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giovedì 28 febbraio 2019

DOMANDE E RISPOSTE SU L'EVOLUZIONE - XXI^ e ultima parte

In questa puntata il professor Rugarli risponde a una domanda sul tema della unicità dell'uomo e come questa sia venuta realizzandosi attraverso l'evoluzione biologica e culturale.

Ogni specie è nel contempo unica, frutto di variazioni e fenomeni di selezione che hanno prodotto discontinuità in una catena continua di organismi. Le specie esistenti sono quindi uniche ma in qualche modo anche contigue.  Troppo spesso, però, guardando alla propria unicitàl'uomo, sentendosi dotato di attributi unici, è anche portato a sentirsi speciale. É in questo territorio che quest'ultima domanda si muove.


Alla radice dell'unicità della specie umana


Domande e Risposte
# 30

Domanda 30. Che cosa ha fatto la natura per creare l’uomo quale organismo che, a quanto ci è dato di sapere, sembra essere in grado di possedere numerosi attributi unici che gli consentono di fare cose che nessun altro organismo è capace di fare? E se la natura ha fatto ciò attraverso i meccanismi dell’evoluzione, come e quando l’ha fatto? (il “perché” l’abbia fatto è una domanda sbagliata e non può essere posta).

C’è chi dice che l’uomo è l’unico organismo che possiede la libertà consapevole di essere quel che decide di essere (l’esistenza precede l’essenza di Heidegger e di Sarte), mentre tutti gli altri organismi sono quello che sono (e si comportano in base a quel che sono) fin dalla nascita o, come categoria, fin da prima della loro nascita (l’essenza precede l’esistenza di Platone).
C’è chi dice che l’uomo è l’unico organismo a fare della cultura un prerequisito ambientale indispensabile per la propria esistenza, ma molti etologi hanno molto da obiettare su questa pretesa unicità dell’uomo.
C’è chi dice che l’uomo è l’unico organismo in grado di comportarsi in modo consapevolmente buono o cattivo perché è l’unico a saper distinguere tra bene e male. Tuttavia, se il bene e il male sono quei comportamenti che possono essere rispettivamente vantaggiosi o svantaggiosi per il gruppo o la comunità, allora l’uomo non è unico, e la differenziazione etica con altri animali è più di natura quantitativa che qualitativa.
C’è chi dice che l’uomo è unico grazie alla sua razionalità e al suo linguaggio (o ai suoi linguaggi). Tuttavia, anche per queste due caratteristiche l’uomo non può asserire di essere unico: può solo affermare di essere diverso per ragioni più quantitative che qualitative.
C’è chi dice che l’unicità dell’uomo risiede nel libero arbitrio. Tuttavia il libero arbitrio è un attributo del comportamento che discende da razionalità e competenza etica che abbiamo visto non essere esclusivi dell’uomo ma solo relativisticamente più espressi nell’uomo che negli altri animali.
C’è chi dice che l’uomo è l’unico animale consapevole del fatto di dover morire, ma anche questa è una conseguenza dello sviluppo in termini quantitativi e non qualitativi della sua razionalità.
C’è chi dice che l’unicità dell’uomo è quella di produrre arte, ma questa è una capacità che consegue allo sviluppo quantitativo di specifici linguaggi e, per determinate arti, di un particolare sviluppo della manualità fine.
C’è chi dice che l’unicità dell’uomo è quella di saper amare, ma questa è una caratteristica correlata alle dinamiche del gruppo e che includono la selezione del partner e le cure parentali, aspetti che l’uomo condivide con altre specie.
C’è chi dice che l’unicità dell’uomo è quella di comprendere la natura e l’essenza della felicità, ma la felicità è uno stato d’animo di cui sappiamo veramente troppo poco per presumere di esserne gli unici detentori.

Sono certo di avere omesso molti altri elementi distintivi che determinano la presunta unicità dell’uomo e che ci separano da tutti gli altri organismi.
Su ciascuno degli elementi di unicità si può discutere (inutilmente) all’infinito, ma è comunque ravvisabile un comune denominatore. Ciascuno di questi elementi sembra essere presente – in forma quantitativamente meno evidente rispetto all’uomo – in tutti quanti gli animali a noi più prossimi. Poiché sembra quantomeno improbabile (nonché antieconomico) che la Natura si sia sforzata di introdurre modificazioni di tutta una serie di strutture per fornirci in modo esclusivo di eticità, razionalità, spiritualità, competenza estetica ed artistica, ecc., dovremo domandarci se esiste un qualche particolare elemento strutturale datoci in dono dalla Natura cui tutte queste caratteristiche facciano capo, e dovremo domandarci anche quali vantaggi selettivi derivino alla specie dal possedere o meno una coscienza, una libertà di arbitrio, un senso estetico, una spiritualità e così via. Se troviamo risposte a queste due domande dovremo infine chiederci perché così spesso l’uomo si comporti in modo tanto istintivo, bruto e animalesco, annullando e facendo volentieri a meno dei presunti vantaggi selettivi di una corteccia cerebrale più contorta di quella degli animali selvatici. 

La corteccia cerebrale umana (la prima a sinistra) confrontata con quella dello scimpanzé, del babbuino, del mandrillo, del macaco e dell'orso  

Risposta 30. 
 Non penso che la natura, grazie all’evoluzione biologica, abbia creato l’uomo, ma piuttosto solo le strutture materiali perché nascesse l’uomo. In una parola, un cervello adatto perché partisse e potesse svilupparsi l’evoluzione culturale. A me pare che senza cultura, intesa nel senso lato della parola, anche per la specie umana non ci sarebbe altro che vita biologica.
Nella formulazione della domanda molto interessante è la serie di proposizioni che iniziano con le parole C’è chi dice”. Ho notato che tranne che per il primo “C’è chi dice”, per tutti gli altri è riportata anche una precisazione che lo mette in dubbio. Mi pare che, a parte la libertà consapevole per l’uomo di essere ciò che decide di essere, per tutti gli altri “C’è ci dice” si adombri il dubbio che le differenze tra gli umani e animali superiori siano piuttosto di tipo quantitativo che qualitativo.
Su questo punto non sono d’accordo. Le differenze culturali tra gli umani, non solo a livello individuale, ma anche tra diverse popolazioni tenute a lungo spazialmente segregate, possono essere abissali, ma non lo sono le strutture dei loro cervelli. Certo, possono esserci delle predisposizioni culturali geneticamente selezionate in funzione delle condizioni di vita. Forse una popolazione che ha dovuto lottare a lungo per l’esistenza in condizioni ambientali sfavorevoli ha favorito la selezione dei caratteri più adatti a fronteggiare questo ambiente (più forza fisica, più resistenza al freddo o al caldo e così via). Ma la scintilla da cui è partita l’evoluzione culturale è probabilmente scoccata per caso, ma, una volta scoccata, ha dato origine a un processo di inarrestabile espansione, quell’altro tipo di evoluzione di cui abbiamo parlato nelle prime di questa serie di domande.

All'origine della cultura umana e della sua evoluzione
Non credo che gli aborigeni australiani abbiano un cervello molto diverso dal nostro, se non per dettagli. Si può supporre che anche tra le popolazioni che hanno una storia e sono il frutto di una progredita evoluzione culturale i geni creativi possano avere dei cervelli straordinari, particolarmente dotati.  Ma l’espansione dei loro conseguimenti non avviene mediante accoppiamenti selettivi, come negli allevamenti animali, ma mediante la comunicazione delle loro idee. Chi può escludere che anche tra popolazioni culturalmente arretrate possano per caso emergere individui con strutture cerebrali particolarmente creative? Ma questi non possono lasciare traccia, perché nella popolazione cui appartengono non esistono strutture comunicative che permettono lo sviluppo e la riproduzione dei frutti culturali di queste potenzialità, che vanno perciò perdute.
Ma voglio dire di più. Nella risposta alla domanda n. 28, a proposito della libertà ho scritto che questa è la selezione darwiniana tra varie possibilità emerse casualmente come frutti della immaginazione, nella quale la parte della necessità è svolta dalla identità di chi fa la scelta. Ma per identità non ho inteso solo la sopravvivenza, o il benessere fisico, o il piacere, ma anche, e più ancora, il nucleo culturale che si è costituito a strutturare una persona libera. Molti animali possono sacrificare la loro vita per la sopravvivenza fisica della comunità cui appartengono, ma solo gli umani possono farlo per le loro idee. Perciò, concordo con Popper nel considerare il mondo della cultura umana dotato di una sua autonoma esistenza per la quale il mondo fisico non può dare altro che un supporto biologico.

Questa è l’ultima domanda di una serie di trenta. Il lungo cammino tra domande e risposte è stato interamente condotto a cavallo tra nozioni scientifiche e speculazione filosofica, aspetti che il professor Rugrali e io consideriamo del tutto inscindibili nel processo conoscitivo nell’ambito delle scienze della vita non meno che in quello delle scienze umane. Leggendo le domande, si sarà certamente notato che in molte di queste si nascondevano velate provocazioni e ambiguità palesi. Leggendo le risposte, si saranno certamente notate concordanze e differenze d’opinione tra chi domandava e chi rispondeva. E in ciò, nel compiacimento per la concordanza d’opinioni come nel doveroso rispetto per le opinioni altrui da cui nascono sempre nuove occasioni di conoscenza e comprensione, sta l’essenza del dialogo. Poiché, da Socrate e da Platone in poi, la forma del dialogo è strumento di approfondimento e conoscenza, io mi sento arricchito dalle risposte ricevute e vorrei illudermi che chi ci ha seguito fin qui ne abbia ricavato diletto e, se possibile, nutrimento per la mente.
Un sentito ringraziamento al professor Rugarli per la sua disponibilità ad intavolare con me tale dialogo.

Il dialogo presso l'Accademia di Platone

   

venerdì 5 ottobre 2018

DOMANDE E RISPOSTE SU L'EVOLUZIONE - XV^ parte

In questa puntata di Domande e Risposte su l’Evoluzione, il professor Rugarli risponde a una domanda semplice semplice: La teoria di Darwin è una teoria scientifica o una argomentazione metafisica? La guerra tra sostenitori e denigratori della teoria trae e ha tratto sostentamento proprio dall'erronea confusione tra due piani eterogenei che devono essere tenuti ben separati e distinti. Su questo punto l'errore è equamente condiviso tra i due contendenti. 

Domande e Risposte
# 24

Domanda 24. La teoria di Darwin è una teoria scientifica o una argomentazione metafisica? 
Asa Gray, insigne botanico statunitense, giudicava la dottrina dell’evoluzione "un'ipotesi probabile malgrado alcune forti obiezioni, ma impossibile, ora e sempre, a dimostrarsi". Pur mantenendo alcune riserve sulla teoria, Asa Gray stimava Darwin e la portata della sua teoria evoluzionistica. Egli fu tra i pochi ad avere il privilegio di conoscere il contenuto de L'Origine delle Specie prima della sua pubblicazione, ne curò l’edizione americana, e intrattenne col naturalista inglese una fitta corrispondenza sulle implicazioni teologiche riguardanti il ruolo del caso e della selezione naturale. Egli fu anche autore di una raccolta di saggi e recensioni riguardanti il darwinismo intitolata Darwiniana (New York,1876). 




Antonio Fogazzaro, che nel 1889 aveva letto e molto apprezzato L'Origine delle Specie, aveva cercato di rendere compatibile la teoria darwiniana col magistero cattolico. Con questo spirito (vale a dire cercando di salvare "capra e cavoli" in un momento in cui darwinisti e anti-darwinisti polemizzavano in modo assai virulento) egli citava il seguente pensiero di Gray: Coloro che considerano provata la teoria devono avere, secondo Asa Gray, un concetto molto inesatto di ciò che essa prova". [1]  

La dottrina di Darwin è nata da un potente corpus di osservazioni. Tuttavia le osservazioni di Darwin non hanno valenza sperimentale (non derivano nemmeno in minima parte da esperimenti disegnati per verificare un’ipotesi). Le osservazioni del naturalista inglese hanno una doppia valenza: rappresentano sia un problema da risolvere, sia un'ipotesi di verifica (non sperimentale, ma appunto osservazionale) su fenomeni e cause soggiacenti. Le scoperte della genetica, il corpus di evidenze paleontologiche (fossili) resesi disponibili nel ventesimo secolo e i raffronti delle sequenze geniche resi possibili dalla biologia molecolare sono diventate prove ex-post dell’evoluzionismo darwiniano, ma poco o nulla provano della componente più rilevante dell’ipotesi darwiniana: il ruolo del caso e della selezione operata dalla natura su varietà generatesi per successive piccole modificazioni. Le osservazioni di Darwin e dei suoi coevi nell’ambito dell'anatomia comparata (dei fossili e dei viventi) e dell’embriologia rendevano conto di una contiguità tra individui di varietà e specie diverse, non necessariamente di una continuità e di una discendenza Nel momento in cui Darwin la propone come una teoria scientifica, che cosa rende l’ipotesi darwiniana una teoria più scientifica (o meno metafisica) della dottrina tomistica sull’ontogenesi dell’anima: L’anima esiste nell’embrione, da principio nutritiva, poi sensitiva e finalmente intellettiva …. L’esservi sopraggiunta una perfezione maggiore, dà origine a un’altra specie …quando arriva la forma più perfetta, si corrompe la precedente… la forma posteriore ha tutto ciò che aveva la prima e anche più"? [2] 

Tommaso d'Aquino, autore della dottrina sull'ontogenesi dell'anima

Risposta 24. Questa è una buona domanda, alla quale si può rispondere ricorrendo a Karl Popper. Che cosa separa, nella scienza, una ipotesi da una teoria? Come ho già detto, l’ipotesi è un atto immaginativo che può spiegare o predire eventi pertinenti al mondo fisico, ma che non è ancora stata sottoposta al vaglio di sufficienti tentativi di "falsificazione" [3]. La teoria deriva da una ipotesi che ha resistito a molti e ripetuti tentativi di falsificazione, ma che non è detto che non possa prima o poi essere falsificata. In questo senso il neo-darwinismo (non la teoria originale di Darwin che credeva alla ereditarietà dei caratteri acquisiti) è una teoria scientifica, perché spiega bene i fatti e non è mai stata falsificata. E mi sembra che abbia poca importanza che si basi solo su dati osservazionali e non su dati sperimentali. Anche la moderna cosmologia si basa solo su dato osservazionali, ma nessuno si sogna di sostenere che non è scientifica. Quindi, con buona pace di Asa Gray e di Fogazzaro, la teoria dell’evoluzione biologica è scientifica né più né meno di tutte le altre ed è considerata con diffidenza solo perché alcuni vi attribuiscono, abusivamente, delle implicazioni metafisiche

Per quanto riguarda il ruolo del caso e la contestazione del principio di causalità, ricordo che questo è stato introdotto anche nella meccanica quantistica e che, benché sia apparso poco accettabile da Einstein, viene oramai considerato utile da molti fisici per risolvere problemi cha altrimenti resterebbero oscuri. In realtà, il neo-darwinismo considera il caso come un ingrediente della natura e, così facendo, lo spoglia di ogni implicazione metafisica.
Infine, che cosa rende la teoria della evoluzione per mezzo della selezione naturale più scientifica della dottrina tomistica sull’ontogenesi dell’anima? La riposta è semplicissima: la prima è, in linea di principio, falsificabile (anche se non è stata finora falsificata), la seconda è impossibile a falsificarsi, anche se si possono invocare argomenti in suo favore. Perciò, la prima è scientifica e la seconda metafisica, due piani che non andrebbero mai confusi perché sostanzialmente eterogenei.

Io credo che il meccanismo del caso e della necessità avrebbe potuto essere falsificato se non si fossero rivelate valide alcune osservazioni sulla resistenza dei microrganismi agli antibiotici e delle cellule neoplastiche ai chemioterapici. Inoltre, anche la genesi della diversità anticorpale è soddisfacentemente spiegata con una logica darwiniana. E non vale obiettare che queste sono solo prove in favore, perché il fallimento della prova si tradurrebbe in una falsificazione della teoria. Si aggiunga che non è mai successo che il fossile di un umano sia stato trovato nello stesso strato geologico del fossile di un dinosauro. Se questo avvenisse, la teoria dell'evoluzione biologica verrebbe falsificata.

[1] Antonio Fogazzaro. Per un recente raffronto delle teorie di Sant'Agostino e di Darwin circa la creazione, Galli, Milano, 1892, p. 68.
[2] Tommaso d'Aquino. Summa Teologica, Quaestio, 118, art. 2.
[3] Nel linguaggio di Popper, "falsificazione" sta per "dimostrazione fattuale che una data affermazione è falsa". 



domenica 15 aprile 2018

DOMANDE E RISPOSTE SULL'EVOLUZIONE - VIII^ parte

In questa puntata di Domande e Risposte sull’Evoluzione, la questione riguarda l’interconnettività simultanea (Internet e simili) e l’eventuale ruolo che essa, considerata eventualmente come un fenotipo emergente della specie umana, potrebbe avere sull’evoluzione della specie. Nella sua risposta, il Professor Rugarli attinge, tra le altre cose, alla metafora fantascientifica uscita dalla penna e dalla mente di HG Wells.



Domande e Risposte
# 14

Domanda 14. L’interconnettività simultanea (telefonia cellulare, internet) rappresenta una forte accelerazione dei processi di trasmissione dell’informazione. All’origine della storia dell’uomo, l’informazione veniva trasmessa da uomo a uomo con la velocità del passo umano, poi con quella del cavallo (pony express), poi con quella del telegrafo, poi con quella delle onde elettromagnetiche. Oggi la velocità di trasmissione dell’informazione rasenta l’istantaneità. Il fenomeno si discosta poco da quella che si potrebbe verificare mediante l’interconnessione telepatica tra individui interagenti. Per certi aspetti, la possibilità dell’invio simultaneo dell’informazione a un numero pressoché infinito di soggetti interagenti fa sì che la comunità umana possa essere considerata come un unico essere multicellulare (multi-individuale) come una colonia di organismi o come un organismo ameboide, dove la risposta ad uno stimolo si può trasmettere istantaneamente a tutto l’organismo, il quale può rispondere in modo altrettanto istantaneo e perfettamente coordinato. Questa novità culturale è da considerare una manipolazione dell’ambiente (un ambiente in cui l’informazione corre più veloce) oppure una modificazione della specie (che acquisisce potenzialità di comportamento in precedenza non così sviluppate)? Nell’un caso o nell’altro, l’interconnettività istantanea può essere considerata alla stregua di un fenotipo nuovo della specie umana da cui ci si può attendere qualche conseguenza di carattere selettivo o adattativo? 



Risposta 14. Dal punto di vista dell’evoluzione culturale, la straordinaria rapidità di comunicazione tra gli umani è l’equivalente di una elevatissima capacità riproduttiva tra gli individui nell’evoluzione biologica. Questo favorisce i cambiamenti rapidi, ma non solo quelli che potremmo definire buoni. In campo biologico una riproduzione molto rapida è, per esempio, quella delle cellule cancerose. È vero che queste non lasciano discendenza, ma interferiscono pesantemente con la sopravvivenza e la riproduzione di organismi complessi. Mi azzardo a dire che la rapidità di comunicazione interpersonale che caratterizza la società umana attuale rende il panorama culturale sicuramente più vario, ma non necessariamente migliore, e sicuramente è all’origine di un certo imbarbarimento intellettuale dell'umanità contemporanea. Perciò, non sono d’accordo nel considerare la specie umana, come dice la domanda, come una colonia di organismi pronta a rispondere a uno stimolo in maniera coordinata. Tuttavia, c’è di buono che la rete rende più difficile la manipolazione delle idee da parte di coloro che, in un luogo, controllano i mezzi di comunicazione di massa, come è avvenuto tempo fa in Iran e come avveniva, per tradizione, nel linguaggio cauto dei potenti della terra, smascherato da Julian Assange con Wikileaks.


Ma c’è un altro problema da considerare, e cioè se questo avanzamento tecnologico, che include l'istantaneità della comunicazione, non sia la prosecuzione dell'evoluzione biologica della specie umana con altri mezzi, come affermato da Francesco e Luigi Cavalli Sforza in un articolo su La Repubblica di qualche anno fa (16 gennaio 2010). A parte il fatto che anche l’avanzamento tecnologico è un frutto dell'evoluzione culturale, non vedo come questo possa modificare le caratteristiche somatiche della specie umana. 

La guerra dei mondi in un'illustrazione  di Alvim Corrêa

Nel 1898 Herbert George Wells scrisse il romanzo La guerra dei mondi, nel quale immaginò la terra invasa da invincibili marziani, fatti solo di un immenso cervello imprigionato in una macchina capace di muoversi su ogni terreno e di emettere un raggio letale. Se Wells fosse stato più darwiniano avrebbe dovuto riconoscere l’impossibilità dell’evoluzione di una specie vivente con le caratteristiche dei suoi marziani, che sarebbe dovuta discendere da innumerevoli generazioni di individui accoppiati preferenzialmente in base a un cervello grande e alla atrofia del corpo, fino a essere tutto cervello e niente del resto. Ma, tra il resto, ci sono anche gli organi della riproduzione, per non parlare del sistema immunitario. Infatti, nel romanzo di Wells i marziani sono sterminati, e la terra è salvata dai microbi, contro i quali gli extraterrestri non hanno alcuna difesa. È vero che un fanatico della fantascienza potrebbe ribattere che i marziani erano arrivati a questo stadio di sviluppo non con i meccanismi evolutivi in atto sulla nostra terra, ma grazie a manipolazioni di una tecnologia che nessun terrestre è in grado di immaginare. Ma arrivare a questa tecnologia presuppone un’evoluzione culturale che implica la libertà, ed è dubbio che, anche su Marte, la massa degli abitanti capaci di questa evoluzione avrebbe accettato la rinuncia ai piaceri del sesso in base alla libertà di scegliersi il partner. Da ciò deduco che dovunque, nella immensità dell’universo, esista una specie intelligente come quella umana, l’evoluzione biologica e quella culturale sono avvenute (anche se con risultati eventualmente differenti) con meccanismi simili a quelli validi per noi e che non possono essere violati. Perciò tranquillizziamoci: 
per quanto possa avanzare il progresso tecnologico, non diventeremo come i marziani di Wells,    


domenica 11 marzo 2018

Esercizi di epistemologia applicata: DOMANDE E RISPOSTE SULL'EVOLUZIONE – VI^ parte

In questa sesta puntata di Domande e Risposte sull’Evoluzione, si affronta un tema dai contorni epistemologici arditi: ci si domanda – e si risponde – sull’eventualità che elementi puramente mentali e trasmessi per via culturale, nella fattispecie la spiritualità e la religione, abbiano un qualche ruolo nella storia evolutiva di Homo sapiens. 



Domande e Risposte
# 11

Domanda 11. Per quel che ne sappiamo, religione e spiritualità sono elementi connaturati a tutte le culture che si sono sviluppate nella specie umana. Questi elementi sembrano avere avuto un rilevantissimo ruolo di coesione sociale (anche con fenomeni di costrizione e condizionamento all’agire).
La coesione sociale indotta dalla religione (o dalla necessità universalmente diffusa di doversi riconoscere in una forma di religione che potesse rispondere alle domande considerate fondamentali) è una forma di socializzazione (o un’estensione delle cure parentali) con una qualche rilevanza nel determinare scelte o comportamenti adattativi di qualche valenza nell’ambito della selezione?

Risposta 11. Alcuni aspetti di questo problema sono considerati da Giorgio Cosmacini nel suo libro La religiosità della medicina. Dall’antichità a oggi (Laterza 2008), citando le parole del Premio Nobel Christian de Duve, che ha scritto: Il sentimento religioso è profondamente radicato nella nostra stessa natura, forse inciso in essa dalla selezione naturale”. “La religiosità antropologicacommenta perciò Cosmacini – sarebbe dunque un carattere primario e originario, un vero e proprio distintivo connaturato all’uomo di ogni tempo e ogni luogo: lo proverebbe la valorizzazione dell’homo religiosus oggi messa in atto da più parti. È una valorizzazione condivisibile se intesa come rivalutazione piena di un alto e sublime sentire e non come riaffermazione egemonica delle religioni rivelate o di questa o di quell’altra tra esse”.



Mi sembra, perciò, che de Duve abbia detto qualcosa di rilevante per questa domanda quando afferma che il sentimento religioso potrebbe essere inciso nella selezione naturale. Se si considerano le cose dal punto di vista della sopravvivenza della specie umana, è chiaro che il sentimento religioso ha dato un importante contributo alla coesione sociale e alla affermazione di gruppi di individui, anche a scapito della sopravvivenza dei singoli. Ma, se facciamo una valutazione sulla base del numero di membri della specie umana nelle varie tappe della storia, è dubbio se il numero di individui salvati grazie alla coesione sociale abbia compensato o no quelli deceduti nelle guerre di religione. La popolazione della terra è considerevolmente aumentata nell’ultimo secolo, certamente più per merito della scienza che della religione. E, tuttavia, è vero che una giustificazione materialistica, o fisicalistica, non basta a dar conto di tutto questo, dato che principi etici, che presuppongono, anche negli atei dichiarati, una connotazione comunque religiosa, si sono fatti strada considerando i progressi della scienza, dal postulato di obiettività di Monod all’ispirazione internazionale e pacifista della comunità scientifica.
La mia conclusione è che non è vero che la religiosità sia importante per l’uomo perché conferisce coesione sociale, e quindi come attributo vantaggioso nel corso della evoluzione biologica, ma che sia un attributo fondamentale della umanizzazione, della nascita del mondo 3 di Popper (per il mondo 3 di Popper, vedi al post precedente).
Questo è un caso particolare di quella che mi sembra una regola generale. L’evoluzione culturale agisce anche in contrasto con l’evoluzione biologica, sacrificando gli individui a favore delle idee. Ci si è spesso domandati perché la specie umana è l’unica a combattere vere e proprie guerre. La mia risposta è perché quella umana è l’unica specie che ha una cultura, e i contrasti tra le idee sono più importanti dei contrasti per i bisogni elementari degli individui in carne ed ossa
Perciò, dal punto di vista della selezione biologica degli umani non mi pare che la religione abbia importanza, mentre ne ha moltissima dal punto di vista dell'evoluzione culturale. L’affermazione di quei principi di solidarietà, altruismo e carità che possono salvare la vita ai più deboli, potrebbe esercitare un’influenza sull'evoluzione della specie umana, analoga a quella delle cure parentali. Ma, anche in questo caso, nella storia dell’umanità spesso questi principi sono stati sopraffatti dall’intolleranza e dal fanatismo degli integralisti, che hanno scatenato guerre nelle quali i morti sono stati i più giovani e robusti.

Domande e Risposte
# 12

Domanda 12. Religione, spiritualità (e, forse, le ideologie) possono essere considerati come fenotipi aleatori e impermanenti ma trasmissibili (non necessariamente come carattere dominante) ad ereditarietà di tipo lamarckiano con una qualche valenza adattativa?

Risposta 12. Rispondendo alla domanda precedente, ho affermato che va distinta la religione, come fattore di coesione di gruppi sociali, dalla sua dimensione spirituale. Ribadisco che considero che l’evoluzione culturale ha luogo con un meccanismo darwiniano. Perciò credo che la religiosità e la cosiddetta “spiritualità” siano pulsioni antropologiche fondamentali, connesse con l’identità stessa della specie umana, che perciò rappresentano un fortissimo fattore di selezione. Diverso è il caso delle ideologie politiche, che sono generalmente selezionate da esigenze che tendono a mutare nel tempo, così come fa l’ambiente sulla terra nei riguardi delle specie biologicamente definite.
Prendiamo l’esempio del marxismo, che fu selezionato con entusiasmo dai lavoratori in un’epoca di sfruttamento inumano del cosiddetto proletariato. Nel tempo, anche per merito dei movimenti politici ispirati al marxismo, le condizioni dei lavoratori sono molto migliorate. Per di più, a causa della sua logica lamarckiana, la teoria ha prodotto regimi che hanno tradito le sue promesse. Perciò, al giorno d’oggi, anche nei movimenti politici di sinistra il marxismo non è affermato come ideologia principale di riferimento e anche la sinistra più radicale, che non lo ripudia, sostiene che in passato sia stato male interpretato. Mi pare che esista una analogia stretta con il meccanismo darwiniano della emergenza di una specie e della sua decadenza. E comunque, se è vero che l’esistenza di movimenti politici di ispirazione marxista ha portato a un miglioramento delle condizioni dei lavoratori anche in paesi nei quali questi movimenti non si sono affermati, e quindi alla riproduzione di più persone appartenenti a questa classe sociale, credo che sia lecito dire che questa teoria, come altre, ha avuto una valenza adattativa sulla specie umana.


Si rifletta sul fatto che Marx ed Engels enunciarono una teoria molto originale, analoga a una mutazione, frutto largamente della loro immaginazione creativa. E il successo del marxismo non avvenne tanto perché fosse privilegiato nella comunicazione (anzi, si può supporre che la propagazione della teoria fosse ostacolata da coloro che la avversavano), ma perché molti, e in vaste parti della terra, furono profondamente persuasi dal suo messaggio, in analogia con la riproduzione dei geni.
Si può contestare la componente libera e immaginativa che fu all’origine del marxismo, che fu preceduto da un lato dal socialismo utopistico e dall’altro dalla filosofia hegeliana. Ma anche nell’evoluzione biologica i geni mutati non emergono dal nulla e derivano da altri geni. Perciò ribadisco il mio convincimento che l’evoluzione culturale sia darwiniana.
Qualche parola sulle ideologie, che sono menzionate nella domanda. Oggi è di moda prendersela con le ideologie considerate generalmente ispiratrici di cattive azioni. È certamente vero che un sistema di idee “chiuso”, da accettare o rifiutare in blocco, è un ostacolo a quella libertà di pensiero che è fondamentale perché abbia luogo la evoluzione culturale. Ma spesso, in questa polemica contro le ideologie affiora un’ostilità verso le idee, che vengono considerate superflue e da sostituire con il senso comune o con l’aderenza alla tradizione (da qui la scarsa popolarità degli intellettuali). A parte il fatto che anche questa è un’ideologia, sono convinto che senza idee l’umanità non possa avere un’evoluzione culturale e non possa sviluppare la sua fondamentale caratteristica distintiva.




venerdì 2 marzo 2018

Esercizi di epistemologia applicata: DOMANDE E RISPOSTE SULL'EVOLUZIONE – V^ parte

In questa puntata di Domande e Risposte sull’Evoluzione, il professor Claudio Rugarli risponde a una domanda che sta a metà strada tra la domanda vera e la provocazione, e che rientra in un dibattito che dà per scontato che si possano individuare reali analogie tra l’evoluzione biologica e quella culturale. Molto appropriatamente, il Prof. Rugarli mette in guardia dall’avventurarsi in analogie troppo strette tra due entità così diverse e, richiamandosi agli scritti di Popper e Eccles, puntualizza che le due evoluzioni riguardano mondi diversi.  



Domande e Risposte
# 10

Domanda 10. Ammettendo che la cultura (ad esempio le cure parentali) possa avere un ruolo nell’evoluzione dell’uomo, quanto c’è di darwiniano nella cultura che possa intervenire sui meccanismi selettivi e quanto c’è di lamarckiano nella trasmissione verticale e nella diffusione orizzontale di elementi acquisiti?

Risposta 10. Bisogna distinguere tra i meccanismi di evoluzione della cultura e quanto la cultura influenzi l’evoluzione biologica. Per ora considererò il primo aspetto del problema, convinto come sono che l’evoluzione culturale è darwiniana e non lamarckiana. Ritorno su una raccomandazione già fatta: non bisogna forzare troppo le analogie tra cultura e biologia. Quello che è importante è il meccanismo del caso (la libertà per la cultura) e la necessità. Questo permette di rifiutare meccanismi deterministici in ogni tipo di evoluzione e di superare in questo campo una visione ristretta del principio di causalità. Ma le differenze tra le due evoluzioni restano importanti e forse per questo i cultori delle scienze umane si interessano poco a queste analogie.
Per cominciare, l’evoluzione biologica riguarda regioni definite del mondo fisico, mentre l’evoluzione culturale non appartiene allo stesso mondo. Non oso avventurarmi in una discussione filosofica, ma, per comodità di discorso, ricordo una affermazione di Karl Popper in un libro scritto a quattro mani insieme con Sir John Eccles, neurofisiologo e Premio Nobel per la Medicina (L’io e il suo cervello, Armando, 1982). Sostiene Popper che, in realtà, esistono tre mondi: il mondo 1 è quello fisico, oggetto della scienza; il mondo 2 è quello delle disposizioni umane, oggetto della psicologia; e il mondo 3 è quello dei prodotti della cultura umana. È chiaro che l’evoluzione biologica si svolge nel mondo 1, mentre quella culturale ha luogo nel mondo 3.


Questa differenza deve mettere in guardia contro analogie troppo strette tra le strutture elementari che evolvono in due mondi tanto diversi. Nel mondo 1 è facile individuarle in segmenti di acidi nucleici, che sono i geni, ma nel mondo 3 è impossibile fare un’operazione analoga. L’evoluzione in questo caso può riguardare tanto espressioni complesse quanto semplici parole, quello che conta è che siano comunicabili e trasferibili ad altri che le acquisiscono. Da qui il sospetto, che mi sembra implicito nella domanda, che alla fine l’evoluzione culturale sia lamarckiana, dato che il più popolare principio del pensiero di Lamarck è la trasmissione ereditaria dei caratteri acquisiti. Ma il punto sta nelle modalità di acquisizione: nel lamarckismo sta in una azione causale dell’ambiente, nel darwinismo nella selezione tra varianti derivate casualmente da errori nella replicazione dei geni. Se vogliamo azzardare un’analogia per quanto riguarda l’evoluzione culturale, possiamo dire che le idee, per limitarci a queste, si replicano in quanto non solamente sono trasmesse, ma anche sono liberamente accettate. È l’accettazione che è l’equivalente della riproduzione dei geni, e non la sola conoscenza. Per fare un esempio che viene a proposito, io sono benissimo a conoscenza della teoria del creazionismo, che sostiene che il mondo è stato creato circa 10.000 anni fa, più o meno come è adesso, inclusi i reperti fossili che sembrano dimostrare il contrario, ma non accetto questa idea, che perciò in me, e nella quasi totalità di coloro che sanno di scienza, non si riproduce. Perciò affermo che l’evoluzione culturale è darwiniana.

Questo non significa che non vi siano persone che credono nel lamarckismo culturale. Non si deve dimenticare che l’essenza della teoria di Lamarck sta in una ricerca metafisica di perfezione da parte di tutti gli organismi, che li induce a trasformarsi sotto la spinta di fattori ambientali.  Con un’ispirazione analoga, i regimi totalitari del secolo scorso si sono illusi di plasmare l’evoluzione culturale, limitando la libertà di giudizio di coloro cui veniva trasmesso il loro verbo. L’idea sottintesa a questa tecnica è che, in assenza di idee alternative, la sola idea comunicata finirà anche per essere accettata. Invece, se l’accettazione avviene in queste condizioni, non è autentica e può essere facilmente smentita dai fatti. Noi abbiamo avuto l’esperienza del regime fascista e possiamo giudicare bene quanto questa idea fosse sbagliata e quanto abbia fallito. Dopo venti anni in cui non si è fatto altro che imprimere idee bellicose nelle teste degli italiani, si è visto come sono andate le cose quando si è fatta veramente una guerra importante. A proposito delle disavventure italiane nella guerra contro la Grecia, Gerhard L. Weinbergnella sua monumentale storia della seconda guerra mondiale (A world at arms. A global history of world war II, Cambridge University Press, 1994), ha scritto: "Chiunque abbia visto il terreno sul quale i soldati italiani avevano combattuto durante la prima guerra mondiale riconoscerà che essi sono del tutto capaci di battersi valorosamente nelle circostanze più difficili; ma in un esercito nel quale l’intelligenza e il rango gerarchico erano distribuiti in proporzione inversa, non ci si poteva aspettare niente se non un completo disastro. Due volte i comandanti del fronte italiano furono sostituiti, ma tutto questo non servì a niente. Due decenni di regime fascista avevano lasciato l’Italia con un esercito peggio guidato, equipaggiato e addestrato rispetto a quello del 1915" (pag. 210, la traduzione è mia). Si può ribattere che Hitler e i tedeschi furono meno inefficienti, ma fecero anche cose orribili e della ideologia nazista non è rimasto niente.

Meno lamarckiani, e su scala più modesta, sono i tentativi di influenzare le idee della gente in regimi liberi e democratici nei quali i mezzi di comunicazione di massa siano nelle mani di pochi e si adottino mezzi di propaganda che abbiano mutuato le tecniche della pubblicità. Ma questi, anche se convenienti nel breve periodo per coloro che li mettono in atto, sono solo accidenti minori nell'evoluzione culturale.  





martedì 23 gennaio 2018

Esercizi di epistemologia applicata: DOMANDE E RISPOSTE – I parte

Questo è il primo di una serie di post attraverso i quali condivido con gli affezionati lettori un saggio breve costituito da TRENTA DOMANDE SULL'EVOLUZIONE (domande tra l'ingenuo e il provocatorio) e da TRENTA RISPOSTE a dette domande. Ad elaborare le risposte, a metà strada tra biologia e filosofia, è stato uno dei miei saggi maestri di medicina, il professor Claudio Rugarli. Il breve saggio titolava: Domande e risposte sull’evoluzione e sull’uomo. Per come il saggio si è riempito di contenuti (più grazie alle risposte che non alle domande) mi piace sottotitolarlo Esercizi di epistemologia applicata, titolo che assegno a questa serie di contributi.


Due parole sul coautore. Il Prof. Rugarli è un medico che stimo moltissimo, non solo e non tanto perché è stato uno dei miei più autorevoli maestri, ma perché nel corso dell’intera vita professionale, oltre a curare sapientemente le malattie, egli non ha mai cessato di guardare al lato umano delle persone che si rivolgevano a lui in qualità di medico. Infatti, il fil rouge del suo saggio più recente (Medici a metà. Quel che manca nella relazione di cura. Raffaello Cortina, 2017) è dato proprio dall’ineffabile interazione tra il logos dell’arte medica e ciò che, nella persona ammalata e nella sua malattia, è specificamente umano. Di vasta cultura interdisciplinare, Claudio Rugarli è Professore Emerito della Facoltà di Medicina dell’Università Vita-Salute San Raffaele, di cui è stato successivamente prorettore nonché delegato rettorale per la facoltà di Filosofia al momento della sua istituzione.

Claudio Rugarli
Le 30 domande non si limitano, per fortuna, all’evoluzione biologica, ma coinvolgono un po’ tutto ciò che si evolve: la vita (col suo nascere e col suo dover morire), la medicina, la cultura. Il saggio si occupa non tanto di dare impossibili risposte definitive su argomenti attorno ai quali l’uomo si interroga da sempre, ma di affrontare le questioni con un taglio filosofico che considera l’evoluzione come un meccanismo trasversale cui ogni cosa (fisica, biologica, culturale, mentale) è soggetta.    

Introduzione del saggio, in breve

Se la cultura dell’uomo sia soggetta o assoggettabile a meccanismi evolutivi assimilabili a quelli dell’evoluzione biologica, è un problema che mette in apprensione gli studiosi che si occupano in modo professionale o accademico di evoluzione biologica. Si può capire che un biologo evoluzionista sia restio a prendere posizione su un ipotetico evoluzionismo culturale: bisognerebbe disporre di un robusto modello teorico, di evidenze sperimentali e di tutto ciò che serve a dimostrare, o quantomeno a costruire, un’ipotesi scientifica.  Ci sono già tante tensioni attorno all’evoluzionismo delle forme viventi che non è proprio il caso, per un biologo evoluzionista, di andare a cercare guai in un campo così scivoloso come quello dell’evoluzionismo culturale, percepito, per di più, come più affine alla metafisica che non alla scienza.
[…] Uno dei primi scienziati a interrogarsi sul dispiegarsi e sul trasformarsi del pensiero umano secondo una visione improntata all’evoluzionismo Darwiniano è stato Ernst Mach, fisico sperimentale alle Università di Praga, Brno e di Vienna nei decenni a cavallo tra fine Ottocento e primo Novecento. Nella conferenza, intitolata Trasformazione e Adattamento del Pensiero Scientifico, tenuta il 18 ottobre 1883 in occasione dell’assunzione dell’incarico di Rettore dell’Università di Praga, egli si espresse con le seguenti parole: “Sebbene la caratteristica dei pensieri non possa essere in tutto simile a quella delle forme viventi, e si debba evitare qualsiasi forzata comparazione, tuttavia la Legge generale dell’Evoluzione e della trasformazione, se Darwin ha visto giusto, deve valere anche per essi” (Ernst Mach. L’evoluzione della Scienza. Nove Lezioni Popolari. Traduzione e cura di Massimo Debernardi. Edizioni Melquìades, Milano, 2010).
[…] non si può negare che sull’argomento ci sia un vivace dibattito che vede in prima linea insigni studiosi che, al contrario, non hanno nessun timore ad esporre i propri convincimenti. Uno di questi è Luca Cavalli Sforza, genetista e antropologo di assoluto valore internazionale, autore del saggio intitolato L’evoluzione della cultura (Codice Edizioni, Torino, 2010), dove si rimarca il valore antropologicamente adattativo della cultura e della sua evoluzione. Un altro è Giovanni Felice Azzone, patologo, epistemologo, accademico dei Lincei, autore del saggio intitolato Perché si nasce simili e si diventa diversi? La duplice nascita: genetica e culturale (Bruno Mondarori, Milano 2010), dove si attribuisce al sistema mente-cervello l’elemento di novità che consente all’uomo di coevolvere assieme alla propria cultura.
[…] Ecco che arrivano le domande. È impossibile trattenersi dal farsi domande… Ed ecco anche le risposte del Professor Rugarli, risposte che hanno dato maggior valore alle domande…

Domande e Risposte
# 1

Domanda 1. La gran parte di queste domande si riferisce all'avoluzione culturale dell'uomo. Pertanto, bisognerebbe prima rispondere alla domanda se la cultura, e quindi l’evolvere delle sue forme, può essere considerata un elemento con valenza evolutiva, potendo influire sulla selezione o sull’adattamento e tenendo conto che radicali mutamenti culturali possono instaurarsi in tempi molto brevi, mentre l’evoluzione fenotipica-funzionale sembra avere bisogno di tempi computabili in decine o centinaia di migliaia di anni.
I teologi indicano con il termine di sententia temeraria alcune affermazioni che, pur non rappresentando una evidente eresia nei confronti del dogma o del comune e condiviso sentire, tuttavia si collocano nell’errore o in stretta e pericolosa prossimità con l’errore. Non escluderei che alcune delle prossime domande, e i presupposti che vengono portati come pretesto alle domande stesse, possano essere definiti con l’espressione sententia temeraria.

Sententia temeraria, ovvero di come si può finire all’inferno

Risposta 1. Che la cultura dell'uomo, intesa come insieme di conoscenze, di credenze e di interessi, sia cambiata e continui a cambiare nel tempo è di per sé evidente. Perciò, il problema che si pone quando si parla della evoluzione culturale è se questa avvenga con meccanismi analoghi a quelli della evoluzione biologica o no. A mia memoria il primo ad affrontare formalmente questa possibilità è stato Richard Dawkins, etologo della Università di Oxford, nell’ultimo capitolo del suo libro Il gene egoista (in Italia pubblicato da Zanichelli in prima edizione nel 1979) nel quale si parla di memi, ossia di strutture elementari imitative, analoghe ai geni, trasmesse per l’appunto per imitazione attraverso la comunicazione (così come i geni lo sono con la riproduzione), casualmente deformabili nel corso della comunicazione e con deformazioni trasmissibili, se esistono le condizioni adatte per selezionarle. A ben riflettere, il discorso di Dawkins si limitava alla evoluzione del linguaggio, a spiegare perché l’inglese contemporaneo è diverso da quello di Chaucer, e non era molto persuasivo per quanto riguarda i fattori di selezione. Ma già alcuni anni prima, il Premio Nobel Jacques Monod aveva parlato della selezione delle idee, scrivendo Il confronto tra evoluzione delle idee ed evoluzione della biosfera è un tema affascinante per un biologo poiché, se il Regno astratto trascende la biosfera ancor più di quanto questa trascenda l’universo non vivente, le idee hanno pur conservato certe proprietà degli organismi. Come questi, esse tendono a perpetuare e moltiplicare la propria struttura; come questi, esse possono fondersi, ricombinarsi, segregare il loro contenuto; come questi, infine, esse si evolvono e, in quest’evoluzione, la selezione, forse, svolge una funzione fondamentale”. E Monod si spingeva a indicare i fattori di selezione delle idee aggiungendo "È evidente che le idee dotate del più elevato potere di penetrazione sono quelle che spiegano l’uomo, assegnandogli un posto in un destino immanente, in seno al quale la sua angoscia si dissolve" (Il caso e la necessità. Saggio sulla filosofia naturale della biologia contemporanea, Mondadori, 1970, pag. 133). In realtà i fattori di selezione delle idee possono variare in un ampio ambito, che va dalla predilezione per le idee che promettono vantaggi materiali, che possono essere sacrosanti e non semplicemente egoistici, alla affermazione di ideali religiosi o filosofici. Su questo punto ci sarebbe molto da dire, ma non voglio appesantire prematuramente il discorso.
Detto questo, qualcuno potrebbe osservare che la stessa idea di evoluzione culturale è poco rilevante e non si vede che cosa possa aggiungere alle opinioni che si possono avere sui mutamenti culturali nel tempo. Io non credo che sia così e penso che l’analogia con la evoluzione biologica comporti delle conseguenze non banali. Nella evoluzione biologica a generare la variabilità sottoposta al vaglio della selezione è il caso, così si può pensare che la stessa variabilità sia generata nella evoluzione culturale dalla libertà. Si deve concludere che senza libertà non c’è evoluzione e questo può spiegare il crollo dei regimi comunisti, che erano lamarckiani e non darwiniani. Sopravvive il regime comunista cinese che si è accontentato di essere lamarckiano in politica, ma non lo è in economia. Un altro aspetto interessante è che la libertà non deve essere intesa soltanto come assenza di costrizioni, ma anche e soprattutto come libertà di immaginazione, che nella evoluzione culturale è l’equivalente delle mutazioni che sono alla base della evoluzione biologica.

# 2

Domanda 2.  In quanto uomini ci consideriamo al vertice dell’albero della vita. Siamo in cima all’albero e guardiamo l’intera biosfera dall’alto in basso. L’alto è sinonimo di qualità. Più si sta in alto, più si è migliori. Questo assunto potrebbe essere discutibile. Più complesso non vuol dire necessariamente migliore (bisognerebbe prima definire che cosa si intende per migliore).  Più intelligente non significa necessariamente più adatto: bisogna mettere in relazione l’essere adatti con la nicchia cui si appartiene. Ma anche all’interno della nicchia di riferimento possono esistere esseri meno intelligenti ma più adatti (si può fare una certa ironia su questa proposizione). Una domanda di partenza potrebbe quindi essere: l’uomo è davvero dominante nella biosfera? Credo che pochi potrebbero rispondere affermativamente senza esitazione. E poi, come si misura l’essere più o meno adatti? In individui per metro quadro? Per superficie di terra colonizzata? Per peso totale della biomassa di una determinata specie? Per numero assoluto di individui?

Risposta 2. Mi pare che la domanda secca sia: l’uomo è veramente il culmine della evoluzione biologica? Mi sentirei di rispondere di sì. Infatti, nessuna altra specie animale ha una evoluzione culturale e perciò una storia. Ci si potrebbe azzardare anche ad affermare, che, dal punto di vista biologico, l’uomo rappresenta un punto nel quale l’evoluzione si è arrestata. Infatti, per acquisire delle qualità somatiche superiori occorrerebbe che gli individui che le posseggono avessero più discendenza, e cioè si accoppiassero preferenzialmente e si riproducessero più degli altri. Ma questo contraddice alcuni tratti distintivi della natura umana che, come ho detto precedentemente, presuppone la libertà e l'immaginazione. I nazisti ci provarono, cercando di adottare per la popolazione della Germania le stesse tecniche degli allevatori di bestiame, ma i risultati sono stati fortemente negativi. E poi, quali sono le caratteristiche somatiche superiori, esser alti, biondi e dolicocefali o essere più intelligenti? Si sarebbe inclini a optare per la seconda scelta, posto che l'intelligenza, qualità difficile da definire, sia geneticamente determinata (per me è possibile che lo sia in parte, ma è largamente influenzata da quei condizionamenti che determinano l'evoluzione culturale). Ma è difficile che il cosiddetto assortative mating, ossia l’accoppiamento privilegiato in base a certe caratteristiche, avvenga prevalentemente in base all'intelligenza dei partner, e poi che le coppie più intelligenti abbiano più figli delle altre. Anzi, il genetista Theodosius Dobzhansky (L’evoluzione della specie umana, Einaudi, 1965) scrisse che le coppie più intelligenti sono probabilmente più efficienti nel controllo delle nascite e che perciò è verosimile che abbiano meno discendenza. Il risultato sarebbe, nel tempo, una diminuzione e non un aumento della intelligenza umana. Perciò, è ragionevole pensare che, dal punto di vista biologico, l’evoluzione della specie umana è conclusa ed è sostituita dall'evoluzione culturale.
Questo non deve spingerci a peccati di orgoglio. In termini numerici la specie umana si è accresciuta nel tempo, soprattutto nell’ultimo secolo, ma questo non significa che sia la più potente. Per esempio, l’umanità rischierebbe di essere sterminata se emergesse un virus che venisse trasmesso facilmente come quello influenzale, ma che avesse le stesse caratteristiche del virus HIV, causa dell'AIDS, condizione nella quale chi è infettato resta apparentemente sano per un lungo periodo pur essendo contagioso. Comunque, è certamente vero che esistono nicchie ecologiche nelle quali esseri umani con minore intelligenza, ma più attrezzati ad affrontare certe difficoltà dell’ambiente, possono cavarsela meglio. Ma questo vale fino a un certo punto, perché la cultura finisce sempre per venire in soccorso di chi all’inizio era più debole. Alla fine, Robinson Crusoe se la cava meglio di Venerdì.

Robinson Crusoe con Venerdì

Nel prossimo post di questa serie alcune altre Domande e Risposte.