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venerdì 14 maggio 2021

IL COVID E IL DISAGIO DEI SENSI

David Grossman è un autore che mette al centro della propria narrativa il complicato mondo delle emozioni e delle relazioni umane. 

E non è certo un caso che alcuni titoli dei suoi romanzi richiamino direttamente il corpo, le sue azioni, le sue sensazioni: “L’abbraccio”; “Rughe”; “L’uomo che corre”; “Che tu sia per me il coltello”; “Qualcuno con cui correre”; “Con gli occhi del nemico”; “Ci sono bambini a zig zag”; “Rughe. Storia di un nonno”; “Col corpo capisco”. In quest’ultimo romanzo, una frase recita: «L’intero corpo talvolta può dolere per la nostalgia di un abbraccio che non c’è più».

Non è nemmeno un caso che nei linguaggi della danza e del teatro il corpo sia al centro dell’azione e dell'espressione comunicativa.  

Foto da una recita del Teatro Patologico, Roma (foto di Riccardo Roberti)

Il corpo, dunque, come fulcro di interazione col mondo. Lo scoppio della pandemia ha sconvolto la relazione reciproca tra corpo e mondo. Ha relegato i corpi all’inatteso ruolo di veicolo del contagio e ha imposto loro una significativa separazione dagli altri corpi, provocando una sorta di mutilazione della loro funzione cognitiva e comunicativa. In conseguenza di ciò, com’è cambiato il nostro modo di conoscere, comunicare, accogliere il mondo dentro di noi e porre noi stessi all’interno del mondo? Cos’è cambiato nell’ineffabile rapporto tra corpo e anima (come dicevano i filosofi antichi) o tra corpo e mente, come diciamo noi, confondendo un poco ciò che appartiene alla ragione e ciò che appartiene allo spirito?

Platone, che poco si curava dei problemi della vita quotidiana degli uomini ma aspirava al più alto e spirituale mondo delle idee, nel Fedone definisce il corpo come una disgrazia, una prigione che impedisce all’anima di accedere alla conoscenza pura: «fino a quando abbiamo il corpo, e la nostra anima è mescolata con un siffatto malanno, noi non riusciremo mai a raggiungere ciò che desideriamo».   

Confrontato a Platone, su questo tema Aristotele sembra quasi un illuminista quando, superando addirittura d’un balzo quello che sarà il dualismo cartesiano tra corpo e realtà psichica (anima e ragione), afferma  che quest'ultima è un «atto del corpo», vale a dire che anima e corpo sono un’unica indissolubile articolazione di materia e di forma (Sull'anima).[1]

Oggi ci sentiamo più vicini ad Aristotele che non a Platone e ben supportati dalle solide conoscenze della fisiologia, prendiamo per buono il fatto che il mondo entri in noi attraverso gli organi di senso. Alla scuola elementare insegnano che l’uomo possiede cinque sensi: vista, gusto, tatto, udito, olfatto. Qualcuno osa di più, aggiungendone altri. Tra questi, la percezione termica è un senso importante quando ci si rapporta fisicamente col mondo, mentre il cosiddetto senso del tempo è fondamentale per stabilire una relazione dinamica tra noi e il mondo. Questo entra dunque dentro di noi attraverso gli organi di senso e, una volta incarnato nella memoria e tradotto in modelli e relazioni, diventa esperienza e conoscenza, disseminando nella mente i punti di riferimento necessari a definire la forma, la sostanza e le relazioni attraverso cui identifichiamo noi stessi e gli altri. Durante la pandemia il mondo dei sensi, in particolare quelli tattili, termici e il senso del tempo, sono entrati in crisi a causa soprattutto del distanziamento e dell'isolamento. 

Una nozione scientifica relativamente recente che ha a che fare con la relazione tra le persone è quella dei cosiddetti neuroni specchio, scoperti nel 1995 da un gruppo di ricercatori dell'Università di Parma (Giuseppe Di Pellegrino, Luciano Fadiga, Leonardo Fogassi, Vittorio Gallese) coordinato da Giacomo Rizzolatti. Molto si è discusso e si discute ancora sulla funzione di questi neuroni e sul loro ruolo nello sviluppo di peculiarità umane. Un fatto assodato è che tali neuroni si attivano osservando gli altri compiere dei gesti. Tale attivazione consente di incorporare il gesto altrui nei circuiti neuronali di chi ha solo osservato quel gesto. Incorporare dentro di sé i gesti altrui è un po’ come mettersi nei panni altrui e questo è un meccanismo che prelude all’empatia, vale a dire condividere con l’altro il sentire, anche i sentimenti più profondi.

neuroni specchio à empatia

L’empatia dunque è un costrutto che richiede un’interazione quanto più prossima con l’altro. Il distanziamento sociale, le mascherine che coprono il viso, l’interazione esclusivamente telematica, sono tutte condizioni che limitano l’azione dei neuroni specchio, rendendo più problematica la relazione empatica. Per fortuna, la specie umana ha coscienza del proprio apprendimento culturale. Questo fa sì che l’azione del neurone specchio possa essere vicariata dall'idea di ciò che crediamo l’altro senta in una determinata condizione, salvando in tal modo una buona parte delle nostre relazioni empatiche.

Le misure di contenimento della circolazione del virus (il distanziamento fisico e la mascherina), ci limitano il contatto visivo e ci privano di quello fisico, per esempio un abbraccio, con le persone. La conseguenza di questo contatto dimezzato è che non percepiamo più – attraverso i sensi – il calore, l’odore, la consistenza fisica, le rughe attorno alla bocca e così via delle persone con le quali entriamo in relazione. Ci vengono a mancare stimoli fisici di varia natura che costituivano, fino a ieri, l’essenza e l’identità delle persone con le quali entravamo in relazione. Questa alterazione sensoriale genera confusione e comporta ulteriore distacco, anche sul piano mentale. Sorprendentemente però, appartenendo a una specie relativamente sociale, di fronte di questa situazione inconsueta ci viene spontaneo cercare un nuovo adattamento. Entrando in questa relazione dimezzata con le persone, ci troviamo così, a poco a poco, a registrare e a incarnare dettagli che in precedenza andavano persi. Notiamo maggiormente la postura, registriamo note della voce che in precedenza non avevamo notato e, in luogo della mimica delle labbra, registriamo ora la mimica degli occhi. Insomma, deprivati di alcune sensazioni fondamentali, andiamo alla scoperta di altre che prendono il posto di quelle perdute. Perdiamo alcuni punti di riferimento ma scopriamo nuovi segnali.   

Il distanziamento dalle cose e dalle persone imposto dalla pandemia, il prendere le distanze dai corpi degli altri ma anche dalle nostre stesse mani (potenziale vicolo di infezione), la riduzione della perlustrazione fisica del mondo, la reclusione del corpo e dei suoi sensi in bolle autonome e individuali, tutto ciò provoca una deprivazione sensoriale che a lungo andare provoca disadattamenti, per quanto ci sforziamo di trovare adattamenti alternativi.

C’è un altro elemento, un’altra causa molto importante di disadattamento di cui però poco si parla. Se da una parte lo spazio attorno a noi si restringe (non si viaggia, si lavora e si studia tra le pareti di casa, si passeggia o si pratica sport “nelle immediate vicinanze di casa”), il tempo al contrario si dilata. A volte si ha la sensazione di essere bloccati in una bolla di presente, di non riuscire a strutturare la dimensione futura del tempo e di non riuscire a pianificare le nostre azioni in quella dimensione. Questa condizione rischia di “uccidere” la dimensione del desiderio, perché questo trova i suoi punti esistenziali di riferimento proprio nella dimensione del futuro, nella pianificazione simil-onirica di azioni e avvenimenti che si dovranno svolgere in quella dimensione che va a poco a poco atrofizzandosi nella mente, come se tra il presente e il futuro si fosse frapposta una cortina di fumo, o un colpo di vento avesse spazzato via le lancette degli orologi.

Immagine dal film “Il posto delle fragole” (Ingmar Bergman, 1958)

Le neuroscienze una certa idea di come il cervello elabori la dimensione spaziale ce l’hanno. Ma di come la mente elabori la dimensione temporale e quali siano le dinamiche attraverso cui si genera il cosiddetto “tempo soggettivo”, vale a dire quella fisarmonica che allunga o restringe la coscienza del trascorre del tempo in relazione alla sfera emotiva, di tutto questo le neuroscienze ci dicono ancora troppo poco. Ci dicono, per esempio, che il senso del tempo viene elaborato dal sistema limbico assieme alle reazioni emotive, ai meccanismi della motivazione e della gratificazione. Molto più di così, su come si generi il senso del tempo, le scienze ahimè non sanno dire.

La struttura paleoencefalica chiamata sistema limbico è costituita da più elementi, qui evidenziati con colori vivaci

Se le scienze, quelle dure, non se la sentono proprio di porre ipotesi sull’argomento, la psicologia e la filosofia lo fanno. Eccome se lo fanno! E allora, molto di ciò che sappiamo o crediamo di intuire sull’argomento deriva ancora dalla psicologia (scienza “molle” che da decenni ha adottato con rigore il metodo scientifico) e da approcci filosofici che, da William James a Husserl e a Heidegger, da Merleau-Ponty a Bergson e a Ortega y Gasset, hanno sempre intessuto con la psicologia grandi storie d’amore.



[1] Su questi temi vedi anche Sara Drioli: Essere corpo. Fra la filosofia fenomenologica e la pratica clinica (LINK) 

mercoledì 10 marzo 2021

SCIENZA E LIBERTÁ – UN BINOMIO BIFRONTE

Così  scriveva  Telmo  Pievani  qualche  anno  fa  (2016) sul tema della libertà e della scienza:

La scienza permea le nostre vite, ma la razionalità critica e la libertà di pensiero che sono al cuore della ricerca scientifica hanno ancora molti nemici. La scienza è cultura e come tale […] dialoga proficuamente con tutte le altre forme del sapere. Non c’è sfida globale del XXI secolo […] che non trovi nella ricerca scientifica e tecnologica una possibile speranza di future soluzioni, inedite e creative. Le grandi domande filosofiche di sempre – chi siamo, da dove veniamo, come pensiamo, in quale relazione siamo con il mondo – non possono essere oggi affrontate senza conoscere gli avanzamenti più recenti della ricerca scientifica (Scienza e libertà. Presentazione de "La mela di Newton", marzo 2016). 

La libertà è figlia primogenita della scienza (Thomas Jefferson, 1795)

Sempre qualche tempo fa (2017), Chiara Lalli scriveva:

La libertà scientifica è strettamente legata alla responsabilità, cioè al dovere di condurre ricerche in modo responsabile … Coniugare la libertà scientifica alla responsabilità aiuta a rimuovere il pregiudizio secondo il quale la libertà significherebbe non avere limiti (Il diritto alla scienza e il legame con la democrazia).

Da quando la scienza è nata innestando le proprie radici nel cosiddetto metodo scientifico, il tema della libertà di ricerca e delle sue applicazioni pratiche riempie intere biblioteche e gli sviluppi del dibattito si diffondono negli ambiti più disparati, da quello delle scienze teoriche, a quello della filosofia teoretica e della filosofia morale, da quello della sociologia, a quello dell’educazione, dell’antropologia, dell’economia, della giurisprudenza, della politica e via dicendo. La stessa Costituzione italiana accenna al tema, affermando un po’ vagamente che la scienza, così come l’arte, è libera (Art. 33, comma 1), ma sulla questione libera di fare che cosa, la Costituzione non si pronuncia.


Colpisce particolarmente il fatto che all'intensità della discussione sulla libertà della scienza non corrisponda un dibattito altrettanto articolato su “se” e “in che modo” la scienza sia in grado di offrire opportunità di crescita alla libertà, in termini pratici e filosofici.

Da quando la Rivoluzione Francese (1789) ha proclamato il motto “liberté, égalité, fraternité”, la libertà (assai più dell’uguaglianza e della fraternità) è diventato un principio fondante delle società occidentali.

Ma che cos’è questa libertà cui tutti si richiamano per giustificare le proprie azioni e perfino i propri desideri? Una vaga definizione afferma che essa “sia la condizione per cui un individuo può decidere di pensare, esprimersi e agire senza costrizioni”. E qui viene il bello, perché bisogna capire che relazione c’è tra “costrizione” e “limite” e chi sia titolato a decidere che cosa sia l’una e che cosa sia l’altro. Per sua natura la costrizione è imposta dall’esterno, mentre il limite può essere imposto dall’esterno ma può anche essere definito da chi, in un modo o nell’altro, fa uso delle sue libertà.  

Michail Bakunin (1814-1876)

Tra i più noti teorici della libertà vi è un certo Michail Bakunin. Egli viene preso a maestro da molti (e da altri considerato nemico) quando invoca “la rivolta contro ogni autorità divina e umana, collettiva e individuale”. Tuttavia, come teorico dell’Anarchia, egli stesso pone il limite della libertà individuale nella libertà di tutti gli altri esseri umani: “Io non sono veramente libero che quando tutti gli esseri viventi che mi circondano, uomini e donne, sono ugualmente liberi […] Io non divento libero veramente che per mezzo della libertà degli altri, di modo che più numerosi sono gli uomini liberi che mi circondano e più profonda e più ampia diventa la mia libertà” (Dio e lo Stato, 1882 postumo).

Un altro grande teorico dell’anarchismo, Pierre-Joseph Proudhon afferma senza mezzi termini: “L'anarchia è una forma di governo o di costituzione nella quale la coscienza pubblica e privata, formata dallo sviluppo della scienza e del diritto, basta da sola a mantenere l'ordine e a garantire tutte le libertà”.

Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865)

Questo passo di Proudhon è altamente significativo perché, al di là della vaghezza di come fare a definire concretamente i limiti autoimposti delle libertà individuali, egli riconosce il fatto che la coscienza del limite deve emergere più o meno spontaneamente “dallo sviluppo della scienza e del diritto”, essendo scienza e diritto imprese collettive in cui si esercitano però solo alcune delle menti che fanno parte del corpo sociale, quasi ad ammettere implicitamente (e con qualche contraddizione interna) che la coscienza pubblica trova nutrimento su elementi forgiati da una oligarchia di pensiero.

C’è poi chi, più direttamente e più concretamente, ricerca la coscienza del limite nel concetto di responsabilità.    

La libertà appare dunque non solo come condizione desiderabile, ma anche come fardello sulle spalle dell'uomo che deve farsene carico.

 «L’uomo è condannato ad essere libero», afferma Jean-Paul Sartre (1905-1980). Nell’esercizio della propria libertà l’uomo sente tutto il peso delle proprie responsabilità, nei confronti di se stesso e degli altri. Il peso di dover sempre giustificare il proprio modo di agire senza il conforto di limiti imposti dall’esterno è per l’uomo una forma di condanna. Ma è proprio lì, nei limiti imposti dalla propria responsabilità, che si forgia il senso e la grandezza della sua libertà. In un articolo apparso in rete pochi giorni fa, della inseparabilità tra responsabilità e libertà parla con estrema chiarezza Emanuela Trotta (Il paradosso della libertà). Richiamandosi a Sartre, l’autrice guarda all’attualità della situazione odierna, dove la pandemia ha ristretto nei fatti alcune libertà individuali, nel contempo accrescendo a dismisura il desiderio di libertà. Un esasperato desiderio di libertà fa sì che la legittima aspirazione alla libertà subisca una deriva verso un libero arbitrio che, svincolato da limiti autoimposti, vanifica la libertà di scelta consapevole privando di senso il concetto stesso di libertà, e mettendo a rischio la convivenza civile. Afferma l’autrice: “La libertà è la base per il riconoscimento della dignità e delle capacità della persona, ma potrebbe sconfinare nell’egoismo e nella prevaricazione. Ecco allora, la necessità di esaltare l’altra componente umana, altrettanto decisiva, la responsabilità, che nasce dalla coscienza ed è pronta a imporsi autonomamente limiti e obblighi perché la presenza della persona nella società non sia devastatrice, ma costruttrice. Se la libertà è il territorio in cui ci muoviamo, la responsabilità è il perimetro e il confine del nostro territorio. La responsabilità è la consapevolezza del nostro limite […] Per il soggetto che si ritiene autonomo, pieno di sé, la responsabilità è secondaria. Occorre rovesciare il rapporto tra libertà e responsabilità, che non sono in opposizione, anzi, c’è libertà solo quando prima c’è responsabilità”.

Richiamandosi a un testo di Hannah Arendt del 1961 (Tra passato e futuro), l’autrice dichiara che in un mondo alle prese con un problema epidemiologico di cui non si intravede la fine e dove alcune libertà vengono compresse, “è indispensabile un ripensamento collettivo dei rapporti umani, dell’economia di mercato, del ruolo della politica, del senso di responsabilità personale”.

E torniamo dunque al tema poco discusso sul “se” e “in che modo” la scienza può garantire opportunità di crescita alla libertà.

I meccanismi attraverso cui ciò si può realizzare sono due: attraverso il metodo e attraverso i risultati. Tempo fa, al cosiddetto metodo scientifico ho dedicato tre post a cui rimando chi fosse interessato (Il Metodo Scientifico: prima parte; seconda parte; terza parte).

In estrema sintesi, al metodo scientifico appartengono vari criteri, comportamenti e atteggiamenti mentali di cui i più significativi sono: il lavoro di squadra; la condivisione, la dimostrabilità, la misurabilità, la riproducibilità di procedure e risultati; uno scetticismo di base che si estende anche alle proprie asserzioni; la tensione al miglioramento continuo, avendo la consapevolezza che ogni punto di arrivo è un nuovo punto di partenza per migliorare il già fatto o per andare ancora più avanti nel processo della conoscenza; l’esclusione dalle proprie prospettive di “verità” indimostrabili o indiscutibili; saper condurre i ragionamenti dal particolare all’universale (induzione) e dall’universale al particolare (deduzione); non demonizzare l’errore ma saperne trarre ammaestramento; saper disegnare esperimenti mentali per poterne trarre utili orientamenti; non accontentarsi delle correlazioni (che possono essere spurie) ma pretendere relazioni causali dimostrabili; non accontentarsi dell’autorità dei maestri ma cercare di salire sulle loro spalle per guardare più lontano (o più in profondità).

Metodo scientifico

Applicare questi criteri in ogni tipo di processo conoscitivo e in ogni occasione della vita è decisivo per riconoscere il falso travestito da vero (o per distinguere la nonna di Cappuccetto Rosso dal Lupo travestito da nonna). Saper distinguere l’uno dall’altro amplia le facoltà di scelta e riduce le possibilità di imboccare strade sbagliate. In ultima analisi, i limiti che detti criteri impongono alle infinite possibilità di ragionamento fanno sì che i gradi di libertà a nostra disposizione per effettuare ogni tipo di scelta aumentino.  

Quanto ai risultati, citando Pievani s'è detto che “La scienza permea le nostre vite”. Che cosa implica questa affermazione? Implica il fatto che rispetto a pochi decenni or sono la medicina ha migliorato la qualità della vita delle persone e ne ha prolungato notevolmente la durata media. Di per sé, ciò ha accresciuto, e di molto, quello che le persone possono decidere di fare nel corso della vita. La fisica e la meccanica hanno consentito a una enorme quantità di persone di viaggiare per il mondo a costi accessibili a molti. Di per sé questo amplia il repertorio delle possibilità di scelta delle persone e in ultima analisi ne accresce la libertà. La rete di Internet mette a disposizione in tempo reale ogni genere di informazione. Gran parte della conoscenza e della letteratura mondiale è liberamente accessibile sul proprio smartphone o con pochi click del mouse. Per chi ne sappia fare buon uso, la disponibilità della conoscenza accresce la capacità di giudizio e, di riflesso, le facoltà di scelta. Tutto ciò rendere più liberi di quanto non lo si sarebbe se tali frutti della ricerca scientifica e tecnologica non fossero stati resi disponibili. In vari modi la scienza ci offre crescenti possibilità di scelta consapevole. Per essere tali (e non il frutto di un libero arbitrio lasciato a se stesso), le scelte implicano consapevolezza e responsabilità. Senza di queste, le scelte non sono scelte e la libertà non è libertà.  

Libertà e responsabilità volano insieme









mercoledì 13 gennaio 2021

DONNE SULL'ORLO DELL'OBLIO - L'ESERCITO INVISIBILE DELLA NASA

La storia di Kataleen Land e di tante altre come lei è quella di una goccia nel mare che rischia di essere risucchiata nell’oblio. La scienza non è fatta solo di giganti, soprattutto di giganti maschi. A sostenerla c’è tutta un’impalcatura di lavoro, dedizione, e sapienza spesso invisibile. Molte donne appartengono a questa impalcatura. Qui se ne ricordano due, con tutta la loro invisibile squadra.

Donne sull'orlo dell'oblio

“Mrs. Land faceva la calcolatrice al Langley”,[1] buttò lì mio padre svoltando a destra all’uscita dal posteggio della nostra chiesa, la First Baptist Church di Hampton, Virginia …  Trascorremmo parecchie ore in compagnia della formidabile Mrs. Land, che a catechismo era sempre stata una delle mie insegnanti preferite. Kataleen Land, matematica della NASA in pensione, viveva ancora da sola a novant’anni suonati, e non si perdeva mai una funzione domenicale.

Questa citazione è tratta da un saggio di Margot Lee Shetterly: Il diritto di contare (HarperCollins editore), opera da cui è stata anche tratta una pellicola di successo.  

Un gruppo di “calcolatrici” della NASA impiegate al Langley Center (1953)

A che cosa si deve tanto interesse per questa pressoché sconosciuta Mrs. Land (e per le sue colleghe "calcolatrici"), tanto da dedicare loro una accorata biografia? Semplice! Pur essendo un'esperta in matematica e fisica in forza alla NASA, Kataleen Land aveva due grossi e fin troppo evidenti difetti: era donna ed era  nera. A causa di questi "difetti di fabbricazione" fu costretta ad essere anche una combattente. Dovette sfidare il razzismo, il sessismo e il segregazionismo che in quegli anni impediva ai neri di frequentare le stesse scuole, le stesse biblioteche, gli stessi bagni e gli stessi ambienti di lavoro frequentati dai bianchi. Non ostante ciò, alla fine furono costretti a sopportare la sua presenza nelle stanze dei bottoni della NASA e il suo contributo risultò determinante per il buon esito del Programma Mercury e delle missioni Apollo 11 e Apollo 13. [2] Fu lei infatti a realizzare le formule che gestirono le orbite e le finestre di lancio e di rientro delle navicelle spaziali di tali missioni. Fu lei che, nell’emergenza provocata da un difetto dello scudo termico, riuscì a rielaborare in tempo utile l’orbita di discesa della missione Mercury, riportando a casa sano e salvo John Glenn, il primo astronauta americano ad orbitare attorno alla terra.

Glenn rientra sano e salvo dopo tre orbite (20 febbraio 1962)

Per quanto riguarda il colore della pelle - fatta eccezione per il personale addetto alle pulizie (quasi esclusivamente nero) - in quegli anni il 98% del personale di livello superiore (tecnici, ingegneri e analisti come Kateleen Land) era costituito da bianchi. Quanto alla questione di genere, quelli erano anni in cui nemmeno le analiste bianche godevano del pubblico riconoscimento per il loro lavoro: venivano pagate meno degli uomini e non venivano mai menzionate negli atti ufficiali. Quando c’era da assegnare qualche riconoscimento o un avanzamento di carriera, a beneficiarne erano soprattutto gli uomini, quasi mai le donne. Quand’anche eccellente, il loro contributo intellettuale rimaneva misconosciuto a livello ufficiale, nascosto tra le pieghe delle mansioni di supporto. Questa era una regola non scritta ma applicata con regolarità certosina ("ecco perché allora l’America era grande", penserà qualche nostalgico). A questo proposito, Virgina Biggins, giornalista del Daily Press, visitando in quegli anni il Centro Ricerche della NASA, ricorda: «Mi dicevano “ecco qui uno scienziato, ecco qui un ingegnere!”, e si trattava sempre di uomini. Non mi fecero incontrare neppure una donna. Conclusi che, lì, alle donne era riservato solo il ruolo della segretaria». In realtà, dietro al nugolo di ricercatori maschi vi era un piccolo e ben attrezzato manipolo di donne - Dorothy Hoover, Dorothy Vaughan, Katherine Johnson, Mary Jackson, Katherine Coleman, Marge Hanna, Doris Cohen, Christine Darden - ma la Direzione si guardava bene dal metterne in risalto il contributo, quasi fosse una vergognosa necessità di cui non andare troppo fieri. Solo in tempi recentissimi la NASA si è sentita in dovere di tributare i massimi onori a una di loro, Katherine Johnson, intitolandole un nuovo centro di ricerca in virtù delle orbite  dell’Apollo 11 da lei calcolate e che consentirono alla missione di raggiungere la Luna. .

Katherine Johnson, il cui contributo fu essenziale per raggiungere la Luna (e per tornare)

Tra il 1935 e la metà degli anni Settanta, furono 137 le donne impiegate con mansioni scientifiche presso il Centro di Ricerca della NASA. Da loro dipesero molti dei successi aereospaziali americani. Di loro, negli archivi della Nasa si conserva solo il nome e, per alcune di loro, una foto o un breve cenno biografico. Di Kataleen Land si conserva solo il nome. Qui di seguito, in segno di risarcimento, l’elenco ufficiale completo. Come si può notare, l'elenco riporta in rigoroso ordine alfabetico il nome proprio delle 137 donne perché, si sa, sul luogo di lavoro le donne si chiamano col nome proprio, o col nomignolo: il cognome e il titolo di merito è riservato ai colleghi maschi [LINK].   

Agnes Harris Tilghman; Alberta Marie (Menzies) Smith; Amy Ruhlin; Amy Sabol; Ann (Merfeld) Mattson; Ann Bell; Ann Mennell; Aurelia Boaz; Barbara Durling; Barbara Holley; Barbara Weigel; Barton Bruce; Betty Farmer; Betty Millard; Betty Poe Tillery; Betty Stafford Malone; Betty Toll; Billie J. Neil; Carole L. Lynch; Catherine Turner; Charlotte Craidon; Christine Darden; Connie Pegues; Cot Phillips; Dare Blalock Andrews; Doris Barron; Doris Crumpler; Doris Porter Baron; Dorothy Garmon; Dorothy Vaughan; Dot Mills; Edna Goodall; Elizabeth Kitrell Taylor; Elva May Nixon Boyle; Emma Jean Landrum; Ernestine Creech Hacskaylo; Eunice Gray Smith; Ferne Driver; Freida Block; Gay Gilbert; Georgia Dees; Gertrude C. Westrick; Gladys Martz; Gloria Champine; Helen H. Willey; Helen Johnson; Irene Young; Isabelle Mann; Jackie Miller; Janey Burris; Jean Ruddle Migneault; Jean Scott; Jeanette Cooper; Jeanne Smith; Jena Tucker; Juanita Parker; Julia Lancaster; Katharine H. Armistead; Katherine G. Johnson; Kathleen Land; Kathleen Wicker; Kathryn Peddrew; Kathy Young; Kitty Jarrett Haigler; Kitty Weston; Laura Bateman; Laura Jackson; Leslie Hunter; Lillian Boney; Lillian Hanna Daley; Linell C. (Nell) Quinn; Lois Evans; Lorena Archer; Louise Crane; Louise Fitzgerald Wombolt; Lucille C. Coltraine; Lucy White; Lynn Fleming; Mabel Crouse Jones; Mae Hoffman; Margaret Block; Margaret L. Hurt; Margaret Ridenhour; Margery Hannah; Marie Burcher; Marie Eichmeier; Marilyn Heyson; Marjorie Blum Gentry; Mary Alice Eastwood Woerner; Mary Comstock Hastings; Mary Florence Miller Wilson; Mary Frances (Quesenberry) Kell; Mary Kellert; Mary Manson Ingram; Mary Jackson; Mary Kaylor; Mary Wendtland; Mary Whisnant Hedgepeth; Maryann Johnson; Maxine Justice; Merle Shelton; Millie Woodling; Miriam D. Mann; Nan Jones; Nancy Coulter; Nancy Maddox; Pat West; Pat Boyd; Patsy Coe; Peg Clelland; Penny Malone Samples; Penny Stokes; Phyllis Hieser; Rosyln Cordwell; Rowena (Daniel) Becker; Rowena Nau; Ruby Davis; Sarah Bullock; Sarah Huckster; Shirley Shelton; Sue (Richardson) Orr; Sue Waters Bostic; Sue Edmonson Wilder; Thelma Bunting; Vera Huckel; Viola Phillips; Virginia Taylor; Virginia Tucker; Vivian Adair; Willianna W. Smith; Willie Ruffin.

Grazie all’eco successiva all’uscita del film Hidding figures (Il diritto di contare), la NASA ha tardivamente ricordato le sue donne sull’orlo dell’oblio in una recente conferenza (NASA Langley Film #6757) [LINK disponibile solo in lingua originale].

 

 



[1] Il Langley Center è il centro di ricerca aereospaziale della NASA.

[2] Per maggiori dettagli sui citati programmi della NASA si rimanda alle rispettive voci di Wikipedia: Programma Mercury [LINK]; Apollo 11 [LINK]; Apollo 13 [LINK]. 

venerdì 18 dicembre 2020

CONOSCERE, CERTO! … Ma cosa, in che modo, e perché?

  

L’uomo senza qualità di Robert Musil è una fonte inesauribile di argomenti su cui soffermarsi a riflettere. Alcune righe qui sotto riproposte mi offrono la possibilità di ragionare sulla conoscenza, tema non così scontato come potrebbe sembrare.

"Se lei vuole considerare quelle esperienze con l’occhio dello scienziato … ricondurrà il mondo a null’altro che a un meccanico giramento di pollici compiuto dalle cosiddette forze della natura!" (Mondadori, 2015. Ebook Kindle, p. 698)

"Proprio questo sentimento mi ha condotto alla scienza, le cui leggi vengono cercate in comune e mai ritenute incrollabili" (p. 1092)

La sua dedizione suprema alla scienza non era mai riuscita a fargli dimenticare che negli uomini la bellezza e la bontà derivano da ciò che essi credono e non da ciò che essi sanno (p. 1005)

L’aver noi fatto della scienza positiva il nostro ideale spirituale significa soltanto mettere la scheda elettorale in mano ai cosiddetti fatti, perché votino al nostro posto. È un’epoca antifilosofica e vile; non ha il coraggio di decidere che cosa ha valore e che cosa non ne ha (p. 1013)

Si erano progressivamente accumulate dichiarazioni nelle quali persone dal mestiere un po’ incerto, come i poeti, i critici, le donne e quegli individui che esercitano la professione di nuova generazione, lamentavano che la scienza pura fosse qualcosa di nefasto, capace di fare a pezzi ogni opera umana elevata, ma non di rimetterla insieme (p. 314)

L'uomo senza qualità (ed. tedesca)

In queste poche righe ho evidenziato una decina di espressioni che indicano alcuni dei punti – talora marginali, talaltra sostanziali – che sono da sempre al centro del dibattito sulla conoscenza: conoscenza delle cause, delle ragioni, dei metodi, delle vie di accesso, dei contenuti e degli attributi esplorabili.

Il dibattito tra scienziati, filosofi, poeti, e tanti altri che professano l’esercizio del pensare non addiverrà mai a risposte definitive sull’argomento, sia perché la parola conoscenza è un termine troppo esteso per essere messo per intero sotto la lente del microscopio, sia perché il termine acquista connotati propri e particolari solo quando si specifica conoscenza “di che cosa”.  

Per quanto attiene ai filosofi, molti di loro – da Platone a Wittgenstein, da Kant a Husserl – si interrogano su che cosa sia la conoscenza. Tuttavia, affannandosi alla ricerca di improbabili soluzioni universali, non addivengono a risposte davvero esaustive. Infatti, il termine che tentano di definire è troppo sfuggente nella sua vaghezza, a meno che non venga inchiodato da un “cosa”, da un “come” e da un “a che scopo” e da un “con quali limiti o con quali estensioni”. Già Monimo (filosofo cinico del IV sec. a.C.) ammoniva: “Non vi sono certezze”.[1] Lo scetticismo filosofico, d’altra parte, ha sempre sostenuto l’impossibilità di conoscere il vero, ammettendo implicitamente i limiti del conoscere medesimo. Wittgenstein, da par suo, sposta l’attenzione sul ruolo della giustificazione del sapere, consapevole del fatto che i limiti di ciò che giustifica sono contemporaneamente dei limiti per il conoscere.[2] Ma dei filosofi s’è detto a sufficienza. 

Anche molti scienziati, ovviamente, si interrogano sulla questione. Anch’essi, come i filosofi, si sono imbattuti nel problema di poter conoscere il vero e qualche volta si sono anche illusi di averlo fatto. Tuttavia, strada facendo si sono accorti che il progresso delle scienze consiste nel rimpiazzare un vero con un vero ogni volta un po’ più vero, riducendo con ciò lo stato della Conoscenza dal ruolo di assoluto punto di arrivo a quello di mero strumento nelle mani dello studioso. C’è poi un secondo problema per gli scienziati. Applicando ai fenomeni naturali il loro metodo (il cosiddetto metodo scientifico), essi aspirano ad esplorare la realtà dei fatti in maniera oggettiva. Strada facendo, si sono accorti però che i fenomeni sono solo modi attraverso i quali la realtà si palesa e non la Realtà stessa. Con tutto ciò, anche la pretesa oggettività (il cui concetto contiene l’aspirazione a un che di universale) finisce coll’essere ridimensionata a ciò che può essere tranquillamente espresso in termini di ripetibilità e condivisione delle osservazioni. Per tutto ciò che s’è detto, gli scienziati più accorti si astengono dal cercare definizioni universali della Conoscenza e si limitano a mettere in relazione le caratteristiche misurabili dei fenomeni con modelli esplicativi di pratica utilità. Come Socrate, gli scienziati che più sanno, sanno di non sapere (o di non sapere abbastanza). Fa parte dello statuto della scienza sapere che il suo sapere non è mai certo e che ogni sua giustificazione attende di essere rimpiazzata da una migliore: come dice Musil “le sue leggi non vanno mai ritenute incrollabili”.

Raffaello: la conoscenza delle cause (Musei Vaticani)

Quanto ai poeti, mi vien da citare giusto Leopardi e Pessoa, le cui trasparenti parole sulla questione non richiedono ulteriori commenti.

"E tanto è miser l’uomo quant’ei si reputa … Così tanto è soddisfatto nell’uomo il desiderio di conoscere dalla credenza di conoscere … che solamente può esser soddisfatto dalle illusioni e dalle false persuasioni di conoscenza" (Giacomo Leopardi, Zibaldone).

"Non subordinarsi a niente, né a un uomo né a un amore né a un’idea; avere quell’indipendenza distante che consiste nel diffidare della verità e, ammesso che esista, dell’utilità della sua conoscenza" (Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine).

Giorgio de Chirico: Enigma di una giornata

Tra i pensatori “non filosofi, non poeti, e nemmeno scienziati”, Edgar Morin è uno di quelli che affronta l’argomento con apprezzabile umiltà e sincerità. Anziché cercare argomenti per definire la conoscenza, egli va alla ricerca delle fonti delle nostre illusioni a proposito della conoscenza del vero e del reale. Ed è anche il più saggio, perché ragionare umilmente sui limiti è la grande forza della conoscenza, non la peggiore delle sue debolezze.[3]

C’è poi tutta quella conoscenza che riguarda il bello, il buono, il giusto, l’utile, il poetico e altre astrattezze. Conoscenze, queste, che forse hanno meno pretese (ma non molte di meno) di avere a che fare col vero. Qui la scienza è davvero marginale e gli scienziati hanno assai poco da dire. Riguardo alle vie non scientifiche per addivenire all'invocata conoscenza del bello, del buono, del giusto e così via, c’è chi invoca un non meglio precisato “riconoscimento dell’ordine armonico”, chi invoca l’accesso al mondo delle idee attraverso una fantomatica reminiscenza della Conoscenza in sé (Platone, Menone), chi l’accesso al divino per via intellettuale (Spinoza, Etica) o per via mistica (i grandi mistici della storia). Insomma, c’è da sbizzarrirsi. Per fortuna Musil corre in nostro soccorso affermando che “negli uomini la bellezza e la bontà derivano da ciò che essi credono e non da ciò che essi sanno”. Meno male che Musil c’è.

Mai che nessuno faccia cenno alla cultura, all’esperienza, all’aver visto, all’aver studiato, all’essersi applicati (oppure nel non aver fatto nulla di tutto ciò). È in quegli atti che si forgiano alcune conoscenze e, con queste, le predilezioni, i gusti, e i valori che attribuiamo alle cose e alle idee. Uno dei pochi a far cenno a ciò è ancora il nostro buon Leopardi: "Il desiderio di conoscere non è per massima parte se non l’effetto della conoscenza" (Zibaldone). Ed ecco che ancora Musil ci sostiene, ricordandoci che gli uomini devono “avere il coraggio di decidere che cosa ha valore e che cosa non ne ha”. Meno male che Musil c’è.

Caspar David Friedrich: Il viandante sul mare di nebbia (1818)

Dopo tutto questo ragionare vado a vedere che cosa afferma Wikipedia.it a proposito della conoscenza. Apro la pagina e leggo:

“La conoscenza è la consapevolezza e la comprensione di fatti, verità o informazioni ottenute attraverso l'esperienza o l'apprendimento (a posteriori), ovvero tramite l'introspezione (a priori). La conoscenza è l'autocoscienza del possesso di informazioni connesse tra di loro, le quali, prese singolarmente, hanno un valore e un'utilità inferiori”.

Preferisco Musil. Incomparabilmente più fascinoso.

 

 

 



[1] Marco Aurelio. Pensieri - L'arte di conoscere se stessi (Libro II: 15).

[2] Ludwig Wittgenstein. Della certezza.

[3] Edgar Morin. Metodo. Vol. 3. La conoscenza della conoscenza. Raffaello Cortina Editore, 2007

venerdì 20 novembre 2020

C’É VERO E VERO, VERITÁ E VERITÁ


Uno dei più antichi documenti a proposito del “sapere” e del “vero” risale alla polemica a distanza tra il filosofo Eraclito (VI° secolo a. C.) e il poeta Esiodo, che era vissuto un secolo prima. In uno dei frammenti della sua opera giunti fino a noi Eraclito afferma:

Maestro della massa degli uomini è Esiodo: pensano che egli sia sapiente più di qualsiasi altro, lui che non conosceva nemmeno il giorno e la notte; sono in realtà una sola e stessa cosa (frammento 57).

Da allora in poi, il dibattito su chi sia l’autentico depositario del vero – il mito, la filosofia, la religione, l’arte, la poesia, la letteratura, la magia, la scienza, l’estasi, ecc. – ha riempito milioni di volumi, senza che ciò abbia portato ovviamente a nessuna conclusione, anche perché - in fondo - che cosa sia il vero nessuno lo sa.

La letteratura, quella cosa da cui molti di noi si lasciano ispirare quando fuori piove e non hanno niente di meglio da fare, è ricca di richiami sul tema del vero e sulla capacità della scienza di accedervi. Qui di seguito, alcuni passi in cui sono incappato recentemente:

E che cosa è la nostra pretensione di conoscere il vero? Gli antichi s’immaginavano di conoscerlo al par di noi. Che cosa è lo stesso vero? Quali sono le verità assolute quando non siamo punto sicuri che il venturo secolo non dubiti di ciò che noi teniamo per certo? (Giacomo Leopardi, Zibaldone)

 

La scienza non è che una conoscenza immaginaria della verità assoluta (Lev Tolstoj)

 

La scienza è l'asintoto della verità, si avvicina incessantemente senza mai toccarla (Victor Hugo)

 

Che cos’è la Verità? In materia di religione, è semplicemente l’opinione che è sopravvissuta. In materia di scienza, è l’ultima sensazione. In materia d’arte è l’ultimo umore di un singolo (Oscar Wilde)

“Che cosa è lo stesso vero?”, si chiede dunque Leopardi. Per affrontare il tema, mi rivolgo fiducioso alla geometria e mi pongo una domanda facile facile, sperando di arrivare presto a una soluzione.

Mi chiedo: che cosa c’è di vero in un triangolo?

Questa domanda ne presuppone un’altra ancora più facile: che cos’è un triangolo?

Nei manuali di geometria il triangolo è definito come “un poligono che ha tre lati e tre angoli”.

Ma, mi chiedo, il triangolo esiste in natura o è un concetto geometrico creato dell’intelletto? Guardandomi intorno, osservo che in natura esistono triangoli di ogni specie.

Esistono rocce triangolari. 

Vulcani triangolari. 

Fiori triangolari.

E perfino animali con forme triangolari.

Ma in tutti questi casi è la nostra mente a definirli tali e lo fa attraverso operazioni di confronto e di associazione tra le forme naturali e quella del nostro triangolo concettuale. Ma in natura, di fatto, veri triangoli non esistono.

Tra i manufatti, anche la nostra perfettissima squadra da disegno è un’approssimazione (ottima peraltro) del nostro triangolo concettuale.

Dunque, quando diciamo “triangolo” a quale verità ci riferiamo? Ci riferiamo agli oggetti che hanno quella particolare forma o piuttosto alla forma ideale elaborata dal nostro intelletto?

Il Demonio, si dice, è nei dettagli. E la verità, aggiungo, è una cipolla a più strati.

Cerco di spiegarmi meglio. Pensiamo, per esempio, alla sedia sulla quale siamo seduti. La vediamo, la tocchiamo. Sembra vera. È lì da anni, è fatta di un buon legno robusto, sostiene magnificamente il nostro peso.

Ma se sfogliassimo la cipolla, vale a dire se strato dopo strato scendessimo ai livelli costitutivi della materia di cui la sedia è fatta e arrivassimo fino al livello atomico, forse allora la nostra sedia ci apparirebbe così.

E se sfogliassimo ancora la cipolla fino al livello delle forze elementari e dei rispettivi campi energetici fluttuanti forse la nostra sedia ci apparirebbe in un altro modo ancora.

Quale sedia, dunque, è quella vera? "Tutte!", avrebbe esclamato Eraclito, ma ognuna è “vera” al suo particolare livello, tenendo inoltre conto che ciascuna di quelle sedie è una nostra rappresentazione concettuale costruita sulla base di ciò che ci rimandano i nostri strumenti di osservazione (gli occhi, il microscopio, gli strumenti di analisi della materia, i modelli della fisica teorica). Per dire a quale verità o a quale “vero” ci si riferisce, bisognerebbe prima specificare a quale strato della cipolla (in questo caso a quale livello di organizzazione della materia) si fa riferimento.

Certo è che un vero che si muove liberamente e contemporaneamente su diversi livelli è un vero che si fa sfuggente e sdrucciolevole, senza dimenticare che il “vero” di un oggetto o di un di un concetto non è una sua proprietà intrinseca, bensì una qualità arbitrariamente assegnatagli dal nostro intelletto attraverso sue proprie operazioni mentali. L’oggettività di giudizio sul vero – vale a dire la condivisione del giudizio da parte di più menti – non rende il vero più vero.   

Ma torniamo ai nostri triangoli e affrontiamo un secondo problema. Per farlo, applichiamo al nostro triangolo – un triangolo rettangolo in questo caso – il ben noto teorema di Pitagora il quale afferma che 

in ogni triangolo rettangolo l'area del quadrato costruito sull'ipotenusa è uguale alla somma delle aree dei quadrati costruiti sui cateti.

C2 = B2 + A2  

Già alle scuole medie il teorema di Pitagora ci veniva dato per “vero”. E in effetti ci sono diversi modi geometrici (oltre a quelli empirici) per dimostrare la verità del suo enunciato.


Osservando la figura qui sopra, si vede che l’area del quadrato il cui lato corrisponde a lato lungo (ipotenusa) del triangolo giallo equivale alla somma delle aree dei quadrati il cui lato corrisponde ai lati corti (cateti) triangolo giallo medesimo.

Il teorema di Pitagora, dunque, è “vero”.

Ed ora, dopo tutto ciò, la questione conclusiva.

Mettiamola in questi termini. Se il teorema di Pitagora è “vero”, vuol dire che il suo enunciato descrive una “legge di natura” inerente al triangolo stesso. Ma come fa una legge di natura ad essere parte costitutiva di un oggetto che in natura non esiste? E come ha fatto l’intelletto umano a concepire un oggetto ideale che contiene una legge costitutiva interna che lo stesso intelletto ha scoperto solo molto tempo dopo aver ideato l’oggetto medesimo? E non ditemi che è la stessa storia dell’uovo e della gallina.

Bene, con questa domanda insoluta in mente non so se questa sera riuscirò a prendere sonno come vorrei.