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domenica 13 gennaio 2019

DOMANDE E RISPOSTE SU L'EVOLUZIONE - XIX^ parte

In questa puntata il professor Rugarli risponde a una articolata domanda sul tema del "caso", del suo ruolo nell'universo e nell'evoluzione e della sua coesistenza con un ordine rigidamente deterministico. 

Il tema non si limita alle leggi che regolano l'universo ma sfiora anche questioni d'ordine filosofico, quali l'essenza stessa della libertà e della responsabilità, che non esisterebbero senza un certo margine di casualità all'interno di un mondo regolato da relazioni rigidamente deterministiche.

Domande e Risposte
# 28

Domanda 28. In L'Origine delle Specie e nell’Origine dell’Uomo Darwin ha trattato con grandissima circospezione la parola “caso” e il concetto di casualità.  Nelle versioni informatiche dei due testi [vedi ai rispettivi link: Origine delle Specie e Origine dell'Uomo] ho ricercato le parole casual, casualness, chance, fortuity, fortuities, fortuituous, accident, accidental, incidentalrandom, contingentcontingency, hazard, luck, stochastic. Le parole random, stochastic, luck (rispettivamente a caso, stocastico, fortuna) non sono mai citate mentre nelle sue varie accezioni la parola chance (possibilità) è la più frequente, comparendo in 89 occasioni. Le parole sopra riportate vengono citate complessivamente 134 volte. In 14 casi Darwin fa riferimento (si direbbe a malincuore) ad eventi di natura casuale,nota 1 mentre in 28 egli nega con estrema decisione un eventuale ruolo del caso a proposito di eventi che possano avere a che fare con la selezione. Le rimanenti 92 citazioni contemplano accezioni estranee al concetto di caso o casualità. I contemporanei di Darwin che come lui non avevano una visione statica e fissista del mondo, si saranno certamente interrogati sui motivi e sui meccanismi del verificarsi di lente modificazioni nei caratteri delle specie sulle cui variazioni opera, secondo Darwin, la selezione naturale. Dubito che nell’Inghilterra vittoriana - ma anche in tutto il resto del mondo in cui l’immanenza di Dio era messa in discussione da pochi - la parola caso appartenesse al repertorio delle risposte ammissibili. Pertanto, se anche si fossero posti domande scomode sull'origine della variazione, i contemporanei di Darwin avranno preferito mantenere un rassicurante silenzio su questo punto. Sarà con l’irruzione della genetica, della statistica probabilistica sulla trasmissione mendeliana dei caratteri, sulla genetica delle popolazioni, sulla deriva genetica, e in seguito alle evidenze sulla natura stocastica delle mutazioni genetiche che il CASO ha fatto irruzione nell’evoluzionismo. Jaques Monod, con Il Caso e la Necessità, ha formalizzato un ruolo del caso che ha spaventato il mondo.nota 2

Chi ha paura del caso?
Chi e perché ha paura del caso?

Il Caso ha due grandi nemici: lo scienziato moderno e riduzionista (da Cartesio a Newton, giù giù fino a noi stessi), secondo il quale non esiste fatto o evento che non abbia una causa, ancorché non conosciuta: tutto avviene in un ambito di causalità per cui tutto, se adeguatamente indagato, può essere previsto. A questo ambito appartengono tutti i rami della scienza (con alcune sfumature dissonanti nell’ambito della meccanica quantistica), teoria del Caos deterministico inclusa. Il secondo nemico del Caso è Dio. E non si tratta solo del Dio onnicreatore e onnipresente che ha tutto sotto controllo in ogni momento. Nemico del Caso è anche il Dio che ha creato il tutto e poi lo ha lasciato a se stesso, consentendo che si evolvesse "liberamente"  nel tempo (creato anch'esso insieme a tutto il resto) secondo precise ancorché imperscrutabili regole create contestualmente, in modo che le cose non potessero andare in modo diverso da come era stato previsto. Una siffatta evoluzione non è “libera” ma è costretta dalle regole divine (o di natura). Se questa pre-determinazione fosse davvero la tipica condizione in cui si muove la natura, allora non ci sarebbe alcuna libertà, non esisterebbe nessun Caso e nessun libero arbitrio: tutto ciò che ci sembra libero e tutto ciò che ci sembra casuale è una illusione dovuta all’ignoranza delle regole prestabilite. La scienza riduzionista lavora appunto per portare a poco a poco alla luce queste leggi di natura.

Il Caso fa paura a tutti. Fa paura perché le regole, anche se spesso vengono deliberatamente infrante, sono molto più rassicuranti della mancanza delle regole. Fa paura anche perché la libertà stessa genera paura, in quanto implica necessariamente responsabilità individuale e collettiva rispetto alle decisioni che si assumono e agli atti che si compiono. L’azione non libera (ovvero esercitata sotto una qualsivoglia coercizione) è rassicurante perché abolisce la responsabilità. Forse è per questo che la consapevolezza (o la presunzione) dell’essere qui per caso (vedi per esempio la posizione filosofica dell'esistenzialismo) determina una condizione spiritualmente angosciante. 

D’altra parte, pur ammettendo che le cose dell’universo stiano tra loro in una sorta di equilibrio dinamico e che si muovano in modo prevedibile secondo regole definibili in modo relativamente accurato dai nostri metodi di calcolo, perché escludere la possibilità che una certa parte (anche piccola) degli accadimenti possa essere davvero casuale, ovvero senza una causa diretta che ne determini in modo assoluto la necessità? Perché privarsi della possibilità che nella fisica, come nella biologia e nella nostra mente, qualcosa possa davvero muoversi o accadere in modo non strettamente predeterminato? Se ci priviamo di queste minime possibilità ci priviamo della libertà di qualsiasi scelta, di qualsiasi giudizio, di qualsiasi azione libera e volontaria.

Rappresentazione delle soluzioni di un'equazione facente riferimento alla
Teoria del Caos Deterministico 
Si può ritenere che un temporale o un terremoto possono accadere in un certo luogo e in un certo istante perché rappresentano l'esito inevitabile di una determinata serie di eventi che si susseguono in modo causale (i sistemi dinamici non lineari come questi sono oggetto di studio nell'ambito della Teoria del Caos Deterministico). Ma possiamo dire lo stesso del luogo e dell'istante in cui cadrà un fulmine? Possiamo dire lo stesso dell’esito di una battaglia e del capovolgimento di fronte che potrebbe intervenire se sui contendenti si scatenasse un temporale? E di una gara automobilistica? E di una corsa ciclistica? Possiamo dire lo stesso della posizione del DNA, di una certa cellula, di un certo organismo in cui avviene, in un certo momento della vita di quell’organismo, una mutazione? Se ci lasciamo un certo margine di casualità all’interno di un universo in gran parte causale possiamo ammettere che l’evoluzione dell’uomo (come di tutto il resto) abbia una componente di casualità. È proprio intollerabile ammettere un certo ruolo ontogenetico del Caso?  

Risposta 28. Personalmente non sono turbato dall’ammettere che il Caso è un ingrediente della natura. Dal punto di vista scientifico l’ammissione di un ruolo del caso ha permesso di elaborare teorie con un forte potere esplicativo. Prima ancora che alla meccanica quantistica penso alla termodinamica e alla stessa evoluzione biologica. Comprendo che questo pone problemi con l’idea della divina provvidenza, e della onnipotenza di Dio. I manichei sostenevano che Dio non può essere allo stesso tempo infinitamente buono e onnipotente. Se infinitamente buono non riuscirebbe a evitare il male nel mondo e perciò non sarebbe onnipotente, se onnipotente non proibirebbe il verificarsi del male e quindi non sarebbe infinitamente buono. Penso che questo sia un ragionamento ingenuo che deriva da una visione antropomorfica della divinità. Io credo che la divina provvidenza, se così vogliamo chiamarla, si svolga nella ispirazione delle azioni umane.
La domanda tocca anche un punto molto importante, quando assimila il caso alla libertà umana. Io credo che nella libertà ci sia una componente casuale, ma che in sostanza non dipenda solo da questo. Quando bisogna decidere per un’azione tra varie possibili, entra in gioco l’immaginazione, nel senso che bisogna immaginare l’esito delle varie azioni e sceglierne una. Il processo immaginativo può essere diverso da una persona a un’altra e ha una componente casuale (quante volte si dice: non mi è venuto in mente!), ma poi penso che la selezione tra le varie decisioni avvenga con un meccanismo darwiniano, nel quale la necessità è rappresentata dalla più profonda identità della persona che fa la scelta. 

Rappresentazione dell'Emergenza della Complessità
In conclusione, penso che il Caso, e non una tendenza intrinseca nella materia, abbia consentito l’emergenza della complessità. Si può riflettere che nell’universo esiste un numero sterminato di pianeti e che certamente ve ne deve essere un buon numero con caratteristiche ambientali compatibili con la vita. Eppure, non è detto che dovunque ci sia vita debba esserci l’uomo o qualche essere equivalente. Non trovo nulla di male ad ammettere che il Caso ci ha favorito.
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Note
1 In riferimento all’impollinazione, ai ritrovamenti e alla conservazione dei fossili, all’apprendimento di comportamenti, o di evenienze accidentali con qualche possibile riflesso sulla selezione.
2 Ma ha affascinato molti giovani e li ha indirizzati allo studio della biologia.

martedì 23 gennaio 2018

Esercizi di epistemologia applicata: DOMANDE E RISPOSTE – I parte

Questo è il primo di una serie di post attraverso i quali condivido con gli affezionati lettori un saggio breve costituito da TRENTA DOMANDE SULL'EVOLUZIONE (domande tra l'ingenuo e il provocatorio) e da TRENTA RISPOSTE a dette domande. Ad elaborare le risposte, a metà strada tra biologia e filosofia, è stato uno dei miei saggi maestri di medicina, il professor Claudio Rugarli. Il breve saggio titolava: Domande e risposte sull’evoluzione e sull’uomo. Per come il saggio si è riempito di contenuti (più grazie alle risposte che non alle domande) mi piace sottotitolarlo Esercizi di epistemologia applicata, titolo che assegno a questa serie di contributi.


Due parole sul coautore. Il Prof. Rugarli è un medico che stimo moltissimo, non solo e non tanto perché è stato uno dei miei più autorevoli maestri, ma perché nel corso dell’intera vita professionale, oltre a curare sapientemente le malattie, egli non ha mai cessato di guardare al lato umano delle persone che si rivolgevano a lui in qualità di medico. Infatti, il fil rouge del suo saggio più recente (Medici a metà. Quel che manca nella relazione di cura. Raffaello Cortina, 2017) è dato proprio dall’ineffabile interazione tra il logos dell’arte medica e ciò che, nella persona ammalata e nella sua malattia, è specificamente umano. Di vasta cultura interdisciplinare, Claudio Rugarli è Professore Emerito della Facoltà di Medicina dell’Università Vita-Salute San Raffaele, di cui è stato successivamente prorettore nonché delegato rettorale per la facoltà di Filosofia al momento della sua istituzione.

Claudio Rugarli
Le 30 domande non si limitano, per fortuna, all’evoluzione biologica, ma coinvolgono un po’ tutto ciò che si evolve: la vita (col suo nascere e col suo dover morire), la medicina, la cultura. Il saggio si occupa non tanto di dare impossibili risposte definitive su argomenti attorno ai quali l’uomo si interroga da sempre, ma di affrontare le questioni con un taglio filosofico che considera l’evoluzione come un meccanismo trasversale cui ogni cosa (fisica, biologica, culturale, mentale) è soggetta.    

Introduzione del saggio, in breve

Se la cultura dell’uomo sia soggetta o assoggettabile a meccanismi evolutivi assimilabili a quelli dell’evoluzione biologica, è un problema che mette in apprensione gli studiosi che si occupano in modo professionale o accademico di evoluzione biologica. Si può capire che un biologo evoluzionista sia restio a prendere posizione su un ipotetico evoluzionismo culturale: bisognerebbe disporre di un robusto modello teorico, di evidenze sperimentali e di tutto ciò che serve a dimostrare, o quantomeno a costruire, un’ipotesi scientifica.  Ci sono già tante tensioni attorno all’evoluzionismo delle forme viventi che non è proprio il caso, per un biologo evoluzionista, di andare a cercare guai in un campo così scivoloso come quello dell’evoluzionismo culturale, percepito, per di più, come più affine alla metafisica che non alla scienza.
[…] Uno dei primi scienziati a interrogarsi sul dispiegarsi e sul trasformarsi del pensiero umano secondo una visione improntata all’evoluzionismo Darwiniano è stato Ernst Mach, fisico sperimentale alle Università di Praga, Brno e di Vienna nei decenni a cavallo tra fine Ottocento e primo Novecento. Nella conferenza, intitolata Trasformazione e Adattamento del Pensiero Scientifico, tenuta il 18 ottobre 1883 in occasione dell’assunzione dell’incarico di Rettore dell’Università di Praga, egli si espresse con le seguenti parole: “Sebbene la caratteristica dei pensieri non possa essere in tutto simile a quella delle forme viventi, e si debba evitare qualsiasi forzata comparazione, tuttavia la Legge generale dell’Evoluzione e della trasformazione, se Darwin ha visto giusto, deve valere anche per essi” (Ernst Mach. L’evoluzione della Scienza. Nove Lezioni Popolari. Traduzione e cura di Massimo Debernardi. Edizioni Melquìades, Milano, 2010).
[…] non si può negare che sull’argomento ci sia un vivace dibattito che vede in prima linea insigni studiosi che, al contrario, non hanno nessun timore ad esporre i propri convincimenti. Uno di questi è Luca Cavalli Sforza, genetista e antropologo di assoluto valore internazionale, autore del saggio intitolato L’evoluzione della cultura (Codice Edizioni, Torino, 2010), dove si rimarca il valore antropologicamente adattativo della cultura e della sua evoluzione. Un altro è Giovanni Felice Azzone, patologo, epistemologo, accademico dei Lincei, autore del saggio intitolato Perché si nasce simili e si diventa diversi? La duplice nascita: genetica e culturale (Bruno Mondarori, Milano 2010), dove si attribuisce al sistema mente-cervello l’elemento di novità che consente all’uomo di coevolvere assieme alla propria cultura.
[…] Ecco che arrivano le domande. È impossibile trattenersi dal farsi domande… Ed ecco anche le risposte del Professor Rugarli, risposte che hanno dato maggior valore alle domande…

Domande e Risposte
# 1

Domanda 1. La gran parte di queste domande si riferisce all'avoluzione culturale dell'uomo. Pertanto, bisognerebbe prima rispondere alla domanda se la cultura, e quindi l’evolvere delle sue forme, può essere considerata un elemento con valenza evolutiva, potendo influire sulla selezione o sull’adattamento e tenendo conto che radicali mutamenti culturali possono instaurarsi in tempi molto brevi, mentre l’evoluzione fenotipica-funzionale sembra avere bisogno di tempi computabili in decine o centinaia di migliaia di anni.
I teologi indicano con il termine di sententia temeraria alcune affermazioni che, pur non rappresentando una evidente eresia nei confronti del dogma o del comune e condiviso sentire, tuttavia si collocano nell’errore o in stretta e pericolosa prossimità con l’errore. Non escluderei che alcune delle prossime domande, e i presupposti che vengono portati come pretesto alle domande stesse, possano essere definiti con l’espressione sententia temeraria.

Sententia temeraria, ovvero di come si può finire all’inferno

Risposta 1. Che la cultura dell'uomo, intesa come insieme di conoscenze, di credenze e di interessi, sia cambiata e continui a cambiare nel tempo è di per sé evidente. Perciò, il problema che si pone quando si parla della evoluzione culturale è se questa avvenga con meccanismi analoghi a quelli della evoluzione biologica o no. A mia memoria il primo ad affrontare formalmente questa possibilità è stato Richard Dawkins, etologo della Università di Oxford, nell’ultimo capitolo del suo libro Il gene egoista (in Italia pubblicato da Zanichelli in prima edizione nel 1979) nel quale si parla di memi, ossia di strutture elementari imitative, analoghe ai geni, trasmesse per l’appunto per imitazione attraverso la comunicazione (così come i geni lo sono con la riproduzione), casualmente deformabili nel corso della comunicazione e con deformazioni trasmissibili, se esistono le condizioni adatte per selezionarle. A ben riflettere, il discorso di Dawkins si limitava alla evoluzione del linguaggio, a spiegare perché l’inglese contemporaneo è diverso da quello di Chaucer, e non era molto persuasivo per quanto riguarda i fattori di selezione. Ma già alcuni anni prima, il Premio Nobel Jacques Monod aveva parlato della selezione delle idee, scrivendo Il confronto tra evoluzione delle idee ed evoluzione della biosfera è un tema affascinante per un biologo poiché, se il Regno astratto trascende la biosfera ancor più di quanto questa trascenda l’universo non vivente, le idee hanno pur conservato certe proprietà degli organismi. Come questi, esse tendono a perpetuare e moltiplicare la propria struttura; come questi, esse possono fondersi, ricombinarsi, segregare il loro contenuto; come questi, infine, esse si evolvono e, in quest’evoluzione, la selezione, forse, svolge una funzione fondamentale”. E Monod si spingeva a indicare i fattori di selezione delle idee aggiungendo "È evidente che le idee dotate del più elevato potere di penetrazione sono quelle che spiegano l’uomo, assegnandogli un posto in un destino immanente, in seno al quale la sua angoscia si dissolve" (Il caso e la necessità. Saggio sulla filosofia naturale della biologia contemporanea, Mondadori, 1970, pag. 133). In realtà i fattori di selezione delle idee possono variare in un ampio ambito, che va dalla predilezione per le idee che promettono vantaggi materiali, che possono essere sacrosanti e non semplicemente egoistici, alla affermazione di ideali religiosi o filosofici. Su questo punto ci sarebbe molto da dire, ma non voglio appesantire prematuramente il discorso.
Detto questo, qualcuno potrebbe osservare che la stessa idea di evoluzione culturale è poco rilevante e non si vede che cosa possa aggiungere alle opinioni che si possono avere sui mutamenti culturali nel tempo. Io non credo che sia così e penso che l’analogia con la evoluzione biologica comporti delle conseguenze non banali. Nella evoluzione biologica a generare la variabilità sottoposta al vaglio della selezione è il caso, così si può pensare che la stessa variabilità sia generata nella evoluzione culturale dalla libertà. Si deve concludere che senza libertà non c’è evoluzione e questo può spiegare il crollo dei regimi comunisti, che erano lamarckiani e non darwiniani. Sopravvive il regime comunista cinese che si è accontentato di essere lamarckiano in politica, ma non lo è in economia. Un altro aspetto interessante è che la libertà non deve essere intesa soltanto come assenza di costrizioni, ma anche e soprattutto come libertà di immaginazione, che nella evoluzione culturale è l’equivalente delle mutazioni che sono alla base della evoluzione biologica.

# 2

Domanda 2.  In quanto uomini ci consideriamo al vertice dell’albero della vita. Siamo in cima all’albero e guardiamo l’intera biosfera dall’alto in basso. L’alto è sinonimo di qualità. Più si sta in alto, più si è migliori. Questo assunto potrebbe essere discutibile. Più complesso non vuol dire necessariamente migliore (bisognerebbe prima definire che cosa si intende per migliore).  Più intelligente non significa necessariamente più adatto: bisogna mettere in relazione l’essere adatti con la nicchia cui si appartiene. Ma anche all’interno della nicchia di riferimento possono esistere esseri meno intelligenti ma più adatti (si può fare una certa ironia su questa proposizione). Una domanda di partenza potrebbe quindi essere: l’uomo è davvero dominante nella biosfera? Credo che pochi potrebbero rispondere affermativamente senza esitazione. E poi, come si misura l’essere più o meno adatti? In individui per metro quadro? Per superficie di terra colonizzata? Per peso totale della biomassa di una determinata specie? Per numero assoluto di individui?

Risposta 2. Mi pare che la domanda secca sia: l’uomo è veramente il culmine della evoluzione biologica? Mi sentirei di rispondere di sì. Infatti, nessuna altra specie animale ha una evoluzione culturale e perciò una storia. Ci si potrebbe azzardare anche ad affermare, che, dal punto di vista biologico, l’uomo rappresenta un punto nel quale l’evoluzione si è arrestata. Infatti, per acquisire delle qualità somatiche superiori occorrerebbe che gli individui che le posseggono avessero più discendenza, e cioè si accoppiassero preferenzialmente e si riproducessero più degli altri. Ma questo contraddice alcuni tratti distintivi della natura umana che, come ho detto precedentemente, presuppone la libertà e l'immaginazione. I nazisti ci provarono, cercando di adottare per la popolazione della Germania le stesse tecniche degli allevatori di bestiame, ma i risultati sono stati fortemente negativi. E poi, quali sono le caratteristiche somatiche superiori, esser alti, biondi e dolicocefali o essere più intelligenti? Si sarebbe inclini a optare per la seconda scelta, posto che l'intelligenza, qualità difficile da definire, sia geneticamente determinata (per me è possibile che lo sia in parte, ma è largamente influenzata da quei condizionamenti che determinano l'evoluzione culturale). Ma è difficile che il cosiddetto assortative mating, ossia l’accoppiamento privilegiato in base a certe caratteristiche, avvenga prevalentemente in base all'intelligenza dei partner, e poi che le coppie più intelligenti abbiano più figli delle altre. Anzi, il genetista Theodosius Dobzhansky (L’evoluzione della specie umana, Einaudi, 1965) scrisse che le coppie più intelligenti sono probabilmente più efficienti nel controllo delle nascite e che perciò è verosimile che abbiano meno discendenza. Il risultato sarebbe, nel tempo, una diminuzione e non un aumento della intelligenza umana. Perciò, è ragionevole pensare che, dal punto di vista biologico, l’evoluzione della specie umana è conclusa ed è sostituita dall'evoluzione culturale.
Questo non deve spingerci a peccati di orgoglio. In termini numerici la specie umana si è accresciuta nel tempo, soprattutto nell’ultimo secolo, ma questo non significa che sia la più potente. Per esempio, l’umanità rischierebbe di essere sterminata se emergesse un virus che venisse trasmesso facilmente come quello influenzale, ma che avesse le stesse caratteristiche del virus HIV, causa dell'AIDS, condizione nella quale chi è infettato resta apparentemente sano per un lungo periodo pur essendo contagioso. Comunque, è certamente vero che esistono nicchie ecologiche nelle quali esseri umani con minore intelligenza, ma più attrezzati ad affrontare certe difficoltà dell’ambiente, possono cavarsela meglio. Ma questo vale fino a un certo punto, perché la cultura finisce sempre per venire in soccorso di chi all’inizio era più debole. Alla fine, Robinson Crusoe se la cava meglio di Venerdì.

Robinson Crusoe con Venerdì

Nel prossimo post di questa serie alcune altre Domande e Risposte. 

domenica 15 ottobre 2017

IL METODO SCIENTIFICO - terza e ultima parte

Nel post precedente, s’era concluso affermando che la condivisione è una caratteristica fondante del fare scienza e del metodo scientifico.

Condividere le conoscenze

Ci si potrebbe chiedere “con chi” lo scienziato deve condividere il suo sapere. La risposta più ovvia è “con tutti” anche se, di questi “tutti”, solo pochissimi sono in grado di capirci qualcosa e di partecipare all'impresa: gli altri, non capendo, facilmente traviseranno (un capitolo a parte di questa questione riguarda il difficile tema della divulgazione scientifica). Questo “tutti”, dunque, non solo è ingannevole ma è anche pericoloso. 

La questione, in fondo, è semplice: i destinatari precipui della condivisione scientifica sono gli scienziati medesimi, i quali comunicano tra loro attraverso canali istituzionali (convegni e letteratura dedicata) e, cosa di primaria importanza, condividendo un linguaggio tecnico. Questo, facilita la comunicazione tra adepti ma, al pari dei linguaggi iniziatici, costituisce un insuperabile ostacolo alla comprensione da parte di chi è estraneo non solo alla scienza, ma financo alla singola disciplina specifica.
La letteratura scientifica attraverso cui gli scienziati comunicano è relativamente pubblica e accessibile ma i contenuti di tale letteratura, per essere resi accessibili al grande pubblico, debbono venir tradotti e semplificati da esperti divulgatori capaci di adeguare al proprio pubblico il linguaggio e i concetti. Con ciò si soddisfa la richiesta civica e politica di una scienza pubblica e non segreta. 

Nell'ambito strettamente scientifico, la condivisione della conoscenza, delle procedure, e dei risultati – mettendo tutti gli altri nelle condizioni di replicare esperimenti e misurazioni – consente di valutare, collettivamente, la riproducibilità dei risultati medesimi. Tale riproducibilità dà ai risultati un’aura di universalità. Al contrario, la non riproducibilità è un indizio molto serio contro l'attendibilità dei risultati. In conclusione, la condivisione è un aspetto metodologico fondante dell’universalità della conoscenza scientifica ed è anche una sorta di dovere etico per chi fa scienza.
Vi è un atteggiamento mentale, proprio di chi fa scienza, che appartiene senza dubbio al cosiddetto metodo scientifico. Non si tratta tanto della pretesa di tendere alla conoscenza di come è fatto “veramente” il mondo: questo è un atteggiamento molto diffuso ma non fondamentale. L’atteggiamento cruciale che distingue chi fa scienza da chi, pur pretendendo di fare scienza fa qualcos’altro, ha a che fare con il rigore con cui si affrontano i problemi, un rigore che nel caso specifico della scienza è fortemente ancorato all’idea di dimostrabilità delle affermazioni, dei risultati sperimentali, delle relazioni causali, e di tutti quegli elementi che lo scienziato solitamente chiama “fatti”.
Apro una brevissima parentesi sul problema dei cosiddetti “fatti”. Tanto lo scienziato che l’uomo della strada chiama “fatto” un qualsiasi fenomeno evidente in sé. Una pietra che cade è un fatto. Lo scienziato, però, diversamente dall’uomo della strada, definisce “fatto” ogni fenomeno che, ai suoi occhi, risulta dimostrato e/o serialmente riproducibile e/o che consente di fare predizioni basate proprio su quel “fatto”. Tuttavia, in alcuni casi, i “fatti” altro non sono che “interpretazioni” di un fenomeno che viene analizzato all’interno di un paradigma, considerando il paradigma come il quadro di riferimento all’interno del quale i fenomeni sono analizzati. All’interno del paradigma tolemaico, il sole che gira attorno alla terra è un fatto evidente in sé, continuamente riproducibile e che consente di fare predizioni. All’interno del paradigma copernicano, la terra che gira attorno al sole è un “fatto” in sé del tutto evidente, continuamente riproducibile e che consente di fare predizioni. È il paradigma di riferimento che definisce il fenomeno e l’essenza dei fatti, i quali pertanto cessano di essere “fatti” per diventare – con sommo piacere di Nietzsche – “interpretazioni”. Chiusa parentesi.

Tornando alla questione del “rigore”, non si può certo affermare che il filosofo o il logico non applichino abitualmente un estremo rigore ai loro ragionamenti. Lo fanno eccome! Ma il loro rigore è una forma di consequenzialità formale del ragionamento logico: ogni affermazione discende come conseguenza logica di altre affermazioni che fungono da premessa, e ogni affermazione che nasce come conseguenza di premesse precedenti diventa a sua volta premessa delle conseguenze successive. Tutto ciò è perfettamente rigoroso ma non vi è dimostrazione alcuna che ogni premessa e ogni conseguenza sia “vera” o quantomeno empiricamente dimostrabile. Questo, vale a dire la dimostrazione empirica di ogni affermazione, è invece ciò che lo scienziato esige in modo assoluto e che fa parte costitutivamente del metodo scientifico. Mentre il logico o il filosofo procedono per passi logici talora autoreferenziali, lo scienziato esclude metodologicamente gli asserti che non riescono a trovare un sostegno empirico di qualche genere, sperimentale o altro, o conferme da parte di altri scienziati. In questo, il lavoro dello scienziato è metodologicamente collettivo, mentre quello del logico o del filosofo non si esercita obbligatoriamente come impresa collettiva, anzi, spesso si esercita come impresa solitaria in opposizione ad altri filosofi.
Il logico e il filosofo, inoltre, spesso intendono dimostrare una tesi, una tesi preconfezionata: per fare ciò, cercano premesse e percorsi logici deduttivi attraverso cui la propria tesi possa essere dimostrata. Si tratta in poche parole di un’operazione top-down: la tesi da dimostrare sta in alto e la procedura per dimostrala discende dalla necessità di dimostrare la tesi. Nelle scienze, la procedura è più frequentemente bottom-up. Diceva Einstein: Se sapessimo (esattamente) quel che stiamo facendo, non si chiamerebbe ricerca”. La tesi (ad esempio la legge generale che governa un fenomeno) sta alla fine del percorso, non all’inizio: prima vengono le teorie, il ragionamento induttivo, gli esperimenti, la condivisione, la riproducibilità delle esperienze, le confutazioni o le conferme. Anche questo modo di procedere (strumento e stato d’animo anch’esso) è parte del metodo scientifico.
Qualcuno afferma anche il caso, la stocasticità che eccita la creatività, faccia parte del metodo scientifico. Io non sono d’accordo. Se è vero che assai spesso il caso o l’evento imprevisto suscita l’attenzione e, perché no, anche la creatività del ricercatore, questo non può essere assunto a “metodo”, il quale è un qualcosa a cui ci si affida, per l’appunto, metodologicamente. Ciò che deve essere assunto in modo metodologico è una particolare attenzione all’imprevisto, alla nota dissonante, a ciò che non quadra perfettamente, all’eccezione che mette in crisi la regola. Questa particolare attenzione-tensione, e non il caso, fa parte del metodo scientifico.     


Requisito metodologico essenziale per fare scienza è certamente il dubbio. Lo scienziato deve necessariamente collocarsi tra coloro che dubitano. Per quanto gli scienziati siano lusingati dall’idea di cercare la verità, essi devono porsi nella posizione di chi metodologicamente dubita e metodologicamente rifiuta l’idea stessa di verità. Il già citato Richard Feynman afferma: Nella scienza il dubbio è obbligatorio. È assolutamente necessario riconoscere che l’incertezza gioca un ruolo fondamentale nel progresso scientifico. Per fare progredire la conoscenza dobbiamo essere costantemente modesti e ammettere di non sapere. Nulla è assolutamente certo al di là di ogni dubbio [...] A mano a mano che si acquisiscono nuove informazioni nelle scienze, non si sta pian piano trovando la verità, si sta solo stabilendo che questo o quello è più o meno probabile (Il Piacere di scoprire. Adelphi 2002 – Ed. originale: The Pleasure of Finding Things Out, 2000).
Lo stesso concetto espresso da Feynman, lo ritroviamo nelle parole di Piero Angela, il più famoso divulgatore di scienze del nostro paese:In che modo dunque dovrebbe comportarsi lo scienziato? A giudicare dalla pratica quotidiana in ambito scientifico, una qualità essenziale è saper dubitare: chi ha troppe certezze sulle proprie idee e sui propri risultati rischia infatti di smarrirsi. Diversamente da quanto accade nelle ideologie e nelle religioni, il punto di partenza è rovesciato: non esistono verità assolute, ma piccole verità transitorie, da superare al più presto per raggiungerne altre, che attendono di essere scoperte. I dati acquisiti sono sempre da considerarsi provvisori(da Piero Angela. Che cos’è la scienza. Vedi al LINK). 

Piero Angela
Se, da una parte, il metodo scientifico indica il dovere di saper dubitare, specularmente esso indica la necessità escludere la verità dalle proprie prospettive. Le affermazioni della scienza, per quanto tendano alla generalizzazione e alla universalità, debbono essere considerate sempre confutabili o verificabili, mai “vere”. Questo atteggiamento verso le conoscenze scientifiche deve essere preso come assunto metodologico anche perché le affermazioni della scienza si riferiscono ai modelli con cui la scienza rappresenta mentalmente la realtà, non necessariamente alla realtà stessa, qualunque cosa si voglia intendere con questo termine. A questo proposito, Bruno de Finetti (1906-1985), da perfetto scettico affermava che il nostro spirito non può pensare nulla che non sia un suo pensiero, non può concepire nulla che non sia una sua concezione, non può ragionare di nulla che non sia un suo ragionamento…" (De Finetti B. Probabilismo. 1931: p. 87-88. Vedi al LINK). Questo pensiero ricalca alla perfezione quel che già Kant affermava riferendosi non soltanto alla rappresentazione mentale della realtà ma anche ai condizionamenti culturali, ai pre-convincimenti (pregiudizi), e ai punti di riferimento di ciascun pensatore: la ragione vede solo ciò che lei stessa produce secondo il proprio disegno…” (dalla prefazione alla Critica della Ragion Pura).
A pagina 28 del suo bestseller L’ordine del tempo”, il fisico Carlo Rovelli dà una fortissima coloritura a ciò che io chiamo propensione metodologica al dubbio: egli parla di propensione alla ribellione come possibile presupposto metodologico del fare scienza. Le sue parole sono: Una radice profonda delle scienze è la ribellione: non accettare l’ordine delle cose presenti”. Il termine è un po’ forte, ma ci può stare.

Tutto ciò fa riferimento ai meccanismi cognitivi universali cui tutti gli uomini attingono, scienziati e non scienziati che siano. Tali meccanismi che includono, appunto, l’operare su rappresentazioni mentali della realtà e riempire con pre-giudizi i vuoti tra un “fatto” e l’altro, tra un’esperienza e l’altra, una dimostrazione e l’altra, sono assunti nella loro universalità anche da Marcell Proust, che non è uno scienziato ma è pur sempre un esploratore: un esploratore dell’umano pensare. In più punti della Recherce, egli sottolinea questi aspetti: è solo attraverso il pensiero che prediamo possesso delle cose (da: Albertina scomparsa); la stessa testimonianza dei sensi è un’operazione dell’intelletto, in cui la convinzione crea l’evidenza (da: La prigioniera);abbiamo dell’universo solo visioni informi, frammentarie, che completiamo con arbitrarie associazioni d’idee(da: Albertina scomparsa) (vedi al LINK).

Marcel Proust: esploratore
Da scienziato e da pensatore qual è, Carlo Rovelli, sempre nel suo L’ordine del tempo, oltre a usare parole forti come ribellione, usa parole delicate come poesia, intendendo con ciò la capacità di saper vedere al di là del visibile”. Questa caratteristica che la scienza condivide con l’arte è una cosa molto diversa dalla propensione, di cui s’è detto sopra, a percepire la nota dissonante o l’evento che non quadra. Qui si tratta di avere (o di sviluppare) l’istinto di intravedere (almeno come possibilità teorica) che le cose stiano in modo diverso da come appaiono o che dietro all’apparenza, ci possono essere stratificazioni di “realtà” non ancora concepite e che, per essere scoperte, devono essere prima immaginate. Di queste immagini del possibile bisogna fare modelli e, poi, cercare di dimostrare ciò che si crede di avere intuito. È ciò che Rovelli chiama la capacità di comprendere prima di vedere”.
La capacità di vedere al di là del visibile, la poesia della scienza nel lessico di Carlo Rovelli, corrisponde allo sguardo fiabesco del bambino il quale, giocando o ascoltando una storia, vede mondi inaccessibili, che egli stesso costruisce e all’interno dei quali egli agisce e scopre cose. Anche l’infantile sguardo fiabesco potrebbe entrare a buon diritto tra i requisiti metodologici del fare scienza. Questa impegnativa affermazione (che sottoscrivo al cento per cento) viene dal premio Nobel (1903) Marie Curie: Io sono tra quelli che pensano che le scienze possiedano una grande bellezza. Uno scienziato nel suo laboratorio non è soltanto un tecnico: è anche un bambino posto di fronte a fenomeni naturali che lo appassionano come un racconto di fiabe”.

Lo sguardo incantato di Lisa Simpson
Si sono fin qui visti svariati componenti del cosiddetto metodo scientifico. Fra le tante cose che restano da capire ce ne sono due che emergono con forza. La prima domanda che viene in mente è: questi requisiti – o presunti tali – del metodo scientifico devono essere sempre tutti contemporaneamente presenti per poter dire che quel che si sta facendo in un certo momento è scienza e non altro?”. La domanda immediatamente successiva è: il metodo scientifico, considerato come sommatoria degli specifici requisiti sopra indicati, vale per tutte le scienze o solo per alcune? Vale per le scienze esatte, per quelle naturali, per quelle umane?”. 
La seconda domanda – che ha a che fare col cosiddetto monismo metodologico (uno stesso metodo per tutte le scienze) – è forse quella a cui si può rispondere più facilmente. Una cosa che va immediatamente detta è che, formulata in questo modo, tale domanda mette in moto un circolo vizioso da cui non si può uscire. Infatti, se chiamo “scienze” le diverse discipline, do per scontato che esse applicano il metodo scientifico ma, per definire se una disciplina è una scienza, devo prima identificare il metodo scientifico e dimostrare successivamente che quel metodo viene applicato in modo corretto in quella specifica disciplina. Posta così com’è stata posta e senza aver risposto alla prima domanda, la domanda sul monismo metodologico è priva di senso: è una domanda sbagliata, una falsa domanda.
D'altro canto, rispondere alla prima domanda è difficilissimo. Dei vari prerequisiti sopra indicati, alcuni sono o possono sembrare antitetici: il riduzionismo metodologico non va tanto d’accordo con una visione olistica; il ragionamento induttivo e quello deduttivo sono spesso considerati antitetici; l’attenzione alle regolarità e l’altrettanto necessaria attenzione alle irregolarità appaiono atteggiamenti contrapposti. D’altra parte, tutto ciò è parte integrante e costitutiva del lavoro, per esempio, del direttore d’orchestra che deve stare attento al suono complessivo ma anche ai singoli dettagli dei singoli strumenti da cui emerge il suono complessivo: il direttore d'orchestra costruisce un insieme derivato da una scomposizione. Ritengo che tutti gli elementi sopra indicati (e forse anche altri) entrino a far parte costitutivamente del cosiddetto metodo scientifico. Ma affermo anche che non è necessario che tutti i detti elementi siano contemporaneamente presenti  in ogni momento, in ogni situazione e con la medesima valenza. C’è un tempo per la costruzione del modello, per l’analisi dei dati, per la pianificazione e l’esecuzione degli esperimenti; c’è il tempo della sintesi e c’è un tempo per la comunicazione, la condivisione, la discussione ecc., ecc. L’agire scientifico consta di momenti diversi e di menti diverse: l’agire scientifico, anche quello individuale, è un’impresa collettiva e si riconosce in una metodologia da mettere in atto collettivamente.    
Detto ciò, bisogna vedere disciplina per disciplina, se queste si sono costituite, vengono esercitate e stanno progredendo in virtù dell’applicazione collettiva delle regole, delle procedure, degli atteggiamenti mentali e dei prerequisiti di spirito sopra elencati. Così facendo si potrà dire non tanto se la fisica o la storia siano scienze, ma se quella teoria fisica o quella ricostruzione storica siano state affrontate scientificamente. Naturalmente, ci sono discipline per le quali certe categorizzazioni sono più facili, e altre per le quali sono più difficili, se non quasi impossibili.

Ci sono poi asserzioni e questioni di fondo da cui tutta questa diatriba nasce. Esistono questioni di credibilità”, di reputazione”, di autorevolezza e, non ultime, di finanziamento. Se una disciplina si può vestire con l’abito della scienza, è (o diventa, si spaccia, o è percepita) come seria, autorevole, credibile, affidabile. Su di essa si può contare. Se un’altra disciplina fa fatica a darsi una bella verniciata di scientificità, per ciò stesso viene percepita come meno affidabile, aleatoria, poco credibile. Difficile giustificare l’allocazione di risorse su una disciplina poco credibile.
Per certi versi giustamente, nella nostra società la scienza si è conquistata una nomea di efficacia e di credibilità. I risultati sono davanti agli occhi di tutti. Per una naturale contrapposizione delle cose, si dà però per scontato che se una procedura ha qualche difficoltà a porsi in modo inequivocabile nell’ambito delle scienze, allora questa disciplina è meno credibile e, sostanzialmente, meno importante. Il problema non è nuovo. I positivisti del XIX secolo (ad esempio Auguste Comte e John Stuart Mill) sostennero che grazie alla logica induttiva certe scienze (quelle esatte, che oggi chiamiamo “dure”) in quanto a potere cognitivo e predittivo sono superiori alle scienze “morali” (quelle che oggi chiamiamo scienze “molli”).


I dibattiti odierni non sembrano aver fatto molta strada rispetto al XIX secolo. Di fatto, il dibattito si è impantanato su alcune storture: storture di sistema che hanno a che vedere con gli obiettivi e col modo di ricercare e agire da parte degli operatori di questa o quella disciplina. Quanto agli obiettivi, non si può non distinguere tra gli obiettivi di alcune branche del “sapere” (per esempio della chimica, della farmacologia o della geologia) e gli obiettivi di altre branche (per esempio del diritto, della storia o dell’economia). Non si può, come ci dicevano a scuola, mescolare le pere con le mele. Ogni disciplina ha i propri obiettivi, i propri metodi, le proprie caratteristiche costitutive. Pretendere l’eguaglianza ontologica e metodologica tra discipline diverse equivale, secondo me, a mettere in atto del tutto erroneamente un eccesso di egualitarismo normativo: le differenze ci sono, sono importanti, vanno valorizzate e non vanno svilite da preconcetti.

Egualitarismo
L’altra stortura di sistema è voler omologare a un non meglio precisato metodo scientifico i comportamenti e le procedure di ricerca attinenti alle diverse discipline. Anche qui è evidente un eccesso di egualitarismo normativo. Stando così le cose, per una contrapposizione istintiva a tale egualitarismo normativo, viene quasi da dirla con le parole del filosofo Ludwig Wittgenstein:Il mio scopo [...] è diverso da quello dell'uomo di scienza, il corso del mio pensiero è diverso dal suo […] Non c'è un metodo della filosofia, ma ci sono metodi (Ricerche filosofiche, 1930) o con le parole ancora più provocatorie di Paul Feyerabend: l'anarchismo, pur non essendo forse la filosofia politica più attraente, è senza dubbio una eccellente medicina per l'epistemologia e per la filosofia della scienza (Contro il metodo, 1975). Quello che conta è la serietà degli operatori, la loro attitudine mentale a cercare, a controllare, a verificare, a scegliere e verificare le fonti per tradurre, ove è possibile, la descrizione in comprensione e in spiegazione, e farlo con metodi che abbiano i requisiti e le caratteristiche generali di quelli sopra descritti.
L’egualitarismo normativo e il monismo metodologico, oltre a non essere in grado di rendere evidente il discrimine tra scienza e non scienza, nuocciono, soprattutto, alla scienza stessa che trae, invece, sostentamento e vitalità da un molto più opportuno complementarismo metodologico.

Complementarismo metodologico
A che cosa serve, poi, la domanda sulla “vera” natura della scienza e, conseguentemente, sull’essenza del metodo scientifico? Lo scopo utile della domanda è riuscire a distinguere l’erba buona dalla gramigna costituita dalle cosiddette “pseudoscienze”, quelle attività che si spacciano per scienze e millantano il rigore dell’agire scientifico per vendere ai palati buoni false verità su cui speculare. Forse, però, per identificare il millantatore pseudoscientifico è sufficiente una certa dose di senso critico e non è strettamente necessario ricorrere a precise, specifiche quanto improbabili definizioni di scienza o di metodo scientifico. Succede però, che la più che giustificata lotta alla pseudoscienza fraudolenta finisca per sconfinare nell’identificazione di avversari sbagliati. In una lotta senza quartiere contro le pseudoscienze fraudolente, il nemico appare ovunque: nelle tradizioni, nelle superstizioni, nella filosofia, e anche nelle cosiddette scienze umane, colpevoli, queste, di non essere scienze a tutti gli effettima scienziucole che non rispettano tutti i criteri delle “scienze scienze”. Sulle tradizioni e sulle superstizioni non mi soffermo: sono argomenti troppo vasti e non direttamente correlati all’argomento che sto affrontando. Sulla filosofia e sulle scienze umane due parole sono necessarie. Quanto alla filosofia, la quale ovviamente non è per nulla esente da critiche, essa non deve essere vista come il male, il nemico della verità, per il solo fatto di basarsi più sulla logica che sui fatti sperimentali. La scienza, che un tempo si chiamava Filosofia della Natura, è una costola della filosofia. Esse sono parenti stretti: entrambe procedono secondo logica e confrontano modelli. Ad un certo punto, con i vari Bacone, Galileo, Cartesio, Newton ecc. una parte della filosofia ha posto al centro del proprio operare l’esperienza, la misurazione, la sperimentazione, mentre un’altra parte è rimasta ancorata ai modelli teorici, logici e metafisici cui era abituata. Non ostante queste importanti differenze, le due entità rimangono strutturalmente apparentate e il loro legame di fondo resta indissolubile. A mano a mano che la scienza è maturata come tale, la filosofia ha cominciato a discuterne i metodi, gli scopi e i risultati, formando la disciplina della filosofia della scienza, spina critica nel fianco della scienza. La filosofia, inoltre, attinge a piene mani dai risultati della scienza, per costruire nuovi modelli e nuove cattedrali speculative nell’ambito della filosofia teoretica, della filosofia morale e così via. Dal canto suo, talora senza averne piena consapevolezza, la scienza attinge dalla filosofia problemi e modelli teorici per decidere che cosa misurare, che cosa sottoporre a verifica o a sperimentazione. Quando la scienza smantella i vecchi paradigmi e ne costruisce di nuovi sa di offrire alla filosofia materiale da costruzioni per nuovi modelli e nuove speculazioni teoriche. Se queste basi, contrapporre scienza e filosofia è inutile oltre che sbagliato perché entrambe – anche se spesso lo negano – si sostengono e si aiutano, anche contrapponendosi, l’una con l’altra. Entrambe, alla fine, hanno l’ambizione di tendere al “vero” e si alimentano del “verosimile”.
Quanto alle scienze umane, già nel medioevo si faceva una netta distinzione tra le Arti del Quadrivio (che oggi chiameremo scienze esatte, o dure) e le Arti del Trivio (scienze umane, o molli). Ma nel medioevo (che non fu un’epoca culturalmente così buia come oggi spesso si vuol far credere), entrambe le arti facevano parte delle Arti Liberali, quelle arti (o scienze) indispensabili tutte per chi fosse impegnato in attività intellettuali. Sarebbe ridicolo affermare che tra le scienze esatte e quelle umane non vi sono sostanziali differenze costitutive, strutturali, normative e metodologiche. Ma sarebbe meno che intelligente, nel XXI secolo, negare alle scienze umane lo statuto di scienza. Questo non dipende dal fatto di poter applicare alle scienze umane tutti i metodi che vengono applicati alle scienze esatte, bensì dagli obiettivi (per esempio, quello della conoscenza e quello della sua trasmissione culturale), dal rigore metodologico, e dalla capacità di identificare i fatti rilevanti all’interno delle proprie discipline e così via. In definitiva, lo statuto di scienza, piuttosto che con specifici metodi applicativi, ha più a che fare con l’approccio mentale e col rigore del processo con cui gli argomenti vengono sottoposti a indagine. Quando si cercano differenze e si pongono distinguo, bisogna cercare di badare più alla sostanza che non alle parole con cui nominiamo detta sostanza. Scienza, in fondo, è una parola, ma quel che conta è la sostanza che ci sta dietro.