a mano a mano che il mercato prendeva il sopravvento sulla politica, determinando sempre più pesantemente i valori di riferimento e gli stili di vita…, tradendo quell’afflato etico che l’aveva caratterizzata nella precedente stagione, portando allo sgretolamento non solo della compagine sociale ma anche dell’identità personale…».

Ripenso, dunque, a quegli anni Cinquanta e Sessanta in cui - inconsapevole bimbetto - cominciavo a calcare la terra. Si era nel dopoguerra. La ricostruzione era in atto. Alla ricostruzione delle cose si affiancava quella dello spirito, con l’aspirazione alla conquista di un maggiore benessere e di una rinnovata libertà. In parole povere si aspirava a un mondo migliore. E la scienza che cosa ci proponeva in quegli anni? La chimica ci aveva regalato la penicillina. Scoperta negli anni trenta da Alexander Fleming e sperimentata negli anni della guerra negli ospedali militari americani, negli anni Cinquanta era diventata un patrimonio universale capostipite di altri antibiotici. Ciò consentì uno straordinario salto di qualità nella lotta contro le malattie infettive, fino ad allora il più grande flagello per l’umanità. C’era di che essere entusiasti. E ancora, nel 1950 Tadeusz Reichstein, Edward Kendall e Philip Hench ricevettero il Premio Nobel per la scoperta del cortisone, altro potente farmaco che rivoluzionò le potenzialità terapeutiche di un armamentario medico fino ad allora piuttosto modesto. Ma non finisce lì. Nei paesi industrializzati tra il 1950 e il 1960 trovò ampia diffusione la vaccinazione contro la tubercolosi. Iniziata negli anni Trenta, fu resa più efficace e sicura a partire dagli anni Cinquanta. Assieme ai farmaci tubercolostatici sintetizzati in quegli anni fu essenziale per fronteggiare una delle malattie contagiose più diffuse nel mondo. Ricordo i francobolli a sostegno delle campagne di vaccinazione contro la tubercolosi. Le famiglie erano invitate ad acquistare i francobolli e noi bambini ci rendevamo partecipi incollandoli sulla prima pagina dei nostri quaderni.

Francobolli a favore della campagna per la vaccinazione antitubercolare

In quegli anni la partecipazione solidale al benessere di tutti faceva bene non solo ai singoli, ma anche al corpo sociale e allo spirito di appartenenza. Oggi non si può dire lo stesso.

In quegli stessi anni però, la scienza aveva messo nelle mani dei potenti l’ordigno Fine di Mondo”, per dirla con le parole del Dr. Stranamore (Stanley Kubrick, 1964). La scienzaforniva al tempo stesso gli strumenti per rendere il mondo migliore debellando le malattie e quelli per renderlo assai peggiore, sterminando l’umanità o, quantomeno, tenendola perennemente sotto scacco, sospesa sull’orlo dell’abisso.

Fotogramma dal film di Stanley Kubrick, Il Dr. Stranamore

Dal punto di vista psicologico - come da quello filosofico, esistenziale e politico - gli individui avevano due buone ragioni per privilegiare lo spirito collettivo rispetto all’individuale. La prima (ottimistica) per costruire tutti insieme un mondo migliore. La seconda (pessimistica) per cercare sicurezza all’interno della propria comunità di appartenenza. In entrambe le prospettive, l’idea di libertà trovava ampie coniugazioni cariche di tensioni esistenziali e ideologiche. Da una parte, l’entusiasmo per la costruzione di un mondo migliore implicava la costruzione di un delicato rapporto tra le libertà individuali e le esigenze collettive di giustizia sociale. I movimenti di rivendicazione dei diritti sociali e di quelli civili, che vedranno la luce negli anni Settanta rispettivamente in Europa e negli Stati Uniti, trovarono una delle loro radici proprio in questa tensione tra libertà individuali ed esigenze collettive. Dall'altra parte, i timori per un mondo peggiore portarono alla strumentalizzazione del concetto di libertàFu creata una netta contrapposizione tra amici e nemici della libertà, scavando tra le due sponde un invalicabile solco ideologico tra buoni e cattivi, vale a dire tra Europei e Americani da una parte, Russi e Cinesi dall’altra. Prese di coscienza operaie e studentesche, rivolte e terrorismi di varia matrice (e non ultimi i vari fronti delle guerre indocinesi), fornivano ampia materia per entusiasmi e paure contrapposte, al cui interno chi viveva consapevolmente quei tempi costruiva e difendeva identità e valori.

Muhammad Ali (Cassius Clay), arrestato nel 1967
per renitenza alla leva per aver rifiutato di arruolarsi
per la Guerra del Vietnam

Erano anni di grandi tensioni anche attorno al senso da dare al termine stesso di libertà. In quegli anni, i filosofi francesi molto filosofeggiavano sulla libertà, così come sullo stesso tema molto poetavano poeti della Beat Generation americana. Da noi, due intellettuali mordevano il tema, addentando profeticamente il nocciolo della questione. Pierpaolo Pasolini, da una parte, prevedeva che l’allora nascente consumismo avrebbe ridotto la libertà a brandelli, trasformando un valore fondante in un riflesso del desiderio di autocompiacimento. Pasolini coniugava al presente di quegli anni la falsità di quella felicità garantita dall’alto, e assicurata da un’intera struttura sociale che non riconosce altro valore che l’immediata soddisfazione dei sensi”, preconizzata fin dagli anni Trenta da un autore il cui sguardo arrivava molto lontano (Aldous Huxley, New Brave World, 1932). Dall'altra, Luciano Bianciardi metteva in risalto la necessità di dare alla libertà un senso dinamico, quasi fosse un motore vitale da manutenere con cura, affinché non si fermasse nemmeno di fronte a quelli che potevano sembrare obiettivi raggiunti: Libertà è saper demolire, ribaltare tutto ciò che si è faticosamente raggiunto [da un ricordo personale di Luciana Bianciardi, figlia dell’omonimo scrittore  (LINK della fonte)]. 

Gli anni Sessanta furono anche quelli del DNA, la doppia elica di Watson e Crick e del loro premio Nobel. La doppia elica, e il Progetto Genoma che sarebbe arrivato più tardi, erano gravidi di promesse, molte delle quali sono state mantenute. Ma accanto a queste nascevano anche nuove questioni, prima fra tutte quella sul determinismo genetico, un oggetto pericoloso e foriero di impegnative conseguenze, per esempio sugli aspetti giuridici della responsabilità e su quelli filosofici sulla libertà.

Determinismo genetico: immagine allegorica

Gli anni Settanta furono bui e turbolenti, portatori di sviluppo ma anche di inquietudine: anni di transizione e di tecnologia. Qualcosa stava cambiando. Ma cosa, e come?

Arrivarono gli anni Ottanta. All’esterno successero varie cose. La rivoluzione persiana degli Ayatollah con la conseguente sconfitta della libertà. Più tardi, la caduta del muro con l’altrettanto conseguente vittoria della libertà. Venne poi la pecora Dolly, con tutti i suoi inquietanti problemi, tra cloni e incubi distopici di varia natura. Ma la crisi doveva arrivare dall’interno del corpo sociale. Le speranze frustrate e le tensioni accumulate nei decenni precedenti implosero, trascinando con sé sogni e valori. Dal mucchio di macerie emerse vigoroso il mito dell’io, dell’individuo al di sopra degli altri, delle libertà individuali a scapito del bene comune, quale che fosse.

Un miscuglio di crisi e nuove speranze animò gli anni Novanta. Mani pulite ridusse in polvere la cosiddetta prima repubblica, sostituendola con una non certo migliore, anche qui all’insegna della libertà, con i Partiti, i Popoli, le Case della Libertà, e tutto ciò che ne è conseguito. Ma fu anche il decennio in cui nacque L’Unione Europea, con la libertà di movimento per cose e persone. Nacque anche un nuovo, straordinario, e fantascientifico simbolo di libertà. Grazie alla scienza e alla tecnologia, il 6 agosto 1991 nacque un segno e un simbolo: il www (world wide web). Abbiamo finalmente il mondo in pugno (ma sorge anche il sospetto che sia lui ad avere in pugno noi). 

La successiva decade si apre con una data fatidica: 11 settembre 2001. Un bello scossone per noi, per la libertà, per i nostri sogni, per l’idea di futuro e per quella che abbiamo di noi stessi, sempre in bilico sull’orlo dell’abisso.

«Guardandomi attorno», afferma Meschiari nel suo articolo, «oggi mi pare di leggere su molti visi ogni giorno di più i segni di un sofferto “vuoto esistenziale”». Le esperienze del mondo, sembra dire, ci hanno ferito: siamo diventati disincantati e «forse abbiamo spinto troppo innanzi, con un’intenzione cieca e caparbiamente autodistruttiva, il nostro disincanto: niente ci colpisce profondamente, niente ci tocca veramente, tutto ci è indifferente allo stesso modo. Ostentiamo perfino con sfrontatezza il nostro disincanto come un segno di virilità e di emancipazione». Come dargli torto? Aveva ragione Pasolini: siamo stati svuotati (col nostro consenso, per giunta) della nostra autonomia e veniamo sballottati qua e là da giochi di potere che ci usano come birilli. E non abbiamo nemmeno seguito l’esortazione di Bianciardi: non abbiamo ribaltato un bel nulla, soprattutto dentro di noi, per la paura di perdere qualcosa che credevamo ci appartenesse. Bravi asini: non possiamo neanche lamentarci! E invece lo facciamo, perché è l’unica cosa che molti di noi sono ormai in grado di fare.

Per fortuna la scienza ci dà una mano. Ci dà una mano perché ora, finalmente, siamo in tanti, tutti connessi tra noi. Popolo di tutto il mondo, unitevi! Slogan sorpassato, questo. Siamo già tutti uniti e connessi ma, come dice saggiamente Meschiari: «Siamo costantemente connessi con l’esterno, mai con la nostra interiorità». Ci siamo quasi esternalizzati da noi stessi, si direbbe. Ci siamo ridotti a cose: iperconnessi, sì, ma sempre cose. E questo essere cose è il vero trionfo dell’individualismo. Connessione è cosa ben diversa da Relazione.

E veniamo agli anni più recenti che, dal punto di vista delle scienze, sono quasi l’apoteosi di un avvenire ricco di conquiste e di sapere. Chi mi conosce sa che sono un propugnatore della comunione e della commistione tra scienze dure e scienze umane. Tuttavia … c’è sempre un tuttavia …

Osservo un titolo di una pagina ANSA che recita La scienza favolosa dei primi 20 anni 2000. L’articolo mi informa che negli ultimi anni 1) l’intero genoma umano è stato mappato; 2) è stata ottenuta la prima cellula sintetica, chiamata Syn 1.0; 3) è stato finalmente individuato il bosone di Higgs, Sacro Graal (sic) della fisica delle particelle; 4) al CERN di Ginevra sono riusciti a produrre e a intrappolare (conservare) atomi di antimateria; 5) l’11 febbraio 2016 sono state rilevate per la prima volta le onde gravitazionali; 6) il 10 aprile 2019 è stata eseguita la fotografia impossibile: quella di un buco nero.

Buco nero M97 fotografato dall'Event Horizon Telescope (EHT)

Naturalmente c’è molto di più di questo. Per esempio, l’intelligenza artificiale e l’interazione uomo-macchine comincia ad appartenere al presente e non solo alla fantascienza. Le auto si guidano da sole e i razzi atterranno verticali nello stesso modo in cui partono. Il 60% dei tumori risulta guaribile e si possono costruire farmaci antineoplastici personalizzati. La scienza avanza, dunque, e ne godremo certamente i benefici. Tuttavia il solco tra scienze dure e scienze umane si allarga. È quasi impossibile mettere in relazione le scienze umane – fondamentalmente tese a rispondere a quesiti universali e a indagare quelle incerte aree dell’essere che di volta in volta prendono il nome di anima, spirito, interiorità – col sapere sull’antimateria, sulle onde gravitazionali, sui buchi neri.

La nostra identità – e con essa i punti di riferimento, i valori e le relazioni interpersonali – richiederebbe una certa unitarietà tra quello cha appartiene al corpo (questioni fisiche e biologiche incluse) e quello che appartiene allo spirito. Questa unitarietà si va scompaginando. Anche il più recente accadimento di questo secolo all’esordio - la pandemia da Coronavirus (accadimento insieme scientifico e umano) - invece di far tendere l’ago della bilancia verso un recupero dell’unitarietà persevera in direzione opposta: quella della divaricazione. Nel nome di una perduta libertà, gli individui rivendicano il diritto (in teoria legittimo e sacrosanto) alla socialità, non fosse però che, già prima della pandemia molti scambiavano la necessità di “condividere qualcosa di sé con gli altri” con l’utilizzo strumentale degli altri per dare libero sfogo al proprio edonismo. Il diritto alla socialità viene da taluni rivendicato e difeso come diritto inalienabile, hic et nunc, anche a scapito del serio rischio sanitario collettivo. Questo male sociale era manifesto ben prima dello scoppio della pandemia, che l'ha solo reso più evidente. E mentre i singoli e la collettività intera sono alle prese con questo problema che è insieme sociale e identitario e che mette in gioco valori, la scienza – mentre fa il suo mestiere di cercare soluzioni tecniche per rallentare la diffusione del morbo – sembra occuparsi molto del morbo e poco delle persone, mantenendo quella sorta di disumanizzazione di cui la medicina ha iniziato a soffrire da qualche decennio, a causa soprattutto delle iperspecializzazioni, come aveva preconizzato molti anni or sono l’epistemologo milanese Felice Mondella.

Felice Mondella nel suo studio milanese

Era sembrato, un anno fa, che la pandemia avrebbe potuto essere l’occasione per una grande riflessione collettiva che potesse portare a una revisione dei valori fondanti della società umana nella quale le esigenze collettive e quelle individuali potessero ritrovare un equilibrio solidale. In questo quadro idilliaco, scienza e filosofia, corpo e spirito, avrebbero dovuto ricreare antiche e perdute alleanze. Ci eravamo illusi. Forse la scamperemo ancora una volta anche senza procedere a una grande riflessione collettiva, ma un ripensamento globale è urgente e ineludibile, anche per tutte le sfide che là fuori ci attendono, cambiamento climatico incluso.   


mercoledì 10 marzo 2021

SCIENZA E LIBERTÁ – UN BINOMIO BIFRONTE

Così  scriveva  Telmo  Pievani  qualche  anno  fa  (2016) sul tema della libertà e della scienza:

La scienza permea le nostre vite, ma la razionalità critica e la libertà di pensiero che sono al cuore della ricerca scientifica hanno ancora molti nemici. La scienza è cultura e come tale […] dialoga proficuamente con tutte le altre forme del sapere. Non c’è sfida globale del XXI secolo […] che non trovi nella ricerca scientifica e tecnologica una possibile speranza di future soluzioni, inedite e creative. Le grandi domande filosofiche di sempre – chi siamo, da dove veniamo, come pensiamo, in quale relazione siamo con il mondo – non possono essere oggi affrontate senza conoscere gli avanzamenti più recenti della ricerca scientifica (Scienza e libertà. Presentazione de "La mela di Newton", marzo 2016). 

La libertà è figlia primogenita della scienza (Thomas Jefferson, 1795)

Sempre qualche tempo fa (2017), Chiara Lalli scriveva:

La libertà scientifica è strettamente legata alla responsabilità, cioè al dovere di condurre ricerche in modo responsabile … Coniugare la libertà scientifica alla responsabilità aiuta a rimuovere il pregiudizio secondo il quale la libertà significherebbe non avere limiti (Il diritto alla scienza e il legame con la democrazia).

Da quando la scienza è nata innestando le proprie radici nel cosiddetto metodo scientifico, il tema della libertà di ricerca e delle sue applicazioni pratiche riempie intere biblioteche e gli sviluppi del dibattito si diffondono negli ambiti più disparati, da quello delle scienze teoriche, a quello della filosofia teoretica e della filosofia morale, da quello della sociologia, a quello dell’educazione, dell’antropologia, delleconomia, della giurisprudenza, della politica e via dicendo. La stessa Costituzione italiana accenna al tema, affermando un po’ vagamente che la scienza, così come l’arte, è libera (Art. 33, comma 1), ma sulla questione libera di fare che cosa, la Costituzione non si pronuncia.


Colpisce particolarmente il fatto che all'intensità della discussione sulla libertà della scienza non corrisponda un dibattito altrettanto articolato su “se” e “in che modo” la scienza sia in grado di offrire opportunità di crescita alla libertà, in termini pratici e filosofici.

Da quando la Rivoluzione Francese (1789) ha proclamato il motto liberté, égalité, fraternité”, la libertà (assai più dell’uguaglianza e della fraternità) è diventato un principio fondante delle società occidentali.

Ma che cos’è questa libertà cui tutti si richiamano per giustificare le proprie azioni e perfino i propri desideri? Una vaga definizione afferma che essa sia la condizione per cui un individuo può decidere di pensare, esprimersi e agire senza costrizioni”. E qui viene il bello, perché bisogna capire che relazione c’è tra costrizione e limite e chi sia titolato a decidere che cosa sia l’una e che cosa sia l’altro. Per sua natura la costrizione è imposta dall’esterno, mentre il limite può essere imposto dall’esterno ma può anche essere definito da chi, in un modo o nell’altro, fa uso delle sue libertà.  

Michail Bakunin (1814-1876)

Tra i più noti teorici della libertà vi è un certo Michail Bakunin. Egli viene preso a maestro da molti (e da altri considerato nemico) quando invoca la rivolta contro ogni autorità divina e umana, collettiva e individuale”. Tuttavia, come teorico dell’Anarchia, egli stesso pone il limite della libertà individuale nella libertà di tutti gli altri esseri umani: Io non sono veramente libero che quando tutti gli esseri viventi che mi circondano, uomini e donne, sono ugualmente liberi […] Io non divento libero veramente che per mezzo della libertà degli altri, di modo che più numerosi sono gli uomini liberi che mi circondano e più profonda e più ampia diventa la mia libertà (Dio e lo Stato, 1882 postumo).

Un altro grande teorico dell’anarchismo, Pierre-Joseph Proudhon afferma senza mezzi termini: L'anarchia è una forma di governo o di costituzione nella quale la coscienza pubblica e privata, formata dallo sviluppo della scienza e del diritto, basta da sola a mantenere l'ordine e a garantire tutte le libertà”.

Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865)

Questo passo di Proudhon è altamente significativo perché, al di là della vaghezza di come fare a definire concretamente i limiti autoimposti delle libertà individuali, egli riconosce il fatto che la coscienza del limite deve emergere più o meno spontaneamente dallo sviluppo della scienza e del diritto”, essendo scienza e diritto imprese collettive in cui si esercitano però solo alcune delle menti che fanno parte del corpo sociale, quasi ad ammettere implicitamente (e con qualche contraddizione interna) che la coscienza pubblica trova nutrimento su elementi forgiati da una oligarchia di pensiero.

C’è poi chi, più direttamente e più concretamente, ricerca la coscienza del limite nel concetto di responsabilità.    

La libertà appare dunque non solo come condizione desiderabile, ma anche come fardello sulle spalle dell'uomo che deve farsene carico.

 «L’uomo è condannato ad essere libero», afferma Jean-Paul Sartre (1905-1980). Nell’esercizio della propria libertà l’uomo sente tutto il peso delle proprie responsabilità, nei confronti di se stesso e degli altri. Il peso di dover sempre giustificare il proprio modo di agire senza il conforto di limiti imposti dall’esterno è per l’uomo una forma di condanna. Ma è proprio lì, nei limiti imposti dalla propria responsabilità, che si forgia il senso e la grandezza della sua libertà. In un articolo apparso in rete pochi giorni fa, della inseparabilità tra responsabilità e libertà parla con estrema chiarezza Emanuela Trotta (Il paradosso della libertà). Richiamandosi a Sartre, l’autrice guarda all’attualità della situazione odierna, dove la pandemia ha ristretto nei fatti alcune libertà individuali, nel contempo accrescendo a dismisura il desiderio di libertà. Un esasperato desiderio di libertà fa sì che la legittima aspirazione alla libertà subisca una deriva verso un libero arbitrio che, svincolato da limiti autoimposti, vanifica la libertà di scelta consapevole privando di senso il concetto stesso di libertà, e mettendo a rischio la convivenza civile. Afferma l’autrice: La libertà è la base per il riconoscimento della dignità e delle capacità della persona, ma potrebbe sconfinare nell’egoismo e nella prevaricazione. Ecco allora, la necessità di esaltare l’altra componente umana, altrettanto decisiva, la responsabilità, che nasce dalla coscienza ed è pronta a imporsi autonomamente limiti e obblighi perché la presenza della persona nella società non sia devastatrice, ma costruttrice. Se la libertà è il territorio in cui ci muoviamo, la responsabilità è il perimetro e il confine del nostro territorio. La responsabilità è la consapevolezza del nostro limite […] Per il soggetto che si ritiene autonomo, pieno di sé, la responsabilità è secondaria. Occorre rovesciare il rapporto tra libertà e responsabilità, che non sono in opposizione, anzi, c’è libertà solo quando prima c’è responsabilità”.

Richiamandosi a un testo di Hannah Arendt del 1961 (Tra passato e futuro), l’autrice dichiara che in un mondo alle prese con un problema epidemiologico di cui non si intravede la fine e dove alcune libertà vengono compresse, è indispensabile un ripensamento collettivo dei rapporti umani, dell’economia di mercato, del ruolo della politica, del senso di responsabilità personale”.

E torniamo dunque al tema poco discusso sul “se” e “in che modo” la scienza può garantire opportunità di crescita alla libertà.

I meccanismi attraverso cui ciò si può realizzare sono due: attraverso il metodo e attraverso i risultati. Tempo fa, al cosiddetto metodo scientifico ho dedicato tre post a cui rimando chi fosse interessato (Il Metodo Scientifico: prima parte; seconda parte; terza parte).

In estrema sintesi, al metodo scientifico appartengono vari criteri, comportamenti e atteggiamenti mentali di cui i più significativi sono: il lavoro di squadra; la condivisione, la dimostrabilità, la misurabilità, la riproducibilità di procedure e risultati; uno scetticismo di base che si estende anche alle proprie asserzioni; la tensione al miglioramento continuo, avendo la consapevolezza che ogni punto di arrivo è un nuovo punto di partenza per migliorare il già fatto o per andare ancora più avanti nel processo della conoscenza; l’esclusione dalle proprie prospettive di “verità” indimostrabili o indiscutibili; saper condurre i ragionamenti dal particolare all’universale (induzione) e dall’universale al particolare (deduzione); non demonizzare l’errore ma saperne trarre ammaestramento; saper disegnare esperimenti mentali per poterne trarre utili orientamenti; non accontentarsi delle correlazioni (che possono essere spurie) ma pretendere relazioni causali dimostrabili; non accontentarsi dell’autorità dei maestri ma cercare di salire sulle loro spalle per guardare più lontano (o più in profondità).

Metodo scientifico

Applicare questi criteri in ogni tipo di processo conoscitivo e in ogni occasione della vita è decisivo per riconoscere il falso travestito da vero (o per distinguere la nonna di Cappuccetto Rosso dal Lupo travestito da nonna). Saper distinguere l’uno dall’altro amplia le facoltà di scelta e riduce le possibilità di imboccare strade sbagliate. In ultima analisi, i limiti che detti criteri impongono alle infinite possibilità di ragionamento fanno sì che i gradi di libertà a nostra disposizione per effettuare ogni tipo di scelta aumentino.  

Quanto ai risultati, citando Pievani s'è detto che La scienza permea le nostre vite”. Che cosa implica questa affermazione? Implica il fatto che rispetto a pochi decenni or sono la medicina ha migliorato la qualità della vita delle persone e ne ha prolungato notevolmente la durata media. Di per sé, ciò ha accresciuto, e di molto, quello che le persone possono decidere di fare nel corso della vita. La fisica e la meccanica hanno consentito a una enorme quantità di persone di viaggiare per il mondo a costi accessibili a molti. Di per sé questo amplia il repertorio delle possibilità di scelta delle persone e in ultima analisi ne accresce la libertà. La rete di Internet mette a disposizione in tempo reale ogni genere di informazione. Gran parte della conoscenza e della letteratura mondiale è liberamente accessibile sul proprio smartphone o con pochi click del mouse. Per chi ne sappia fare buon uso, la disponibilità della conoscenza accresce la capacità di giudizio e, di riflesso, le facoltà di scelta. Tutto ciò rendere più liberi di quanto non lo si sarebbe se tali frutti della ricerca scientifica e tecnologica non fossero stati resi disponibili. In vari modi la scienza ci offre crescenti possibilità di scelta consapevole. Per essere tali (e non il frutto di un libero arbitrio lasciato a se stesso), le scelte implicano consapevolezza e responsabilità. Senza di queste, le scelte non sono scelte e la libertà non è libertà.  

Libertà e responsabilità volano insieme









sabato 30 gennaio 2021

TO VAX, or not TO VAX? - Antiche controversie: il rigore della scienza e l'elasticità dell'interpretazione

Va da sé che questo post vada letto nell’ottica della     più stretta attualità 

LO STRANO CASO DELLA CONTROVERSIA A DISTANZA (OLTRE UN SECOLO) TRA DANIEL BERNOULLI E ALFRED WALLACE


                                        Daniel Bernoulli (1700-1782) e Alfred Wallace (1823-1913)

Questa storia si svolge su diversi piani temporali. L’oggi, in piena pandemia da Coronavirus, nel momento in cui i vaccini stanno rendendosi disponibili e ieri, quando il vaiolo (allora endemico) colpiva con ondate epidemiche e si sperimentavano i primi controversi vaccini. La storia di ieri, a sua volta, si svolge in due momenti separati grosso modo da un secolo e con due attori: Daniel Bernoulli e Alfred Wallace. Il primo, matematico di spicco dell’illuminismo francese. Il secondo, celebre naturalista nell’Inghilterra tardo vittoriana, aveva condiviso con Darwin la teoria evoluzionistica basata sulla selezione naturale. Due scienziati veri, dunque: un comune approccio scientifico ma sensibilità e visioni diverse che portarono a interpretazioni opposte dei medesimi “fatti”. Guardare a ieri ci aiuta a capire meglio l’oggi. Le storie di ieri e quella di oggi hanno infatti molti punti in comune: 1) le due malattie (Vaiolo e COVID-19) sono associate a una mortalità molto simile; 2) in entrambi i casi il vaccino si propone come l’unico provvedimento in grado di debellare la malattia; 3) la vaccinazione di massa suscita perplessità e paure; 4) anche gli scienziati (non solo l’uomo comune), sulla base di convincimenti personali anteriori all’analisi scientifica dei fatti, possono interpretare in modo diverso i medesimi dati”, di per sé neutrali.

Cominciamo col confrontare la mortalità del vaiolo in Europa nei secoli passati con quella odierna dovuta al COVID.

Il vaiolo era poco contagioso ma arrivava a uccidere circa 15 persone ogni 100 soggetti infettati. Il COVID-19 è invece molto contagioso ma assai meno letale, uccidendo circa 2.4-3.4 persone ogni mille contagiati. La combinazione tra contagiosità e mortalità fa sì che la mortalità delle due malattie risulti praticamente identica (attorno al 2 per mille della popolazione). In Inghilterra, Wallace raccolse i dati epidemiologici della malattia per un periodo di ben 45 anni: dal 1838 al 1882 (vedi Diagramma 1). Da questi dati risulta che nelle campagne la mortalità era più bassa (inferiore a 1 per mille) rispetto ai centri urbani. Nell’epidemia del 1871-72 a Londra la mortalità era stata di poco superiore al 2 per mille della popolazione totale. Il tifo faceva un numero  di morti di poco superiore a quello del vaiolo, mentre l’insieme di tutte le malattie infettive (scarlattina, difterite, morbillo, tifo e febbri tifoidee, pertosse, tubercolosi, sifilide) mieteva un numero di vittime fino a sei volte superiore rispetto al vaiolo. Non ostante ciò il vaiolo incuteva una grande paura anche perché lasciava esiti deturpanti permanenti nei soggetti che sopravvivevano al contagio.

Nella Francia del Settecento la situazione era analoga a quella testé descritta per l’Inghilterra. Per agganciarci all’oggi, ricordiamo che in Italia la mortalità del COVID-19 ha superato il 2 per mille a Bergamo durante la prima ondata e, mentre scrivo, è dell’1.4 per mille a livello nazionale.

Come oggi, anche allora il vaccino si poneva come l’unico argine percorribile per arrestare il dilagare della malattia. Inutile dire che, quanto a sicurezza, il vaccino di allora era una cosa ben diversa dai vaccini odierni. Non si chiamava neppure vaccino ma inoculo, e consisteva in una piccolissima somministrazione per via transcutanea di pus ricavato da pustole attive. In Europa, le prime notizie sull’inoculo erano arrivate attraverso una viaggiatrice e letterata, Lady Mary Montagu, che nel maggio del 1717 dalla Turchia scriveva a un’amica nei seguenti termini:   

Il vaiolo, che tra noi è così diffuso e fatale, è qui assolutamente innocuo grazie all’azione dellinnesto, che è il termine che usano qui. C’è un gruppo di vecchie che per mestiere compiono l’operazione … Viene la vecchia con un guscio di noce pieno di materia del miglior tipo di vaiolo … e mette nella vena tanto veleno quanto ce ne sta sulla punta di un ago (non dà più dolore di un graffio) e poi benda la piccola piaga con un pezzettino cavo di conchiglia … Migliaia di persone si sottopongono a questa operazione ogni anno … e non vi è esempio di alcuno che ne sia morto.

Tornata a Londra, Lady Montagu fece praticare l’innesto su se stessa e sul figlio. Il fatto suscitò scalpore, divenne un fatto di politica nazionale e diede il via a un vivace dibattito che aprirà la strada alla pratica della vaccinazione su ampia scala. La pratica dell’innesto procurava un non ingiustificato timore che controbilanciava la paura della malattia. I decisori politici si trovarono dunque a dover affrontare il problema – scientifico e politico insieme – se procedere o meno a campagne vaccinali su larga scala.

Lady Mary Wortley Montagu (1689-1762)

Praticare l’innesto su vasta scala poneva questioni rilevanti. I non favorevoli argomentavano che l’inoculazione del vaiolo artificiale poteva provocare una malattia mortale in chi la riceveva e che la procedura poteva contribuire a propagare la malattia poiché, per un certo tempo, gli inoculati diventavano portatori e potenziali diffusori del morbo. Tenendo in considerazioni le caratteristiche costitutive dell’inoculo, queste argomentazioni avevano la loro ragion d’essere. Il set di domande cui la politica doveva rispondere era: 1) è opportuno praticare l’innesto per ridurre il rischio di morire a causa del vaiolo? 2) Come confrontare il rischio immediato di morire a causa dell’innesto con quello più diluito nel tempo di morire a causa del vaiolo? 3) Qual è l’eventuale beneficio dell’innesto in termini di aspettativa di vita? Occorreva un’attenta valutazione razionale dei rischi contrapposti.

In quel momento Parigi era la culla dell’illuminismo. Le menti più illuminate del tempo – d’Alembert, Condorcet, Bernoulli – si misero d’impegno. Fu Bernoulli con un proprio modello di analisi epidemiologica a trarre le conclusioni. Esaminò i dati statistici francesi a sua disposizione. A questi aggiunse quelli provenienti da studi inglesi e americani che riportavano infezioni mortali variabili tra 1/90 e 1/60 dei soggetti sottoposti a innesto. Il modello matematico di Bernoulli teneva conto del fatto che: 1) le infezioni mortali dovute all’innesto avvenivano nell’ordine uno ogni cento vaccinati; 2) il vaiolo uccideva 1/7-1/8 delle persone contagiate; 3) nell’arco di una generazione il vaiolo uccideva circa 1/14 dell’intera popolazione. Il modello teneva distinta la mortalità dovuta al vaiolo da quella dovuta a tutte le altre cause e computava (per le diverse classi di età) il rischio annuale individuale di essere contagiati dal vaiolo e di morirne una volta contagiati. Secondo Bernoulli, i risultati del suo modello di analisi consentivano: a) di decidere se adottare o meno la procedura dell’inoculo; b) di stabilire il costo, in termini di vittime, per liberare l’umanità dal vaiolo e giudicare (a livello politico e sociale) se questo prezzo poteva o non doveva essere pagato.

Egli concluse che la vaccinazione doveva essere effettuata su tutta la popolazione stimando che, se almeno il 71-92% della popolazione fosse stata vaccinata, l’incidenza del vaiolo in Francia si sarebbe progressivamente ridotta fino a scomparire. Due secoli dopo, la sua previsione si sarebbe realizzata usando esattamente la stessa copertura vaccinale da lui calcolata. Quanto al metodo decisionale egli affermava: Spero ardentemente che in una questione così seria e che ha a che vedere così strettamente con il benessere della specie umana, nessuna decisione venga assunta senza prima prendere in considerazione tutte le informazioni che possono essere fornite anche da un semplice metodo di analisi e di calcolo”. Pur nella considerazione del fatto che il metodo usato da Bernoulli molto semplice non era, questa affermazione esprime un’altissima fiducia nella scienza (se ben condotta) e nelle sue capacità predittive.

Egli concluse raccomandando caldamente la vaccinazione, sostenendo anche un concetto fortemente innovativo: quello della cosiddetta vita civile risparmiata”, vale a dire la quantità di giovani vite che sarebbero diventate forze utili per la società, computandone per la Francia circa 25.000 all’anno.   

Frontespizio originale dell'articolo di Bernoulli

In Inghilterra, Alfred Wallace guardò allo stesso problema con spirito altrettanto scientifico, ma diverso nella conduzione, nei presupposti, nelle conclusioni. Sulla sua statura scientifica non si discute. Fu uno dei più grandi naturalisti del suo tempo, un acuto osservatore attento ai dettagli, un abile costruttore di teorie. Fu anche un amante della verità. E fu proprio il suo amore fin eccessivo per la verità a renderlo sospettoso, sviandolo su un terreno infido. Ma fu soprattutto la sua visione olistica di un mondo armonico e auto-organizzato e regolato dalla selezione naturale a condurre il suo ragionamento sul vaiolo e sul vaccino nella direzione opposta a quella di Bernoulli.

Alla pagina 329 della sua autobiografia (My Life: a record of events and opinionsegli scrive:

Sono stato educato a credere che la vaccinazione fosse una procedura scientifica e che Jenner fosse uno dei grandi benefattori dell'umanità. Da bambino fui vaccinato. Mi vaccinai prima di recarmi in Amazonia. Ho debitamente vaccinato i miei figli e non ho mai avuto il minimo dubbio sul valore di tale procedura. Questo fin verso il 1875-80 quando venni a sapere per la prima volta dell’esistenza degli antivaccinisti. Lessi qualche articolo sul tema da cui, però, non fui particolarmente impressionato, benché non potessi credere che eminenti personaggi potessero sbagliarsi su una questione tanto importante. Di lì a poco incontrai William Tebb che mi portò alcuni particolari dati statistici sull’argomento … Fu lì che vidi per la prima volta che la stessa vaccinazione poteva provocare forme gravi della malattia e che lo stesso Herbert Spencer aveva sottolineato come la legge che aveva reso obbligatoria la vaccinazione aveva portato a un aumento della diffusione della malattia. Iniziai quindi io stesso a studiare i report del Registro generale, studiando dati e disegnando curve. Con ciò mi resi conto che la malattia e la vaccinazione seguivano un corso parallelo, tanto da portarmi a confutare del tutto l’effetto protettivo della vaccinazione.

Dopo avere dunque analizzato in modo scientifico il problema, da sostenitore del vaccino qual era, Wallace era andato maturando un’opinione critica. Com’era stato possibile? Cosa gli aveva fatto cambiare idea?

Il diagramma che segue riporta i dati e le curve registrati dallo stesso Wallace e che egli produsse in una pubblicazione (Forty-five years of registration statistics, proving vaccination to be both useless and dangerous) che chiedeva ai parlamentari inglesi di rivedere quantomeno gli atti sanzionatori contro chi contravveniva all’obbligo vaccinale, se non addirittura l’obbligo stesso.

Diagramma 2. La linea più bassa rappresenta la mortalità per il vaiolo; quella punteggiata la quantità di vaccini somministrati; la linea superiore la mortalità dovuta all’insieme delle malattie trasmissibili. L’obbligatorietà della vaccinazione (alla base del diagramma) parte dal 1854

Dalla puntigliosa analisi dei dati raccolti Wallace perviene alla conclusione che: 1) la vaccinazione non riduce la mortalità del vaiolo; 2) l’inoculo è veicolo inconsapevole di altre malattie trasmissibili (varicella, morbillo, sifilide, ecc.) che possono provocare fino a 10.000 morti all’anno; 3) le statistiche ufficiali degli ospedali che attribuiscono la morte per vaiolo esclusivamente ai non vaccinati sono poco affidabili. La sua petizione ai parlamentari si conclude con queste parole: «La legislazione, che coinvolge la nostra salute, la nostra libertà e la nostra stessa vita, è una questione troppo seria per poter dipendere dalle dichiarazioni errate dei funzionari interessati o dai dogmi di una cricca professionale». Cosa giustifica la durezza di queste parole?

L’osservazione dello sviluppo temporale della malattia, dei conseguenti interventi di salute pubblica, e delle statistiche epidemiologiche condotte dall’esercito e dalla marina, lo avevano portato alle seguenti considerazioni: 1) le esacerbazioni epidemiche più gravi erano avvenute dopo l’imposizione dell’obbligo vaccinale – il che, nel suo ragionamento, significavain conseguenza dell’obbligo; 2) nel periodo 1854-85 le vittime dovute alle altre malattie infettive erano diminuite di più rispetto a quelle provocate dal vaiolo. A suo modo di vedere, questo indicava che anche la riduzione nell’incidenza del vaiolo poteva essere ascritta alle migliorate condizioni igieniche, intervenute soprattutto dei grandi centri urbani; 3) la tecnica dell’inoculo poteva essere essa stetta veicolo di altre malattie trasmissibili mortali (nel caso della sifilide erano stati segnalati 478 casi post-inoculo), e questo in una campagna vaccinale di massa era un rischio troppo elevato; 4) nella grande epidemia del 1870-71, l’aumento delle vaccinazioni non sembrava aver ridotto consistentemente il numero dei decessi; 5) le statistiche ospedaliere riguardanti i decessi, essendo raccolte da personale a favore del vaccino, avrebbero potuto sovrastimare i decessi dei non vaccinati, sottostimando di riflesso quelli dei vaccinati.

In tutte queste considerazioni – interessanti nel merito e tratte da osservazioni molto attente – appare costantemente il rischio di confondere le cause con gli effetti. Quando si denuncia l’aumento dei casi di vaiolo in concomitanza dell’aumento delle vaccinazioni, non si considera il fatto che l’incremento delle vaccinazioni era stato verosimilmente dovuto al susseguirsi di ondate di vaiolo particolarmente virulente. Quando si afferma che nella grande epidemia del 1871 l’aumento delle vaccinazioni non era stato seguito da un corrispondente calo delle morti, non si considera che senza il vaccino si sarebbero quasi certamente registrate molte più morti a causa del vaiolo. Quanto alle statistiche ospedaliere, qualche qualche errore ci può anche essere stato perché, come afferm lo stesso Wallace, nello stadio terminale di una malattia che ricopre completamente il corpo di pustole è impossibile determinare, dalla presenza o meno della pustola vaccinale, se la persona fosse stata vaccinata oppure no”.

Gli argomenti sollevati da Wallace erano tutti legittimi e sostenuti da elementi documentali. L’interpretazione di quei nudi fatti”, tuttavia, veniva fortemente sbilanciata dalla prospettiva con cui egli osservava criticamente quei particolari fatti sullo sfondo di un mondo che riteneva ordinato e armonicamente organizzato. A differenza di Darwin che, nell’ultima riga dell’Origine delle Specie, osserva ammirato un mondo fatto di forme splendide e meravigliose ma non si appella mai a un ordine precostituito o a un grande disegno, Wallace non poteva fare a meno di un’idea di ordine, quantomeno organizzativo, che desse un senso al mondo. Questo modo di vedere implica necessariamente che anche il rapporto tra uomo e vaiolo rientrasse in questo ordine, un ordine nel quale la selezione naturale giocava un ruolo importante, facendo sì che gli uomini sani potessero sopravvivere al vaiolo indipendentemente da qualunque intervento artificiale, vaccino compreso. Anzi, maldestri interventi umani avrebbero potuto turbare gli equilibri naturali provocando solo danni.

A differenza di Bernoulli – che era un matematico pieno di fiducia nella possibilità di leggere in maniera univoca le problematiche di causa ed effetto (limitandosi però a considerarli oggetti all’interno di sistemi isolati) –  Wallace era rimasto un vero filosofo della natura, per il quale la verità (da cercare con la ragione ma anche con l’ispirazione) dovrebbe aspirare a dare risposte a un tutto articolato, dove tutto è in rapporto con tutto. Per lui, certe verità – quelle che correlano per esempio una causa con un effetto – sono “piccole verità” e come tali “sospette”. Sospette di faciloneria o, che è peggio, di manipolazione al servizio di interessi particolari. Per Wallace, lo scienziato deve cercare la verità (quelle più grandi, anche se scomode) più in profondità rispetto ai particolari visibili in superficie. Questa visione filosofica della ricerca della verità lo rende fortemente sospettoso nei confronti di verità che possono apparire preconfezionate, ed è questo che egli sospetta nelle verità ufficiali sull’innesto contro il vaiolo.   

É interessante vedere come Bernoulli e Wallace sottolineino entrambi con grande vigore il ruolo fondamentale dell’analisi scientifica a sostegno delle decisioni politiche. Non meno interessante vedere come essi, elaborando in modo scientifico fatti estremamente simili tra loro siano addivenuti poi a interpretazioni e conclusioni assai lontane tra loro. Seguendo con fiducia un rigoroso processo di analisi senza farsi distrarre da elementi accessori al tema principale, il primo fu specchio del suo stesso entusiasmo, dichiarando il suo fermo e deciso sostegno al vaccino. Il secondo, elaborando con rigore scientifico un’enorme mole di dati statistici ed epidemiologici, trovò riscontri degni di approfondimento ma non resistette alla tentazione di inglobarli in una sua particolare teoria della conoscenza. Nella sua sintesi, i difetti della campagna vaccinale finirono col prevalere sui pregi altrettanto evidenti e finì, sbagliando, col buttare il bambino assieme all’acqua sporca.  


Fonti

Bernoulli D. Essai d’une nouvelle analyse de la mortalité causée par la petite vérole et des avantages de l’inoculation pour le prévenir (1760). Histoire et Mémoires de l’Académie des Sciences. 1766, parte 2: 1-79.

Blower S, Bernoulli D. An attempt at a new analysisof the mortality caused by smallpox and of the advantages of inoculation toprevent it.  Rev Med Virol. Sep-Oct 2004;14(5):275-288. 

Darwin CR. The origin of species by means of natural selection, or the preservation of favoured races in the struggle for life. 6th ed. John Murray, London 1876.

Montagu MW. Tra le donne turche. Lettere 1716-1718. Rosellina Archinto editore, Milano 1993.

Wallace AR. Vaccination a delusion: its penal enforcement a crime, proved by the official evidence in the reports of the Royal Commission. Swan Sonnenschein & Co, London 1898.    

Wallace AR. Forty-five years of registration statistics, proving vaccination to be both useless and dangerous. To members of Parliament and others. E.W. Allen, London 1889.  

Wallace AR. My life: A record of events and opinions. New edition, condensed and revised. London: Chapman & Hall, 1908.