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giovedì 7 novembre 2019

ALEXANDER VON HUMBOLDT E IL CLIMA - METODO E PROFEZIA

Quando si naviga in rete, ai "mi piace", ai numeri delle "visualizzazioni", alla quantità di pagine web che trattano di questo o di quell'argomento, bisogna guardare con circospezione. Tuttavia, i numeri sono numeri e dietro alle cifre c'è sempre qualcosa, o qualcuno. 

Se si confronta il numero di pagine web in cui si parla di CLIMA col numero di pagine che riguardano altri argomenti si possono trarre indizi su ciò che alla gente (l'immenso popolo del web) interessa. Qui di seguito un esempio.



Milioni di pagine
CLIMA (ita)
455
CLIMATE (ing)
1280
GRETA THUNBERG
324
DONALD TRUMP
1050
LUIGI DI MAIO
10
SESSO (ita)
123
SEX (ing)
4810
 Termini della ricerca e pagine web corrispondenti (fonte Google)

In assenza di altri parametri, i numeri possono essere interpretati in mille modi e forniscono una rappresentazione gerarchica molto aleatoria dell’importanza relativa dei rispettivi temi. Ciò non toglie che l’elevato numero di pagine riguardanti il Clima (e l'analogo inglese Climate) indicano l’enorme interesse che questo tema sta riscuotendo. Il clima, d’altra parte, ci riguarda tutti e ci preoccupa.  

Il termine clima deriva dal greco κλίνω (klíma) che significa inclinazione. I greci si riferivano all'inclinazione dei raggi solari rispetto al suolo, un'inclinazione che aumentava progressivamente andando dalle regioni torride equatoriali a quelle dell'estremo nord. Secondo Aristotele, la possibilità della vita è direttamente correlata a questa inclinazione, divenendo impossibile dove questa è minima (deserti equatoriali) o massima (regioni ghiacciate del nord).
Nella geografia tolemaica (fino al medioevo e al primo rinascimento), il mondo veniva rappresentato come suddiviso in regioni climatiche chiamate climăta (dal greco klíma-atos) che significava, per l'appunto, “regioni”. Il clima aveva quindi una connotazione geografica correlata alle condizioni meteorologiche che oggi chiamiamo condizioni “climatiche”.

Macrobius: Mappa Mundi (sec. XII)
Oggi il termine clima ha perso le sue connotazioni territoriali e si riferisce a un complesso sistema di variabili misurabili tra loro interagenti (temperatura, venti, precipitazioni, soleggiamento, umidità, altitudine, ecc.) che, prese nel loro insieme, determinano e influenzano le condizioni di vita in un determinato territorio. Data la mutabilità delle variabili considerate, le condizioni climatiche “medie” riguardano periodi di tempo relativamente lunghi. Le variazioni climatiche vengono considerate “significative” quando i vari parametri (temperatura, precipitazioni, ecc.) di un periodo trentennale si discostano in modo rilevante e permanente dal periodo trentennale precedente. La nostra epoca è caratterizzata da un mutamento climatico significativo caratterizzato da un riscaldamento che coinvolge l’intero pianeta: è il riscaldamento globale.     

Fu solo nel Settecento che la parola “clima” è entrata nell’uso comune col significato che oggi le attribuiamo. Furono le tecnologie del XVIII secolo (termometri, igrometri, barometri, etc.) a rendere possibili, affidabili e riproducibili, le misurazioni delle variabili che, assieme, costituiscono il clima. Da allora si sono registrati tre picchi nella frequenza d’uso del termine. Uno a metà del Settecento, uno a metà dell’Ottocento e uno – che ci riguarda – nel quarantennio che va da 1980 ad oggi (vedi figura. Per l’originale vedi all’URL). I picchi del Settecento e dell’Ottocento sono direttamente collegati con l’espansione delle scienze che hanno cominciato a considerare il clima come oggetto di studio. Il picco odierno è dovuto alla diffusa preoccupazione sociale riguardante le variazioni climatiche che influenzano negativamente la vita sulla terra, ivi incluse le occupazioni umane.




Alexander von Humboldt (1769-1859), nato nell’anno in cui James Watt inventava la macchina a vapore e morto nell’anno in cui Charles Darwin pubblicava l’Origine delle specie, era considerato il più grande scienziato del suo tempo, l’ultimo degli scienziati enciclopedici, il cui interesse copriva l’intero arco delle scienze fisiche, chimiche, e naturali. Osservatore e misuratore di ogni cosa, si occupò anche di clima e fu un pioniere della climatologia.


Alexander von Humboldt, circa 1855
© Hulton Archive/​Getty Image
Egli trattava il clima come fattore determinante nelle dinamiche riguardanti la vita delle piante, degli animali e dell’uomo, ivi comprese le sue attività. Un vero pioniere dell’ecologia. Fu anche il primo ad avere una visione lungimirante dei cambiamenti climatici causati dall'uomo. Aveva osservato di persona gli effetti devastanti della deforestazione ad opera degli spagnoli nella regione del Lago Valencia, in Venezuela: la terra resa arida, la riduzione del livello delle acque dei laghi e dei fiumi, la scomparsa del sottobosco. Fu il primo a spiegare l’importanza delle foreste per la ritenzione idrica a tutela del terreno dall'erosione. In tempi non sospetti, annunciò che l’uomo stava interferendo sul clima e che tutto questo poteva avere un imprevedibile impatto sulle generazioni future. Le sue parole suonano oggi profetiche.

Qui di seguito un suo passo sulla complessità del clima, sulla metodologia che si richiede alla climatologia per farne una scienza, e sugli effetti del clima sull'uomo, sulle sue attività, sulle sue capacità.
Il passo è tratto da Kosmos (Il Cosmo). Una descrizione fisica del mondo, nella prima traduzione italiana a cura di Vincenzo degli Uberti (Stamperia del Vaglio, Napoli, 1850).

Il vocabolo Clima, preso nella sua significazione più larga, significa il complesso de’ cambiamenti e delle condizioni dell’atmosfera che visibilmente affettuano i nostri organi: la temperatura, l’umidità, la variazione della pressione barometrica, la quantità della tensione elettrica, la purezza dell’atmosfera e la sua mescolanza di esalazioni più o meno deleterie, ed infine il grado di ordinaria trasparenza dell’aria e di serenità del cielo, che ha una influenza importante non solo sullo svolgimento organico delle piante e del maturamento de’ frutti, ma sì ancora su’ sentimenti e sulle facoltà intellettuali dell’uomo (p. 425) …

Annoverando le cause che alzano o abbassano la temperatura, alle prime appartengono: la vicinanza di una costa; la configurazione sinuosa della costa con baie profonde o mari interni; il predominio dei venti; le catene dei monti che stanno a guisa di ripari protettori contro i venti; la rarità di pantani e paludi; la mancanza de’ boschi. Fra le cause raffreddatrici, l’elevazione sul livello del mare, la configurazione unita ed ammassata di un continente; la lontananza da zone tropicali riscaldate dai raggi del sole; le catene dei monti che impediscano l’accesso de’ venti caldi; le foreste che sono d’ostacolo al riscaldamento della terra; paludi che nel settentrione formano una specie di ghiacciaia sotterranea; un cielo chiaro e sereno d’inverno (p. 428-429) …

Bisogna osservare che i diversi ordini di cause disturbatrici vanno esaminati separatamente ma bisogna anche considerare la loro influenza unita e l’opera di ognuna nel modificare, distruggere, rafforzare le altre … E però pensomi che codesto sia lo spirito del metodo che possa un giorno impiegarsi per adunare coll’aiuto di leggi empiriche espresse numericamente, una vasta serie di fatti apparentemente senza senso e per manifestare la loro reciproca dipendenza (p. 429).

A latere e quasi a suggello dei suoi avvertimenti, va segnalato che a Merida (Venezuela), a causa del riscaldamento globale, il ghiacciaio che gli è intitolato è ormai praticamente scomparso: ciò che rimane è un miserevole rigagnolo.

La valle in cui si stendeva il ghiacciaio von Humboldt (Merida, Venezuela)



domenica 13 gennaio 2019

DOMANDE E RISPOSTE SU L'EVOLUZIONE - XIX^ parte

In questa puntata il professor Rugarli risponde a una articolata domanda sul tema del "caso", del suo ruolo nell'universo e nell'evoluzione e della sua coesistenza con un ordine rigidamente deterministico. 

Il tema non si limita alle leggi che regolano l'universo ma sfiora anche questioni d'ordine filosofico, quali l'essenza stessa della libertà e della responsabilità, che non esisterebbero senza un certo margine di casualità all'interno di un mondo regolato da relazioni rigidamente deterministiche.

Domande e Risposte
# 28

Domanda 28. In L'Origine delle Specie e nell’Origine dell’Uomo Darwin ha trattato con grandissima circospezione la parola “caso” e il concetto di casualità.  Nelle versioni informatiche dei due testi [vedi ai rispettivi link: Origine delle Specie e Origine dell'Uomo] ho ricercato le parole casual, casualness, chance, fortuity, fortuities, fortuituous, accident, accidental, incidental, random, contingent, contingency, hazard, luck, stochastic. Le parole random, stochastic, luck (rispettivamente a caso, stocastico, fortuna) non sono mai citate mentre nelle sue varie accezioni la parola chance (possibilità) è la più frequente, comparendo in 89 occasioni. Le parole sopra riportate vengono citate complessivamente 134 volte. In 14 casi Darwin fa riferimento (si direbbe a malincuore) ad eventi di natura casuale,nota 1 mentre in 28 egli nega con estrema decisione un eventuale ruolo del caso a proposito di eventi che possano avere a che fare con la selezione. Le rimanenti 92 citazioni contemplano accezioni estranee al concetto di caso o casualità. I contemporanei di Darwin che come lui non avevano una visione statica e fissista del mondo, si saranno certamente interrogati sui motivi e sui meccanismi del verificarsi di lente modificazioni nei caratteri delle specie sulle cui variazioni opera, secondo Darwin, la selezione naturale. Dubito che nell’Inghilterra vittoriana - ma anche in tutto il resto del mondo in cui l’immanenza di Dio era messa in discussione da pochi - la parola caso appartenesse al repertorio delle risposte ammissibili. Pertanto, se anche si fossero posti domande scomode sull'origine della variazione, i contemporanei di Darwin avranno preferito mantenere un rassicurante silenzio su questo punto. Sarà con l’irruzione della genetica, della statistica probabilistica sulla trasmissione mendeliana dei caratteri, sulla genetica delle popolazioni, sulla deriva genetica, e in seguito alle evidenze sulla natura stocastica delle mutazioni genetiche che il CASO ha fatto irruzione nell’evoluzionismo. Jaques Monod, con Il Caso e la Necessità, ha formalizzato un ruolo del caso che ha spaventato il mondo.nota 2

Chi ha paura del caso?
Chi e perché ha paura del caso?

Il Caso ha due grandi nemici: lo scienziato moderno e riduzionista (da Cartesio a Newton, giù giù fino a noi stessi), secondo il quale non esiste fatto o evento che non abbia una causa, ancorché non conosciuta: tutto avviene in un ambito di causalità per cui tutto, se adeguatamente indagato, può essere previsto. A questo ambito appartengono tutti i rami della scienza (con alcune sfumature dissonanti nell’ambito della meccanica quantistica), teoria del “Caos deterministico” inclusa. Il secondo nemico del Caso è Dio. E non si tratta solo del Dio onnicreatore e onnipresente che ha tutto sotto controllo in ogni momento. Nemico del Caso è anche il Dio che ha creato il tutto e poi lo ha lasciato a se stesso, consentendo che si evolvesse "liberamente"  nel tempo (creato anch'esso insieme a tutto il resto) secondo precise ancorché imperscrutabili regole create contestualmente, in modo che le cose non potessero andare in modo diverso da come era stato previsto. Una siffatta evoluzione non è “libera” ma è costretta dalle regole divine (o di natura). Se questa pre-determinazione fosse davvero la tipica condizione in cui si muove la natura, allora non ci sarebbe alcuna libertà, non esisterebbe nessun Caso e nessun libero arbitrio: tutto ciò che ci sembra libero e tutto ciò che ci sembra casuale è una illusione dovuta all’ignoranza delle regole prestabilite. La scienza riduzionista lavora appunto per portare a poco a poco alla luce queste leggi di natura.

Il Caso fa paura a tutti. Fa paura perché le regole, anche se spesso vengono deliberatamente infrante, sono molto più rassicuranti della mancanza delle regole. Fa paura anche perché la libertà stessa genera paura, in quanto implica necessariamente responsabilità individuale e collettiva rispetto alle decisioni che si assumono e agli atti che si compiono. L’azione non libera (ovvero esercitata sotto una qualsivoglia coercizione) è rassicurante perché abolisce la responsabilità. Forse è per questo che la consapevolezza (o la presunzione) dell’essere qui per caso (vedi per esempio la posizione filosofica dell'esistenzialismo) determina una condizione spiritualmente angosciante. 

D’altra parte, pur ammettendo che le cose dell’universo stiano tra loro in una sorta di equilibrio dinamico e che si muovano in modo prevedibile secondo regole definibili in modo relativamente accurato dai nostri metodi di calcolo, perché escludere la possibilità che una certa parte (anche piccola) degli accadimenti possa essere davvero casuale, ovvero senza una causa diretta che ne determini in modo assoluto la necessità? Perché privarsi della possibilità che nella fisica, come nella biologia e nella nostra mente, qualcosa possa davvero muoversi o accadere in modo non strettamente predeterminato? Se ci priviamo di queste minime possibilità ci priviamo della libertà di qualsiasi scelta, di qualsiasi giudizio, di qualsiasi azione libera e volontaria.

Rappresentazione delle soluzioni di un'equazione facente riferimento alla
Teoria del Caos Deterministico 
Si può ritenere che un temporale o un terremoto possono accadere in un certo luogo e in un certo istante perché rappresentano l'esito inevitabile di una determinata serie di eventi che si susseguono in modo causale (i sistemi dinamici non lineari come questi sono oggetto di studio nell'ambito della Teoria del Caos Deterministico). Ma possiamo dire lo stesso del luogo e dell'istante in cui cadrà un fulmine? Possiamo dire lo stesso dell’esito di una battaglia e del capovolgimento di fronte che potrebbe intervenire se sui contendenti si scatenasse un temporale? E di una gara automobilistica? E di una corsa ciclistica? Possiamo dire lo stesso della posizione del DNA, di una certa cellula, di un certo organismo in cui avviene, in un certo momento della vita di quell’organismo, una mutazione? Se ci lasciamo un certo margine di casualità all’interno di un universo in gran parte causale possiamo ammettere che l’evoluzione dell’uomo (come di tutto il resto) abbia una componente di casualità. È proprio intollerabile ammettere un certo ruolo ontogenetico del Caso?  

Risposta 28. Personalmente non sono turbato dall’ammettere che il Caso è un ingrediente della natura. Dal punto di vista scientifico l’ammissione di un ruolo del caso ha permesso di elaborare teorie con un forte potere esplicativo. Prima ancora che alla meccanica quantistica penso alla termodinamica e alla stessa evoluzione biologica. Comprendo che questo pone problemi con l’idea della divina provvidenza, e della onnipotenza di Dio. I manichei sostenevano che Dio non può essere allo stesso tempo infinitamente buono e onnipotente. Se infinitamente buono non riuscirebbe a evitare il male nel mondo e perciò non sarebbe onnipotente, se onnipotente non proibirebbe il verificarsi del male e quindi non sarebbe infinitamente buono. Penso che questo sia un ragionamento ingenuo che deriva da una visione antropomorfica della divinità. Io credo che la divina provvidenza, se così vogliamo chiamarla, si svolga nella ispirazione delle azioni umane.
La domanda tocca anche un punto molto importante, quando assimila il caso alla libertà umana. Io credo che nella libertà ci sia una componente casuale, ma che in sostanza non dipenda solo da questo. Quando bisogna decidere per un’azione tra varie possibili, entra in gioco l’immaginazione, nel senso che bisogna immaginare l’esito delle varie azioni e sceglierne una. Il processo immaginativo può essere diverso da una persona a un’altra e ha una componente casuale (quante volte si dice: non mi è venuto in mente!), ma poi penso che la selezione tra le varie decisioni avvenga con un meccanismo darwiniano, nel quale la necessità è rappresentata dalla più profonda identità della persona che fa la scelta. 

Rappresentazione dell'Emergenza della Complessità
In conclusione, penso che il Caso, e non una tendenza intrinseca nella materia, abbia consentito l’emergenza della complessità. Si può riflettere che nell’universo esiste un numero sterminato di pianeti e che certamente ve ne deve essere un buon numero con caratteristiche ambientali compatibili con la vita. Eppure, non è detto che dovunque ci sia vita debba esserci l’uomo o qualche essere equivalente. Non trovo nulla di male ad ammettere che il Caso ci ha favorito.
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Note
1 In riferimento all’impollinazione, ai ritrovamenti e alla conservazione dei fossili, all’apprendimento di comportamenti, o di evenienze accidentali con qualche possibile riflesso sulla selezione.
2 Ma ha affascinato molti giovani e li ha indirizzati allo studio della biologia.

mercoledì 19 dicembre 2018

L’UCCELLO DEL PARADISO – PARADISAEA APODA

Uccello del Paradiso

In uno dei precedenti post (L'Uccello del Paradiso: Una Metafora) s’era s'era già discusso della faccenda dell’Uccello del Paradiso per sottolineare come anche gli esseri umani più intelligenti del mondo – tali, nel passato, si ritenevano infatti gli Europei – cadevano vittime di malintesi e della loro presunzione.  

Qui si riprende la questione per approfondirne il ragionamento. Per farlo, si useranno le parole che Alfred Wallace (il co-scopritore, assieme a Charles Darwin, dell’evoluzione degli esseri viventi). Le parole di Wallace sono tratte da osservazioni dirette effettuate tra il 1856 e il 1860 e da notizie storiche pubblicate nel 1869 in L’Arcipelago Malese. I passi qui riportati sono alle pagine 443 e 549-554 dell’edizione MacMillan del 1872.

Ecco come Wallace descrive la strana storia dell’uccello senza zampe.

Disegno di antico esemplare di Uccello del Paradiso
"Quando i primi viaggiatori provenienti dall’Europa arrivarono alle Molucche in cerca di chiodi di garofano e di noce moscata, che erano allora spezie ricercate e preziose, furono mostrate loro le pelli essiccate di uccelli talmente strani e meravigliosi da suscitare l’ammirazione anche nei peggiori pirati in cerca di ricchezze. I commercianti malesi li chiamavano Manuk dewata, vale a dire Uccelli degli Dei. I Portoghesi, vedendo che essi non avevano né zampe né ali e non essendo in grado di raccogliere informazioni veritiere su di essi, li chiamarono Passeri del Sole. I più istruiti Olandesi, che erano in grado di scrivere in latino, li chiamarono Avis Paradiseus, vale a dire Uccelli del Paradiso. Era stato l’esploratore olandese Jan Huighen van Linschoten (1563-1611) a dare loro questo nome nel 1598, affermando che nessuno aveva mai visto vivi tali uccelli in quanto essi vivevano in cielo ruotando attorno al sole e non scendevano mai a terra se non quando morivano. Perciò non avevano né ali né zampe, come si poteva ben vedere negli esemplari portati in India e più raramente in Olanda  nel resto d'Europa. Oltre un secolo dopo, il signor William Funnel, che aveva accompagnato il Capitano William Dampier nel suo giro attorno al mondo [1703-1706], scrisse di avere visto questi uccelli nell’isola di Ambon e che essi, arrivati all’isola di Banda per mangiare le noci moscate di cui erano ghiotti, ne rimanevano intossicati cadendo a terra privi di sensi e qui venivano uccisi dalle formiche. Quando, nel 1760, Linneo diede a una delle specie più grandi di questi uccelli il nome di Paradisaea apoda (Uccello del Paradiso senza i piedi) nessuno in Europa aveva ancora mai visto un esemplare perfettamente conservato di tali uccelli e di essi non si sapeva assolutamente nulla. Ancora oggi, un secolo dopo, alcuni libri affermano che essi migrano annualmente a Ternate, Banda, Ambon, mentre è vero il contrario, vale a dire che in dette isole questi uccelli, allo stato selvatico, sono del tutto assenti non meno che in Inghilterra … Nell’arcipelago malese, questi uccelli sono chiamati Burong mati, vale a dire Uccelli Morti, facendo così comprendere che nemmeno i commercianti malesi ne avevano mai visto uno vivo".

Acconciatura di piume di Uccello del Paradiso nella tradizione dei cosiddetti “selvaggi”
Ed ecco come, sempre con le parole di Wallace, i nativi si procuravano i volatili e li lavoravano per poterli commercializzare.

"Sull’isola di Aru, i nativi cacciano gli Uccelli del Paradiso usando arco e frecce. La punta di queste è sagomata a forma conica come una tazzina da tè in modo da non trafiggere l’uccello  (la qual cosa rovinerebbe le penne) ma di metterlo fuori combattimento con la sola violenza del colpo. Poiché questi uccelli si riuniscono in gran numero su certi alberi, il cacciatore si apposta su uno di essi prima che sorga il sole, nascosto sotto una coltre di foglie. All’alba, quando gli uccelli si riuniscono, il cacciatore scocca i suoi dardi. La caccia continua fintanto che gli uccelli non si rendono conto della presenza del cacciatore e fuggono. A terra, un ragazzino raccoglie gli uccelli intontiti dal colpo e li uccide immediatamente.
Per conservare gli uccelli catturati, per prima cosa i nativi tagliano loro le ali e le zampe. La pelle viene tagliata lungo tutto il corpo fino al becco e viene rimosso tutto lo scheletro lasciando solo il cranio. Viene poi infilato nel corpo uno stecco che fuoriesce dalla bocca e il corpo viene riempito di foglie. Avvolto il tutto in foglie di palma, l’uccello viene fatto seccare in un affumicatoio. Così facendo, la testa, che è abbastanza grande, si riduce a un nonnulla, e anche il corpo diviene molto più piccolo e corto, tutto ciò snatura le vere proporzioni dell’uccello vivo ma dà maggiore preminenza al piumaggio. Questo oggetto è un articolo di commercio locale assai importante in Oriente e le piume vengono spesso usate per i copricapo delle donne".
Acconciatura femminile occidentale certamente non meno “selvaggia”
Questa affascinante storia dovrebbe veicolare due insegnamenti: il primo, di carattere generale, sui processi cognitivi fondamentali dell’uomo. Il secondo, di carattere epistemologico, sul come il pensiero scientifico occidentale si innesti su tali processi cognitivi fondamentali.

Sulle cause e sugli effetti.
L’esperienza mostra che certe cause (note a chi osserva) producono certi effetti. Reciprocamente, certi effetti (evidenti a chi osserva) sono necessariamente provocati da certe cause, siano queste note o ignote. Se un uccello è privo di ali e di zampe, debbono esservi cause che spiegano il fenomeno osservato. La mente, a questo punto, ipotizza e costruisce le cause ignote in modo tale che la relazione causa-effetto si autosostenga. Questo sistema cognitivo fondamentale (ragionamento causale) non è esclusivo del razionalismo scientifico ma è condiviso con altri “saperi” facenti capo, per esempio, alle pratiche magiche e alle credenze mitologiche o religiose. Dato un fenomeno, vi sono cause necessarie che lo producono. La conoscenza non si limita a descrivere il fenomeno come tale, ma ambisce a riconoscerne le cause efficienti. Se un sasso lasciato cadere finisce al suolo, una causa (scientifica) può essere una forza chiamata gravità, ma un’altra causa (parascientifica o mitologica) è che la terra chiama a sé la terra, come l’aria chiama a sé l’aria o il fuoco chiama a sé il fuoco. Se mi viene una gastroenterite, la causa (scientifica) è che sono stato colpito da un enterovirus, mentre la causa magica è che qualcuno mi ha fatto il malocchio, e la causa religiosa è che vengo punito perché ho peccato. Il ragionamento – il modello cognitivo – è sempre lo stesso: nella scienza, come nella magia, come nelle credenze religiose. Ciò che cambia (e che fa una grande differenza) è il quadro culturale di riferimento e il metodo di cui ci si serve applicando quel modo di ragionare. Nulla toglie che il soggetto pensante presti fede contempraneamente a più quadri di riferimento: la scienza per spiegare le cause di certi fenomeni, la religione per darne conto di altri, e forse anche la magia, per quegli ambiti dell'ignoto ove scienza e religione non osano avventurarsi. Un teorico del management e dell’organizzazione (Russell Lincoln Ackoff, 1919-2009) avrebbe affermato che "Meno comprendiamo un fenomeno, più variabili cerchiamo per spiegarlo". Questo meccanismo cognitivo universale è alla base della spiegazione data alla faccenda degli uccelli senza zampe.

I condizionamenti culturali e psicologici giocano un ruolo assai rilevante nel decidere quale fra le potenziali cause di un fenomeno prendere per buona. Ogni epoca e ogni cultura ha i propri condizionamenti che indirizzano le scelte. Si può considerare il fatto che in un'epoca in cui la religione, il magico e l’esoterico potevano anche prevalere sul freddo ragionamento pratico e scientifico (quest’ultimo allora agli albori), la causa della assenza delle zampe in quei magnifici uccelli provenienti dalle mitiche regioni d’Oriente richiamasse situazioni e poteri eccezionali, fino ad allora mai visti nel nostro ristretto mondo. Pertanto, alla spiegazione più ovvia che le zampe fossero state tagliate per motivi pratici di conservazione, fu preferita una causa più extramondana, quella di un uccello paradisiaco, che vola perennemente attorno al sole e che non si posa mai a terra. 

Linneo
Se questo era il condizionamento culturale in un’Europa per molti versi ancora erede del sapere medioevale, si può anche comprendere come anche il grande e sapiente Linneo, medico del Re di Svezia, Direttore dei Giardini Botanici Reali, e rivoluzionario del sistema di classificazione nell’ambito delle scienze naturali, sia potuto cadere nell’errore. 
Linneo aveva proposto di sostituire le complesse classificazioni naturalistiche allora in uso (che erano sostanzialmente delle lunghe descrizioni) con due soli nomi: il primo indicante il genere (per esempio "Homo", nel caso dell’uomo) e il secondo indicante la specie (per esempio "sapiens", nel caso della nostra specie). In tal modo, egli aveva dotato le scienze naturali di una terminologia sistematica semplice e universale, rendendole meno descrittive e avvicinandole al mondo delle scienze esatte. Nel caso dell’Uccello del Paradiso, il genere (del tutto nuovo e sconosciuto) fu chiamato Paradisaea e la specie (sconosciuta anch’essa) fu chiamata apoda, indicando con ciò lo strano caso dell’uccello senza i piedi. Ecco come il pensiero scientifico, ancora condizionato da una cultura prescientifica, si innestava nel sistema cognitivo universale dell’uomo che ricerca (a costo di inventarle di sana pianta) cause che rendano conto degli effetti che sono sotto i nostri occhi. 

Per fortuna, a differenza di altri saperi più dogmatici, la scienza contiene in sé gli anticorpi per ravvedersi, sostituendo, quando vi siano nuovi elementi probanti, cause divenute insostenibili con cause più plausibili alle quali, però, il termine di “verità” non si addice, poiché lo statuto della scienza stabilisce che ogni spiegazione possa essere sempre sostituita da un'altra che si dimostri migliore.
L’ultimissima notazione è la seguente curiosità: la dizione linneana, Paradisaea apoda, definisce tutt’ora una specie di Uccello del Paradiso e la si può trovare sui cartellini che contrassegnano quella particolare specie nei vari musei di Storia Naturale del mondo. Si può conservare memoria dei propri errori per evitare di ripeterli.




venerdì 9 novembre 2018

CUOCERE UN UOVO SODO, LAICITÀ, E ALTRE QUISQUILIE

La Società Internazionale di Storia Culturale (la disciplina che si propone di analizzare i diversi fenomeni facenti capo alle scienze umane mediante gli strumenti offerti da un approccio culturale alla questione) ha indetto per la prossima estate una conferenza intitolata IL TEMPO È CONOSCENZA – Orologi, Scienza e Società in Europa tra il XVI e il XIX Secolo. Per chi fosse interessato la conferenza si terrà a Tallinn (Estonia) nei giorni 26-29 giugno 2019.



Quanto tempo occorre per cuocere alla perfezione un uovo sodo o per arrostire un pollo? A che velocità cade un oggetto in relazione alla sua massa? Come calcolare la propria posizione nei termini di latitudine e longitudine? Come calcolare gli orari di arrivo e di partenza delle diligenze postali? Come stabilire le coordinate per il primo appuntamento d’amore senza correre il rischio di non incontrarsi? Come stabilire se l’alibi di un sospetto assassino è valido oppure no? Da sempre – e al giorno d’oggi ancor di più – la misurazione del tempo è stato un fondamento di ogni attività umana, dalla più semplice alla più complessa, in attività di pace e in attività guerresche. Oltre a quella del tempo, molte altre misurazioni sono fondamentali per la conoscenza: le distanze, la pressione atmosferica, l’attività elettrica del cuore, e mille altre. Le conoscenze che chiamiamo scientifiche si basano tutte sulla misurazione di qualcosa. Conoscere qualcosa è quantificare quella cosa: quella cosa in sé e quella cosa in relazione ad altre cose.

Cuocere alla perfezione un uovo sodo: risultati sperimentali 
La conoscenza si esaurisce quindi nei numeri che descrivono cose o fenomeni? Sì e no. Più sì che no o più no che sì, a seconda dei punti di vista e a seconda di ciò che si desidera conoscere. Il buon Darwin, quando si trattò di decidere se sposarsi, compilò due paginette di pro e contro, cercando di attribuire un valore agli uni e agli altri. Tra i pro: avere figli (per tramandare la specie); avere una compagna fedele (meglio di un cane); sentire una voce femminile; avere una casa accogliente (e qualcuno che se ne prenda cura). Tra i contro: non potere andare dove si vuole e frequentare chi si vuole; cedere su ogni cosa per non litigare; noiose visite ai parenti; avere meno soldi per comprare i libri; diventare grassi e pigri; possibilità che alla moglie non piaccia Londra e doverci rinunciare; non poter fare gite in mongolfiera; ecc. Tuttavia, pur essendo i “contro” assai prevalenti sui “pro”, egli decise comunque di sposare la sua amata cugina Emma. Quanto a Gregor Mendel, lo scopritore delle leggi della genetica, conservava i suoi quaderni nella cella del monastero di Brno dove viveva ed eseguiva gli esperimenti sulle caratteristiche ereditarie dei piselli: in questi quaderni, decine di migliaia di numeri descrivevano le leggi dell’ereditarietà. Alla sua morte, per rendere la cella immediatamente disponibile per un altro monaco, fu bruciato tutto, con grande soddisfazione del Vescovo di Brno il quale non vedeva per niente di buon occhio quel monaco che si affannava a tradurre in numeri la perfezione del creato e del suo Creatore.

Per noi scienziati (chiedo venia se mi dispongo in questa categoria) la misura è tutto: è l’ossigeno che ci tiene in vita ed è il metro con cui misuriamo anche noi stessi e i risultati che otteniamo. Misuriamo e quantifichiamo, e chiamiamo “veritieri” i nostri risultati e le nostre “dimostrazioni”. Misurando “oggettivamente” (vale a dire in modo laico e neutrale – almeno, così crediamo) ci sentiamo perfettamente “laici”, diversi e superiori a chi, per fede, dichiara “veritiero” l’indimostrabile o a chi imputa dei limiti al potere del numero. Ecco che, così facendo, alcuni di noi diventano “laici” per fede (la fede nei numeri) e diventano ancor più fideisti dei fideisti che combattono.

Ci sono saperi, però, che trovano poco conforto nei numeri. Poesia, storia, letteratura, linguistica, archeologia, musica, arte, filosofia, estetica e molti altri saperi utilizzano strumenti non quantitativi, e i risultati degli studi di loro pertinenza assai difficilmente trovano oggettivi riscontri quantitativi. Questi saperi sono forse meno saperi di quelli misurabili? La risposta è no! Sono saperi anch'essi: eccome se lo sono! Ma spesso noi scienziati – e insieme a noi gli Enti finanziatori della Cultura – si aspettano dei numeri e delle misurazioni per stabilirne l'effettivo valore.

L'impact factor è un indice numerico col quale si cerca di definire la rilevanza di un dato scientifico o di un'attività di ricerca 
Per fortuna, ci sono oggi dei movimenti d’opinione, non solo fra gli umanisti ma anche tra gli esponenti delle cosiddette scienze dure, che vorrebbero riconsiderare la questione: sia per trovare una quadra che non sia unicamente quantitativa per stabilire il valore di un oggetto culturale o di una conoscenza, sia per trovare intersezioni e complementarietà tra conoscenze quantitative (misurabili) e qualitative (il cui valore non si esprime necessariamente coi numeri). L’obiettivo è fare delle conoscenze dell’uomo e di quelle sull’uomo, una conoscenza unica.

L’umanità non si misura, afferma Annalisa Sacchi sul numero #362 di La Lettura. Questo è solo l’ultimo di una lunga serie di articoli che La Lettura dedica a una questione aperta e importante come questa. Un aspetto di rilevanza non secondaria sollevato in questo articolo è la differenza tra esperimento ed esperienza: il primo è passibile di misurazione, mentre l'aritmetica si addice poco alla seconda. Nell’esperienza ha maggiore valore l’emozione che si lega ad essa, la rete di connessioni e di evocazioni che essa suscita, la posizione che essa assume all’interno della memoria di chi la prova, la possibilità formale e sostanziale di condividerla con altri facendola diventare un soggetto appartenente alla memoria collettiva: fatto non secondario, questo, poiché conoscenza e cultura, oltre ad essere un fatto individuale, sono e rimangono un fatto sociale che travalica il singolo individuo.

In un altro articolo sullo stesso numero di La Lettura, il fisico e scrittore Paolo Giordano, nell’articolo intitolato Anche la Scienza ha bisogno di una Coscienza, pubblica il proprio discorso fatto all’inaugurazione dell’Anno Accademico della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste. Tra le molte affermazioni meritevoli di meditazione ne estraggo qui due: “Chi si trova qui oggi ha il vantaggio di possedere un metodo. Ma è davvero sufficiente, il metodo, per muoversi con scioltezza tra gli innumerevoli quesiti etici e materiali nuovi di zecca che il progresso scientifico ci mette continuamente davanti? Stento a credere che chi, come voi, ha fatto della dimostrazione, dell’esattezza e dell’approfondimento insaziabile i cardini della propria conoscenza, possa accontentarsi tanto facilmente … Negli anni dell’Università, non ho mai incontrato sulla mia strada un solo corso di epistemologia o di storia della fisica. Il bravo scrittore ripensa la letteratura nel suo complesso in ogni sua opera. E il bravo filosofo si comporta similmente, filosofando. Perché dovrebbe essere diverso per il bravo scienziato?”.

Concludendo. La conoscenza non si esaurisce nel numero. Certamente, non si può e non si deve prescindere dalle conoscenze che la scienza, con le sue misurazioni, ci mette a disposizione e pensare di poter trovare altrove tutte le risposte. La conoscenza ha un solo scopo (oltre all’intimo piacere estetico di possederla): prendere decisioni e fare le scelte giuste. I soli numeri, però, non bastano, e nemmeno le “dimostrazioni”. A queste vanno coniugati valori che provengono da altri luoghi e da altri percorsi; occorre fare i conti con pulsioni, paure, affetti, aspirazioni e tutte quelle umane cose che non trovano riscontri nei numeri ma nell’animo, quello strano oggetto incommensurabile (quantitativamente irriducibile a qualsiasi termine empirico di riferimento) che risiede in tutti noi.



venerdì 12 ottobre 2018

MA LE GALLINE, DOVE VANNO?

Charles Darwin - che nulla poteva sapere delle leggi della genetica e doveva accontentarsi di interpretare ciò che i suoi occhi vedevano - chiamava REVERSIONE il fenomeno della ricomparsa spontanea di caratteri primitivi negli animali domestici lasciati a se stessi o non più sottoposti a una rigida selezione riproduttiva atta a perpetuare il mantenimento di determinate caratteristiche.  


Dromornis stirtoni, uccello gigante australiano estinto circa 50.000 anni fa

La genetica classica ha svelato che la reversione osservata da Darwin era dovuta semplicemente al fatto che, riducendo un certo tipo di controllo sulla riproduzione, alcuni geni, detti recessivi, si diffondono più facilmente tra gli individui di una specie. Quando entrambi i genitori trasmettono questi geni al figlio il carattere codificato da questi geni ricompare, anche se era sembrato andare perduto per sempre. Ma che cosa succede con i caratteri atavici, quelli presenti in specie antichissime ma alla lontana imparentate con le specie attualmente esistenti? In rarissimi casi - afferma Jack Horner - alcuni di questi geni improvvisamente e per motivi sconosciuti si riattivano: ecco che nasce un serpente con le zampe o un essere umano con una piccola coda costituita da qualche vertebra sovrannumeraria. 

Il Prof. Horner, paleontologo dell'Università di Orange (California), è uno dei maggiori esperti mondiali di dinosauri ed è colui che ha suggerito la trama del romanzo Jurassic Park, tradotto poi in film da Steven Spielberg. Il Prof. Horner, è stato intervistato a Bergamo Scienza da Telmo Pievani, docente di Filosofia della Scienza all'Università di Padova ed efficace divulgatore di questioni legate all'evoluzionismo biologico (vedi La Lettura n° 358 del 7 ottobre 2018). 
Perché al Prof. Horner interessano i geni ancestrali che consentono la ricomparsa di caratteri atavici? Per il semplice motivo che egli coordina un gruppo di ricerca che si pone l'obiettivo di trapiantare geni ancestrali in polli nel tentativo di farvi riemergere alcuni caratteri appartenenti ai dinosauri, da cui i polli, alla lontana, derivano: non a caso, il progetto è stato chiamato Dinochicken Project. Questa sì che è una bella notizia! I bambini che adorano i dinosauri potranno chiedere ai genitori o ai nonni che venga loro regalato per Natale un bel pollosauro con cui giocare. 

Da dove vengono le galline?

Ne parlo qui perché questa notizia - che si può definire curiosa o inquietante a seconda dei punti di vista - chiude in un certo senso il cerchio di due precedenti post di questo blog. Nell'aprile 2016 avevo pubblicato un post ititolato Da dove vengono le galline (vai al LINK), in cui si parlava, appunto, dell'origine evolutiva degli uccelli, galline comprese, dai dinosauri. In un post del maggio di quest'anno, intitolato Una rivoluzione in atto: l'editing genetico (vai al LINK) avevo illustrato a grandi linee la tecnica di ingegneria genetica che verrà utilizzata per cercare di creare i primi abbozzi di pollosauro.

Horner afferma che "grazie a queste indagini genetiche stiamo imparando moltissimo di come gli uccelli si sono evoluti dai dinosauri". La scienza è scienza: quando si tratta di "imparare" ogni mezzo sembra lecito: o quasi. A proposito di questo "o quasi", Telmo Pievani solleva qualche legittimo dubbio circa il "senso" di questo progetto. E qui il Prof. Horner fa acune affermazioni per nulla rassicuranti. Per esempio, afferma che questi neo-dinosauri in provetta "sapranno adeguarsi molto rapidamente al nuovo ambiente". Questo suona particolarmente sconcertante perché forse Horner non tiene in debito conto che le condizioni ecologiche sono molto cambiate rispetto a qualche decina o centinaia di milioni di anni fa e che, per esempio, gli elefanti e molte altre specie che fino a poco tempo fa parevano perfettamente adeguate all'ambiente, oggi manifestano tremende difficoltà al cospetto di una specie altamente invasiva come quella umana. Ma Horner vorrebbe rassicurarci, affermando che il pollosauro "non sarà altro che una varietà di animale domestico". Sarà, ma la cosa non sembra garantita al cento per cento. Qualora a Natale, o per un compleanno, si volesse donare un pollosauro, sarà bene regalare un esemplare adulto e non un pulcino, per evitare sgradevoli sorprese riguardanti la crescita del medesimo.

Che succede se il pollosauro cresce troppo?

Sulle ali dell'entusiasmo, poi, Horner afferma che se l'esperimento del pollosauro andrà bene, allora "si potranno far ritornare in vita specie estinte come il mammut o si potranno creare nuove specie". Nel caso la tentazione di giocare al "Piccolo Creatore" persistesse, consiglierei al Prof. Horner di consultare il Bestiario fantastico. mostri e animali di altri tempi, di Francesca Gambino e Enrico Cerni (Coccole Books, 2014) e l'imperituro Libro degli esseri immaginari (Manuale di zoologia fantastica) di Jorge Luis Borges (Adelphi, 2006 e 2014). 


venerdì 5 ottobre 2018

DOMANDE E RISPOSTE SU L'EVOLUZIONE - XV^ parte

In questa puntata di Domande e Risposte su l’Evoluzione, il professor Rugarli risponde a una domanda semplice semplice: La teoria di Darwin è una teoria scientifica o una argomentazione metafisica? La guerra tra sostenitori e denigratori della teoria trae e ha tratto sostentamento proprio dall'erronea confusione tra due piani eterogenei che devono essere tenuti ben separati e distinti. Su questo punto l'errore è equamente condiviso tra i due contendenti. 

Domande e Risposte
# 24

Domanda 24. La teoria di Darwin è una teoria scientifica o una argomentazione metafisica? 
Asa Gray, insigne botanico statunitense, giudicava la dottrina dell’evoluzione "un'ipotesi probabile malgrado alcune forti obiezioni, ma impossibile, ora e sempre, a dimostrarsi". Pur mantenendo alcune riserve sulla teoria, Asa Gray stimava Darwin e la portata della sua teoria evoluzionistica. Egli fu tra i pochi ad avere il privilegio di conoscere il contenuto de “L'Origine delle Specie” prima della sua pubblicazione, ne curò l’edizione americana, e intrattenne col naturalista inglese una fitta corrispondenza sulle implicazioni teologiche riguardanti il ruolo del caso e della selezione naturale. Egli fu anche autore di una raccolta di saggi e recensioni riguardanti il darwinismo intitolata “Darwiniana” (New York,1876). 




Antonio Fogazzaro, che nel 1889 aveva letto e molto apprezzato L'Origine delle Specie, aveva cercato di rendere compatibile la teoria darwiniana col magistero cattolico. Con questo spirito (vale a dire cercando di salvare "capra e cavoli" in un momento in cui darwinisti e anti-darwinisti polemizzavano in modo assai virulento) egli citava il seguente pensiero di Gray: “Coloro che considerano provata la teoria devono avere, secondo Asa Gray, un concetto molto inesatto di ciò che essa prova". [1]  

La dottrina di Darwin è nata da un potente corpus di osservazioni. Tuttavia le osservazioni di Darwin non hanno valenza sperimentale (non derivano nemmeno in minima parte da esperimenti disegnati per verificare un’ipotesi). Le osservazioni del naturalista inglese hanno una doppia valenza: rappresentano sia un problema da risolvere, sia un'ipotesi di verifica (non sperimentale, ma appunto osservazionale) su fenomeni e cause soggiacenti. Le scoperte della genetica, il corpus di evidenze paleontologiche (fossili) resesi disponibili nel ventesimo secolo e i raffronti delle sequenze geniche resi possibili dalla biologia molecolare sono diventate prove ex-post dell’evoluzionismo darwiniano, ma poco o nulla provano della componente più rilevante dell’ipotesi darwiniana: il ruolo del caso e della selezione operata dalla natura su varietà generatesi per successive piccole modificazioni. Le osservazioni di Darwin e dei suoi coevi nell’ambito dell'anatomia comparata (dei fossili e dei viventi) e dell’embriologia rendevano conto di una contiguità tra individui di varietà e specie diverse, non necessariamente di una continuità e di una discendenza.  Nel momento in cui Darwin la propone come una teoria scientifica, che cosa rende l’ipotesi darwiniana una teoria più scientifica (o meno metafisica) della dottrina tomistica sull’ontogenesi dell’anima: “L’anima esiste nell’embrione, da principio nutritiva, poi sensitiva e finalmente intellettiva …. L’esservi sopraggiunta una perfezione maggiore, dà origine a un’altra specie …quando arriva la forma più perfetta, si corrompe la precedente… la forma posteriore ha tutto ciò che aveva la prima e anche più"? [2] 

Tommaso d'Aquino, autore della dottrina sull'ontogenesi dell'anima

Risposta 24. Questa è una buona domanda, alla quale si può rispondere ricorrendo a Karl Popper. Che cosa separa, nella scienza, una ipotesi da una teoria? Come ho già detto, l’ipotesi è un atto immaginativo che può spiegare o predire eventi pertinenti al mondo fisico, ma che non è ancora stata sottoposta al vaglio di sufficienti tentativi di "falsificazione" [3]. La teoria deriva da una ipotesi che ha resistito a molti e ripetuti tentativi di falsificazione, ma che non è detto che non possa prima o poi essere falsificata. In questo senso il neo-darwinismo (non la teoria originale di Darwin che credeva alla ereditarietà dei caratteri acquisiti) è una teoria scientifica, perché spiega bene i fatti e non è mai stata falsificata. E mi sembra che abbia poca importanza che si basi solo su dati osservazionali e non su dati sperimentali. Anche la moderna cosmologia si basa solo su dato osservazionali, ma nessuno si sogna di sostenere che non è scientifica. Quindi, con buona pace di Asa Gray e di Fogazzaro, la teoria dell’evoluzione biologica è scientifica né più né meno di tutte le altre ed è considerata con diffidenza solo perché alcuni vi attribuiscono, abusivamente, delle implicazioni metafisiche. 

Per quanto riguarda il ruolo del caso e la contestazione del principio di causalità, ricordo che questo è stato introdotto anche nella meccanica quantistica e che, benché sia apparso poco accettabile da Einstein, viene oramai considerato utile da molti fisici per risolvere problemi cha altrimenti resterebbero oscuri. In realtà, il neo-darwinismo considera il caso come un ingrediente della natura e, così facendo, lo spoglia di ogni implicazione metafisica.
Infine, che cosa rende la teoria della evoluzione per mezzo della selezione naturale più scientifica della dottrina tomistica sull’ontogenesi dell’anima? La riposta è semplicissima: la prima è, in linea di principio, falsificabile (anche se non è stata finora falsificata), la seconda è impossibile a falsificarsi, anche se si possono invocare argomenti in suo favore. Perciò, la prima è scientifica e la seconda metafisica, due piani che non andrebbero mai confusi perché sostanzialmente eterogenei.

Io credo che il meccanismo del caso e della necessità avrebbe potuto essere falsificato se non si fossero rivelate valide alcune osservazioni sulla resistenza dei microrganismi agli antibiotici e delle cellule neoplastiche ai chemioterapici. Inoltre, anche la genesi della diversità anticorpale è soddisfacentemente spiegata con una logica darwiniana. E non vale obiettare che queste sono solo prove in favore, perché il fallimento della prova si tradurrebbe in una falsificazione della teoria. Si aggiunga che non è mai successo che il fossile di un umano sia stato trovato nello stesso strato geologico del fossile di un dinosauro. Se questo avvenisse, la teoria dell'evoluzione biologica verrebbe falsificata.

[1] Antonio Fogazzaro. Per un recente raffronto delle teorie di Sant'Agostino e di Darwin circa la creazione, Galli, Milano, 1892, p. 68.
[2] Tommaso d'Aquino. Summa Teologica, Quaestio, 118, art. 2.
[3] Nel linguaggio di Popper, "falsificazione" sta per "dimostrazione fattuale che una data affermazione è falsa".