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venerdì 18 dicembre 2020

CONOSCERE, CERTO! … Ma cosa, in che modo, e perché?

  

L’uomo senza qualità di Robert Musil è una fonte inesauribile di argomenti su cui soffermarsi a riflettere. Alcune righe qui sotto riproposte mi offrono la possibilità di ragionare sulla conoscenza, tema non così scontato come potrebbe sembrare.

"Se lei vuole considerare quelle esperienze con l’occhio dello scienziato … ricondurrà il mondo a null’altro che a un meccanico giramento di pollici compiuto dalle cosiddette forze della natura!" (Mondadori, 2015. Ebook Kindle, p. 698)

"Proprio questo sentimento mi ha condotto alla scienza, le cui leggi vengono cercate in comune e mai ritenute incrollabili" (p. 1092)

La sua dedizione suprema alla scienza non era mai riuscita a fargli dimenticare che negli uomini la bellezza e la bontà derivano da ciò che essi credono e non da ciò che essi sanno (p. 1005)

L’aver noi fatto della scienza positiva il nostro ideale spirituale significa soltanto mettere la scheda elettorale in mano ai cosiddetti fatti, perché votino al nostro posto. È un’epoca antifilosofica e vile; non ha il coraggio di decidere che cosa ha valore e che cosa non ne ha (p. 1013)

Si erano progressivamente accumulate dichiarazioni nelle quali persone dal mestiere un po’ incerto, come i poeti, i critici, le donne e quegli individui che esercitano la professione di nuova generazione, lamentavano che la scienza pura fosse qualcosa di nefasto, capace di fare a pezzi ogni opera umana elevata, ma non di rimetterla insieme (p. 314)

L'uomo senza qualità (ed. tedesca)

In queste poche righe ho evidenziato una decina di espressioni che indicano alcuni dei punti – talora marginali, talaltra sostanziali – che sono da sempre al centro del dibattito sulla conoscenza: conoscenza delle cause, delle ragioni, dei metodi, delle vie di accesso, dei contenuti e degli attributi esplorabili.

Il dibattito tra scienziati, filosofi, poeti, e tanti altri che professano l’esercizio del pensare non addiverrà mai a risposte definitive sull’argomento, sia perché la parola conoscenza è un termine troppo esteso per essere messo per intero sotto la lente del microscopio, sia perché il termine acquista connotati propri e particolari solo quando si specifica conoscenza “di che cosa”.  

Per quanto attiene ai filosofi, molti di loro – da Platone a Wittgenstein, da Kant a Husserl – si interrogano su che cosa sia la conoscenza. Tuttavia, affannandosi alla ricerca di improbabili soluzioni universali, non addivengono a risposte davvero esaustive. Infatti, il termine che tentano di definire è troppo sfuggente nella sua vaghezza, a meno che non venga inchiodato da un “cosa”, da un “come” e da un “a che scopo” e da un “con quali limiti o con quali estensioni”. Già Monimo (filosofo cinico del IV sec. a.C.) ammoniva: “Non vi sono certezze”.[1] Lo scetticismo filosofico, d’altra parte, ha sempre sostenuto l’impossibilità di conoscere il vero, ammettendo implicitamente i limiti del conoscere medesimo. Wittgenstein, da par suo, sposta l’attenzione sul ruolo della giustificazione del sapere, consapevole del fatto che i limiti di ciò che giustifica sono contemporaneamente dei limiti per il conoscere.[2] Ma dei filosofi s’è detto a sufficienza. 

Anche molti scienziati, ovviamente, si interrogano sulla questione. Anch’essi, come i filosofi, si sono imbattuti nel problema di poter conoscere il vero e qualche volta si sono anche illusi di averlo fatto. Tuttavia, strada facendo si sono accorti che il progresso delle scienze consiste nel rimpiazzare un vero con un vero ogni volta un po’ più vero, riducendo con ciò lo stato della Conoscenza dal ruolo di assoluto punto di arrivo a quello di mero strumento nelle mani dello studioso. C’è poi un secondo problema per gli scienziati. Applicando ai fenomeni naturali il loro metodo (il cosiddetto metodo scientifico), essi aspirano ad esplorare la realtà dei fatti in maniera oggettiva. Strada facendo, si sono accorti però che i fenomeni sono solo modi attraverso i quali la realtà si palesa e non la Realtà stessa. Con tutto ciò, anche la pretesa oggettività (il cui concetto contiene l’aspirazione a un che di universale) finisce coll’essere ridimensionata a ciò che può essere tranquillamente espresso in termini di ripetibilità e condivisione delle osservazioni. Per tutto ciò che s’è detto, gli scienziati più accorti si astengono dal cercare definizioni universali della Conoscenza e si limitano a mettere in relazione le caratteristiche misurabili dei fenomeni con modelli esplicativi di pratica utilità. Come Socrate, gli scienziati che più sanno, sanno di non sapere (o di non sapere abbastanza). Fa parte dello statuto della scienza sapere che il suo sapere non è mai certo e che ogni sua giustificazione attende di essere rimpiazzata da una migliore: come dice Musil “le sue leggi non vanno mai ritenute incrollabili”.

Raffaello: la conoscenza delle cause (Musei Vaticani)

Quanto ai poeti, mi vien da citare giusto Leopardi e Pessoa, le cui trasparenti parole sulla questione non richiedono ulteriori commenti.

"E tanto è miser l’uomo quant’ei si reputa … Così tanto è soddisfatto nell’uomo il desiderio di conoscere dalla credenza di conoscere … che solamente può esser soddisfatto dalle illusioni e dalle false persuasioni di conoscenza" (Giacomo Leopardi, Zibaldone).

"Non subordinarsi a niente, né a un uomo né a un amore né a un’idea; avere quell’indipendenza distante che consiste nel diffidare della verità e, ammesso che esista, dell’utilità della sua conoscenza" (Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine).

Giorgio de Chirico: Enigma di una giornata

Tra i pensatori “non filosofi, non poeti, e nemmeno scienziati”, Edgar Morin è uno di quelli che affronta l’argomento con apprezzabile umiltà e sincerità. Anziché cercare argomenti per definire la conoscenza, egli va alla ricerca delle fonti delle nostre illusioni a proposito della conoscenza del vero e del reale. Ed è anche il più saggio, perché ragionare umilmente sui limiti è la grande forza della conoscenza, non la peggiore delle sue debolezze.[3]

C’è poi tutta quella conoscenza che riguarda il bello, il buono, il giusto, l’utile, il poetico e altre astrattezze. Conoscenze, queste, che forse hanno meno pretese (ma non molte di meno) di avere a che fare col vero. Qui la scienza è davvero marginale e gli scienziati hanno assai poco da dire. Riguardo alle vie non scientifiche per addivenire all'invocata conoscenza del bello, del buono, del giusto e così via, c’è chi invoca un non meglio precisato “riconoscimento dell’ordine armonico”, chi invoca l’accesso al mondo delle idee attraverso una fantomatica reminiscenza della Conoscenza in sé (Platone, Menone), chi l’accesso al divino per via intellettuale (Spinoza, Etica) o per via mistica (i grandi mistici della storia). Insomma, c’è da sbizzarrirsi. Per fortuna Musil corre in nostro soccorso affermando che “negli uomini la bellezza e la bontà derivano da ciò che essi credono e non da ciò che essi sanno”. Meno male che Musil c’è.

Mai che nessuno faccia cenno alla cultura, all’esperienza, all’aver visto, all’aver studiato, all’essersi applicati (oppure nel non aver fatto nulla di tutto ciò). È in quegli atti che si forgiano alcune conoscenze e, con queste, le predilezioni, i gusti, e i valori che attribuiamo alle cose e alle idee. Uno dei pochi a far cenno a ciò è ancora il nostro buon Leopardi: "Il desiderio di conoscere non è per massima parte se non l’effetto della conoscenza" (Zibaldone). Ed ecco che ancora Musil ci sostiene, ricordandoci che gli uomini devono “avere il coraggio di decidere che cosa ha valore e che cosa non ne ha”. Meno male che Musil c’è.

Caspar David Friedrich: Il viandante sul mare di nebbia (1818)

Dopo tutto questo ragionare vado a vedere che cosa afferma Wikipedia.it a proposito della conoscenza. Apro la pagina e leggo:

“La conoscenza è la consapevolezza e la comprensione di fatti, verità o informazioni ottenute attraverso l'esperienza o l'apprendimento (a posteriori), ovvero tramite l'introspezione (a priori). La conoscenza è l'autocoscienza del possesso di informazioni connesse tra di loro, le quali, prese singolarmente, hanno un valore e un'utilità inferiori”.

Preferisco Musil. Incomparabilmente più fascinoso.

 

 

 



[1] Marco Aurelio. Pensieri - L'arte di conoscere se stessi (Libro II: 15).

[2] Ludwig Wittgenstein. Della certezza.

[3] Edgar Morin. Metodo. Vol. 3. La conoscenza della conoscenza. Raffaello Cortina Editore, 2007

venerdì 23 ottobre 2020

IL VERO E IL BELLO - Cronaca di una scoperta


In questo post racconto come il vero e il bello mi si siano manifestati congiuntamente in modo del tutto inatteso durante i miei primi armeggiamenti in un laboratorio di immunochimica.[1] Frutto tardivo di quelle antiche emozioni, la conversazione che segue trae nutrimento da pensieri ed esperienze altrui e di ben altro valore.  

Quado ero un giovane studente ero certo che la scienza fosse l’unico strumento per accedere al reale e per conoscere il vero. Non ero conscio che avrei potuto limitarmi a considerarla un metodo efficace per rappresentare, interpretare e predire fenomeni. Né potevo immaginare, privo d'esperienza com'ero, che oltre alle categorie del reale e del vero, attraverso la scienza fosse possibile accedere alla categoria del bello. A quel tempo mi veniva naturale prendere per buona la massima «Nell’arte il bello, nella scienza il vero» con la quale Paolo Mantegazza (Igiene dell’amore, 1877) lasciava in eredità al Novecento l'assoluta separatezza delle le due categorie. 

Poi, finalmente, dalla piccola scienza che usciva dalle mie mani sbocciò improvviso il bello. Fu un’esperienza intensa e sorprendente.

Parte del lavoro riguardante la mia tesi di laurea consisteva nell'estrarre dal sangue purificandole al più elevato grado possibile alcune particolari proteine. L’armamentario di cui disponevo era vario, complicato e tecnologicamente avanzato: soluzioni acide, soluzioni alcaline, centrifughe, strumenti cromatografici, spettrofotometri e via dicendo. Alla fine del lavoro di estrazione (attività che richiedeva diversi giorni per essere ultimata), le soluzioni proteiche che avevo ottenuto passavano attraverso strumenti che ne misuravano la quantità e la purezza. Nel mentre, dei pennini riproducevano su carta ciò che stava avvenendo letteralmente sotto i miei occhi, occhi che però, senza l'ausilio degli strumenti, sarebbero rimasti totamente ciechi alla qualità dei risultati ottenuti. Le proteine purificate si distribuivano in picchi ben distinti. Qui di seguito due grafici rappresentativi di quelle esperienze.  


Due esempi di purificazione cromatorafica di proteine

Quelle curve disegnate su carta erano copia e rappresentazione di una realtà vera altrimenti invisibile (le proteine purificate). In quei grafici i miei occhi vedevano il vero. Un "vero" che, contemporaneamente, era anche estremamente bello. Resta da capire se quel “bello” era tale in sé o perché rappresentava un esperimento perfettamente riuscito. In tal caso, in quella curva oltre al bello prendeva corpo un'altra categoria, quella del buono, nel senso del "ben fatto". 

Ero estasiato da quella esperienza estetica. Era un'emozione inattesa che travalicava l'ambito della ragione sommuovendo livelli ancestrali del sentire. 

La categoria del bello era penetrata in me attraverso un canale inaspettato (a voler dar retta a Mantegazza), quello della scienza, che ai miei occhi continuava a rappresentare il vero.   

Ma il bello nella scienza sembra apparire ovunque. 

Che dire dei frattali che rappresentano, attraverso la matematica, la ricorsività di avvenimenti naturali solo apparentemente casuali?

Frattale

Che dire delle tracce lasciate da particelle subatomiche durante la loro effimera vita di pochi milionesimi di secondo?

Particelle subatomiche effimere rivelate nella "camera a nebbia"

La stretta connessione tra vero e bello rivela un che di entusiasmante che ti sprona a cercarlo ovunque, anche se - oggi me ne rendo conto - la categoria del vero è piuttosto sdrucciolevole. 

Oggi, sulla perfetta corrispondenza tra scienza e vero ho qualche riserva che da giovane non avevo, ma quanto alla percezione del bello nella scienza questa è rimasta immutata e non mi è difficile comprendere l’ottocentesco entusiasmo di Carlo Cattaneo quando affermava: «le bellezze del vero scientifico sono inesauste; la loro varietà vince l’immaginazione» (Il Politecnico, vol. 5, 1842).

Vi sono sorprendenti corrispondenze tra le forme generate da certe espressioni matematiche e alcune forme assai diffuse in natura. Tra le più belle, quelle generate dalle formule di Fibonacci che trovano corrispondenze quasi perfette con forme naturali estremamente comuni.

Strutture naturali conformi all’equazione della spirale mirabile  sviluppata 
da Leonardo Pisano detto il Fibonacci (1170-1242)

Per molti matematici certe equazioni risultano belle di per sé e “suonano” come magnifiche melodie. Ciò avviene quando dette equazioni rappresentano una soluzione elegante a un determinato problema o portano a risultati inaspettati e innovativi. 

In questa faccenda del senso estetico legato alla scienza sembra di intravedere un che di universale, vale a dire una sorta di risonanza tra le forme che la scienza genera e quelle di cui l’intelletto gode. Giovanni Sebastiani (matematico del Cnr) afferma: «Credo che la matematica sia stata inventata per rispondere alle esigenze dell’uomo, sia per ciò che ha a che fare col mondo materiale e per ciò che ha a che fare con l’astratto, come la bellezza e come i concetti di carattere universale».

Da par suo, Robert Musil, romanziere eccelso e per nulla a digiuno di scienze, fa dire a un suo personaggio: «Nella scienza tutto è forte, audace e splendido come nelle favole» (L’uomo senza qualità, 1933).

Il rapporto tra scienza e senso del bello è così forte che, per esempio, Roger Penrose (premio Nobel 2020 per la Fisica) può oggi affermare che «I successi di Dirac, Schrödinger, Einstein, Feynman e molti altri sono dovuti al fatto di essere stati guidati, in misura abbastanza ampia, dall’attrazione estetica delle particolari idee teoriche da loro proposte.» (La strada che porta alla realtà, Bur Rizzoli 2011).

Un altro premio Nobel, Subrahmanyan Chandrasekhar (Nobel per la fisica nel 1983), rilancia l'idea che «il valore estetico di una teoria scientifica risieda nella sua capacità di introdurre armonia ove in precedenza regnava il caos» (Le ragioni dell'estetica nella scienza, 1987)

La relazione tra scienza (modalità per descrivere la realtà) e senso estetico (modalità per entrare in rapporto con la realtà medesima) viene infine ben rappresentata dall'espressione “danza cosmica”. Ne parla estesamente Fritjof Capra quando, facendo riferimento alla descrizione della materia da parte della fisica del ventesimo secolo, afferma: «L’intero universo è impegnato … in una incessante danza cosmica di energia» e quando, citando le parole di un Lama tibetano riportate da Alexandra  David-Nell, trascrive: «Tutte le cose sono aggregati di atomi che danzano e con i movimenti producono suoni … Ciascun atomo canta perennemente la sua canzone e il suono, in ogni istante, crea forme dense e tenui» (Il Tao della fisica, Adelphi 1982 p. 259 e 279). 

Il danzatore cosmico Shiva-Nataraja

In questa visione taoista della materia e dell'universo che fu cara a molti fisici del Novecento risuonano le antiche armonie astronomico-numeriche che dall’antica filosofia greca (da Pitagora a Platone, ) corrono giù giù lungo il medioevo fino al rinascimento quando, per esempio, Keplero inglobava geometria, musica e cosmologia nella cosiddetta musica delle sfere (Harmonices Mundi, 1619) o quando Goethe, nel Faust, fa dire all’arcangelo Gabriele:  «Intonando l'antica melodia, a gara con gli astri fratelli, percorre il corso prescritto il Sole con passo di tuono».

Con tutto ciò si rende evidente che l’estasi da cui fui improvvisamente sopraffatto negli anni verdi della gioventù ha una storia lunga e universale di cui allora nulla sospettavo ma sulla cui intima natura ancora mi interrogo. L’interrogativo più immediato riguarda l’origine di quel senso del bello che alcune forme generate dalla scienza evocano nella mente di chi le osserva. Il fatto che tali forme possano rendere visibile l’invisibile può generare sorpresa ma da solo non è sufficiente a generare il senso del bello. C’è qualcosa di più. Può essere che tali forme rappresentino uno spiraglio attraverso il quale il lato razionale di chi osserva percepisce la plausibilità della rappresentazione del vero che gli viene offerta. Ma anche questo forse non è abbastanza. Può essere che quelle forme inducano una sorta di risonanza o consonanza mentale tra quelle rappresentazioni del “vero” e le aspettative dell’intelletto di poter accedere a quel medesimo vero.  Nella mente dell'uomo esiste una vera e propria fame di vero e quelle forme possono apparire come una consolatoria rappresentazione di quel vero che, prima che la scienza la mettesse a disposizione, era accessibile solo attraverso la mediazione religiosa. É forse su questo ancestrale sfondo spirituale che, indossando gli abiti forniti dalla scienza, il vero giunge all'intelletto approdando infine alle categorie mentali del giusto e del bello.



_____________________________
[1]
 L'immunochimica è una disciplina immunologica che si prefigge di studiare gli antigeni, gli anticorpi e l'interazione antigene-anticorpo utilizzando i concetti ed i metodi che appartengono alla chimica (definizione da Wikipedia).

venerdì 25 settembre 2020

GALLINE IN PAUSA


Sei anni fa creai questo blog per condividere alcune riflessioni sulla scienza e sui rapporti che intercorrono tra scienza e società. È ovvio infatti che ciò che avviene nella scienza ha forti ricadute nella società e che questa, a sua volta, richiede alla scienza risposte ai propri bisogni. La loro interdipendenza è forte e ineluttabile. 

Interdipendenza globale tra scienza e società 

Con la sua complessità e le difficoltà intrinseche e di linguaggio la scienza può suscitare dubbi, paure e diffidenza in seno alla società. Dubbi, paure e diffidenza del tutto legittimi ma dovuti per lo più al fatto di non sapere quali sono le caratteristiche normative, i metodi e gli stessi limiti di cui la scienza è fatta.

Il mio mandato – che avevo esplicitato nella dichiarazione programmatica del Blog  – era di aiutare la comprensione della scienza esponendone con spirito critico il metodo e l’azione, senza escludere dalla trattazione i limiti e i difetti che l’agire scientifico – che è un agire umano – porta inevitabilmente con sé. Il mandato era di fare ciò senza arrogarmi il diritto di giudizio sull’ignoranza altrui (il nome doveosanolegalline sta ad indicare la consapevolezza della mia stessa ignoranza) e senza mai scadere moralmente nell’aggressione e nell’insulto, diventata prassi di molti attraverso le reti sociali.

In sei anni ho scritto un centinaio di post cercando di rimanere sempre coerente col mandato auto-imposto.

Ultimamente, però, la situazione e l'atmosfera che si respira sono molto cambiate.

L’invasione dei pallini rossi

La comparsa sulla scena mondiale del nuovo Coronavirus ha provocato un fugace incremento nella fiducia di poter affrontare le nuove sfide con le armi della scienza. Ben presto però, a fronte di una maggioranza silenziosa (silenziosissima) che continua a riporre fiducia nella scienza, una consistente e rumorosa minoranza ha levato forte la propria voce interpretando le peggiori pulsioni di una fetta di società che aggredisce la scienza adoperandosi per celebrare a modo suo una sorta di rito inneggiante al “fallimento della ragione”, espressione che ho attinto tra i combattuti pensieri della protagonista di un vecchio romanzo di Margaret Atwood (Surfacing, 1972).

Di fronte a questo rito scomposto è difficile restare sereni. Scienziati e divulgatori che si sono opposti all’ondata di denigrazione si sono trovati nella triste condizione di dover tirare i remi in barca continuando il lavoro nel chiuso dei propri laboratori, senza più esporsi sulle reti sociali. Altri, eroicamente, continuano a farlo. A questi ultimi va il mio incondizionato plauso, mentre ai primi va la mia non meno incondizionata comprensione.

Sono certo che una grande maggioranza delle persone condivida l’idea che la scienza – e il metodo scientifico che costituisce il suo nucleo vitale – sia lo strumento più efficace di conoscenza teorica e di azione pratica di cui la nostra società dispone per affrontare una serie infinita di problemi. Essa è e resta uno strumento che non si sostituisce né si sovrappone agli altri generi di conoscenza. Arti, filosofia, letteratura, musica, storia, scienze umane in genere costituiscono linfa ugualmente vitale per la società ma non sono strumenti particolarmente idonei per affrontare i temi della salute, dell’energia, della comunicazione, dei trasporti e così via, temi che costituiscono la massima preoccupazione della società contemporanea.

La scienza – non ci sono dubbi – ha molte colpe. Ha colpe di atteggiamento e di comunicazione. Ha colpe di ingordigia (accaparramento di fondi) e di protagonismo. Ha colpe collegate al proprio senso di superiorità e ha colpe quando da strumento al servizio dei bisogni sociali si trasforma in motore di ideologie scientistiche, non solo quelle per le quali “la scienza è la risposta a tutti i problemi”, ma anche quelle secondo le quali essa possiede il potere per una neo-genesi post-biblica, quella del nuovo Superuomo biotecnologico, caro al cosiddetto postumanismo o transumanismo che dir si voglia.[1]      

Transumanismo tra Mito e Ideologia scientistica

 Doveosanolegalline intendeva discutere pacatamente e in modo il più possibile neutrale dei meriti, dei metodi e delle colpe della scienza in rapporto con i bisogni e le dinamiche della società. Ciò era diretto a lettori curiosi e disponibili a condividere riflessioni su questioni che, nel bene e nel male, riguardano tutti.

Poi l’ambiente è improvvisamente mutato. Nella fase che ha seguito l’emergenza COVID-19 tutti si sono messi a parlare di scienza. Tutti – i pochi esperti e i molti sprovveduti – si sono sentiti in dovere di dire la propria. Dopo l’epidemia è scoppiata l’infodemia e ogni mezzo di informazione e di comunicazione si è trasformato in arena dove chiunque poteva dire, e spesso urlare, la propria. In questa arena dove la saccenteria la fa da padrona, doveosanolegalline non ha più ragione di esistere: la sua voce è troppo bassa e pacata. Ciò nonostante, un amico ha notato in alcune mie affermazioni un che di manicheo. Questo mi ha costretto a riflettere su molte cose, non ultima la mia pretesa neutralità, dove il termine vorrebbe alludere a un atteggiamento rispettoso per le idee altrui. Da queste riflessioni non ho potuto non riconoscere di essere effettivamente un po' manicheo, anche se il temine mi sembra troppo forte per rappresentare correttamente il mio spirito. D’altra parte, non ci si può aspettare per chi ragiona di scienza e di metodo non possieda egli stesso un metodo attraverso il quale porre il discrimine tra ciò che appare razionale e ciò che si manifesta come irrazionale, fra dimostrabile e indimostrabile, tra intelletto e pancia, tra verosimiglianza e falsità. Da qui, a considerare “buoni e utili” certi argomenti e “cattivi e pericolosi” certi altri, il passo è breve ed è altrettanto breve giudicare buono o cattivo chi ragiona in un certo modo e chi (s)ragiona in un certo altro (la “s” è il frutto indesiderato del mio manicheismo).

“Anche le intenzioni più elevate possono essere fugaci come il vento”, afferma Musil (L’uomo senza qualità). Le intenzioni di doveosanolegalline hanno dovuto confrontarsi con un ambiente diventato improvvisamente poco propizio alla serenità del dialogo. Ciò ha reso meno cristallino lo spirito di neutralità col quale mi sarebbe piaciuto affrontare le problematiche.

L’ambiente si è riempito di falsità diffuse a piene mani dai seminatori di discordia che da questa traggono profitto, falsità che troppo facilmente sono state accolte e ritrasmesse da chi non dispone di mezzi sufficienti per discriminare il buono dal cattivo.  

Seminatori di false notizie al lavoro

Durante la prima guerra mondiale, lo storico francese Marc Bloch aveva notato come tra i soldati girassero molte notizie del tutto infondate. Il veicolo di tale diffusione era costituito dai soldati medesimi poiché quelle false notizie corrispondevano ai pregiudizi di cui, in quelle drammatiche situazioni, essi erano contemporaneamente i portatori e le vittime (Marc Bloch, La guerra e le false notizie, 1921). Non è pertanto una novità il fatto che, in situazioni drammatiche, le notizie false circolino con straordinaria facilità rispetto a quelle vere.

L’epidemia ci ha colpiti in un momento in cui la nostra società era già fiaccata da anni di crisi economica e politica. Questo ci ha reso tutti più fragili, più insicuri, più frustrati e in qualche modo meno abili a discriminare il buono dal cattivo, il vero dal falso, categorie davvero labili, queste, ma necessarie per tenere ben ferma la barra del timone dell’azione morale e dell’agire civile. In una società nella quale la liquidità di percezioni e comportamenti è stata così ben descritta da Zygmunt Bauman, per molti di noi è diventato sempre più difficile governare la barra di quel timone cosicché mentre le persone più capaci e fortunate si ingegnano per superare le difficoltà cercando di tenere insieme la nostra casa sociale, i meno fortunati e i meno capaci scaricano la loro impotente frustrazione prendendo a sassate le vetrate della nostra casa comune.

In questa situazione in cui è molto difficile mantenere la dovuta serenità di giudizio per informare e discutere senza restare vittime del proprio manicheismo, doveosanolegalline si prende una pausa di riflessione per riprendere le proprie riflessioni se e quando il suo cuore diventerà sufficientemente leggero e libero da pregiudizi per poterlo fare al meglio delle sue possibilità.                                      


doveosanolegalline si prende una pausa di riflessione

 


[1]  Il transumanismo è una discutibile ideologia scientista (il cui mito è il Superuomo) che aspira ad avviare l’umanità (o pochi eletti) su una nuova via evolutiva post-darwiniana che consenta all’uomo di superare i propri limiti naturali fisici e intellettivi mediante una reingegnerizzazione che comporta l’integrazione tra la sua struttura biologica naturale e ogni possibile componente tecnologica idonea allo scopo.