Visualizzazione post con etichetta Edgar Morin. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Edgar Morin. Mostra tutti i post

venerdì 18 dicembre 2020

CONOSCERE, CERTO! … Ma cosa, in che modo, e perché?

  

L’uomo senza qualità di Robert Musil è una fonte inesauribile di argomenti su cui soffermarsi a riflettere. Alcune righe qui sotto riproposte mi offrono la possibilità di ragionare sulla conoscenza, tema non così scontato come potrebbe sembrare.

"Se lei vuole considerare quelle esperienze con l’occhio dello scienziato … ricondurrà il mondo a null’altro che a un meccanico giramento di pollici compiuto dalle cosiddette forze della natura!" (Mondadori, 2015. Ebook Kindle, p. 698)

"Proprio questo sentimento mi ha condotto alla scienza, le cui leggi vengono cercate in comune e mai ritenute incrollabili" (p. 1092)

La sua dedizione suprema alla scienza non era mai riuscita a fargli dimenticare che negli uomini la bellezza e la bontà derivano da ciò che essi credono e non da ciò che essi sanno (p. 1005)

L’aver noi fatto della scienza positiva il nostro ideale spirituale significa soltanto mettere la scheda elettorale in mano ai cosiddetti fatti, perché votino al nostro posto. È un’epoca antifilosofica e vile; non ha il coraggio di decidere che cosa ha valore e che cosa non ne ha (p. 1013)

Si erano progressivamente accumulate dichiarazioni nelle quali persone dal mestiere un po’ incerto, come i poeti, i critici, le donne e quegli individui che esercitano la professione di nuova generazione, lamentavano che la scienza pura fosse qualcosa di nefasto, capace di fare a pezzi ogni opera umana elevata, ma non di rimetterla insieme (p. 314)

L'uomo senza qualità (ed. tedesca)

In queste poche righe ho evidenziato una decina di espressioni che indicano alcuni dei punti – talora marginali, talaltra sostanziali – che sono da sempre al centro del dibattito sulla conoscenza: conoscenza delle cause, delle ragioni, dei metodi, delle vie di accesso, dei contenuti e degli attributi esplorabili.

Il dibattito tra scienziati, filosofi, poeti, e tanti altri che professano l’esercizio del pensare non addiverrà mai a risposte definitive sull’argomento, sia perché la parola conoscenza è un termine troppo esteso per essere messo per intero sotto la lente del microscopio, sia perché il termine acquista connotati propri e particolari solo quando si specifica conoscenza “di che cosa”.  

Per quanto attiene ai filosofi, molti di loro – da Platone a Wittgenstein, da Kant a Husserl – si interrogano su che cosa sia la conoscenza. Tuttavia, affannandosi alla ricerca di improbabili soluzioni universali, non addivengono a risposte davvero esaustive. Infatti, il termine che tentano di definire è troppo sfuggente nella sua vaghezza, a meno che non venga inchiodato da un cosa”, da un come e da un a che scopoe da un con quali limiti o con quali estensioni. Già Monimo (filosofo cinico del IV sec. a.C.) ammoniva: Non vi sono certezze”.[1] Lo scetticismo filosofico, d’altra parte, ha sempre sostenuto l’impossibilità di conoscere il vero, ammettendo implicitamente i limiti del conoscere medesimo. Wittgenstein, da par suo, sposta l’attenzione sul ruolo della giustificazione del sapere, consapevole del fatto che i limiti di ciò che giustifica sono contemporaneamente dei limiti per il conoscere.[2] Ma dei filosofi s’è detto a sufficienza. 

Anche molti scienziati, ovviamente, si interrogano sulla questione. Anch’essi, come i filosofi, si sono imbattuti nel problema di poter conoscere il vero e qualche volta si sono anche illusi di averlo fatto. Tuttavia, strada facendo si sono accorti che il progresso delle scienze consiste nel rimpiazzare un vero con un vero ogni volta un po’ più vero, riducendo con ciò lo stato della Conoscenza dal ruolo di assoluto punto di arrivo a quello di mero strumento nelle mani dello studioso. C’è poi un secondo problema per gli scienziati. Applicando ai fenomeni naturali il loro metodo (il cosiddetto metodo scientifico), essi aspirano ad esplorare la realtà dei fatti in maniera oggettiva. Strada facendo, si sono accorti però che i fenomeni sono solo modi attraverso i quali la realtà si palesa e non la Realtà stessa. Con tutto ciò, anche la pretesa oggettività (il cui concetto contiene l’aspirazione a un che di universale) finisce coll’essere ridimensionata a ciò che può essere tranquillamente espresso in termini di ripetibilità e condivisione delle osservazioni. Per tutto ciò che s’è detto, gli scienziati più accorti si astengono dal cercare definizioni universali della Conoscenza e si limitano a mettere in relazione le caratteristiche misurabili dei fenomeni con modelli esplicativi di pratica utilità. Come Socrate, gli scienziati che più sanno, sanno di non sapere (o di non sapere abbastanza). Fa parte dello statuto della scienza sapere che il suo sapere non è mai certo e che ogni sua giustificazione attende di essere rimpiazzata da una migliore: come dice Musil le sue leggi non vanno mai ritenute incrollabili”.

Raffaello: la conoscenza delle cause (Musei Vaticani)

Quanto ai poeti, mi vien da citare giusto Leopardi e Pessoa, le cui trasparenti parole sulla questione non richiedono ulteriori commenti.

"E tanto è miser l’uomo quant’ei si reputa … Così tanto è soddisfatto nell’uomo il desiderio di conoscere dalla credenza di conoscere … che solamente può esser soddisfatto dalle illusioni e dalle false persuasioni di conoscenza" (Giacomo Leopardi, Zibaldone).

"Non subordinarsi a niente, né a un uomo né a un amore né a un’idea; avere quell’indipendenza distante che consiste nel diffidare della verità e, ammesso che esista, dell’utilità della sua conoscenza" (Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine).

Giorgio de Chirico: Enigma di una giornata

Tra i pensatori “non filosofi, non poeti, e nemmeno scienziati”, Edgar Morin è uno di quelli che affronta l’argomento con apprezzabile umiltà e sincerità. Anziché cercare argomenti per definire la conoscenza, egli va alla ricerca delle fonti delle nostre illusioni a proposito della conoscenza del vero e del reale. Ed è anche il più saggio, perché ragionare umilmente sui limiti è la grande forza della conoscenza, non la peggiore delle sue debolezze.[3]

C’è poi tutta quella conoscenza che riguarda il bello, il buono, il giusto, l’utile, il poetico e altre astrattezze. Conoscenze, queste, che forse hanno meno pretese (ma non molte di meno) di avere a che fare col vero. Qui la scienza è davvero marginale e gli scienziati hanno assai poco da dire. Riguardo alle vie non scientifiche per addivenire all'invocata conoscenza del bello, del buono, del giusto e così via, c’è chi invoca un non meglio precisato riconoscimento dell’ordine armonico”, chi invoca l’accesso al mondo delle idee attraverso una fantomatica reminiscenza della Conoscenza in sé (Platone, Menone), chi l’accesso al divino per via intellettuale (Spinoza, Etica) o per via mistica (i grandi mistici della storia). Insomma, c’è da sbizzarrirsi. Per fortuna Musil corre in nostro soccorso affermando chenegli uomini la bellezza e la bontà derivano da ciò che essi credono e non da ciò che essi sanno”. Meno male che Musil c’è.

Mai che nessuno faccia cenno alla cultura, all’esperienza, all’aver visto, all’aver studiato, all’essersi applicati (oppure nel non aver fatto nulla di tutto ciò). È in quegli atti che si forgiano alcune conoscenze e, con queste, le predilezioni, i gusti, e i valori che attribuiamo alle cose e alle idee. Uno dei pochi a far cenno a ciò è ancora il nostro buon Leopardi: "Il desiderio di conoscere non è per massima parte se non l’effetto della conoscenza" (Zibaldone). Ed ecco che ancora Musil ci sostiene, ricordandoci che gli uomini devono avere il coraggio di decidere che cosa ha valore e che cosa non ne ha”. Meno male che Musil c’è.

Caspar David Friedrich: Il viandante sul mare di nebbia (1818)

Dopo tutto questo ragionare vado a vedere che cosa afferma Wikipedia.it a proposito della conoscenza. Apro la pagina e leggo:

La conoscenza è la consapevolezza e la comprensione di fatti, verità o informazioni ottenute attraverso l'esperienza o l'apprendimento (a posteriori), ovvero tramite l'introspezione (a priori). La conoscenza è l'autocoscienza del possesso di informazioni connesse tra di loro, le quali, prese singolarmente, hanno un valore e un'utilità inferiori”.

Preferisco Musil. Incomparabilmente più fascinoso.

 

 

 



[1] Marco Aurelio. Pensieri - L'arte di conoscere se stessi (Libro II: 15).

[2] Ludwig Wittgenstein. Della certezza.

[3] Edgar Morin. Metodo. Vol. 3. La conoscenza della conoscenza. Raffaello Cortina Editore, 2007

giovedì 13 luglio 2017

MA LA SCIENZA, CHE COS’È? – DEFINIZIONI (parte 5 di 5)

Ho lasciato per ultima la definizione data dell’Enciclopedia Treccani on-line. Poiché la Treccani è una delle istituzioni “dotte” del nostro paese, le aspettative di una definizione “dotta” erano alte. In realtà, quella che vado a discutere non è una vera e propria definizione: non è, cioè, un'espressione sintetica pensata per definire, con poche ed essenziali parole, che cosa si intende per scienza. È, invece, il preambolo col quale, alla voce "Scienza", l'enciclopedia Treccani on-line introduce una sorta di summa, suddivisa in cinque capitoli, in cui (miracolo di sintesi) è riassunto quasi tutto quel che si può dire della scienza.

La "definizione" che vado a discutere, dunque, è la seguente: 
"La scienza è l’insieme delle discipline fondate essenzialmente sull’osservazione, l’esperienza, il calcolo, o che hanno per oggetto la natura e gli esseri viventi, e che si avvalgono di linguaggi formalizzati. 
Fu concepita inizialmente (principalmente con G. Galilei) come concezione del sapere alternativa alle conoscenze e alle dottrine tradizionali (relative al modello aristotelico-tolemaico), in quanto sintesi di esperienza e ragione, acquisizione di conoscenze verificabili e da discutere pubblicamente (e quindi libera da ogni principio di autorità). 
Successivamente il ruolo della scienza si è andato via via rafforzando dal punto di vista sia sociale e istituzionale, sia metodologico e culturale, e la scienza è diventata uno degli aspetti che meglio caratterizzano, anche per le innumerevoli applicazioni tecniche, il mondo contemporaneo e i valori culturali che esso esprime" (vedi al LINK).

La prima volta che ho presentato su queste pagine la definizione della Treccani, l’ho accompagnata con un primo sommario giudizio che devo necessariamente riproporre qui. Le mie parole erano state: «È una definizione tripartita: un primo tratto generale; un secondo tratto in cui si guarda più che altro a che cosa la scienza si contrappone, piuttosto che a che cosa essa sia; un terzo tratto che guarda più che altro alla penetrazione della scienza nella società fino al punto di diventarne un elemento strutturale e costitutivo. È una definizione al tempo stesso molto prudente, colta, e complessa: direi quasi “gesuitica”, dalla cui complessità, tuttavia, è difficile trarre qualcosa di concreto o un’idea chiara di che cosa la scienza, esattamente, sia».

In linea di massima mi sento di confermare le mie parole di allora, pensate a caldo e senza essermi a lungo soffermato sulle singole espressioni. Prima di addentrarmi in un non facile tentativo di analisi critica di questa definizione-preambolo, mi corre l'obbligo di precisare che l'Enciclopedia Treccani, alla voce "Scienza" dell’Enciclopedia del Novecento, tratta in modo estensivo il tema della scienza con settanta pagine belle toste a cura di Gerard Radnitzky e Paolo Rossi (vedi al LINK).

Questa definizione e quella proposta da Yahoo Answers esordiscono entrambe con la parola “disciplina”. Su questo termine mi sono già espresso in maniera piuttosto critica qualche settimana fa commentando la definizione data da Yahoo Answers. Treccani, tuttavia, parla di discipline, plurale: è l’insieme delle discipline. In tal modo, Treccani se da una parte perde qualcosa della connotazione di trasmissione top-down del sapere, dall’altra accentua il senso di frantumazione di un sapere in molti saperi, di una scienza in molte scienze, di una cultura in molte materie. Questo termine continua a non piacermi: al singolare per alcuni motivi; al plurale, per altri. D'altra parte, Treccani col suo "discipline" apre un problema importante che non potrò affrontare, qui e oggi, ma che sarà affrontato prossimamente: il problema è quello di distinguere tra Scienza (al singolare), come concetto riferito all'esplorazione della natura, e  Scienze (al plurale), come aspetti procedurali, tecnici e tecnologici attraverso cui la Scienza acquisice conoscenza e interviene sulla natura. L'argomento richiede una discussione specifica: qui vale la pena solo di evidenziare il fatto che Treccani nel suo preambolo-definizione cerca abilmente di mescolare i due aspetti e che, così facendo, non contribuisce, secondo me, alla chiarezza.
  
Tali discipline, secondo Treccani, pur nelle loro differenze, hanno o devono avere un denominatore comune: quello di essere fondate sull’osservazione, l’esperienza, il calcolo”.
Questa definizione esordisce in modo molto prudente. È una giusta prudenza che consiste nell'evitare qualsiasi riferimento implicito o indiretto all'idea che la scienza si applichi al “reale” o che miri alla “verità”. Treccani, infatti, si riferisce qui a ciò che si osserva. Il fondamento, dunque, è l’osservazione del fenomeno quale appare. 
In molti casi (anche se non in tutti), le osservazioni del fenomeno possono essere ripetute più e più volte, e si possono apparecchiare esperimenti riguardanti il fenomeno medesimo. Le caratteristiche del fenomeno e i risultati degli esperimenti sono misurabili. Le misurazioni, analizzate e confrontate tra loro, consentono di trarre deduzioni, formulare ipotesi, e valutare le relazioni tra gli elementi che compongono il fenomeno osservato. Tutto ciò produce un corpus di informazioni - e di relazioni tra le informazioni - utili a valutare la ripetibilità o la predittività del fenomeno in date condizioni. Questo, senza che sia necessario tirare in ballo realtà o verità. Tutto ciò che si può trarre da osservazione, esperienza e calcolo può trovare applicazioni empiriche utilitaristiche, e può anche trovare applicazioni nella formalizzazione di modelli e di teorie astratte. Questa prima parte della definizione non impedisce di considerare la scienza come uno strumento di intervento empirico sul mondo fenomenico e nemmeno di considerarla come uno strumento per disegnare modelli e teorie sulle leggi che, eventualmente, governino deterministicamente il mondo. Quando ho definito “gesuitica” questa definizione, non intendevo dichiararla “falsa” o “ipocrita” (due connotazioni negative del termine), bensì “pensata in modo acuto e sopraffino” per evitare posizioni aprioristiche su aspetti che sono oggetto di eterno dibattito filosofico attorno al tema della scienza.

Pollaiolo: La Prudenza (1470)
La prudenza continua con le successive parole della definizione quando essa afferma che la scienza ha per oggetto la natura e gli esseri viventi”. Anche qui, nessun cenno alla realtà. O la si dà per scontata, oppure si considera che tutti sappiano in che cosa consistano la natura e gli esseri viventi e che sulla questione non ci sia bisogno di dire o di definire alcunché.
Per poter manipolare le informazioni tratte dall'osservazione dei fenomeni, la scienza si avvale, secondo Treccani, del calcolo e di linguaggi formalizzati”. Il calcolo è una manipolazione indiretta di proprietà che possono essere intrinseche alla natura o possono appartenere all’esperienza sensibile del fenomeno. Anche qui, con la parola calcolo non si prendono posizioni sull’accesso diretto o indiretto alla realtà: si afferma unicamente che certe relazioni possono essere messe in rapporto tra loro attraverso il linguaggio formale (e neutrale) della matematica. Calcolo e linguaggi formalizzati sono quindi strumenti esterni e accessori all’osservazione e si avvalgono di regole interne formali che danno rigore e interpretazione univoca alle operazioni effettuate su astrazioni desunte dall’osservazione. Geniale. È così, infatti, che si muove una scienza effettivamente spoglia da condizionamenti ideologici. Qualora tali condizionamenti esistessero (ed esistono: i paradigmi ne sono l’esemplificazione più chiara), è sufficiente non nominarli nella definizione, ed è come se non esistessero. La neutralità della scienza è salva.

La seconda parte della definizione è descrittiva: descrive ciò che la scienza non vuole essere e come la philosophiae naturae abbia trovato un proprio metodo conoscitivo ben separato e distinto da processi logici e cognitivi - quelli della metafisica - non sottoponibili a processi di falsificazione, e come, al contrario, abbia scelto per sé proprio quei metodi, metodi su cui si basa una parte dell’argomentare scientifico contemporaneo. Dice Treccani: La scienza fu concepita inizialmente (principalmente con G. Galilei) come concezione del sapere alternativa alle conoscenze e alle dottrine tradizionali (relative al modello aristotelico-tolemaico), in quanto sintesi di esperienza e ragione, acquisizione di conoscenze verificabili e da discutere pubblicamente (e quindi libera da ogni principio di autorità)”. Al di là della chiarezza di questa proposizione (decisamente scadente), vien quasi da pensare che Galileo, del tutto inconsapevolmente e pensando certamente a un “principio di verificabilità”, abbia per certi versi anticipato il “principio di falsificabilità” o la “possibilità di confutazione" tanto care al filosofo Karl Popper (1902-1994).
Il sistema aristotelico-tolemaico è stato un “paradigma”, una concezione del mondo (e dell’uomo nel mondo), una weltanschauung tra le più solide e durature dei tempi storici. La cosmologia aristotelica prevedeva un universo chiuso, finito, geometrico, fatto di sfere concentriche con al centro il luogo ove vive l’uomo: la terra. Su questa base concettuale (IV°secolo a.C.) e sulla scorta di dettagliate osservazioni astronomiche (Ipparco di Nicea, II° secolo a.C), il matematico alessandrino Tolomeo (II° secolo d.C.) era stato in grado di approntare un sistema di calcolo che consentiva di prevedere la posizione degli astri e di conoscere la propria posizione sulla terra e sui mari basandosi appunto sulla posizione degli astri. Questi calcoli si basavano sulla regolarità della rotazione delle "sfere celesti" e sull'aggiunta di speciali calcoli correttivi (gli eccentrici) necessari per far quadrare alcune cose poco compatibili con la sola rotazione delle sfere. Nel sistema tolemaico, la corrispondenza prevedibile (e perciò considerata “vera”) tra il livello astrale (regno della perfezione secondo Aristotele) e il livello sublunare imperfetto (il regno dell’uomo), aveva una fortissima valenza di veridicità. Inoltre, il fatto che i calcoli tolemaici rispettassero le apparenze e consentissero effettivamente di muoversi agevolmente e senza perdersi sulla superficie della terra, rende conto del motivo per cui tale sistema fosse riconosciuto come valido e come “vero” dai poteri laici e religiosi e che fosse ancora in vigore quando cominciarono le grandi esplorazioni geografiche, scoperta delle Americhe inclusa. Con le osservazioni di Copernico (1473-1543) e con i calcoli di Keplero (1571-1630) fu possibile formulare previsioni migliori delle posizioni degli astri rispetto al sistema tolemaico. Questi calcoli si basavano su una visione dei cieli e dell’universo totalmente anti intuitiva, con il sole al centro dell’universo e i pianeti, terra inclusa, che giravano attorno ad esso. Lo scompiglio che questo modello creò è più che comprensibile, uno scompiglio che metteva in discussione anche la posizione (e il significato) dell’uomo nell’universo. Il sistema copernicano e i calcoli di Keplero avrebbero potuto benissimo essere accettati se si fossero limitati a costituire un nuovo sistema per salvare le apparenze e un puro modello teorico, atto a fare previsioni migliori di quelle tolemaiche. Quel che fece Galileo fu insistere sul fatto che il modello aristotelico-tolemaico era “falso” e quello copernicano era "vero". È su questa sé-dicente posizione di “verità” che la scienza nasce e si contrappone alle “false” ipotesi basate sull’autorità dei filosofi, su argomentazioni di tipo metafisico, su incontrollabili dettati religiosi. Un’idea di scienza veramente indigeribile per i poteri del tempo, i quali trovavano conforto e sostegno proprio su ciò che la nascente scienza definiva come “falso”. La definizione di scienza che da Treccani accentua questo momento topico dell’origine (tecnica e ideologica) della scienza. Su questo punto, Treccani non può barcamenarsi in un limbo di neutralità perché, su questi aspetti, si sta di qui o si sta di là.


Fatto questo passo, Treccani deve procedere in modo conseguente e trarre le necessarie conclusioni, definendo la scienza come il prodotto di una sintesi di esperienza e ragione, acquisizione di conoscenze verificabili”. A dire il vero, la frase sintesi di esperienza e ragione è perfettamente applicabile anche al sistema aristotelico-tolemaico che era senza dubbio una sintesi di esperienza e ragione e anche piuttosto “verificabile”, in quanto le sue predizioni venivano confermate dall’esperienza e dai fenomeni osservabili. Quel che fa la nascente scienza copernicana, kepleriana, galileiana è di fare previsioni migliori. Implicitamente, se le previsioni sono “migliori” siamo portati a credere che esse siano anche più “vere”.  È su questa base che nasce l’idea di una scienza in progresso continuo verso predizioni sempre migliori e, quindi, sempre più vere. La scienza, quindi, è (o appare essere) un processo asintotico verso la verità. La definizione Treccani, sottoscrivendo implicitamente questo teorema (scienza à verità), tende a sottoscrivere (senza però mai nominarla) l’idea che la scienza descriva la “realtà” in sé: se non descrivesse la “realtà”, non si potrebbe dire che la direzione cui guarda la freccia del progresso scientifico coincide con quella della conoscenza del vero. Su questa questione abbiamo già discusso fin troppo a lungo.
Le ultime parole della seconda parte della definizione di Treccani sulla scienza riguardano la condivisione e la libera discussione delle conoscenze scientifiche, conoscenze che sono da discutere pubblicamente e svincolate da "ogni principio di autorità". Questa è una giusta ambizione, talora disattesa dagli stessi scienziati per questioni di priorità, altre volte disattesa da interferenze d’ordine politico e di potere.

La terza parte della definizione Treccani ha a che vedere con la penetrazione sociale della scienza che ha finito col diventare essa stessa parte attiva nella gestione dei poteri: Successivamente il ruolo della scienza si è andato via via rafforzando dal punto di vista sia sociale che istituzionale sia metodologico e culturale, e la scienza è diventata uno degli aspetti che meglio caratterizzano, anche per le innumerevoli applicazioni tecniche, il mondo contemporaneo e i valori culturali che esso esprime".  
La buona capacità di formulare previsioni precise e accurate fa sì che a livello individuale e collettivo la fiducia nel modo di operare scientifico cresca, espandendosi e approfondendosi sempre più in quei domini del sapere e del fare in cui queste specifiche caratteristiche sono particolarmente apprezzate. Ci si affida volentieri a un “metodo” che consente risultati migliori rispetto ad altri metodi. In fondo, è solo una questione di praticità. I ragionamenti metafisici, le tradizioni religiose, gli artifici magici, le divinazioni, le credenze popolari e vari altri “metodi” cognitivi tradizionali non sono così efficaci come le scienze nel produrre predizioni attendibili e non consentono un rapido avanzamento nella produzione di tecnologie utili. È pertanto assolutamente ovvio e scontato che il ruolo della scienza sia andato via via rafforzandosi dal punto di vista sia sociale e istituzionale, sia metodologico e culturale”. Le conoscenze del mondo fisico acquisite scientificamente sono diventate tali e tante che la scienza ha dovuto (e ha trovato conveniente) suddividere il sapere in saperi. Sono nati quindi sempre più domini specifici che sono andati sempre più separandosi gli uni dagli altri (quasi un universo in espansione) per cercare solo recentemente riavvicinamenti funzionali: sono nate quindi le discipline della chimica, della fisica, delle scienze della vita e così via (senza addentrarci, qui, nell'ampio spettro delle discipline umanistiche). Ognuna di queste discipline ha creato a sua volta nuovi saperi, nuove tecnologie, nuovi poteri, nuovi benefici (accanto agli inevitabili effetti dannosi e indesiderabili).
A partire dalla fine dell’ottocento, un numero sempre maggiore di persone ha cominciato a credere che “tutti” i problemi dell’uomo o del mondo intero potessero essere affrontati e risolti con strumenti scientifici.  È stato così, sull’ala di un positivismo entusiastico, che la scienza, a poco a poco, ha acquisito le stigmate del “Credo” diventando una seconda religione che in certi luoghi e in certe menti è andata sostituendosi ai credi e agli approcci tradizionali, diventando, come dice Treccani uno degli aspetti che meglio caratterizzano il mondo contemporaneo e i valori culturali che esso esprime”. Treccani, anche su questo punto, non esprime giudizi di merito e si limita alla più cauta neutralità sebbene, in fondo in fondo, sembra di cogliere l’eco di una crociana nota negativa di fronte a questo esuberante imperversare della scienza nel mondo contemporaneo.
Non tutti, ovviamente, si sono lasciati conquistare dal fascino indiscutibile della scienza e dei suoi risultati. Inutile fare un elenco dei tanti e famosi “recalcitranti”: tra i molti, cito solo due esempi. Il primo è l’assai contorto filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein (1889-1951), autore del famoso Tractatus logico-philosophicus, il quale ebbe a dire una volta: «Il mio scopo è diverso da quello dell'uomo di scienza, il corso del mio pensiero è diverso dal suo» (1930). Il secondo è il sociologo francese Edgar Morin, uno dei pensatori contemporanei che amo di più. Egli, in un articolo intitolato Le vie della complessità (contenuto in La sfida della complessità, Feltrinelli 1997), a proposito delle eventuali pretese della scienza di potere conoscere e misurare ogni cosa, così scrisse: «Qual è l’errore del pensiero formalizzante e quantificatore che ha dominato le scienze? Non è certamente quello di essere un pensiero formalizzante e quantificatore, e non è nemmeno quello di mettere fra parentesi ciò che non è quantificabile e formalizzabile. Sta invece nel fatto che questo pensiero è arrivato a credere che ciò che non fosse quantificabile e formalizzabile non esistesse, o non fosse nient’altro che la schiuma del reale».

Il mio excursus durato cinque puntate sulla definizione di scienza termina qui. Smontare criticamente le definizioni altrui è relativamente facile. Chi lo fa dovrebbe mettersi in gioco per proporre la propria definizione di scienza. Tenterò a mia volta di farlo tenendo in debito conto almeno alcune delle critiche che ho portato alle definizioni altrui. Prima di farlo, però, sarà necessario ragionare sul metodo scientifico”, vale a dire sul metodo teorizzato dalla Scienza e messo in pratica dallo scienziato. Nessuna delle definizioni che ho fin qui discusso accenna al problema del metodo che, però, è cruciale. La questione si profila ardua e se ne parlerà dopo l'estate.
Buon relax a tutti noi.




venerdì 1 gennaio 2016

Genetica come ALIBI

GENETICA COME ALIBI (DOVE IN BALLO C’È LA LIBERTÁ).

La responsabilità consiste nel prevedere e nel comprendere le conseguenze delle proprie azioni assumendosene l’onere. La responsabilità consegue dalla libera scelta, anche se quest’ultima non è del tutto incondizionata. 
La libera scelta di Homo sapiens (vale a dire noi) può essere condizionata da due elementi: la natura di cui siamo fatti, la cultura con cui siamo plasmati. Homo sapiens sta lì in mezzo, in equilibrio, tra natura e cultura. 
La prima ci trasmette l’istinto, la seconda i modi per non esserne succubi. La prima costituisce “Homo”, la seconda costruisce “sapiens”. Natura e cultura si fondono nell’epicentro del nostro sentire e del nostro agire: il cervello, strumento da usare possibilmente sempre. Il vecchio dualismo natura-cultura sa ormai di stantio, di molto stantio. Nella costruzione del sapiens (se è di questo che ci occupiamo) natura e cultura sono un’amalgama indissolubile così come lo sono, nella costruzione di una solida casa,  l’acqua e il cemento: come diceva il famoso antropologo francese Edgar Morin, “privato della cultura, sapiens sarebbe un soggetto ritardato, incapace di sopravvivere se non come un primate del più infimo ordine” (Le paradigme perdu: la nature humaine, 1973). Sarà perché ho appena pubblicato il saggio William Bateson, l’uomo che inventò la genetica, sarà perché le relazioni tra scienza e società mi hanno sempre affascinato, vorrei discutere molto brevemente di questi rapporti prendendo spunto da messaggi pubblicitari che sgorgano senza controllo dalla televisione. Questi messaggi, che veicolano interessi economici del tutto ovvi, tendono a turbare il giusto equilibrio tra natura (biologia) e cultura (trasmissione non biologica delle informazioni), finendo anche – di rimando – a ridurre la responsabilità, e quindi la libertà, delle scelte del destinatario. Veniamo al dunque.