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domenica 15 ottobre 2017

IL METODO SCIENTIFICO - terza e ultima parte

Nel post precedente, s’era concluso affermando che la condivisione è una caratteristica fondante del fare scienza e del metodo scientifico.

Condividere le conoscenze

Ci si potrebbe chiedere “con chi” lo scienziato deve condividere il suo sapere. La risposta più ovvia è “con tutti” anche se, di questi “tutti”, solo pochissimi sono in grado di capirci qualcosa e di partecipare all'impresa: gli altri, non capendo, facilmente traviseranno (un capitolo a parte di questa questione riguarda il difficile tema della divulgazione scientifica). Questo “tutti”, dunque, non solo è ingannevole ma è anche pericoloso. 

La questione, in fondo, è semplice: i destinatari precipui della condivisione scientifica sono gli scienziati medesimi, i quali comunicano tra loro attraverso canali istituzionali (convegni e letteratura dedicata) e, cosa di primaria importanza, condividendo un linguaggio tecnico. Questo, facilita la comunicazione tra adepti ma, al pari dei linguaggi iniziatici, costituisce un insuperabile ostacolo alla comprensione da parte di chi è estraneo non solo alla scienza, ma financo alla singola disciplina specifica.
La letteratura scientifica attraverso cui gli scienziati comunicano è relativamente pubblica e accessibile ma i contenuti di tale letteratura, per essere resi accessibili al grande pubblico, debbono venir tradotti e semplificati da esperti divulgatori capaci di adeguare al proprio pubblico il linguaggio e i concetti. Con ciò si soddisfa la richiesta civica e politica di una scienza pubblica e non segreta. 

Nell'ambito strettamente scientifico, la condivisione della conoscenza, delle procedure, e dei risultati – mettendo tutti gli altri nelle condizioni di replicare esperimenti e misurazioni – consente di valutare, collettivamente, la riproducibilità dei risultati medesimi. Tale riproducibilità dà ai risultati un’aura di universalità. Al contrario, la non riproducibilità è un indizio molto serio contro l'attendibilità dei risultati. In conclusione, la condivisione è un aspetto metodologico fondante dell’universalità della conoscenza scientifica ed è anche una sorta di dovere etico per chi fa scienza.
Vi è un atteggiamento mentale, proprio di chi fa scienza, che appartiene senza dubbio al cosiddetto metodo scientifico. Non si tratta tanto della pretesa di tendere alla conoscenza di come è fatto “veramente” il mondo: questo è un atteggiamento molto diffuso ma non fondamentale. L’atteggiamento cruciale che distingue chi fa scienza da chi, pur pretendendo di fare scienza fa qualcos’altro, ha a che fare con il rigore con cui si affrontano i problemi, un rigore che nel caso specifico della scienza è fortemente ancorato all’idea di dimostrabilità delle affermazioni, dei risultati sperimentali, delle relazioni causali, e di tutti quegli elementi che lo scienziato solitamente chiama “fatti”.
Apro una brevissima parentesi sul problema dei cosiddetti “fatti”. Tanto lo scienziato che l’uomo della strada chiama “fatto” un qualsiasi fenomeno evidente in sé. Una pietra che cade è un fatto. Lo scienziato, però, diversamente dall’uomo della strada, definisce “fatto” ogni fenomeno che, ai suoi occhi, risulta dimostrato e/o serialmente riproducibile e/o che consente di fare predizioni basate proprio su quel “fatto”. Tuttavia, in alcuni casi, i “fatti” altro non sono che “interpretazioni” di un fenomeno che viene analizzato all’interno di un paradigma, considerando il paradigma come il quadro di riferimento all’interno del quale i fenomeni sono analizzati. All’interno del paradigma tolemaico, il sole che gira attorno alla terra è un fatto evidente in sé, continuamente riproducibile e che consente di fare predizioni. All’interno del paradigma copernicano, la terra che gira attorno al sole è un “fatto” in sé del tutto evidente, continuamente riproducibile e che consente di fare predizioni. È il paradigma di riferimento che definisce il fenomeno e l’essenza dei fatti, i quali pertanto cessano di essere “fatti” per diventare – con sommo piacere di Nietzsche – “interpretazioni”. Chiusa parentesi.

Tornando alla questione del “rigore”, non si può certo affermare che il filosofo o il logico non applichino abitualmente un estremo rigore ai loro ragionamenti. Lo fanno eccome! Ma il loro rigore è una forma di consequenzialità formale del ragionamento logico: ogni affermazione discende come conseguenza logica di altre affermazioni che fungono da premessa, e ogni affermazione che nasce come conseguenza di premesse precedenti diventa a sua volta premessa delle conseguenze successive. Tutto ciò è perfettamente rigoroso ma non vi è dimostrazione alcuna che ogni premessa e ogni conseguenza sia “vera” o quantomeno empiricamente dimostrabile. Questo, vale a dire la dimostrazione empirica di ogni affermazione, è invece ciò che lo scienziato esige in modo assoluto e che fa parte costitutivamente del metodo scientifico. Mentre il logico o il filosofo procedono per passi logici talora autoreferenziali, lo scienziato esclude metodologicamente gli asserti che non riescono a trovare un sostegno empirico di qualche genere, sperimentale o altro, o conferme da parte di altri scienziati. In questo, il lavoro dello scienziato è metodologicamente collettivo, mentre quello del logico o del filosofo non si esercita obbligatoriamente come impresa collettiva, anzi, spesso si esercita come impresa solitaria in opposizione ad altri filosofi.
Il logico e il filosofo, inoltre, spesso intendono dimostrare una tesi, una tesi preconfezionata: per fare ciò, cercano premesse e percorsi logici deduttivi attraverso cui la propria tesi possa essere dimostrata. Si tratta in poche parole di un’operazione top-down: la tesi da dimostrare sta in alto e la procedura per dimostrala discende dalla necessità di dimostrare la tesi. Nelle scienze, la procedura è più frequentemente bottom-up. Diceva Einstein: Se sapessimo (esattamente) quel che stiamo facendo, non si chiamerebbe ricerca”. La tesi (ad esempio la legge generale che governa un fenomeno) sta alla fine del percorso, non all’inizio: prima vengono le teorie, il ragionamento induttivo, gli esperimenti, la condivisione, la riproducibilità delle esperienze, le confutazioni o le conferme. Anche questo modo di procedere (strumento e stato d’animo anch’esso) è parte del metodo scientifico.
Qualcuno afferma anche il caso, la stocasticità che eccita la creatività, faccia parte del metodo scientifico. Io non sono d’accordo. Se è vero che assai spesso il caso o l’evento imprevisto suscita l’attenzione e, perché no, anche la creatività del ricercatore, questo non può essere assunto a “metodo”, il quale è un qualcosa a cui ci si affida, per l’appunto, metodologicamente. Ciò che deve essere assunto in modo metodologico è una particolare attenzione all’imprevisto, alla nota dissonante, a ciò che non quadra perfettamente, all’eccezione che mette in crisi la regola. Questa particolare attenzione-tensione, e non il caso, fa parte del metodo scientifico.     


Requisito metodologico essenziale per fare scienza è certamente il dubbio. Lo scienziato deve necessariamente collocarsi tra coloro che dubitano. Per quanto gli scienziati siano lusingati dall’idea di cercare la verità, essi devono porsi nella posizione di chi metodologicamente dubita e metodologicamente rifiuta l’idea stessa di verità. Il già citato Richard Feynman afferma: Nella scienza il dubbio è obbligatorio. È assolutamente necessario riconoscere che l’incertezza gioca un ruolo fondamentale nel progresso scientifico. Per fare progredire la conoscenza dobbiamo essere costantemente modesti e ammettere di non sapere. Nulla è assolutamente certo al di là di ogni dubbio [...] A mano a mano che si acquisiscono nuove informazioni nelle scienze, non si sta pian piano trovando la verità, si sta solo stabilendo che questo o quello è più o meno probabile (Il Piacere di scoprire. Adelphi 2002 – Ed. originale: The Pleasure of Finding Things Out, 2000).
Lo stesso concetto espresso da Feynman, lo ritroviamo nelle parole di Piero Angela, il più famoso divulgatore di scienze del nostro paese:In che modo dunque dovrebbe comportarsi lo scienziato? A giudicare dalla pratica quotidiana in ambito scientifico, una qualità essenziale è saper dubitare: chi ha troppe certezze sulle proprie idee e sui propri risultati rischia infatti di smarrirsi. Diversamente da quanto accade nelle ideologie e nelle religioni, il punto di partenza è rovesciato: non esistono verità assolute, ma piccole verità transitorie, da superare al più presto per raggiungerne altre, che attendono di essere scoperte. I dati acquisiti sono sempre da considerarsi provvisori(da Piero Angela. Che cos’è la scienza. Vedi al LINK). 

Piero Angela
Se, da una parte, il metodo scientifico indica il dovere di saper dubitare, specularmente esso indica la necessità escludere la verità dalle proprie prospettive. Le affermazioni della scienza, per quanto tendano alla generalizzazione e alla universalità, debbono essere considerate sempre confutabili o verificabili, mai “vere”. Questo atteggiamento verso le conoscenze scientifiche deve essere preso come assunto metodologico anche perché le affermazioni della scienza si riferiscono ai modelli con cui la scienza rappresenta mentalmente la realtà, non necessariamente alla realtà stessa, qualunque cosa si voglia intendere con questo termine. A questo proposito, Bruno de Finetti (1906-1985), da perfetto scettico affermava che il nostro spirito non può pensare nulla che non sia un suo pensiero, non può concepire nulla che non sia una sua concezione, non può ragionare di nulla che non sia un suo ragionamento…" (De Finetti B. Probabilismo. 1931: p. 87-88. Vedi al LINK). Questo pensiero ricalca alla perfezione quel che già Kant affermava riferendosi non soltanto alla rappresentazione mentale della realtà ma anche ai condizionamenti culturali, ai pre-convincimenti (pregiudizi), e ai punti di riferimento di ciascun pensatore: la ragione vede solo ciò che lei stessa produce secondo il proprio disegno…” (dalla prefazione alla Critica della Ragion Pura).
A pagina 28 del suo bestseller L’ordine del tempo”, il fisico Carlo Rovelli dà una fortissima coloritura a ciò che io chiamo propensione metodologica al dubbio: egli parla di propensione alla ribellione come possibile presupposto metodologico del fare scienza. Le sue parole sono: Una radice profonda delle scienze è la ribellione: non accettare l’ordine delle cose presenti”. Il termine è un po’ forte, ma ci può stare.

Tutto ciò fa riferimento ai meccanismi cognitivi universali cui tutti gli uomini attingono, scienziati e non scienziati che siano. Tali meccanismi che includono, appunto, l’operare su rappresentazioni mentali della realtà e riempire con pre-giudizi i vuoti tra un “fatto” e l’altro, tra un’esperienza e l’altra, una dimostrazione e l’altra, sono assunti nella loro universalità anche da Marcell Proust, che non è uno scienziato ma è pur sempre un esploratore: un esploratore dell’umano pensare. In più punti della Recherce, egli sottolinea questi aspetti: è solo attraverso il pensiero che prediamo possesso delle cose (da: Albertina scomparsa); la stessa testimonianza dei sensi è un’operazione dell’intelletto, in cui la convinzione crea l’evidenza (da: La prigioniera);abbiamo dell’universo solo visioni informi, frammentarie, che completiamo con arbitrarie associazioni d’idee(da: Albertina scomparsa) (vedi al LINK).

Marcel Proust: esploratore
Da scienziato e da pensatore qual è, Carlo Rovelli, sempre nel suo L’ordine del tempo, oltre a usare parole forti come ribellione, usa parole delicate come poesia, intendendo con ciò la capacità di saper vedere al di là del visibile”. Questa caratteristica che la scienza condivide con l’arte è una cosa molto diversa dalla propensione, di cui s’è detto sopra, a percepire la nota dissonante o l’evento che non quadra. Qui si tratta di avere (o di sviluppare) l’istinto di intravedere (almeno come possibilità teorica) che le cose stiano in modo diverso da come appaiono o che dietro all’apparenza, ci possono essere stratificazioni di “realtà” non ancora concepite e che, per essere scoperte, devono essere prima immaginate. Di queste immagini del possibile bisogna fare modelli e, poi, cercare di dimostrare ciò che si crede di avere intuito. È ciò che Rovelli chiama la capacità di comprendere prima di vedere”.
La capacità di vedere al di là del visibile, la poesia della scienza nel lessico di Carlo Rovelli, corrisponde allo sguardo fiabesco del bambino il quale, giocando o ascoltando una storia, vede mondi inaccessibili, che egli stesso costruisce e all’interno dei quali egli agisce e scopre cose. Anche l’infantile sguardo fiabesco potrebbe entrare a buon diritto tra i requisiti metodologici del fare scienza. Questa impegnativa affermazione (che sottoscrivo al cento per cento) viene dal premio Nobel (1903) Marie Curie: Io sono tra quelli che pensano che le scienze possiedano una grande bellezza. Uno scienziato nel suo laboratorio non è soltanto un tecnico: è anche un bambino posto di fronte a fenomeni naturali che lo appassionano come un racconto di fiabe”.

Lo sguardo incantato di Lisa Simpson
Si sono fin qui visti svariati componenti del cosiddetto metodo scientifico. Fra le tante cose che restano da capire ce ne sono due che emergono con forza. La prima domanda che viene in mente è: questi requisiti – o presunti tali – del metodo scientifico devono essere sempre tutti contemporaneamente presenti per poter dire che quel che si sta facendo in un certo momento è scienza e non altro?”. La domanda immediatamente successiva è: il metodo scientifico, considerato come sommatoria degli specifici requisiti sopra indicati, vale per tutte le scienze o solo per alcune? Vale per le scienze esatte, per quelle naturali, per quelle umane?”. 
La seconda domanda – che ha a che fare col cosiddetto monismo metodologico (uno stesso metodo per tutte le scienze) – è forse quella a cui si può rispondere più facilmente. Una cosa che va immediatamente detta è che, formulata in questo modo, tale domanda mette in moto un circolo vizioso da cui non si può uscire. Infatti, se chiamo “scienze” le diverse discipline, do per scontato che esse applicano il metodo scientifico ma, per definire se una disciplina è una scienza, devo prima identificare il metodo scientifico e dimostrare successivamente che quel metodo viene applicato in modo corretto in quella specifica disciplina. Posta così com’è stata posta e senza aver risposto alla prima domanda, la domanda sul monismo metodologico è priva di senso: è una domanda sbagliata, una falsa domanda.
D'altro canto, rispondere alla prima domanda è difficilissimo. Dei vari prerequisiti sopra indicati, alcuni sono o possono sembrare antitetici: il riduzionismo metodologico non va tanto d’accordo con una visione olistica; il ragionamento induttivo e quello deduttivo sono spesso considerati antitetici; l’attenzione alle regolarità e l’altrettanto necessaria attenzione alle irregolarità appaiono atteggiamenti contrapposti. D’altra parte, tutto ciò è parte integrante e costitutiva del lavoro, per esempio, del direttore d’orchestra che deve stare attento al suono complessivo ma anche ai singoli dettagli dei singoli strumenti da cui emerge il suono complessivo: il direttore d'orchestra costruisce un insieme derivato da una scomposizione. Ritengo che tutti gli elementi sopra indicati (e forse anche altri) entrino a far parte costitutivamente del cosiddetto metodo scientifico. Ma affermo anche che non è necessario che tutti i detti elementi siano contemporaneamente presenti  in ogni momento, in ogni situazione e con la medesima valenza. C’è un tempo per la costruzione del modello, per l’analisi dei dati, per la pianificazione e l’esecuzione degli esperimenti; c’è il tempo della sintesi e c’è un tempo per la comunicazione, la condivisione, la discussione ecc., ecc. L’agire scientifico consta di momenti diversi e di menti diverse: l’agire scientifico, anche quello individuale, è un’impresa collettiva e si riconosce in una metodologia da mettere in atto collettivamente.    
Detto ciò, bisogna vedere disciplina per disciplina, se queste si sono costituite, vengono esercitate e stanno progredendo in virtù dell’applicazione collettiva delle regole, delle procedure, degli atteggiamenti mentali e dei prerequisiti di spirito sopra elencati. Così facendo si potrà dire non tanto se la fisica o la storia siano scienze, ma se quella teoria fisica o quella ricostruzione storica siano state affrontate scientificamente. Naturalmente, ci sono discipline per le quali certe categorizzazioni sono più facili, e altre per le quali sono più difficili, se non quasi impossibili.

Ci sono poi asserzioni e questioni di fondo da cui tutta questa diatriba nasce. Esistono questioni di credibilità”, di reputazione”, di autorevolezza e, non ultime, di finanziamento. Se una disciplina si può vestire con l’abito della scienza, è (o diventa, si spaccia, o è percepita) come seria, autorevole, credibile, affidabile. Su di essa si può contare. Se un’altra disciplina fa fatica a darsi una bella verniciata di scientificità, per ciò stesso viene percepita come meno affidabile, aleatoria, poco credibile. Difficile giustificare l’allocazione di risorse su una disciplina poco credibile.
Per certi versi giustamente, nella nostra società la scienza si è conquistata una nomea di efficacia e di credibilità. I risultati sono davanti agli occhi di tutti. Per una naturale contrapposizione delle cose, si dà però per scontato che se una procedura ha qualche difficoltà a porsi in modo inequivocabile nell’ambito delle scienze, allora questa disciplina è meno credibile e, sostanzialmente, meno importante. Il problema non è nuovo. I positivisti del XIX secolo (ad esempio Auguste Comte e John Stuart Mill) sostennero che grazie alla logica induttiva certe scienze (quelle esatte, che oggi chiamiamo “dure”) in quanto a potere cognitivo e predittivo sono superiori alle scienze “morali” (quelle che oggi chiamiamo scienze “molli”).


I dibattiti odierni non sembrano aver fatto molta strada rispetto al XIX secolo. Di fatto, il dibattito si è impantanato su alcune storture: storture di sistema che hanno a che vedere con gli obiettivi e col modo di ricercare e agire da parte degli operatori di questa o quella disciplina. Quanto agli obiettivi, non si può non distinguere tra gli obiettivi di alcune branche del “sapere” (per esempio della chimica, della farmacologia o della geologia) e gli obiettivi di altre branche (per esempio del diritto, della storia o dell’economia). Non si può, come ci dicevano a scuola, mescolare le pere con le mele. Ogni disciplina ha i propri obiettivi, i propri metodi, le proprie caratteristiche costitutive. Pretendere l’eguaglianza ontologica e metodologica tra discipline diverse equivale, secondo me, a mettere in atto del tutto erroneamente un eccesso di egualitarismo normativo: le differenze ci sono, sono importanti, vanno valorizzate e non vanno svilite da preconcetti.

Egualitarismo
L’altra stortura di sistema è voler omologare a un non meglio precisato metodo scientifico i comportamenti e le procedure di ricerca attinenti alle diverse discipline. Anche qui è evidente un eccesso di egualitarismo normativo. Stando così le cose, per una contrapposizione istintiva a tale egualitarismo normativo, viene quasi da dirla con le parole del filosofo Ludwig Wittgenstein:Il mio scopo [...] è diverso da quello dell'uomo di scienza, il corso del mio pensiero è diverso dal suo […] Non c'è un metodo della filosofia, ma ci sono metodi (Ricerche filosofiche, 1930) o con le parole ancora più provocatorie di Paul Feyerabend: l'anarchismo, pur non essendo forse la filosofia politica più attraente, è senza dubbio una eccellente medicina per l'epistemologia e per la filosofia della scienza (Contro il metodo, 1975). Quello che conta è la serietà degli operatori, la loro attitudine mentale a cercare, a controllare, a verificare, a scegliere e verificare le fonti per tradurre, ove è possibile, la descrizione in comprensione e in spiegazione, e farlo con metodi che abbiano i requisiti e le caratteristiche generali di quelli sopra descritti.
L’egualitarismo normativo e il monismo metodologico, oltre a non essere in grado di rendere evidente il discrimine tra scienza e non scienza, nuocciono, soprattutto, alla scienza stessa che trae, invece, sostentamento e vitalità da un molto più opportuno complementarismo metodologico.

Complementarismo metodologico
A che cosa serve, poi, la domanda sulla “vera” natura della scienza e, conseguentemente, sull’essenza del metodo scientifico? Lo scopo utile della domanda è riuscire a distinguere l’erba buona dalla gramigna costituita dalle cosiddette “pseudoscienze”, quelle attività che si spacciano per scienze e millantano il rigore dell’agire scientifico per vendere ai palati buoni false verità su cui speculare. Forse, però, per identificare il millantatore pseudoscientifico è sufficiente una certa dose di senso critico e non è strettamente necessario ricorrere a precise, specifiche quanto improbabili definizioni di scienza o di metodo scientifico. Succede però, che la più che giustificata lotta alla pseudoscienza fraudolenta finisca per sconfinare nell’identificazione di avversari sbagliati. In una lotta senza quartiere contro le pseudoscienze fraudolente, il nemico appare ovunque: nelle tradizioni, nelle superstizioni, nella filosofia, e anche nelle cosiddette scienze umane, colpevoli, queste, di non essere scienze a tutti gli effettima scienziucole che non rispettano tutti i criteri delle “scienze scienze”. Sulle tradizioni e sulle superstizioni non mi soffermo: sono argomenti troppo vasti e non direttamente correlati all’argomento che sto affrontando. Sulla filosofia e sulle scienze umane due parole sono necessarie. Quanto alla filosofia, la quale ovviamente non è per nulla esente da critiche, essa non deve essere vista come il male, il nemico della verità, per il solo fatto di basarsi più sulla logica che sui fatti sperimentali. La scienza, che un tempo si chiamava Filosofia della Natura, è una costola della filosofia. Esse sono parenti stretti: entrambe procedono secondo logica e confrontano modelli. Ad un certo punto, con i vari Bacone, Galileo, Cartesio, Newton ecc. una parte della filosofia ha posto al centro del proprio operare l’esperienza, la misurazione, la sperimentazione, mentre un’altra parte è rimasta ancorata ai modelli teorici, logici e metafisici cui era abituata. Non ostante queste importanti differenze, le due entità rimangono strutturalmente apparentate e il loro legame di fondo resta indissolubile. A mano a mano che la scienza è maturata come tale, la filosofia ha cominciato a discuterne i metodi, gli scopi e i risultati, formando la disciplina della filosofia della scienza, spina critica nel fianco della scienza. La filosofia, inoltre, attinge a piene mani dai risultati della scienza, per costruire nuovi modelli e nuove cattedrali speculative nell’ambito della filosofia teoretica, della filosofia morale e così via. Dal canto suo, talora senza averne piena consapevolezza, la scienza attinge dalla filosofia problemi e modelli teorici per decidere che cosa misurare, che cosa sottoporre a verifica o a sperimentazione. Quando la scienza smantella i vecchi paradigmi e ne costruisce di nuovi sa di offrire alla filosofia materiale da costruzioni per nuovi modelli e nuove speculazioni teoriche. Se queste basi, contrapporre scienza e filosofia è inutile oltre che sbagliato perché entrambe – anche se spesso lo negano – si sostengono e si aiutano, anche contrapponendosi, l’una con l’altra. Entrambe, alla fine, hanno l’ambizione di tendere al “vero” e si alimentano del “verosimile”.
Quanto alle scienze umane, già nel medioevo si faceva una netta distinzione tra le Arti del Quadrivio (che oggi chiameremo scienze esatte, o dure) e le Arti del Trivio (scienze umane, o molli). Ma nel medioevo (che non fu un’epoca culturalmente così buia come oggi spesso si vuol far credere), entrambe le arti facevano parte delle Arti Liberali, quelle arti (o scienze) indispensabili tutte per chi fosse impegnato in attività intellettuali. Sarebbe ridicolo affermare che tra le scienze esatte e quelle umane non vi sono sostanziali differenze costitutive, strutturali, normative e metodologiche. Ma sarebbe meno che intelligente, nel XXI secolo, negare alle scienze umane lo statuto di scienza. Questo non dipende dal fatto di poter applicare alle scienze umane tutti i metodi che vengono applicati alle scienze esatte, bensì dagli obiettivi (per esempio, quello della conoscenza e quello della sua trasmissione culturale), dal rigore metodologico, e dalla capacità di identificare i fatti rilevanti all’interno delle proprie discipline e così via. In definitiva, lo statuto di scienza, piuttosto che con specifici metodi applicativi, ha più a che fare con l’approccio mentale e col rigore del processo con cui gli argomenti vengono sottoposti a indagine. Quando si cercano differenze e si pongono distinguo, bisogna cercare di badare più alla sostanza che non alle parole con cui nominiamo detta sostanza. Scienza, in fondo, è una parola, ma quel che conta è la sostanza che ci sta dietro.  

giovedì 1 giugno 2017

MA LA SCIENZA, CHE COS’È? – DEFINIZIONI (parte 3 di 5)

Dopo aver discusso della definizione di scienza data da Wikipedia, è ora la volta di quella citata da Yahoo Answers. Questa, mondata dal terribile errore di ortografia che non la connota positivamente, suona come segue: 

"La scienza è quella disciplina che permette di comprendere in modo sicuro i meccanismi e i fenomeni della natura, permette l'evoluzione tecnologica dell'uomo e espande la conoscenza. Consiste nella ricerca e sperimentazione, con metodo empirico" (Vedi al link).



In questa definizione, oltre all'orrore di ortografia, anche la punteggiatura e l'intero impianto espressivo lasciano molto a desiderare. Stendiamo un velo sulla forma ed esaminiamo la sostanza. A prima vista, questa sembra relativamente chiara: vi si legge un'immagine della scienza che combacia relativamente bene con un'idea di scienza largamente condivisa. Tuttavia, nel corso dell'analisi vedremo che sulle affermazioni contenute nella definizione c'è parecchio da discutere e che, grattata la superficie, resta assai poco e quel che resta non soddisfa la richiesta di sapere che cosa sia, davvero, la scienza.



La definizione di scienza data da Wikipedia e discussa nella puntata precedente affermava che essa è un “sistema di conoscenze”. Pur con qualche perplessità, s'era concluso che la locuzione “sistema di conoscenze” rimanda in modo generico ma adeguato alla complessità cognitiva e metodologica della scienza. Il termine “disciplina” che ci viene qui proposto da Yahoo Answers evoca aspetti correlati al rigore (scientifico? metodologico?) ma è troppo restrittivo e non evoca nulla dell'essenza o dell'anelito cognitivo della scienza. La parola disciplina deriva dal latino discipulus: alunno, allievo. A sua volta, la parola latina deriva dal greco “kapelos” (colui che apprende). In ogni sua connotazione la parola disciplina rimanda alla condizione di discepolo, quello a cui viene trasmessa una dottrina da imparare. Nel termine disciplina, aleggia, anche se inespressa, la parola didattica. C’è tutta la tensione alla trasmissione dottrinale ma non v’è nulla della tensione ad apprendere, a comprendere, a capire, a farsi una rappresentazione propria del mondo. Come disciplina, la scienza è un rubinetto che viene aperto da un insegnante (persona o istituzione che sia) e a cui ci si abbevera e non è, come sarebbe preferibile, una cisterna al cui riempimento ciascuno, se ne ha le capacità, può contribuire. Nella relazione (talora nella contrapposizione) tra “imparare” e “capire”, la disciplina guarda al versante dell’apprendere (ab prehendere) piuttosto che a quello del con-prendere.
Nella tensione dottrinale presente nella parola disciplina c’è anche l’idea (e il compito) di una trasmissione en bloc di contenuti, linguaggi, strumenti, paradigmi, scopi. A questa idea io contrappongo quella di un insegnamento non dottrinale in cui il linguaggio, le informazioni, gli strumenti, i paradigmi e gli scopi siano terreno aperto di problematicità, di critica, di messa in discussione, e di presa in carico responsabile. Spesso, purtroppo, non è così.
Infine, disciplina è una parola che tende a ridurre (escludendo) e non a abbracciare (includendo): una disciplina sportiva, per esempio il nuoto, non rappresenta lo sport nel suo complesso. Quanto alle scienze, l’astrofisica o la biologia molecolare sono discipline e ciascuna di esse rappresenta aspetti particolari e non generali della scienza. Per tutti i succitati argomenti la parola “disciplina” mi pare poco appropriata e concettualmente sbagliata per definire che cosa sia la scienza.

Proseguendo con l'analisi della definizione vediamo che alla parola disciplina segue la locuzione permette di comprendere”. La parola “permette” sottolinea una straordinaria fiducia nella capacità della scienza, attraverso lo studio dei fenomeni, di impossessarsi (prehendere cum) della verità delle cose in sé. Come insegna il buon Kant, tra la cosa in sé e i fenomeni c’è una bella differenza, ma transeat: facciamo "come se". Intendiamoci, “fare come se” è cosa utilissima e la scienza, senza dubbio, si comporta come se i fenomeni costituissero la realtà. D’altra parte, è proprio con i fenomeni che noi umani abbiamiamo a che fare: i fenomeni così come li vediamo. Naturalmente, ci sono alcuni che affermano che i fatti "come li vediamo noi" non esistono e sono i nostri apparati cognitivi e quelli di senso a farceli vedere come tali. Per qualcuno questa differenza tra "ciò che sembra" e "ciò che è" è di fondamentale importanza per invalidare il senso che si attribuisce al termine verità. Per altri, poichè non c'è alcun modo per accedere direttamente a "ciò che è", dobbiamo farci una ragione di questa limitatezza, accontentandoci della conoscenza fenomenica che possiamo trarre da ciò che appare. In questa prospettiva  quella di accontentarci delle apparenze fenomeniche  la parola permette ha qualche pretesa di troppo: ha un che di saccente, di presuntuoso, di positivistico. Tuttavia, poiché normalmente la gente è abituata a ritenere che i fatti siano proprio così come appaiono, il termine "permette" è conforme a questa visione del mondo e della scienza. D'altra parte, noi "vediamo" chiaramente che la scienza interviene proprio su ciò che "vediamo". Vediamo una scienza che, nei fenomeni, coglie quelle relazioni e quei nessi causali che "ci fanno convinti" di poter comprendere come stanno le cose – e poco importa se quelle relazioni e quei nessi causali, in sé, forse non esistono proprio, ma sono costruzioni operate dalla mente dell'uomo nello sforzo di trovare un ordine (e una ragione) nelle cose del mondo. Diciamo quindi, per non farla troppo lunga su questo punto, che, nella sua ingenua superbia, la locuzione “permette di comprendere” è una onesta rappresentazione di come, nel sentire comune, la gente (quella fiduciosa nella razionalità) percepisce i compiti che la scienza si dà e quel che essa ci consente di fare.

La scienza, dunque, secondo il sentire comune, che cosa ci permette di comprendere? Secondo chi si sente soddisfatto della risposta di Yahoo Answers, la scienza ci permette di comprendere “i meccanismi e i fenomeni della natura”. Queste parole lascerebbero intendere che i meccanismi siano inerenti alla natura costituiva dei fenomeni. Su questo di potrebbe discutere. Comprendere i fenomeni – così come s’è detto sopra – equivale a farsi una rappresentazione intellettuale di ciò che appare. Il nostro intelletto è, per sua natura, riduzionista. Per farsi una rappresentazione di un fenomeno, l'intelletto riduzionista deve, per prima cosa, frazionarlo in fasi separate per poi ri-comporre nella mente l'interezza del fenomeno. Il processo di de-costruzione e ri-costruzione comprende anche la nominazione e la reificazione mentale del fenomeno e delle sue fasi: è così che il fenomeno diventa "reale". La rappresentazione del fenomeno in singole fasi rende l'intero (il fenomeno) separabile in premesse o cause (le fasi che vengono prima) e in conseguenze o effetti (le fasi che vengono dopo). L’atto di comprendere, dunque, è un processo complesso in cui un intero, suddiviso in elementi separati, viene assoggettato al senso del tempo (il prima e il poi) che consente di mettere in relazione le cause con gli effetti. A queste relazioni (temporali, spaziali, chimiche, fisiche, ecc.) diamo il nome di "meccanismi". Le cause e gli effetti sono nomi e astrazioni della nostra mente (anche se effettivamente certi fenomeni ne precedono o ne seguono altri). Già Jung (La Sincronicità, 1952) affermava che noi vediamo ovunque solo relazioni causali per il semplice fatto che i nostri sistemi cognitivi non sono capaci di fornirci rappresentazioni di relazioni non causali. Se osserviamo una grande regolarità tra il fenomeno che viene prima e il fenomeno che viene dopo, allora parliamo (la scienza parla) di “leggi”. Sulla base delle “leggi”, la scienza effettua previsioni. Quando le previsioni sono costantemente confermate dai fenomeni, allora si parla di “fatti”. Il problema, con i meccanismi, è che, in natura, essi (e tutto ciò che ne consegue logicamente) come tali non esistono: sono una nostra rappresentazione mentale. Intendo dire che tutta questa faccenda dei fenomeni e dei meccanismi è il frutto della suddivisione mentale di un continuum in frammenti di spazio e in momenti di tempo, in cause ed effetti, in meccanismi. Quando si dice, dunque, “comprendere i meccanismi e i fenomeni della natura” si dice una cosa ragionevole e coerente col comune sentire, purché non si vada ad indagare la cosa troppo da vicino perché, allora, i dubbi sostituiscono le certezze. D'altra parte, però, qualcuno potrebbe dire: "per osservare un panorama, non si può guardare troppo da vicino, bisogna stare a una certa distanza".    


Nella definizione di Yahoo Answers, alla locuzione “comprendere i meccanismi e i fenomeni” seguono le parole in modo sicuro. Queste parolette sono importanti. Sono anch’esse un po’ troppo superbe (suppongono che la certezza sia una categoria dell'indiscutibile, dimenticando che è solo una categoria del possibile). D’altra parte, questa “certezza” (almeno fino all’avvento della meccanica quantistica) è sempre stata la categoria paradigmatica in virtù della quale ciò che appartiene alla scienza è separato e distinto da ciò che appartiene ai domini della metafisica, dei miracoli, della magia. La certezza, intesa come la più alta probabilità immaginabile, è l'attributo costitutivo della scienza, un attributo che si regge su leggi stabilite sulla ripetitività di eventi controllabili e/o misurabili.
Se lascio cadere un sasso, questo cade “sempre” “giù”, a meno che il sasso non venga lasciato cadere in situazioni in cui esistono dimostrabili ragioni fisiche che ne impediscono la caduta. Se le conseguenze di un fenomeno non fossero prevedibili “in modo sicuro” non si tratterebbe di scienza.  Definire la scienza in base all'attributo certezza ("in modo sicuro") è una tautologia, vale a dire spiegare la scienza con la scienza. La fisica quantistica, nel momento in cui si è accorta che certi fenomeni non si accordavano con le certezze della comune fisica newtoniana (che è poi, grosso modo, la realtà fisica intuitiva della nostra scala spazio-temporale) ha dovuto venire a patti con il concetto di “certezza” addivenendo, per i fenomeni che essa studia, al concetto di “certezza probabilistica”.     

Nella definizione che stiamo esaminando, il fatto di comprendere in modo sicuro i meccanismi e i fenomeni della natura permette l'evoluzione tecnologica dell'uomo e espande la conoscenza”. Quanto al problema della conoscenza” – vale a dire sulla differenza tra vero e utile – s’è già detto a sufficienza nella puntata precedente. Se lo scopo della scienza non è quello di conoscere la verità ma è quello più limitato (come sembra voler affermare questa definizione) di migliorare la vita dell’uomo a livello pratico, allora ci si può accontentare di una conoscenza pratica, una conoscenza dell’intelletto che costruisce rappresentazioni e modelli “utili” a migliorare le applicazioni tecnologiche che ci facciano vivere meglio, più a lungo, più coccolati e più felici. Il progresso consiste nel fatto che le conoscenze e le tecnologie migliorino in continuazione e ci permettano di vivere SEMPRE meglio, più a lungo, più coccolati e felici. Il problema è se, e fino a che punto, la scienza si voglia limitare a una conoscenza pratica che si accontenti di un progresso "utile", o non necessiti di una propulsione interna nella direzione di un allettante quanto improbabile "vero".  Su questo tema si può ripensare, per esempio, al passaggio dal modello tolemaico a quello copernicano. I due modelli funzionavano altrettanto bene quando si trattava di andare da qui a lì, per navigare o per muoversi con le carovane lungo la via della seta. Per queste applicazioni, la scienza di Copernico non era più utile della scienza di Tolomeo. Con quest'ultima, però, mandare un robotino su Marte sarebbe stato alquanto complicato. D’altra parte, se dobbiamo arrivare puntuali all’appuntamento col dentista, regolarci in base all’entanglement quantistico non ci sarà di grande utilità. In questa definizione di Yahoo Answers,  l'utile e il vero  corrispondono rispetivamente alla evoluzione tecnologica" e alla "espansione della conoscenza”. Questi sono aspetti relativi che, pur guardando entrambi a un continuo progresso, sono da tenere ben separati e distinti. Queste due anime della scienza –  l'aspetto pragmatico-tecnologico e l'ambizione a conoscere il vero – rappresentano in certo qual modo l'evoluzione cognitiva dell'uomo, in cui sembra quasi di percepire due differenti nature fuse in un unico organismo. Da una parte c'è l'anima dell'animale che, come tutti gli animali, tende all'utile e al confortevole. Dall'altra, c'è l'anima dell'intelletto simbolico e autocosciente, che ambisce a farsi dio onnisciente ("Dovrò pur prendere un modello a cui ispirarmi, no?", Woody Allen, Manhattan, 1979). 

La definizione di Yahoo Answers non si accontenta di dirci che cos’è la scienza, ci fornisce anche informazioni sul come la scienza procede, vale a dire sul metodo: la scienza "consiste nella ricerca e sperimentazione, con metodo empirico".
Sulla questione del metodo spenderemo qualche parola a tempo debito. Qui annotiamo solamente che vengono proposte tre parole importanti (ricerca – sperimentazione  – metodo empirico), e forse ne manca una, altrettanto importante: osservazione.
Se con la parola “ricerca” si intende (come comunemente si intende) “ricerca scientifica”, vale a dire “attività svolta dagli scienziati”, si ricade in una perfetta tautologia dove la parola ricerca definisce se stessa e non se ne ricava nulla. Senso diverso potrebbe avere se al termine ricerca si attribuisse un significato più lato. Si tratterebbe in questo caso di pensare alla ricerca come allo studio, alla condotta di indagini, a osservazioni tese a evidenziare particolari proprietà della cosa osservata o delle relazioni che essa ha con altre cose. In questa accezione, la parola ricerca potrebbe essere utilizzata sia per quanto attiene alle scienze dure sia per quanto attiene alle scienze umane, filosofiche, morali, storiche, fino ad arrivare al senso lato della “recherche” proustiana: una ricerca a tutto spessore sull’uomo – il suo spazio fisico, il suo tempo reale e quello immaginario, la sua anima, i suoi slanci e i suoi deliri.
Quanto alla sperimentazione, questo è un termine che si addice solo alle discipline che riguardano il “qui e ora”: in paleontologia, in cosmologia, o nelle scienze storiche e filosofiche, sperimentare è una questione un po’ complicata. Altrettanto dicasi per quanto attiene al concetto di “metodo empirico”.

In conclusione, la definizione citata da Yahoo Answers si è rivelata più complessa di quanto non apparisse a prima vista, proprio a causa della sua eccessiva superficialità. La definizione è criticabile là dove la scienza è chiamata "disciplina". Là dove parla di meccanismi, essa rimane in superficie e non scava nell'anima della scienza. Quando la definizione nomina la ricerca e l’evoluzione tecnologica essa sfiora inavvertitamente, e senza farvi cenno, temi che certamente appartengono all’impresa scientifica (l’utilitarismo, il relativismo, l’esplorazione finalizzata) senza tuttavia fornire nessuna spiegazione e nessuna cornice interpretativa.  


lunedì 20 febbraio 2017

Paura della scienza: una paura postmoderna - POST-illa

Nel post proposto qualche giorno fa e intitolato PAURA DELLA SCIENZA: UNA PAURA POSTMODERNA, parlavo di "dati" e di "fatti"; di "scienza"; della responsabilità della "formazione e dell'informazione" in relazione allo sviluppo (o al mancato sviluppo) dello "spirito critico"; del peso che le "emozioni" giocano nella percezione, nella "interpretazione" e nella memorizzazione dei fatti; dell'incapacità dei "cattivi politici" di sapersi avvalere di una corretta valutazione dei "fatti" prima di proporre soluzioni a problemi della cui complessità non vogliono o non possono rendersi conto. 


La Lettura, il supplemento del Corriere della Sera, contiene spesso alcuni stimoli che mi invitano alla riflessione. Oggi, aprendo tardivamente La Lettura #273 di Domenica 19 febbraio, mi accorgo che - con un tempismo che ha dello straordinario - sembra quasi che questo giornale abbia preso spunto dalle mie parole per ragionare sui medesimi argomenti trattati nel mio post.
Su questo numero de La Lettura ci sono ben tre interventi - ben più dotti del mio, si intende - sull'argomento da me trattato.  A pag. 8, Mauro Bonazzi interviene con un articolo intitolato Fatti Alternativi (leggi, "bufale" o "fake news"); a pag. 9, Serena Danna interviene con un articolo intitolato Il partito degli scienziati in marcia in nome dei dati; a pag. 11, Marilisa Palumbo interviene con un articolo intitolato La Società degli incompetenti.  
In questi tre interventi ho trovato affermazioni che mi hanno lasciato quasi sbalordito per il modo in cui riecheggiavano alcuni dei miei pensieri. Qui dDi seguito alcuni esempi, non contestualizzati ma ugualmente significativi, tratti da detti articoli: 

"Occorre dotare le persone di strumenti adatti per giudicare quello che viene loro raccontato"; 
"Questo permette ai manipolatori di alimentare equivoci e diffondere falsi";
"Nella realtà contano solo i fatti. L'accertamento dei fatti basta a stabilire che cosa è giusto e che cosa è sbagliato: ma non sempre è così";
"Nel mondo degli uomini, però, i fatti non significano nulla: [...] i fatti devono essere spiegati e valutati. Ci sono i fatti e le interpretazioni";
"I cattivi politici [...] rifiutano di riconoscere la complessità";
"Quando non bastano le notizie vere, se ne inventano di false";
"Dotare le persone di strumenti che permettano di giudicare quello che viene loro propinato";
"[...] imparare ad affrontare la complessità";
"Gli esperti che producono e usano le statistiche sono stati dipinti come arroganti e ignari delle dimensioni emotive che della politica";
"Le emozioni sono ritenute più importanti dei fatti";
"L''accesso alla conoscenza non è mai stato così facile, ma la resistenza all'apprendimento non è mai stato così forte";
"[...] ostilità attiva al sapere; [...] non hanno idea di come si indaghino i problemi e di cosa sia il pensiero critico".


Non mi resta che invitare chi ha letto o condiviso il mio precedente post a leggere gli articoli di cui sopra che, pur nelle loro differenze, interpretano un tema caldo, un tema che - visti anche i rivolgimenti politici recenti e i temuti rivolgimenti prossimi venturi - ha rilevanti implicazioni politiche e sociali.