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giovedì 13 luglio 2017

MA LA SCIENZA, CHE COS’È? – DEFINIZIONI (parte 5 di 5)

Ho lasciato per ultima la definizione data dell’Enciclopedia Treccani on-line. Poiché la Treccani è una delle istituzioni “dotte” del nostro paese, le aspettative di una definizione “dotta” erano alte. In realtà, quella che vado a discutere non è una vera e propria definizione: non è, cioè, un'espressione sintetica pensata per definire, con poche ed essenziali parole, che cosa si intende per scienza. È, invece, il preambolo col quale, alla voce "Scienza", l'enciclopedia Treccani on-line introduce una sorta di summa, suddivisa in cinque capitoli, in cui (miracolo di sintesi) è riassunto quasi tutto quel che si può dire della scienza.

La "definizione" che vado a discutere, dunque, è la seguente: 
"La scienza è l’insieme delle discipline fondate essenzialmente sull’osservazione, l’esperienza, il calcolo, o che hanno per oggetto la natura e gli esseri viventi, e che si avvalgono di linguaggi formalizzati. 
Fu concepita inizialmente (principalmente con G. Galilei) come concezione del sapere alternativa alle conoscenze e alle dottrine tradizionali (relative al modello aristotelico-tolemaico), in quanto sintesi di esperienza e ragione, acquisizione di conoscenze verificabili e da discutere pubblicamente (e quindi libera da ogni principio di autorità). 
Successivamente il ruolo della scienza si è andato via via rafforzando dal punto di vista sia sociale e istituzionale, sia metodologico e culturale, e la scienza è diventata uno degli aspetti che meglio caratterizzano, anche per le innumerevoli applicazioni tecniche, il mondo contemporaneo e i valori culturali che esso esprime" (vedi al LINK).

La prima volta che ho presentato su queste pagine la definizione della Treccani, l’ho accompagnata con un primo sommario giudizio che devo necessariamente riproporre qui. Le mie parole erano state: «È una definizione tripartita: un primo tratto generale; un secondo tratto in cui si guarda più che altro a che cosa la scienza si contrappone, piuttosto che a che cosa essa sia; un terzo tratto che guarda più che altro alla penetrazione della scienza nella società fino al punto di diventarne un elemento strutturale e costitutivo. È una definizione al tempo stesso molto prudente, colta, e complessa: direi quasi “gesuitica”, dalla cui complessità, tuttavia, è difficile trarre qualcosa di concreto o un’idea chiara di che cosa la scienza, esattamente, sia».

In linea di massima mi sento di confermare le mie parole di allora, pensate a caldo e senza essermi a lungo soffermato sulle singole espressioni. Prima di addentrarmi in un non facile tentativo di analisi critica di questa definizione-preambolo, mi corre l'obbligo di precisare che l'Enciclopedia Treccani, alla voce "Scienza" dell’Enciclopedia del Novecento, tratta in modo estensivo il tema della scienza con settanta pagine belle toste a cura di Gerard Radnitzky e Paolo Rossi (vedi al LINK).

Questa definizione e quella proposta da Yahoo Answers esordiscono entrambe con la parola “disciplina”. Su questo termine mi sono già espresso in maniera piuttosto critica qualche settimana fa commentando la definizione data da Yahoo Answers. Treccani, tuttavia, parla di discipline, plurale: è l’insieme delle discipline. In tal modo, Treccani se da una parte perde qualcosa della connotazione di trasmissione top-down del sapere, dall’altra accentua il senso di frantumazione di un sapere in molti saperi, di una scienza in molte scienze, di una cultura in molte materie. Questo termine continua a non piacermi: al singolare per alcuni motivi; al plurale, per altri. D'altra parte, Treccani col suo "discipline" apre un problema importante che non potrò affrontare, qui e oggi, ma che sarà affrontato prossimamente: il problema è quello di distinguere tra Scienza (al singolare), come concetto riferito all'esplorazione della natura, e  Scienze (al plurale), come aspetti procedurali, tecnici e tecnologici attraverso cui la Scienza acquisice conoscenza e interviene sulla natura. L'argomento richiede una discussione specifica: qui vale la pena solo di evidenziare il fatto che Treccani nel suo preambolo-definizione cerca abilmente di mescolare i due aspetti e che, così facendo, non contribuisce, secondo me, alla chiarezza.
  
Tali discipline, secondo Treccani, pur nelle loro differenze, hanno o devono avere un denominatore comune: quello di essere fondate sull’osservazione, l’esperienza, il calcolo”.
Questa definizione esordisce in modo molto prudente. È una giusta prudenza che consiste nell'evitare qualsiasi riferimento implicito o indiretto all'idea che la scienza si applichi al “reale” o che miri alla “verità”. Treccani, infatti, si riferisce qui a ciò che si osserva. Il fondamento, dunque, è l’osservazione del fenomeno quale appare. 
In molti casi (anche se non in tutti), le osservazioni del fenomeno possono essere ripetute più e più volte, e si possono apparecchiare esperimenti riguardanti il fenomeno medesimo. Le caratteristiche del fenomeno e i risultati degli esperimenti sono misurabili. Le misurazioni, analizzate e confrontate tra loro, consentono di trarre deduzioni, formulare ipotesi, e valutare le relazioni tra gli elementi che compongono il fenomeno osservato. Tutto ciò produce un corpus di informazioni - e di relazioni tra le informazioni - utili a valutare la ripetibilità o la predittività del fenomeno in date condizioni. Questo, senza che sia necessario tirare in ballo realtà o verità. Tutto ciò che si può trarre da osservazione, esperienza e calcolo può trovare applicazioni empiriche utilitaristiche, e può anche trovare applicazioni nella formalizzazione di modelli e di teorie astratte. Questa prima parte della definizione non impedisce di considerare la scienza come uno strumento di intervento empirico sul mondo fenomenico e nemmeno di considerarla come uno strumento per disegnare modelli e teorie sulle leggi che, eventualmente, governino deterministicamente il mondo. Quando ho definito “gesuitica” questa definizione, non intendevo dichiararla “falsa” o “ipocrita” (due connotazioni negative del termine), bensì “pensata in modo acuto e sopraffino” per evitare posizioni aprioristiche su aspetti che sono oggetto di eterno dibattito filosofico attorno al tema della scienza.

Pollaiolo: La Prudenza (1470)
La prudenza continua con le successive parole della definizione quando essa afferma che la scienza ha per oggetto la natura e gli esseri viventi”. Anche qui, nessun cenno alla realtà. O la si dà per scontata, oppure si considera che tutti sappiano in che cosa consistano la natura e gli esseri viventi e che sulla questione non ci sia bisogno di dire o di definire alcunché.
Per poter manipolare le informazioni tratte dall'osservazione dei fenomeni, la scienza si avvale, secondo Treccani, del calcolo e di linguaggi formalizzati”. Il calcolo è una manipolazione indiretta di proprietà che possono essere intrinseche alla natura o possono appartenere all’esperienza sensibile del fenomeno. Anche qui, con la parola calcolo non si prendono posizioni sull’accesso diretto o indiretto alla realtà: si afferma unicamente che certe relazioni possono essere messe in rapporto tra loro attraverso il linguaggio formale (e neutrale) della matematica. Calcolo e linguaggi formalizzati sono quindi strumenti esterni e accessori all’osservazione e si avvalgono di regole interne formali che danno rigore e interpretazione univoca alle operazioni effettuate su astrazioni desunte dall’osservazione. Geniale. È così, infatti, che si muove una scienza effettivamente spoglia da condizionamenti ideologici. Qualora tali condizionamenti esistessero (ed esistono: i paradigmi ne sono l’esemplificazione più chiara), è sufficiente non nominarli nella definizione, ed è come se non esistessero. La neutralità della scienza è salva.

La seconda parte della definizione è descrittiva: descrive ciò che la scienza non vuole essere e come la philosophiae naturae abbia trovato un proprio metodo conoscitivo ben separato e distinto da processi logici e cognitivi - quelli della metafisica - non sottoponibili a processi di falsificazione, e come, al contrario, abbia scelto per sé proprio quei metodi, metodi su cui si basa una parte dell’argomentare scientifico contemporaneo. Dice Treccani: La scienza fu concepita inizialmente (principalmente con G. Galilei) come concezione del sapere alternativa alle conoscenze e alle dottrine tradizionali (relative al modello aristotelico-tolemaico), in quanto sintesi di esperienza e ragione, acquisizione di conoscenze verificabili e da discutere pubblicamente (e quindi libera da ogni principio di autorità)”. Al di là della chiarezza di questa proposizione (decisamente scadente), vien quasi da pensare che Galileo, del tutto inconsapevolmente e pensando certamente a un “principio di verificabilità”, abbia per certi versi anticipato il “principio di falsificabilità” o la “possibilità di confutazione" tanto care al filosofo Karl Popper (1902-1994).
Il sistema aristotelico-tolemaico è stato un “paradigma”, una concezione del mondo (e dell’uomo nel mondo), una weltanschauung tra le più solide e durature dei tempi storici. La cosmologia aristotelica prevedeva un universo chiuso, finito, geometrico, fatto di sfere concentriche con al centro il luogo ove vive l’uomo: la terra. Su questa base concettuale (IV°secolo a.C.) e sulla scorta di dettagliate osservazioni astronomiche (Ipparco di Nicea, II° secolo a.C), il matematico alessandrino Tolomeo (II° secolo d.C.) era stato in grado di approntare un sistema di calcolo che consentiva di prevedere la posizione degli astri e di conoscere la propria posizione sulla terra e sui mari basandosi appunto sulla posizione degli astri. Questi calcoli si basavano sulla regolarità della rotazione delle "sfere celesti" e sull'aggiunta di speciali calcoli correttivi (gli eccentrici) necessari per far quadrare alcune cose poco compatibili con la sola rotazione delle sfere. Nel sistema tolemaico, la corrispondenza prevedibile (e perciò considerata “vera”) tra il livello astrale (regno della perfezione secondo Aristotele) e il livello sublunare imperfetto (il regno dell’uomo), aveva una fortissima valenza di veridicità. Inoltre, il fatto che i calcoli tolemaici rispettassero le apparenze e consentissero effettivamente di muoversi agevolmente e senza perdersi sulla superficie della terra, rende conto del motivo per cui tale sistema fosse riconosciuto come valido e come “vero” dai poteri laici e religiosi e che fosse ancora in vigore quando cominciarono le grandi esplorazioni geografiche, scoperta delle Americhe inclusa. Con le osservazioni di Copernico (1473-1543) e con i calcoli di Keplero (1571-1630) fu possibile formulare previsioni migliori delle posizioni degli astri rispetto al sistema tolemaico. Questi calcoli si basavano su una visione dei cieli e dell’universo totalmente anti intuitiva, con il sole al centro dell’universo e i pianeti, terra inclusa, che giravano attorno ad esso. Lo scompiglio che questo modello creò è più che comprensibile, uno scompiglio che metteva in discussione anche la posizione (e il significato) dell’uomo nell’universo. Il sistema copernicano e i calcoli di Keplero avrebbero potuto benissimo essere accettati se si fossero limitati a costituire un nuovo sistema per salvare le apparenze e un puro modello teorico, atto a fare previsioni migliori di quelle tolemaiche. Quel che fece Galileo fu insistere sul fatto che il modello aristotelico-tolemaico era “falso” e quello copernicano era "vero". È su questa sé-dicente posizione di “verità” che la scienza nasce e si contrappone alle “false” ipotesi basate sull’autorità dei filosofi, su argomentazioni di tipo metafisico, su incontrollabili dettati religiosi. Un’idea di scienza veramente indigeribile per i poteri del tempo, i quali trovavano conforto e sostegno proprio su ciò che la nascente scienza definiva come “falso”. La definizione di scienza che da Treccani accentua questo momento topico dell’origine (tecnica e ideologica) della scienza. Su questo punto, Treccani non può barcamenarsi in un limbo di neutralità perché, su questi aspetti, si sta di qui o si sta di là.


Fatto questo passo, Treccani deve procedere in modo conseguente e trarre le necessarie conclusioni, definendo la scienza come il prodotto di una sintesi di esperienza e ragione, acquisizione di conoscenze verificabili”. A dire il vero, la frase sintesi di esperienza e ragione è perfettamente applicabile anche al sistema aristotelico-tolemaico che era senza dubbio una sintesi di esperienza e ragione e anche piuttosto “verificabile”, in quanto le sue predizioni venivano confermate dall’esperienza e dai fenomeni osservabili. Quel che fa la nascente scienza copernicana, kepleriana, galileiana è di fare previsioni migliori. Implicitamente, se le previsioni sono “migliori” siamo portati a credere che esse siano anche più “vere”.  È su questa base che nasce l’idea di una scienza in progresso continuo verso predizioni sempre migliori e, quindi, sempre più vere. La scienza, quindi, è (o appare essere) un processo asintotico verso la verità. La definizione Treccani, sottoscrivendo implicitamente questo teorema (scienza à verità), tende a sottoscrivere (senza però mai nominarla) l’idea che la scienza descriva la “realtà” in sé: se non descrivesse la “realtà”, non si potrebbe dire che la direzione cui guarda la freccia del progresso scientifico coincide con quella della conoscenza del vero. Su questa questione abbiamo già discusso fin troppo a lungo.
Le ultime parole della seconda parte della definizione di Treccani sulla scienza riguardano la condivisione e la libera discussione delle conoscenze scientifiche, conoscenze che sono da discutere pubblicamente e svincolate da "ogni principio di autorità". Questa è una giusta ambizione, talora disattesa dagli stessi scienziati per questioni di priorità, altre volte disattesa da interferenze d’ordine politico e di potere.

La terza parte della definizione Treccani ha a che vedere con la penetrazione sociale della scienza che ha finito col diventare essa stessa parte attiva nella gestione dei poteri: Successivamente il ruolo della scienza si è andato via via rafforzando dal punto di vista sia sociale che istituzionale sia metodologico e culturale, e la scienza è diventata uno degli aspetti che meglio caratterizzano, anche per le innumerevoli applicazioni tecniche, il mondo contemporaneo e i valori culturali che esso esprime".  
La buona capacità di formulare previsioni precise e accurate fa sì che a livello individuale e collettivo la fiducia nel modo di operare scientifico cresca, espandendosi e approfondendosi sempre più in quei domini del sapere e del fare in cui queste specifiche caratteristiche sono particolarmente apprezzate. Ci si affida volentieri a un “metodo” che consente risultati migliori rispetto ad altri metodi. In fondo, è solo una questione di praticità. I ragionamenti metafisici, le tradizioni religiose, gli artifici magici, le divinazioni, le credenze popolari e vari altri “metodi” cognitivi tradizionali non sono così efficaci come le scienze nel produrre predizioni attendibili e non consentono un rapido avanzamento nella produzione di tecnologie utili. È pertanto assolutamente ovvio e scontato che il ruolo della scienza sia andato via via rafforzandosi dal punto di vista sia sociale e istituzionale, sia metodologico e culturale”. Le conoscenze del mondo fisico acquisite scientificamente sono diventate tali e tante che la scienza ha dovuto (e ha trovato conveniente) suddividere il sapere in saperi. Sono nati quindi sempre più domini specifici che sono andati sempre più separandosi gli uni dagli altri (quasi un universo in espansione) per cercare solo recentemente riavvicinamenti funzionali: sono nate quindi le discipline della chimica, della fisica, delle scienze della vita e così via (senza addentrarci, qui, nell'ampio spettro delle discipline umanistiche). Ognuna di queste discipline ha creato a sua volta nuovi saperi, nuove tecnologie, nuovi poteri, nuovi benefici (accanto agli inevitabili effetti dannosi e indesiderabili).
A partire dalla fine dell’ottocento, un numero sempre maggiore di persone ha cominciato a credere che “tutti” i problemi dell’uomo o del mondo intero potessero essere affrontati e risolti con strumenti scientifici.  È stato così, sull’ala di un positivismo entusiastico, che la scienza, a poco a poco, ha acquisito le stigmate del “Credo” diventando una seconda religione che in certi luoghi e in certe menti è andata sostituendosi ai credi e agli approcci tradizionali, diventando, come dice Treccani uno degli aspetti che meglio caratterizzano il mondo contemporaneo e i valori culturali che esso esprime”. Treccani, anche su questo punto, non esprime giudizi di merito e si limita alla più cauta neutralità sebbene, in fondo in fondo, sembra di cogliere l’eco di una crociana nota negativa di fronte a questo esuberante imperversare della scienza nel mondo contemporaneo.
Non tutti, ovviamente, si sono lasciati conquistare dal fascino indiscutibile della scienza e dei suoi risultati. Inutile fare un elenco dei tanti e famosi “recalcitranti”: tra i molti, cito solo due esempi. Il primo è l’assai contorto filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein (1889-1951), autore del famoso Tractatus logico-philosophicus, il quale ebbe a dire una volta: «Il mio scopo è diverso da quello dell'uomo di scienza, il corso del mio pensiero è diverso dal suo» (1930). Il secondo è il sociologo francese Edgar Morin, uno dei pensatori contemporanei che amo di più. Egli, in un articolo intitolato Le vie della complessità (contenuto in La sfida della complessità, Feltrinelli 1997), a proposito delle eventuali pretese della scienza di potere conoscere e misurare ogni cosa, così scrisse: «Qual è l’errore del pensiero formalizzante e quantificatore che ha dominato le scienze? Non è certamente quello di essere un pensiero formalizzante e quantificatore, e non è nemmeno quello di mettere fra parentesi ciò che non è quantificabile e formalizzabile. Sta invece nel fatto che questo pensiero è arrivato a credere che ciò che non fosse quantificabile e formalizzabile non esistesse, o non fosse nient’altro che la schiuma del reale».

Il mio excursus durato cinque puntate sulla definizione di scienza termina qui. Smontare criticamente le definizioni altrui è relativamente facile. Chi lo fa dovrebbe mettersi in gioco per proporre la propria definizione di scienza. Tenterò a mia volta di farlo tenendo in debito conto almeno alcune delle critiche che ho portato alle definizioni altrui. Prima di farlo, però, sarà necessario ragionare sul metodo scientifico”, vale a dire sul metodo teorizzato dalla Scienza e messo in pratica dallo scienziato. Nessuna delle definizioni che ho fin qui discusso accenna al problema del metodo che, però, è cruciale. La questione si profila ardua e se ne parlerà dopo l'estate.
Buon relax a tutti noi.




giovedì 1 giugno 2017

MA LA SCIENZA, CHE COS’È? – DEFINIZIONI (parte 3 di 5)

Dopo aver discusso della definizione di scienza data da Wikipedia, è ora la volta di quella citata da Yahoo Answers. Questa, mondata dal terribile errore di ortografia che non la connota positivamente, suona come segue: 

"La scienza è quella disciplina che permette di comprendere in modo sicuro i meccanismi e i fenomeni della natura, permette l'evoluzione tecnologica dell'uomo e espande la conoscenza. Consiste nella ricerca e sperimentazione, con metodo empirico" (Vedi al link).



In questa definizione, oltre all'orrore di ortografia, anche la punteggiatura e l'intero impianto espressivo lasciano molto a desiderare. Stendiamo un velo sulla forma ed esaminiamo la sostanza. A prima vista, questa sembra relativamente chiara: vi si legge un'immagine della scienza che combacia relativamente bene con un'idea di scienza largamente condivisa. Tuttavia, nel corso dell'analisi vedremo che sulle affermazioni contenute nella definizione c'è parecchio da discutere e che, grattata la superficie, resta assai poco e quel che resta non soddisfa la richiesta di sapere che cosa sia, davvero, la scienza.



La definizione di scienza data da Wikipedia e discussa nella puntata precedente affermava che essa è un “sistema di conoscenze”. Pur con qualche perplessità, s'era concluso che la locuzione “sistema di conoscenze” rimanda in modo generico ma adeguato alla complessità cognitiva e metodologica della scienza. Il termine “disciplina” che ci viene qui proposto da Yahoo Answers evoca aspetti correlati al rigore (scientifico? metodologico?) ma è troppo restrittivo e non evoca nulla dell'essenza o dell'anelito cognitivo della scienza. La parola disciplina deriva dal latino discipulus: alunno, allievo. A sua volta, la parola latina deriva dal greco “kapelos” (colui che apprende). In ogni sua connotazione la parola disciplina rimanda alla condizione di discepolo, quello a cui viene trasmessa una dottrina da imparare. Nel termine disciplina, aleggia, anche se inespressa, la parola didattica. C’è tutta la tensione alla trasmissione dottrinale ma non v’è nulla della tensione ad apprendere, a comprendere, a capire, a farsi una rappresentazione propria del mondo. Come disciplina, la scienza è un rubinetto che viene aperto da un insegnante (persona o istituzione che sia) e a cui ci si abbevera e non è, come sarebbe preferibile, una cisterna al cui riempimento ciascuno, se ne ha le capacità, può contribuire. Nella relazione (talora nella contrapposizione) tra “imparare” e “capire”, la disciplina guarda al versante dell’apprendere (ab prehendere) piuttosto che a quello del con-prendere.
Nella tensione dottrinale presente nella parola disciplina c’è anche l’idea (e il compito) di una trasmissione en bloc di contenuti, linguaggi, strumenti, paradigmi, scopi. A questa idea io contrappongo quella di un insegnamento non dottrinale in cui il linguaggio, le informazioni, gli strumenti, i paradigmi e gli scopi siano terreno aperto di problematicità, di critica, di messa in discussione, e di presa in carico responsabile. Spesso, purtroppo, non è così.
Infine, disciplina è una parola che tende a ridurre (escludendo) e non a abbracciare (includendo): una disciplina sportiva, per esempio il nuoto, non rappresenta lo sport nel suo complesso. Quanto alle scienze, l’astrofisica o la biologia molecolare sono discipline e ciascuna di esse rappresenta aspetti particolari e non generali della scienza. Per tutti i succitati argomenti la parola “disciplina” mi pare poco appropriata e concettualmente sbagliata per definire che cosa sia la scienza.

Proseguendo con l'analisi della definizione vediamo che alla parola disciplina segue la locuzione permette di comprendere”. La parola “permette” sottolinea una straordinaria fiducia nella capacità della scienza, attraverso lo studio dei fenomeni, di impossessarsi (prehendere cum) della verità delle cose in sé. Come insegna il buon Kant, tra la cosa in sé e i fenomeni c’è una bella differenza, ma transeat: facciamo "come se". Intendiamoci, “fare come se” è cosa utilissima e la scienza, senza dubbio, si comporta come se i fenomeni costituissero la realtà. D’altra parte, è proprio con i fenomeni che noi umani abbiamiamo a che fare: i fenomeni così come li vediamo. Naturalmente, ci sono alcuni che affermano che i fatti "come li vediamo noi" non esistono e sono i nostri apparati cognitivi e quelli di senso a farceli vedere come tali. Per qualcuno questa differenza tra "ciò che sembra" e "ciò che è" è di fondamentale importanza per invalidare il senso che si attribuisce al termine verità. Per altri, poichè non c'è alcun modo per accedere direttamente a "ciò che è", dobbiamo farci una ragione di questa limitatezza, accontentandoci della conoscenza fenomenica che possiamo trarre da ciò che appare. In questa prospettiva  quella di accontentarci delle apparenze fenomeniche  la parola permette ha qualche pretesa di troppo: ha un che di saccente, di presuntuoso, di positivistico. Tuttavia, poiché normalmente la gente è abituata a ritenere che i fatti siano proprio così come appaiono, il termine "permette" è conforme a questa visione del mondo e della scienza. D'altra parte, noi "vediamo" chiaramente che la scienza interviene proprio su ciò che "vediamo". Vediamo una scienza che, nei fenomeni, coglie quelle relazioni e quei nessi causali che "ci fanno convinti" di poter comprendere come stanno le cose – e poco importa se quelle relazioni e quei nessi causali, in sé, forse non esistono proprio, ma sono costruzioni operate dalla mente dell'uomo nello sforzo di trovare un ordine (e una ragione) nelle cose del mondo. Diciamo quindi, per non farla troppo lunga su questo punto, che, nella sua ingenua superbia, la locuzione “permette di comprendere” è una onesta rappresentazione di come, nel sentire comune, la gente (quella fiduciosa nella razionalità) percepisce i compiti che la scienza si dà e quel che essa ci consente di fare.

La scienza, dunque, secondo il sentire comune, che cosa ci permette di comprendere? Secondo chi si sente soddisfatto della risposta di Yahoo Answers, la scienza ci permette di comprendere “i meccanismi e i fenomeni della natura”. Queste parole lascerebbero intendere che i meccanismi siano inerenti alla natura costituiva dei fenomeni. Su questo di potrebbe discutere. Comprendere i fenomeni – così come s’è detto sopra – equivale a farsi una rappresentazione intellettuale di ciò che appare. Il nostro intelletto è, per sua natura, riduzionista. Per farsi una rappresentazione di un fenomeno, l'intelletto riduzionista deve, per prima cosa, frazionarlo in fasi separate per poi ri-comporre nella mente l'interezza del fenomeno. Il processo di de-costruzione e ri-costruzione comprende anche la nominazione e la reificazione mentale del fenomeno e delle sue fasi: è così che il fenomeno diventa "reale". La rappresentazione del fenomeno in singole fasi rende l'intero (il fenomeno) separabile in premesse o cause (le fasi che vengono prima) e in conseguenze o effetti (le fasi che vengono dopo). L’atto di comprendere, dunque, è un processo complesso in cui un intero, suddiviso in elementi separati, viene assoggettato al senso del tempo (il prima e il poi) che consente di mettere in relazione le cause con gli effetti. A queste relazioni (temporali, spaziali, chimiche, fisiche, ecc.) diamo il nome di "meccanismi". Le cause e gli effetti sono nomi e astrazioni della nostra mente (anche se effettivamente certi fenomeni ne precedono o ne seguono altri). Già Jung (La Sincronicità, 1952) affermava che noi vediamo ovunque solo relazioni causali per il semplice fatto che i nostri sistemi cognitivi non sono capaci di fornirci rappresentazioni di relazioni non causali. Se osserviamo una grande regolarità tra il fenomeno che viene prima e il fenomeno che viene dopo, allora parliamo (la scienza parla) di “leggi”. Sulla base delle “leggi”, la scienza effettua previsioni. Quando le previsioni sono costantemente confermate dai fenomeni, allora si parla di “fatti”. Il problema, con i meccanismi, è che, in natura, essi (e tutto ciò che ne consegue logicamente) come tali non esistono: sono una nostra rappresentazione mentale. Intendo dire che tutta questa faccenda dei fenomeni e dei meccanismi è il frutto della suddivisione mentale di un continuum in frammenti di spazio e in momenti di tempo, in cause ed effetti, in meccanismi. Quando si dice, dunque, “comprendere i meccanismi e i fenomeni della natura” si dice una cosa ragionevole e coerente col comune sentire, purché non si vada ad indagare la cosa troppo da vicino perché, allora, i dubbi sostituiscono le certezze. D'altra parte, però, qualcuno potrebbe dire: "per osservare un panorama, non si può guardare troppo da vicino, bisogna stare a una certa distanza".    


Nella definizione di Yahoo Answers, alla locuzione “comprendere i meccanismi e i fenomeni” seguono le parole in modo sicuro. Queste parolette sono importanti. Sono anch’esse un po’ troppo superbe (suppongono che la certezza sia una categoria dell'indiscutibile, dimenticando che è solo una categoria del possibile). D’altra parte, questa “certezza” (almeno fino all’avvento della meccanica quantistica) è sempre stata la categoria paradigmatica in virtù della quale ciò che appartiene alla scienza è separato e distinto da ciò che appartiene ai domini della metafisica, dei miracoli, della magia. La certezza, intesa come la più alta probabilità immaginabile, è l'attributo costitutivo della scienza, un attributo che si regge su leggi stabilite sulla ripetitività di eventi controllabili e/o misurabili.
Se lascio cadere un sasso, questo cade “sempre” “giù”, a meno che il sasso non venga lasciato cadere in situazioni in cui esistono dimostrabili ragioni fisiche che ne impediscono la caduta. Se le conseguenze di un fenomeno non fossero prevedibili “in modo sicuro” non si tratterebbe di scienza.  Definire la scienza in base all'attributo certezza ("in modo sicuro") è una tautologia, vale a dire spiegare la scienza con la scienza. La fisica quantistica, nel momento in cui si è accorta che certi fenomeni non si accordavano con le certezze della comune fisica newtoniana (che è poi, grosso modo, la realtà fisica intuitiva della nostra scala spazio-temporale) ha dovuto venire a patti con il concetto di “certezza” addivenendo, per i fenomeni che essa studia, al concetto di “certezza probabilistica”.     

Nella definizione che stiamo esaminando, il fatto di comprendere in modo sicuro i meccanismi e i fenomeni della natura permette l'evoluzione tecnologica dell'uomo e espande la conoscenza”. Quanto al problema della conoscenza” – vale a dire sulla differenza tra vero e utile – s’è già detto a sufficienza nella puntata precedente. Se lo scopo della scienza non è quello di conoscere la verità ma è quello più limitato (come sembra voler affermare questa definizione) di migliorare la vita dell’uomo a livello pratico, allora ci si può accontentare di una conoscenza pratica, una conoscenza dell’intelletto che costruisce rappresentazioni e modelli “utili” a migliorare le applicazioni tecnologiche che ci facciano vivere meglio, più a lungo, più coccolati e più felici. Il progresso consiste nel fatto che le conoscenze e le tecnologie migliorino in continuazione e ci permettano di vivere SEMPRE meglio, più a lungo, più coccolati e felici. Il problema è se, e fino a che punto, la scienza si voglia limitare a una conoscenza pratica che si accontenti di un progresso "utile", o non necessiti di una propulsione interna nella direzione di un allettante quanto improbabile "vero".  Su questo tema si può ripensare, per esempio, al passaggio dal modello tolemaico a quello copernicano. I due modelli funzionavano altrettanto bene quando si trattava di andare da qui a lì, per navigare o per muoversi con le carovane lungo la via della seta. Per queste applicazioni, la scienza di Copernico non era più utile della scienza di Tolomeo. Con quest'ultima, però, mandare un robotino su Marte sarebbe stato alquanto complicato. D’altra parte, se dobbiamo arrivare puntuali all’appuntamento col dentista, regolarci in base all’entanglement quantistico non ci sarà di grande utilità. In questa definizione di Yahoo Answers,  l'utile e il vero  corrispondono rispetivamente alla evoluzione tecnologica" e alla "espansione della conoscenza”. Questi sono aspetti relativi che, pur guardando entrambi a un continuo progresso, sono da tenere ben separati e distinti. Queste due anime della scienza –  l'aspetto pragmatico-tecnologico e l'ambizione a conoscere il vero – rappresentano in certo qual modo l'evoluzione cognitiva dell'uomo, in cui sembra quasi di percepire due differenti nature fuse in un unico organismo. Da una parte c'è l'anima dell'animale che, come tutti gli animali, tende all'utile e al confortevole. Dall'altra, c'è l'anima dell'intelletto simbolico e autocosciente, che ambisce a farsi dio onnisciente ("Dovrò pur prendere un modello a cui ispirarmi, no?", Woody Allen, Manhattan, 1979). 

La definizione di Yahoo Answers non si accontenta di dirci che cos’è la scienza, ci fornisce anche informazioni sul come la scienza procede, vale a dire sul metodo: la scienza "consiste nella ricerca e sperimentazione, con metodo empirico".
Sulla questione del metodo spenderemo qualche parola a tempo debito. Qui annotiamo solamente che vengono proposte tre parole importanti (ricerca – sperimentazione  – metodo empirico), e forse ne manca una, altrettanto importante: osservazione.
Se con la parola “ricerca” si intende (come comunemente si intende) “ricerca scientifica”, vale a dire “attività svolta dagli scienziati”, si ricade in una perfetta tautologia dove la parola ricerca definisce se stessa e non se ne ricava nulla. Senso diverso potrebbe avere se al termine ricerca si attribuisse un significato più lato. Si tratterebbe in questo caso di pensare alla ricerca come allo studio, alla condotta di indagini, a osservazioni tese a evidenziare particolari proprietà della cosa osservata o delle relazioni che essa ha con altre cose. In questa accezione, la parola ricerca potrebbe essere utilizzata sia per quanto attiene alle scienze dure sia per quanto attiene alle scienze umane, filosofiche, morali, storiche, fino ad arrivare al senso lato della “recherche” proustiana: una ricerca a tutto spessore sull’uomo – il suo spazio fisico, il suo tempo reale e quello immaginario, la sua anima, i suoi slanci e i suoi deliri.
Quanto alla sperimentazione, questo è un termine che si addice solo alle discipline che riguardano il “qui e ora”: in paleontologia, in cosmologia, o nelle scienze storiche e filosofiche, sperimentare è una questione un po’ complicata. Altrettanto dicasi per quanto attiene al concetto di “metodo empirico”.

In conclusione, la definizione citata da Yahoo Answers si è rivelata più complessa di quanto non apparisse a prima vista, proprio a causa della sua eccessiva superficialità. La definizione è criticabile là dove la scienza è chiamata "disciplina". Là dove parla di meccanismi, essa rimane in superficie e non scava nell'anima della scienza. Quando la definizione nomina la ricerca e l’evoluzione tecnologica essa sfiora inavvertitamente, e senza farvi cenno, temi che certamente appartengono all’impresa scientifica (l’utilitarismo, il relativismo, l’esplorazione finalizzata) senza tuttavia fornire nessuna spiegazione e nessuna cornice interpretativa.