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martedì 24 aprile 2018

SULLE ORIGINI DEL LINGUAGGIO (secondo me) - PRIMA PARTE

Treccani, l’enciclopedia on line, definisce la linguistica come scienza del linguaggio. Per Wikipedia, che si affida alla linguista americana Carol Genetti, la linguistica è la disciplina scientifica che studia il linguaggio umano. Poiché la linguistica, a parer mio non è in grado di effettuare predizioni, userei  il termine scienza con grande prudenza pur non esitando a inserirla tra le cosiddette Scienze umane



Tuttavia, non v’è dubbio che tale disciplina utilizzi anche metodi e strumenti prettamente scientifici, anche sperimentali, nell’analisi delle lingue e nello studio del linguaggio. Basti pensare al pionieristico approccio cibernetico (la cibernetica della mente) adottato da Silvio Ceccato (Silvio Ceccato. Cibernetica per tutti. Feltrinelli, 1968) assieme a molti altri, tra cui Ernst von Glasersfeld, Vittorio Somenzi, Renzo Beltrame, Giuseppe Vaccarino (per una approfondita e alquanto articolata discettazione sull’argomento vedi: Felice Accame. Il linguaggio come capro espiatorio dell’insipienza metodologica. Odradek, 2015). Molti altri, in tempi più recenti, hanno adottato strumenti scientifici e sperimentali per comprendere l’origine e le basi neurobiologiche del linguaggio (vedi per esempio: Andrea Moro. Lingue impossibili. Raffaello Cortina, 2017).
Questa lunga premessa, in cui esplicito come la scienza flirti spesso e volentieri con la linguistica, mi fornisce la giustificazione formale necessaria per poter parlare del linguaggio in questo blog. Non essendo un professionista della materia, quelle che esprimo sono pure opinioni personali di un dilettante e come tali vanno prese.

A queste opinioni personali dedico due post. Il primo (questo) è una riflessione di tipo analogico nella quale cerco le origini del linguaggio in quella sorta di sintassi naturale (sintassi è parola di origine greca che significa "associazione”, “ordinamento) che consente all’uomo (ma anche a molti animali) di mettere ordine in tutto ciò che – del mondo esterno o di quello interiore – giunge al livello della coscienza attraverso le esperienze sensoriali e si trasforma, per esempio, in progetto, intenzione, azione. 
Il post successivo cercherà una dimostrazione fattuale delle opinioni espresse in questo primo post attraverso qualche riflessione a proposito del primo utensile mai costruito dall’uomo: l’amigdala (pietra scolpita, chopper, selce scheggiata).
Il primo post è già stato pubblicato all’interno di un gruppo chiuso di Facebook dedicato al pensiero complesso (AIEMS - Associazione Italiana di Epistemologia e Metodologia Sistemiche). Poiché molti amici che mi seguono su DOVEOSANOLEGALLINE non frequenta Facebook, riproduco qui di seguito il post in oggetto. Il post sull’amigdala verrà pubblicato tra una settimana circa.


SINTASSI E RAGIONAMENTO INTUITIVO (pubblicazione originale al LINK)

A metà dell’Ottocento s’era discusso così a lungo, e in modo tanto vano, dell’origine del linguaggio che, nel 1866, la Società di Linguistica di Parigi aveva vietato in modo assoluto ai propri soci di discutere ulteriormente della questione. Tuttavia non abbiamo desistito e siamo ancora qui a farlo, con mille bellissime ipotesi e ben poche certezze.
Qui e ora, ne discuto da profano perché non ho competenze in nessuno dei settori teoricamente implicati nella questione. Vorrei solamente, in questa sede, porre l’ipotesi che il linguaggio, nella sua doppia funzione comunicativa e cognitiva, sia legata in qualche modo a tutte le nostre funzioni sensitive, in particolare la vista, considerata anch’essa nella sua doppia natura percettiva e cognitiva.
Partirei dal concetto di ragionamento intuitivo”, quello che si fa senza necessariamente utilizzare il linguaggio. Gli umani che perdono le funzioni linguistiche per colpa di ictus, non cessano di pensare. Gli animali, che sono privi di linguaggio e di tutte le sue proprietà simboliche e semantiche, a loro modo pensano: vedono, ricordano, mettono in relazione scene visive e sensazioni, pianificano azioni, le eseguono, ne valutano i risultati arricchendo l’archivio di esperienze da utilizzare in occasioni successive. Tutto ciò senza bisogno di parole. Gli animali, probabilmente, non sono in grado di gestire molti concetti astratti ma di alcuni, strettamente legati alla fisicità e alla corporeità, hanno certamente coscienza. Tra questi, la paura o alcune forme di gioia (pensiamo per esempio a un cane che gioca).
Detto ciò, ecco il mio pensiero. Nel ragionamento intuitivo noi pensiamo per immagini mentali corrispondenti alle percezioni sensoriali e alle sensazioni emotive accumulate con l’esperienza. Le percezioni sensoriali derivate dai nostri cinque sensi (e quelle emotive di origine interna) entrano in archivi specifici localizzati in diverse aree cerebrali, tutte altamente interconnesse a formare un unico data-base di esperienze. Di volta in volta, a ciascuno di questi elementi stoccati in archivio, a ciascuna di queste immagini mentali, possiamo attribuire (come fanno anche gli animali) funzioni indicali, oppure funzioni strettamente simboliche: quest’ultima prerogativa pare essere esclusiva della specie umana. Col ragionamento intuitivo, attingendo alla memoria organizziamo le immagini mentali in pensiero. Dette immagini possono essere allineate in sequenze lineari, oppure su diversi piani temporali, e in modo altamente ricorsivo. Per organizzare tali immagini usiamo anche grammatiche e sintassi perché il significato delle sequenze mentali dipende - almeno in parte - da come i singoli elementi vengono disposti nella sequenza e da come si correlano tra loro. Questa è, in parole molto povere, l’idea generale di pensiero per immagini mentali. 



Descritto il pensiero intuitivo in questo modo, le analogie col linguaggio sono evidenti. La semantica, la pragmatica, l’inferenza, e altre proprietà sono già contenute in questa idea di processo mentale. L’integrazione tra il tutto, affinché questo costituisca un sistema funzionale altamente efficiente, è dato dalla connettività tra i diversi archivi. Questa connettività è assicurata dai cosiddetti fasci connettivi che compiono miracoli, là nella nostra scatola nera, incluso il miracolo della coscienza. In certi casi, una connettività “esuberante” può portare a quegli affascinanti fenomeni di sinestesia, dove i vari sensi si mescolano: i suoni evocano colori, i colori evocando sapori, questi evocano sensazioni tattili e così via. Nell’uomo – come sia avvenuto non si sa (e forse non ha molta importanza saperlo) – là dove esistevano solamente associazioni tra immagini mentali, azioni, situazioni, sensazioni, ecc., a tutto ciò alcune aree del cervello hanno associato suoni (versi, fischi, mugolii e, infine, parole). Le parole sono diventate il veicolo di significati concreti, astratti, indicali, simbolici, metaforici, ecc.: ecco il linguaggio. Una volta nato, questo si è evoluto consentendo lo sviluppo della più straordinaria capacità comunicativa presente sul nostro pianeta, e l’uso cognitivo che ne sappiamo fare ci ha trasformati in una specie sapiente. E così l’uomo è stato dotato di uno strumento che gli consente di filosofeggiare. Il mio cane non ne è capace … ma il mio gatto, a volte, sembra saperlo fare benissimo.
   


venerdì 3 novembre 2017

CHE COSA È SCIENZA E CHE COSA NON LO È - Conclusioni

Dopo averci ragionato a lungo, non sono riuscito a trovare una definizione o un ordito metodologico che mi indicassero in modo univoco che cosa accomuna tutte le scienze oppure di segnare un confine preciso tra ciò che è scienza e ciò che non lo è. Non ho trovato una via semplice e univoca che mi indicasse se tutte le discipline che si fregiano dell’etichetta di “scienza” lo sono davvero, lo sono in parte, o non lo sono per niente. In fondo, il fallimento della mia ricerca era esattamente ciò che mi aspettavo. 


Capita sempre così quando si cerca di definire in modo semplice qualcosa che, per sua natura, semplice non è. Le definizioni circoscrivono e, nello stesso tempo, separano. Qualcosa rimane dentro, qualcos'altro viene lasciato fuori. Ciò che indichiamo col nome di scienza è una cosa troppo vasta, multiforme, e anche storicamente mobile e variabile per essere perfettamente racchiusa in una definizione, per quanto articolata. La sconfitta non mi sorprende e non mi affligge. Tuttavia, quando si dice scienza, nella testa di ognuno di noi si stagliano immagini ben definite di ciò che crediamo essa sia. Possediamo un concetto culturalmente formato di che cosa intendiamo per scienza. Un concetto che ne abbraccia il nocciolo duro costitutivo. A mano a mano che ci si allontana dal centro di tale immagine intuitiva, più si va in periferia, più i suoi confini diventano vaghi e l’immagine di scienza si sfuoca. In questo territorio lontano dal centro ideale, le caratteristiche di riferimento per distinguere tra scienza e non scienza diventano sempre più flessibili: alle certezze sostanziali si sostituiscono le gradazioni di colore, di valore, di consistenza. I giudizi non possono più essere tassativi; le opinioni e i preconcetti cominciano a giocare la loro parte. In prossimità del nocciolo duro, le definizioni e le demarcazioni metodologiche funzionano benone, ma funzionano sempre meno, a mano a mano che da tale nocciolo duro ci si allontana.
Così, piuttosto che cercare definizioni precise o imperativi metodologici, mi viene da definire la scienza in modo più impalpabile, centrando l’attenzione sull’atteggiamento mentale di chi fa scienza piuttosto che su criteri rigidi. E allora, sulla punta della lingua (o del cervello) mi si formano definizioni vaghe come le seguenti.

La scienza è nell’atteggiamento mentale e nella curiosità con cui si guarda alle cose … È nella procedura mentale con cui si affrontano i problemi… È nella ricerca di relazioni vere e controllabili tra le cose … Sta nel trasferire all’esplorazione delle cose il metodo comparativo con cui il cervello valuta i fenomeni del mondo…”.

La Scienza è un’Impresa umana collettiva ove il collettivo è fatto di individui volitivi, capaci, formati, competitivi (come un collettivo sportivo di successo) e animati da una inestinguibile curiosità che li porta a esplorare il mondo ben oltre la mera superficie, possibilmente fino agli estremi limiti cui può arrivare il limitato intelletto umano: idealmente alla radice delle cose”.

Sono definizioni soft, queste, che si adattano assai bene allo spirito della scienza ma rasentano l'inconsistenza e, inoltre, potrebbero adattarsi a qualunque cosa, oltre alla scienza, e non dirimano l’esigenza di distinguere ciò che è scienza da ciò che non lo è.  
Tuttavia, è importante poter fare tale distinzione: è importante poter accertare se determinate asserzioni sono sostenute o meno da presupposti scientifici che le rendono più o meno affidabili. La via che ho scelto per poter decidere in merito, vale a dire la ricerca di una definizione o di un ordito metodologico è, a quanto pare, una via metodologicamente sbagliata. Una via preferibile – dopo aver esaminato molte definizioni e dopo aver discusso delle varie procedure metodologiche di cui la scienza si avvale – potrebbe essere quella di badare alla sostanza della disciplina o della affermazione per le quali si vuole valutare lo statuto di scientificità, e utilizzare ad hoc e in maniera flessibile i criteri definitori precedentemente individuati. In questo modo, senza pretese di universalità ma badando al sodo, potremo essere in grado, anche nelle zone nebbiose e più periferiche dell’universo delle scienze, di esprimere un giudizio su ciò che la scienza è e su ciò che essa non è.
È chiaro che discipline come l’Astrologia, pur utilizzando elementi astronomici scientificamente determinati e prevedibili, nelle sue conclusioni e nelle sue predizioni non si avvale di alcuno dei criteri (misurazioni, sperimentazione, riproducibilità, ripetibilità, ecc.) che appartengono alla cassetta degli attrezzi dell’operare in maniera scientifica. D’altra parte, anche la Storia (in modo non diverso dall’Astrologia) manca di molti dei criteri tipicamente scientifici (ripetibilità delle osservazioni, traducibilità dei fenomeni in termini quantitativi, ecc.). Tuttavia, nello studio della Storia, i metodi per la ricerca di documenti e testimonianze, la ricerca di riscontri ottenibili da molteplici fonti, l’analisi anche quantitativa di molti fatti, l’interazione con elementi oggettivi e dimostrabili riguardanti le popolazioni, la geografia, la climatologia, le produzioni economiche, ecc., che fungono da causa, concausa o contorno dell’oggetto di studio, tutti questi elementi messi insieme fanno sì che la Storia possa essere inserita a pieno titolo tra le scienze, anche se, come scienza (e questo è del tutto evidente), essa differisce in modo sostanziale dalla fisica o dalla chimica.

Nelle scienze dure e in quelle umanistiche, la ricerca del vero (o del “più vero”, o di ciò che più vi assomiglia oltre ogni ragionevole dubbio) ha a che fare con requisiti tecnici, operativi ed etici non univoci, nel senso che ogni disciplina dispone di specifici requisiti propri e talora esclusivi e interpreta i “fatti” in base ad essi. A mano a mano che ci si allontana dal centro costituito delle scienze più “dure”, ci si avventura inevitabilmente in aree di crescente incertezza: il Diritto, l'Economia, la Sociologia, l'Antropologia, il Marketing, ecc. sono scienze? E se lo sono, fin dove si spingono le radici della loro scientificità? Qui bisogna rispondere volta per volta, caso per caso. Quando, come nel citato caso della Storia, vengono utilizzati strumenti e atteggiamenti scientifici per acquisire conoscenze, per verificare dati, per estrapolare modelli, per fare predizioni, non si può negare a queste discipline o, quantomeno, a determinate applicazioni di tali discipline, lo statuto di scientificità e non si può negare che le loro affermazioni non siano ottenute su base scientifica. Naturalmente, in certi casi bisogna andare con i piedi di piombo. Teniamo presente infatti, che, per esempio, gli antichi Alchimisti lavorano con intenti “scientifici” e i loro metodi non erano molto distanti da quelli della chimica sperimentale. Tuttavia, la loro disciplina era talmente intrisa di metafisica e di soprannaturale da non poter certamente richiamarsi alla scienza quale la intendiamo oggi. E ancora, i giocatori di Bridge e quelli di Scopone Scientifico, come pure i Bookmaker e gli Scommettitori, analizzano quantitativamente i dati, usano la matematica intuitiva e la statistica, ma non per questo fanno scienza.  


Detto ciò, se è importante distinguere la scienza dalla non scienza (non foss’altro per il fatto che la prima fornisce informazioni di norma assai più affidabili della seconda), ancora maggiore attenzione va prestata allo smascheramento delle pseudoscienze che sono socialmente pericolose. Le cosiddette pseudoscienze imitano il gergo, l’abito e il modo di presentarsi delle scienze ma non contemplano nel loro modo di fare quello può essere chiamato il nucleo centrale (l'anima) delle scienze: il mantenere le proprie affermazioni sotto il continuo e rigoroso controllo di qualificati meccanismi di verifica. La scienza non afferma “verità” ed è sempre disponibile a cambiare la propria posizione, se emergono elementi sufficientemente credibili per farlo. Le pseudoscienze, al contrario, sono per lo più travestimenti in abiti scientifici di opinioni e di desideri che non ammettono contraddittorio e negano rappresentanza ai “fatti” che contraddicono tali opinioni o vanificano tali desideri. Le pseudoscienze (e quelle che gli anglofoni chiamano BiasSciences, scienze della parzialità o del pregiudizio) negano la rilevanza, se non addirittura l’esistenza, dei fatti che non sostengono i loro assunti, mentre esaltano e glorificano altri “fatti”, a volte credibili altre volte del tutto destituiti di credibilità, a sostegno delle proprie opinioni e dei propri desideri. Opinioni, desideri, pregiudizi, ideologie, preferenze e altre cose simili, sono articoli umani che lo scienziato deve lasciar fuori dalla porta del suo laboratorio mentre il laboratorio dello pseudoscienziato è alimentato quasi esclusivamente con tali propellenti. Le “verità” proposte dalle pseudoscienze sono costruite in laboratorio mettendo insieme alcuni “fatti” coerenti con le opinioni e i desideri dello pseudoscienziato (istruendo anche pseudoesperimenti non controllati e pseudoprove costruite ad hoc) e guardandosi bene dall’adottare procedure (neutrali o terze) per testare la validità delle conclusioni tratte.  
Le BiasSciences, che incarnano l’essenza della pseudoscienza della parzialità, sono particolarmente insidiose, ingannevoli e pericolose, proprio perché manipolano dati “scientifici” o presunti tali per penetrare nelle coscienze indifese dei più. Così è accaduto con gli antivaccinisti, i quali per anni hanno ingannato la gente – e quel che è peggio anche molti giudici – sbandierando un unico articolo scientifico, ormai vecchio e destituito da ogni validità in quanto falso e prezzolato – che metteva in correlazione l’insorgere dell’autismo con episodi di vaccinazioni. In questo articolo, si mettevano in correlazione "le mele con le pere", fenomeni o eventi tra loro per nulla correlati (se non per il fatto di verificarsi entrambi nella primissima infanzia) ma che, accostati uno all’altro, venivano spacciati come causalmente correlati. Esempi – in questo caso divertenti – di correlazioni false (e illegittime dal punto di vista della tenuta scientifica) sono riportate nel sito http://tylervigen.com/spurious-correlations. Qui se ne riportano due casi paradigmatici. Il primo mette in correlazione il numero di lanci spaziali non commerciali effettuati in tutto il mondo (in rosso) con il numero di dottorati in sociologia conferiti negli Stati Uniti (in nero). Il secondo mette in correlazione l’età delle vincitrici del concorso di Miss America (in rosso) con il numero di assassinii nei quali l’arma del delitto era costituita da un oggetto rovente, un getto di vapore o simili (in nero). I dati messi a confronto sembrano fortemente correlati perché hanno lo stesso andamento e le curve che li descrivono sono quasi sovrapponibili. È chiaro come il sole, però, che i fenomeni confrontati sono troppo eterogenei per poter pensare a una loro eventuale interconnessione. È facile giocare con le statistiche e con i grafici: si scelgono andamenti simili e poi si gioca con gli ordini di grandezza dei due parametri confrontati, e il gioco è fatto. Quel che ne sortisce è un grafico accattivante, “significativo” e, in qualche modo, anche “vero”: peccato che sia solo il frutto di un gioco e di una manipolazione, e che ciò che rappresenta è del tutto privo di un qualsiasi significato.

http://tylervigen.com/spurious-correlations

http://tylervigen.com/spurious-correlations
 Non vi è chi non veda che grafici di questo genere, sotto un paludamento scientifico di forte impatto, sono assolutamente ingannevoli perché fanno credere che vi sia una forte correlazione tra elementi tra i quali non vi è alcun legame e che sono del tutto estranei l'uno con l'altro. È su questa base ingannevole che operano le BiasSciences, ed è su questa base che le persone non in possesso dei fondamentali strumenti di difesa cadono facilmente nelle loro trappole. Ciò è grave e pericoloso. Combattere questi fenomeni è etico, doveroso e necessario, per il bene di tutti.

Distinguere tra ciò che è scienza e ciò che non lo è, è davvero importante perché da una parte c’è l’esercizio, di norma serio, di produrre conoscenza, mentre dall’altra c’è l’esercizio, di norma mendace e truffaldino, di produrre nella gente opinioni errate di cui approfittarsi economicamente, ideologicamente, o politicamente.

Chi decide che cosa È scienza e che cosa non lo È?

In certe situazioni socialmente rilevanti, la responsabilità di decidere spetta ad autorità competenti e riconosciute, cui viene demandato un compito di difesa pubblica. In Italia, ciò è recentemente avvenuto nei casi, per esempio, del Metodo Di Bella, del Metodo Stamina o dell’ancora più recente caduta verticale della copertura vaccinale. È però senz’altro opportuno che ciascuno, nel suo piccolo e per quel che riguarda le sue proprie scelte individuali, possa decidere da sé: per poterlo fare deve però possedere gli strumenti cognitivi adatti.   
È questa, sostanzialmente, la ragione di fondo (tecnica ed etica) dei miei post.

È importante poter decidere con cognizione di causa tra che cosa è vero (con tutti i limiti da assegnare alla categoria del “vero”) e che cosa non lo è; che cosa è affidabile e che cosa non lo è; a che cosa si può credere e a che cosa sarebbe assai meglio non credere. 

Questa non è solo una questione di avere la possibilità di fare le scelte migliori, è anche una questione di responsabilità, un’enorme responsabilità, che riguarda le nostre vite, quelle dei nostri figli e dell'umanità intera (pensiamo alle scelte sulle biotecnologie, all’impatto delle nostre scelte sull’effetto serra, sull’avvelenamento dei mari da parte della plastica, sullo scioglimento dei ghiacciai e dei ghiacci polari, e chi più ne ha più ne metta). Conoscere come stanno le cose (e la scienza è un utile strumento per approssimarsi a tali conoscenze) è una delle più preziose risorse che l’umanità s’è conquistata: sarebbe un grande peccato (e un gesto di enorme stupidità) gettarla alle ortiche.

Il 19 dicembre, Piero Angela e Silvio Garattini discuteranno rispettivamente di Pseudoscienze e di Che cosa non è scienza (diretta streaming ore 15-17: https://www.fondazionescuola.it/). Da loro, non mi aspetto concetti particolarmente nuovi e profondi; mi aspetto parole semplici, parole “di parte” (ma dalla parte giusta), e parole chiare. Una buona ragione per darci un’occhiata. 

domenica 15 ottobre 2017

IL METODO SCIENTIFICO - terza e ultima parte

Nel post precedente, s’era concluso affermando che la condivisione è una caratteristica fondante del fare scienza e del metodo scientifico.

Condividere le conoscenze

Ci si potrebbe chiedere “con chi” lo scienziato deve condividere il suo sapere. La risposta più ovvia è “con tutti” anche se, di questi “tutti”, solo pochissimi sono in grado di capirci qualcosa e di partecipare all'impresa: gli altri, non capendo, facilmente traviseranno (un capitolo a parte di questa questione riguarda il difficile tema della divulgazione scientifica). Questo “tutti”, dunque, non solo è ingannevole ma è anche pericoloso. 

La questione, in fondo, è semplice: i destinatari precipui della condivisione scientifica sono gli scienziati medesimi, i quali comunicano tra loro attraverso canali istituzionali (convegni e letteratura dedicata) e, cosa di primaria importanza, condividendo un linguaggio tecnico. Questo, facilita la comunicazione tra adepti ma, al pari dei linguaggi iniziatici, costituisce un insuperabile ostacolo alla comprensione da parte di chi è estraneo non solo alla scienza, ma financo alla singola disciplina specifica.
La letteratura scientifica attraverso cui gli scienziati comunicano è relativamente pubblica e accessibile ma i contenuti di tale letteratura, per essere resi accessibili al grande pubblico, debbono venir tradotti e semplificati da esperti divulgatori capaci di adeguare al proprio pubblico il linguaggio e i concetti. Con ciò si soddisfa la richiesta civica e politica di una scienza pubblica e non segreta. 

Nell'ambito strettamente scientifico, la condivisione della conoscenza, delle procedure, e dei risultati – mettendo tutti gli altri nelle condizioni di replicare esperimenti e misurazioni – consente di valutare, collettivamente, la riproducibilità dei risultati medesimi. Tale riproducibilità dà ai risultati un’aura di universalità. Al contrario, la non riproducibilità è un indizio molto serio contro l'attendibilità dei risultati. In conclusione, la condivisione è un aspetto metodologico fondante dell’universalità della conoscenza scientifica ed è anche una sorta di dovere etico per chi fa scienza.
Vi è un atteggiamento mentale, proprio di chi fa scienza, che appartiene senza dubbio al cosiddetto metodo scientifico. Non si tratta tanto della pretesa di tendere alla conoscenza di come è fatto “veramente” il mondo: questo è un atteggiamento molto diffuso ma non fondamentale. L’atteggiamento cruciale che distingue chi fa scienza da chi, pur pretendendo di fare scienza fa qualcos’altro, ha a che fare con il rigore con cui si affrontano i problemi, un rigore che nel caso specifico della scienza è fortemente ancorato all’idea di dimostrabilità delle affermazioni, dei risultati sperimentali, delle relazioni causali, e di tutti quegli elementi che lo scienziato solitamente chiama “fatti”.
Apro una brevissima parentesi sul problema dei cosiddetti “fatti”. Tanto lo scienziato che l’uomo della strada chiama “fatto” un qualsiasi fenomeno evidente in sé. Una pietra che cade è un fatto. Lo scienziato, però, diversamente dall’uomo della strada, definisce “fatto” ogni fenomeno che, ai suoi occhi, risulta dimostrato e/o serialmente riproducibile e/o che consente di fare predizioni basate proprio su quel “fatto”. Tuttavia, in alcuni casi, i “fatti” altro non sono che “interpretazioni” di un fenomeno che viene analizzato all’interno di un paradigma, considerando il paradigma come il quadro di riferimento all’interno del quale i fenomeni sono analizzati. All’interno del paradigma tolemaico, il sole che gira attorno alla terra è un fatto evidente in sé, continuamente riproducibile e che consente di fare predizioni. All’interno del paradigma copernicano, la terra che gira attorno al sole è un “fatto” in sé del tutto evidente, continuamente riproducibile e che consente di fare predizioni. È il paradigma di riferimento che definisce il fenomeno e l’essenza dei fatti, i quali pertanto cessano di essere “fatti” per diventare – con sommo piacere di Nietzsche – “interpretazioni”. Chiusa parentesi.

Tornando alla questione del “rigore”, non si può certo affermare che il filosofo o il logico non applichino abitualmente un estremo rigore ai loro ragionamenti. Lo fanno eccome! Ma il loro rigore è una forma di consequenzialità formale del ragionamento logico: ogni affermazione discende come conseguenza logica di altre affermazioni che fungono da premessa, e ogni affermazione che nasce come conseguenza di premesse precedenti diventa a sua volta premessa delle conseguenze successive. Tutto ciò è perfettamente rigoroso ma non vi è dimostrazione alcuna che ogni premessa e ogni conseguenza sia “vera” o quantomeno empiricamente dimostrabile. Questo, vale a dire la dimostrazione empirica di ogni affermazione, è invece ciò che lo scienziato esige in modo assoluto e che fa parte costitutivamente del metodo scientifico. Mentre il logico o il filosofo procedono per passi logici talora autoreferenziali, lo scienziato esclude metodologicamente gli asserti che non riescono a trovare un sostegno empirico di qualche genere, sperimentale o altro, o conferme da parte di altri scienziati. In questo, il lavoro dello scienziato è metodologicamente collettivo, mentre quello del logico o del filosofo non si esercita obbligatoriamente come impresa collettiva, anzi, spesso si esercita come impresa solitaria in opposizione ad altri filosofi.
Il logico e il filosofo, inoltre, spesso intendono dimostrare una tesi, una tesi preconfezionata: per fare ciò, cercano premesse e percorsi logici deduttivi attraverso cui la propria tesi possa essere dimostrata. Si tratta in poche parole di un’operazione top-down: la tesi da dimostrare sta in alto e la procedura per dimostrala discende dalla necessità di dimostrare la tesi. Nelle scienze, la procedura è più frequentemente bottom-up. Diceva Einstein: Se sapessimo (esattamente) quel che stiamo facendo, non si chiamerebbe ricerca”. La tesi (ad esempio la legge generale che governa un fenomeno) sta alla fine del percorso, non all’inizio: prima vengono le teorie, il ragionamento induttivo, gli esperimenti, la condivisione, la riproducibilità delle esperienze, le confutazioni o le conferme. Anche questo modo di procedere (strumento e stato d’animo anch’esso) è parte del metodo scientifico.
Qualcuno afferma anche il caso, la stocasticità che eccita la creatività, faccia parte del metodo scientifico. Io non sono d’accordo. Se è vero che assai spesso il caso o l’evento imprevisto suscita l’attenzione e, perché no, anche la creatività del ricercatore, questo non può essere assunto a “metodo”, il quale è un qualcosa a cui ci si affida, per l’appunto, metodologicamente. Ciò che deve essere assunto in modo metodologico è una particolare attenzione all’imprevisto, alla nota dissonante, a ciò che non quadra perfettamente, all’eccezione che mette in crisi la regola. Questa particolare attenzione-tensione, e non il caso, fa parte del metodo scientifico.     


Requisito metodologico essenziale per fare scienza è certamente il dubbio. Lo scienziato deve necessariamente collocarsi tra coloro che dubitano. Per quanto gli scienziati siano lusingati dall’idea di cercare la verità, essi devono porsi nella posizione di chi metodologicamente dubita e metodologicamente rifiuta l’idea stessa di verità. Il già citato Richard Feynman afferma: Nella scienza il dubbio è obbligatorio. È assolutamente necessario riconoscere che l’incertezza gioca un ruolo fondamentale nel progresso scientifico. Per fare progredire la conoscenza dobbiamo essere costantemente modesti e ammettere di non sapere. Nulla è assolutamente certo al di là di ogni dubbio [...] A mano a mano che si acquisiscono nuove informazioni nelle scienze, non si sta pian piano trovando la verità, si sta solo stabilendo che questo o quello è più o meno probabile (Il Piacere di scoprire. Adelphi 2002 – Ed. originale: The Pleasure of Finding Things Out, 2000).
Lo stesso concetto espresso da Feynman, lo ritroviamo nelle parole di Piero Angela, il più famoso divulgatore di scienze del nostro paese:In che modo dunque dovrebbe comportarsi lo scienziato? A giudicare dalla pratica quotidiana in ambito scientifico, una qualità essenziale è saper dubitare: chi ha troppe certezze sulle proprie idee e sui propri risultati rischia infatti di smarrirsi. Diversamente da quanto accade nelle ideologie e nelle religioni, il punto di partenza è rovesciato: non esistono verità assolute, ma piccole verità transitorie, da superare al più presto per raggiungerne altre, che attendono di essere scoperte. I dati acquisiti sono sempre da considerarsi provvisori(da Piero Angela. Che cos’è la scienza. Vedi al LINK). 

Piero Angela
Se, da una parte, il metodo scientifico indica il dovere di saper dubitare, specularmente esso indica la necessità escludere la verità dalle proprie prospettive. Le affermazioni della scienza, per quanto tendano alla generalizzazione e alla universalità, debbono essere considerate sempre confutabili o verificabili, mai “vere”. Questo atteggiamento verso le conoscenze scientifiche deve essere preso come assunto metodologico anche perché le affermazioni della scienza si riferiscono ai modelli con cui la scienza rappresenta mentalmente la realtà, non necessariamente alla realtà stessa, qualunque cosa si voglia intendere con questo termine. A questo proposito, Bruno de Finetti (1906-1985), da perfetto scettico affermava che il nostro spirito non può pensare nulla che non sia un suo pensiero, non può concepire nulla che non sia una sua concezione, non può ragionare di nulla che non sia un suo ragionamento…" (De Finetti B. Probabilismo. 1931: p. 87-88. Vedi al LINK). Questo pensiero ricalca alla perfezione quel che già Kant affermava riferendosi non soltanto alla rappresentazione mentale della realtà ma anche ai condizionamenti culturali, ai pre-convincimenti (pregiudizi), e ai punti di riferimento di ciascun pensatore: la ragione vede solo ciò che lei stessa produce secondo il proprio disegno…” (dalla prefazione alla Critica della Ragion Pura).
A pagina 28 del suo bestseller L’ordine del tempo”, il fisico Carlo Rovelli dà una fortissima coloritura a ciò che io chiamo propensione metodologica al dubbio: egli parla di propensione alla ribellione come possibile presupposto metodologico del fare scienza. Le sue parole sono: Una radice profonda delle scienze è la ribellione: non accettare l’ordine delle cose presenti”. Il termine è un po’ forte, ma ci può stare.

Tutto ciò fa riferimento ai meccanismi cognitivi universali cui tutti gli uomini attingono, scienziati e non scienziati che siano. Tali meccanismi che includono, appunto, l’operare su rappresentazioni mentali della realtà e riempire con pre-giudizi i vuoti tra un “fatto” e l’altro, tra un’esperienza e l’altra, una dimostrazione e l’altra, sono assunti nella loro universalità anche da Marcell Proust, che non è uno scienziato ma è pur sempre un esploratore: un esploratore dell’umano pensare. In più punti della Recherce, egli sottolinea questi aspetti: è solo attraverso il pensiero che prediamo possesso delle cose (da: Albertina scomparsa); la stessa testimonianza dei sensi è un’operazione dell’intelletto, in cui la convinzione crea l’evidenza (da: La prigioniera);abbiamo dell’universo solo visioni informi, frammentarie, che completiamo con arbitrarie associazioni d’idee(da: Albertina scomparsa) (vedi al LINK).

Marcel Proust: esploratore
Da scienziato e da pensatore qual è, Carlo Rovelli, sempre nel suo L’ordine del tempo, oltre a usare parole forti come ribellione, usa parole delicate come poesia, intendendo con ciò la capacità di saper vedere al di là del visibile”. Questa caratteristica che la scienza condivide con l’arte è una cosa molto diversa dalla propensione, di cui s’è detto sopra, a percepire la nota dissonante o l’evento che non quadra. Qui si tratta di avere (o di sviluppare) l’istinto di intravedere (almeno come possibilità teorica) che le cose stiano in modo diverso da come appaiono o che dietro all’apparenza, ci possono essere stratificazioni di “realtà” non ancora concepite e che, per essere scoperte, devono essere prima immaginate. Di queste immagini del possibile bisogna fare modelli e, poi, cercare di dimostrare ciò che si crede di avere intuito. È ciò che Rovelli chiama la capacità di comprendere prima di vedere”.
La capacità di vedere al di là del visibile, la poesia della scienza nel lessico di Carlo Rovelli, corrisponde allo sguardo fiabesco del bambino il quale, giocando o ascoltando una storia, vede mondi inaccessibili, che egli stesso costruisce e all’interno dei quali egli agisce e scopre cose. Anche l’infantile sguardo fiabesco potrebbe entrare a buon diritto tra i requisiti metodologici del fare scienza. Questa impegnativa affermazione (che sottoscrivo al cento per cento) viene dal premio Nobel (1903) Marie Curie: Io sono tra quelli che pensano che le scienze possiedano una grande bellezza. Uno scienziato nel suo laboratorio non è soltanto un tecnico: è anche un bambino posto di fronte a fenomeni naturali che lo appassionano come un racconto di fiabe”.

Lo sguardo incantato di Lisa Simpson
Si sono fin qui visti svariati componenti del cosiddetto metodo scientifico. Fra le tante cose che restano da capire ce ne sono due che emergono con forza. La prima domanda che viene in mente è: questi requisiti – o presunti tali – del metodo scientifico devono essere sempre tutti contemporaneamente presenti per poter dire che quel che si sta facendo in un certo momento è scienza e non altro?”. La domanda immediatamente successiva è: il metodo scientifico, considerato come sommatoria degli specifici requisiti sopra indicati, vale per tutte le scienze o solo per alcune? Vale per le scienze esatte, per quelle naturali, per quelle umane?”. 
La seconda domanda – che ha a che fare col cosiddetto monismo metodologico (uno stesso metodo per tutte le scienze) – è forse quella a cui si può rispondere più facilmente. Una cosa che va immediatamente detta è che, formulata in questo modo, tale domanda mette in moto un circolo vizioso da cui non si può uscire. Infatti, se chiamo “scienze” le diverse discipline, do per scontato che esse applicano il metodo scientifico ma, per definire se una disciplina è una scienza, devo prima identificare il metodo scientifico e dimostrare successivamente che quel metodo viene applicato in modo corretto in quella specifica disciplina. Posta così com’è stata posta e senza aver risposto alla prima domanda, la domanda sul monismo metodologico è priva di senso: è una domanda sbagliata, una falsa domanda.
D'altro canto, rispondere alla prima domanda è difficilissimo. Dei vari prerequisiti sopra indicati, alcuni sono o possono sembrare antitetici: il riduzionismo metodologico non va tanto d’accordo con una visione olistica; il ragionamento induttivo e quello deduttivo sono spesso considerati antitetici; l’attenzione alle regolarità e l’altrettanto necessaria attenzione alle irregolarità appaiono atteggiamenti contrapposti. D’altra parte, tutto ciò è parte integrante e costitutiva del lavoro, per esempio, del direttore d’orchestra che deve stare attento al suono complessivo ma anche ai singoli dettagli dei singoli strumenti da cui emerge il suono complessivo: il direttore d'orchestra costruisce un insieme derivato da una scomposizione. Ritengo che tutti gli elementi sopra indicati (e forse anche altri) entrino a far parte costitutivamente del cosiddetto metodo scientifico. Ma affermo anche che non è necessario che tutti i detti elementi siano contemporaneamente presenti  in ogni momento, in ogni situazione e con la medesima valenza. C’è un tempo per la costruzione del modello, per l’analisi dei dati, per la pianificazione e l’esecuzione degli esperimenti; c’è il tempo della sintesi e c’è un tempo per la comunicazione, la condivisione, la discussione ecc., ecc. L’agire scientifico consta di momenti diversi e di menti diverse: l’agire scientifico, anche quello individuale, è un’impresa collettiva e si riconosce in una metodologia da mettere in atto collettivamente.    
Detto ciò, bisogna vedere disciplina per disciplina, se queste si sono costituite, vengono esercitate e stanno progredendo in virtù dell’applicazione collettiva delle regole, delle procedure, degli atteggiamenti mentali e dei prerequisiti di spirito sopra elencati. Così facendo si potrà dire non tanto se la fisica o la storia siano scienze, ma se quella teoria fisica o quella ricostruzione storica siano state affrontate scientificamente. Naturalmente, ci sono discipline per le quali certe categorizzazioni sono più facili, e altre per le quali sono più difficili, se non quasi impossibili.

Ci sono poi asserzioni e questioni di fondo da cui tutta questa diatriba nasce. Esistono questioni di credibilità”, di reputazione”, di autorevolezza e, non ultime, di finanziamento. Se una disciplina si può vestire con l’abito della scienza, è (o diventa, si spaccia, o è percepita) come seria, autorevole, credibile, affidabile. Su di essa si può contare. Se un’altra disciplina fa fatica a darsi una bella verniciata di scientificità, per ciò stesso viene percepita come meno affidabile, aleatoria, poco credibile. Difficile giustificare l’allocazione di risorse su una disciplina poco credibile.
Per certi versi giustamente, nella nostra società la scienza si è conquistata una nomea di efficacia e di credibilità. I risultati sono davanti agli occhi di tutti. Per una naturale contrapposizione delle cose, si dà però per scontato che se una procedura ha qualche difficoltà a porsi in modo inequivocabile nell’ambito delle scienze, allora questa disciplina è meno credibile e, sostanzialmente, meno importante. Il problema non è nuovo. I positivisti del XIX secolo (ad esempio Auguste Comte e John Stuart Mill) sostennero che grazie alla logica induttiva certe scienze (quelle esatte, che oggi chiamiamo “dure”) in quanto a potere cognitivo e predittivo sono superiori alle scienze “morali” (quelle che oggi chiamiamo scienze “molli”).


I dibattiti odierni non sembrano aver fatto molta strada rispetto al XIX secolo. Di fatto, il dibattito si è impantanato su alcune storture: storture di sistema che hanno a che vedere con gli obiettivi e col modo di ricercare e agire da parte degli operatori di questa o quella disciplina. Quanto agli obiettivi, non si può non distinguere tra gli obiettivi di alcune branche del “sapere” (per esempio della chimica, della farmacologia o della geologia) e gli obiettivi di altre branche (per esempio del diritto, della storia o dell’economia). Non si può, come ci dicevano a scuola, mescolare le pere con le mele. Ogni disciplina ha i propri obiettivi, i propri metodi, le proprie caratteristiche costitutive. Pretendere l’eguaglianza ontologica e metodologica tra discipline diverse equivale, secondo me, a mettere in atto del tutto erroneamente un eccesso di egualitarismo normativo: le differenze ci sono, sono importanti, vanno valorizzate e non vanno svilite da preconcetti.

Egualitarismo
L’altra stortura di sistema è voler omologare a un non meglio precisato metodo scientifico i comportamenti e le procedure di ricerca attinenti alle diverse discipline. Anche qui è evidente un eccesso di egualitarismo normativo. Stando così le cose, per una contrapposizione istintiva a tale egualitarismo normativo, viene quasi da dirla con le parole del filosofo Ludwig Wittgenstein:Il mio scopo [...] è diverso da quello dell'uomo di scienza, il corso del mio pensiero è diverso dal suo […] Non c'è un metodo della filosofia, ma ci sono metodi (Ricerche filosofiche, 1930) o con le parole ancora più provocatorie di Paul Feyerabend: l'anarchismo, pur non essendo forse la filosofia politica più attraente, è senza dubbio una eccellente medicina per l'epistemologia e per la filosofia della scienza (Contro il metodo, 1975). Quello che conta è la serietà degli operatori, la loro attitudine mentale a cercare, a controllare, a verificare, a scegliere e verificare le fonti per tradurre, ove è possibile, la descrizione in comprensione e in spiegazione, e farlo con metodi che abbiano i requisiti e le caratteristiche generali di quelli sopra descritti.
L’egualitarismo normativo e il monismo metodologico, oltre a non essere in grado di rendere evidente il discrimine tra scienza e non scienza, nuocciono, soprattutto, alla scienza stessa che trae, invece, sostentamento e vitalità da un molto più opportuno complementarismo metodologico.

Complementarismo metodologico
A che cosa serve, poi, la domanda sulla “vera” natura della scienza e, conseguentemente, sull’essenza del metodo scientifico? Lo scopo utile della domanda è riuscire a distinguere l’erba buona dalla gramigna costituita dalle cosiddette “pseudoscienze”, quelle attività che si spacciano per scienze e millantano il rigore dell’agire scientifico per vendere ai palati buoni false verità su cui speculare. Forse, però, per identificare il millantatore pseudoscientifico è sufficiente una certa dose di senso critico e non è strettamente necessario ricorrere a precise, specifiche quanto improbabili definizioni di scienza o di metodo scientifico. Succede però, che la più che giustificata lotta alla pseudoscienza fraudolenta finisca per sconfinare nell’identificazione di avversari sbagliati. In una lotta senza quartiere contro le pseudoscienze fraudolente, il nemico appare ovunque: nelle tradizioni, nelle superstizioni, nella filosofia, e anche nelle cosiddette scienze umane, colpevoli, queste, di non essere scienze a tutti gli effettima scienziucole che non rispettano tutti i criteri delle “scienze scienze”. Sulle tradizioni e sulle superstizioni non mi soffermo: sono argomenti troppo vasti e non direttamente correlati all’argomento che sto affrontando. Sulla filosofia e sulle scienze umane due parole sono necessarie. Quanto alla filosofia, la quale ovviamente non è per nulla esente da critiche, essa non deve essere vista come il male, il nemico della verità, per il solo fatto di basarsi più sulla logica che sui fatti sperimentali. La scienza, che un tempo si chiamava Filosofia della Natura, è una costola della filosofia. Esse sono parenti stretti: entrambe procedono secondo logica e confrontano modelli. Ad un certo punto, con i vari Bacone, Galileo, Cartesio, Newton ecc. una parte della filosofia ha posto al centro del proprio operare l’esperienza, la misurazione, la sperimentazione, mentre un’altra parte è rimasta ancorata ai modelli teorici, logici e metafisici cui era abituata. Non ostante queste importanti differenze, le due entità rimangono strutturalmente apparentate e il loro legame di fondo resta indissolubile. A mano a mano che la scienza è maturata come tale, la filosofia ha cominciato a discuterne i metodi, gli scopi e i risultati, formando la disciplina della filosofia della scienza, spina critica nel fianco della scienza. La filosofia, inoltre, attinge a piene mani dai risultati della scienza, per costruire nuovi modelli e nuove cattedrali speculative nell’ambito della filosofia teoretica, della filosofia morale e così via. Dal canto suo, talora senza averne piena consapevolezza, la scienza attinge dalla filosofia problemi e modelli teorici per decidere che cosa misurare, che cosa sottoporre a verifica o a sperimentazione. Quando la scienza smantella i vecchi paradigmi e ne costruisce di nuovi sa di offrire alla filosofia materiale da costruzioni per nuovi modelli e nuove speculazioni teoriche. Se queste basi, contrapporre scienza e filosofia è inutile oltre che sbagliato perché entrambe – anche se spesso lo negano – si sostengono e si aiutano, anche contrapponendosi, l’una con l’altra. Entrambe, alla fine, hanno l’ambizione di tendere al “vero” e si alimentano del “verosimile”.
Quanto alle scienze umane, già nel medioevo si faceva una netta distinzione tra le Arti del Quadrivio (che oggi chiameremo scienze esatte, o dure) e le Arti del Trivio (scienze umane, o molli). Ma nel medioevo (che non fu un’epoca culturalmente così buia come oggi spesso si vuol far credere), entrambe le arti facevano parte delle Arti Liberali, quelle arti (o scienze) indispensabili tutte per chi fosse impegnato in attività intellettuali. Sarebbe ridicolo affermare che tra le scienze esatte e quelle umane non vi sono sostanziali differenze costitutive, strutturali, normative e metodologiche. Ma sarebbe meno che intelligente, nel XXI secolo, negare alle scienze umane lo statuto di scienza. Questo non dipende dal fatto di poter applicare alle scienze umane tutti i metodi che vengono applicati alle scienze esatte, bensì dagli obiettivi (per esempio, quello della conoscenza e quello della sua trasmissione culturale), dal rigore metodologico, e dalla capacità di identificare i fatti rilevanti all’interno delle proprie discipline e così via. In definitiva, lo statuto di scienza, piuttosto che con specifici metodi applicativi, ha più a che fare con l’approccio mentale e col rigore del processo con cui gli argomenti vengono sottoposti a indagine. Quando si cercano differenze e si pongono distinguo, bisogna cercare di badare più alla sostanza che non alle parole con cui nominiamo detta sostanza. Scienza, in fondo, è una parola, ma quel che conta è la sostanza che ci sta dietro.