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giovedì 28 febbraio 2019

DOMANDE E RISPOSTE SU L'EVOLUZIONE - XXI^ e ultima parte

In questa puntata il professor Rugarli risponde a una domanda sul tema della unicità dell'uomo e come questa sia venuta realizzandosi attraverso l'evoluzione biologica e culturale.

Ogni specie è nel contempo unica, frutto di variazioni e fenomeni di selezione che hanno prodotto discontinuità in una catena continua di organismi. Le specie esistenti sono quindi uniche ma in qualche modo anche contigue.  Troppo spesso, però, guardando alla propria unicità, l'uomo, sentendosi dotato di attributi unici, è anche portato a sentirsi speciale. É in questo territorio che quest'ultima domanda si muove.


Alla radice dell'unicità della specie umana


Domande e Risposte
# 30

Domanda 30. Che cosa ha fatto la natura per creare l’uomo quale organismo che, a quanto ci è dato di sapere, sembra essere in grado di possedere numerosi attributi unici che gli consentono di fare cose che nessun altro organismo è capace di fare? E se la natura ha fatto ciò attraverso i meccanismi dell’evoluzione, come e quando l’ha fatto? (il “perché” l’abbia fatto è una domanda sbagliata e non può essere posta).

C’è chi dice che l’uomo è l’unico organismo che possiede la libertà consapevole di essere quel che decide di essere (l’esistenza precede l’essenza di Heidegger e di Sarte), mentre tutti gli altri organismi sono quello che sono (e si comportano in base a quel che sono) fin dalla nascita o, come categoria, fin da prima della loro nascita (l’essenza precede l’esistenza di Platone).
C’è chi dice che l’uomo è l’unico organismo a fare della cultura un prerequisito ambientale indispensabile per la propria esistenza, ma molti etologi hanno molto da obiettare su questa pretesa unicità dell’uomo.
C’è chi dice che l’uomo è l’unico organismo in grado di comportarsi in modo consapevolmente buono o cattivo perché è l’unico a saper distinguere tra bene e male. Tuttavia, se il bene e il male sono quei comportamenti che possono essere rispettivamente vantaggiosi o svantaggiosi per il gruppo o la comunità, allora l’uomo non è unico, e la differenziazione etica con altri animali è più di natura quantitativa che qualitativa.
C’è chi dice che l’uomo è unico grazie alla sua razionalità e al suo linguaggio (o ai suoi linguaggi). Tuttavia, anche per queste due caratteristiche l’uomo non può asserire di essere unico: può solo affermare di essere diverso per ragioni più quantitative che qualitative.
C’è chi dice che l’unicità dell’uomo risiede nel libero arbitrio. Tuttavia il libero arbitrio è un attributo del comportamento che discende da razionalità e competenza etica che abbiamo visto non essere esclusivi dell’uomo ma solo relativisticamente più espressi nell’uomo che negli altri animali.
C’è chi dice che l’uomo è l’unico animale consapevole del fatto di dover morire, ma anche questa è una conseguenza dello sviluppo in termini quantitativi e non qualitativi della sua razionalità.
C’è chi dice che l’unicità dell’uomo è quella di produrre arte, ma questa è una capacità che consegue allo sviluppo quantitativo di specifici linguaggi e, per determinate arti, di un particolare sviluppo della manualità fine.
C’è chi dice che l’unicità dell’uomo è quella di saper amare, ma questa è una caratteristica correlata alle dinamiche del gruppo e che includono la selezione del partner e le cure parentali, aspetti che l’uomo condivide con altre specie.
C’è chi dice che l’unicità dell’uomo è quella di comprendere la natura e l’essenza della felicità, ma la felicità è uno stato d’animo di cui sappiamo veramente troppo poco per presumere di esserne gli unici detentori.

Sono certo di avere omesso molti altri elementi distintivi che determinano la presunta unicità dell’uomo e che ci separano da tutti gli altri organismi.
Su ciascuno degli elementi di unicità si può discutere (inutilmente) all’infinito, ma è comunque ravvisabile un comune denominatore. Ciascuno di questi elementi sembra essere presente – in forma quantitativamente meno evidente rispetto all’uomo – in tutti quanti gli animali a noi più prossimi. Poiché sembra quantomeno improbabile (nonché antieconomico) che la Natura si sia sforzata di introdurre modificazioni di tutta una serie di strutture per fornirci in modo esclusivo di eticità, razionalità, spiritualità, competenza estetica ed artistica, ecc., dovremo domandarci se esiste un qualche particolare elemento strutturale datoci in dono dalla Natura cui tutte queste caratteristiche facciano capo, e dovremo domandarci anche quali vantaggi selettivi derivino alla specie dal possedere o meno una coscienza, una libertà di arbitrio, un senso estetico, una spiritualità e così via. Se troviamo risposte a queste due domande dovremo infine chiederci perché così spesso l’uomo si comporti in modo tanto istintivo, bruto e animalesco, annullando e facendo volentieri a meno dei presunti vantaggi selettivi di una corteccia cerebrale più contorta di quella degli animali selvatici. 

La corteccia cerebrale umana (la prima a sinistra) confrontata con quella dello scimpanzé, del babbuino, del mandrillo, del macaco e dell'orso  

Risposta 30. 
 Non penso che la natura, grazie all’evoluzione biologica, abbia creato l’uomo, ma piuttosto solo le strutture materiali perché nascesse l’uomo. In una parola, un cervello adatto perché partisse e potesse svilupparsi l’evoluzione culturale. A me pare che senza cultura, intesa nel senso lato della parola, anche per la specie umana non ci sarebbe altro che vita biologica.
Nella formulazione della domanda molto interessante è la serie di proposizioni che iniziano con le parole “C’è chi dice”. Ho notato che tranne che per il primo “C’è chi dice”, per tutti gli altri è riportata anche una precisazione che lo mette in dubbio. Mi pare che, a parte la libertà consapevole per l’uomo di essere ciò che decide di essere, per tutti gli altri “C’è ci dice” si adombri il dubbio che le differenze tra gli umani e animali superiori siano piuttosto di tipo quantitativo che qualitativo.
Su questo punto non sono d’accordo. Le differenze culturali tra gli umani, non solo a livello individuale, ma anche tra diverse popolazioni tenute a lungo spazialmente segregate, possono essere abissali, ma non lo sono le strutture dei loro cervelli. Certo, possono esserci delle predisposizioni culturali geneticamente selezionate in funzione delle condizioni di vita. Forse una popolazione che ha dovuto lottare a lungo per l’esistenza in condizioni ambientali sfavorevoli ha favorito la selezione dei caratteri più adatti a fronteggiare questo ambiente (più forza fisica, più resistenza al freddo o al caldo e così via). Ma la scintilla da cui è partita l’evoluzione culturale è probabilmente scoccata per caso, ma, una volta scoccata, ha dato origine a un processo di inarrestabile espansione, quell’altro tipo di evoluzione di cui abbiamo parlato nelle prime di questa serie di domande.

All'origine della cultura umana e della sua evoluzione
Non credo che gli aborigeni australiani abbiano un cervello molto diverso dal nostro, se non per dettagli. Si può supporre che anche tra le popolazioni che hanno una storia e sono il frutto di una progredita evoluzione culturale i geni creativi possano avere dei cervelli straordinari, particolarmente dotati.  Ma l’espansione dei loro conseguimenti non avviene mediante accoppiamenti selettivi, come negli allevamenti animali, ma mediante la comunicazione delle loro idee. Chi può escludere che anche tra popolazioni culturalmente arretrate possano per caso emergere individui con strutture cerebrali particolarmente creative? Ma questi non possono lasciare traccia, perché nella popolazione cui appartengono non esistono strutture comunicative che permettono lo sviluppo e la riproduzione dei frutti culturali di queste potenzialità, che vanno perciò perdute.
Ma voglio dire di più. Nella risposta alla domanda n. 28, a proposito della libertà ho scritto che questa è la selezione darwiniana tra varie possibilità emerse casualmente come frutti della immaginazione, nella quale la parte della necessità è svolta dalla identità di chi fa la scelta. Ma per identità non ho inteso solo la sopravvivenza, o il benessere fisico, o il piacere, ma anche, e più ancora, il nucleo culturale che si è costituito a strutturare una persona libera. Molti animali possono sacrificare la loro vita per la sopravvivenza fisica della comunità cui appartengono, ma solo gli umani possono farlo per le loro idee. Perciò, concordo con Popper nel considerare il mondo della cultura umana dotato di una sua autonoma esistenza per la quale il mondo fisico non può dare altro che un supporto biologico.

Questa è l’ultima domanda di una serie di trenta. Il lungo cammino tra domande e risposte è stato interamente condotto a cavallo tra nozioni scientifiche e speculazione filosofica, aspetti che il professor Rugrali e io consideriamo del tutto inscindibili nel processo conoscitivo nell’ambito delle scienze della vita non meno che in quello delle scienze umane. Leggendo le domande, si sarà certamente notato che in molte di queste si nascondevano velate provocazioni e ambiguità palesi. Leggendo le risposte, si saranno certamente notate concordanze e differenze d’opinione tra chi domandava e chi rispondeva. E in ciò, nel compiacimento per la concordanza d’opinioni come nel doveroso rispetto per le opinioni altrui da cui nascono sempre nuove occasioni di conoscenza e comprensione, sta l’essenza del dialogo. Poiché, da Socrate e da Platone in poi, la forma del dialogo è strumento di approfondimento e conoscenza, io mi sento arricchito dalle risposte ricevute e vorrei illudermi che chi ci ha seguito fin qui ne abbia ricavato diletto e, se possibile, nutrimento per la mente.
Un sentito ringraziamento al professor Rugarli per la sua disponibilità ad intavolare con me tale dialogo.

Il dialogo presso l'Accademia di Platone

   

venerdì 7 settembre 2018

DOMANDE E RISPOSTE SU L'EVOLUZIONE - XIV^ parte

In questa puntata di Domande e Risposte su l’Evoluzione, il professor Rugarli risponde a due provocazioni sull'impossibilità per la specie umana di un'ulteriore evoluzione biologica. La domanda è se l'umanità, in queste condizioni, non sia condannata ad una inevitabile estinzione. Secondo Rugarli l'umanità troverà le risorse necessarie nell'evoluzione culturale affiancata dall'evoluzione dei sistemi di intelligenza artificiale. 

Domande e Risposte
# 22

Ultime tribù non toccate dalla "civiltà" - Amazzonia brasiliana

Domanda 22. Eccezion fatta per alcune tribù aborigene che vivono in luoghi molto isolati delle foreste fluviali, non sembra che sulla terra esistano più condizioni di isolamento tali da favorire la formazione di nuove varietà o specie umane. Non si può escludere che negli ultimi 30-50.000 anni si siano generate varietà che avrebbero avuto la possibilità teorica, in opportune condizioni ambientali, di differenziarsi dando luogo a fenomeni di speciazione. Se questo non è avvenuto si può ritenere che per l’uomo non esistano più le condizioni per un'ulteriore evoluzione. In una terra diventata così piccola e interconnessa e in un ambiente che ha perso molte delle caratteristiche di selettività per i gruppi umani, sembra che si sia perduta ogni possibilità di ulteriore sviluppo biologico della nostra specie. È ragionevole pensare che questa limitazione renda più fragile la specie umana e molto improbabile la sua sopravvivenza nel medio periodo? 

Risposta 22. Sono d’accordo con la premessa, ma non con la domanda. L’ultima varietà di Homo che è coesistita con quella cui apparteniamo (Homo sapiens sapiens) è quella dell’Homo neanderthalensis. Non credo che si possa parlare di specie diverse perché è ormai assodato che siano avvenuti incroci tra sapiens e neandertaliani. 


Ipotesi di un possibile ibrido neanderthal-sapiens

Se non sono emerse altre varietà, per non dire specie, vuol dire che le segregazioni spaziali che si sono avute dai tempi dell’uomo di Neanderthal non sono state, in relazione alla mobilità degli umani, tanto importanti da permettere qualcosa di più della origine di razze che, come abbiamo visto, sono destinate a sparire. 

Non sono d’accordo con l’idea che questo renda più fragile la specie umana che, al contrario, ha guadagnato un’enorme potenza con l’evoluzione culturale.



Domande e Risposte
# 23

Domanda 23. Il 1° ottobre 2009 la zolla indoaustraliana è scivolata un poco sotto la zolla adiacente, quella del Pacifico. Attraverso il sistema di faglie che va da Java a Tonga e Samoa passando per la Nuova Guinea, un terremoto e un devastante maremoto hanno colpito Sumatra, la Nuova Guinea e Tonga .

Dopo immani catastrofi naturali che distruggono una gran parte delle specie è verosimile che sorgano altre specie ad occupare nicchie (vecchie e nuove) rimaste libere da occupanti. Paradigmatica la scomparsa dei dinosauri avvenuta circa sessantacinque milioni di anni fa, insieme alla scomparsa del 70% delle specie che in quel momento occupavano la biosfera. 
C’è chi afferma che l’uomo non può più evolvere perché ha raggiunto un livello difficilmente superabile (il che vorrebbe dire che l’uomo è quasi perfetto) o perché non ci sono più i presupposti e le condizioni di variabilità e isolamento che consentirebbero l’eventuale emersione di nuove varietà autonome. Si deve quindi ritenere che l’uomo sia diventato un ramo secco dell’evoluzione dei primati? Si deve considerare che un'ulteriore evoluzione sia da considerarsi possibile solo in seguito ad una catastrofe di dimensioni planetarie? 



Risposta 23. Una catastrofe naturale che distruggesse gran parte della umanità potrebbe dare origine a una nuova evoluzione della nostra specie. Su questo sono d’accordo. Per la verità il momento in cui si è stati più vicini a un evento di questo genere è stato il periodo della guerra fredda e in quel caso la catastrofe non sarebbe stata naturale ma culturale. Oggi il pericolo dello scontro tra superpotenze sembra scongiurato, ma sono molti gli stati minori dotati di armi atomiche per considerare impossibile l’olocausto nucleare. 
Un’altra possibilità sono le malattie, ma su questo punto forse l’umanità è fin troppo attrezzata, come si è visto in occasione della sovravalutazione del pericolo dell’influenza da virus H1N1.
Personalmente l’umanità mi va bene così com’è e non vedo l’utilità di una ulteriore evoluzione biologica. Una guerra mondiale nucleare potrebbe portare alla selezione di umani più resistenti alle radiazioni, ma non si vede quale sarebbe il vantaggio che ne deriverebbe, se non di poter sopravvivere in un mondo contaminato. I veri vantaggi deriverebbero da un potenziamento dell’intelligenza, ma per questo gli umani si sono già dotati di potenti protesi che sono i moderni computer, questi sì in continua evoluzione.


Odissea 2001 - Dave e e il supercomputer HAL 9000





sabato 2 giugno 2018

DOMANDE E RISPOSTE SU L'EVOLUZIONE - XI^ parte

In questa puntata di Domande e Risposte su l’Evoluzione, il Professor Rugarli risponde a due sollecitazioni. La prima riguarda le ideologie, ponendo la questione se esse possano esercitare una pressione selettiva sull'evoluzione culturale umana. La seconda riguarda la possibilità di rendere prevedibile l'evoluzione attraverso strumenti di analisi fin qui impiegati nell'ambito dei comportamenti del mondo fisico.  

Domande e Risposte
# 17

Domanda 17. Le grandi rivoluzioni sociali moderne (es. la secessione americana, la rivoluzione francese, il nazi-fascismo in Europa e il comunismo in Russia e in Cina) hanno visto l’adesione attiva di grandi masse di individui (o di intere popolazioni) a specifici modi di pensare, a determinate visioni del mondo: in parole povere a specifiche ideologie. Queste hanno fortemente influenzato l’organizzazione e la struttura della società, i rapporti tra individui, tra gruppi di individui, tra popolazioni. Hanno permeato e permeano la memoria individuale e quella collettiva e hanno operato sulla storia e sulla cultura dell’uomo. Esse hanno agito e agiscono sul framework dei rapporti sociali in cui si muovono gli individui e i gruppi di individui. Indirizzando “ideologicamente” le scelte strategiche, industriali, produttive, educative, militari ed economiche delle società, esse hanno condizionato l'ambiente fisico e concettuale all’interno del quale l’uomo si muove. La domanda può essere quindi la seguente: le ideologie possono rappresentare un elemento di pressione selettiva e adattativa sull’evoluzione della cultura della nostra specie?  


Rivoluzione francese

Risposta 17. Le grandi rivoluzioni di cui si parla nella domanda non sono omogenee tra di loro e hanno lasciato frutti diversi. Da un lato, la secessione delle colonie americane dall’Inghilterra e la rivoluzione francese hanno lasciato importanti tracce nell’odierno pensiero democratico e liberale; dall’altro la rivoluzione comunista in Russia, pur essendo politicamente fallita, ha lasciato tracce nel pensiero dell’odierna sinistra radicale. Non mi pare che le tracce lasciate dal nazifascismo siano ugualmente importanti. Tuttavia, è vero che queste rivoluzioni possono avere esercitato una pressione selettiva sullo sviluppo di certe idee, a loro favorevoli in qualche caso, contrarie in altri. In ogni caso, non sono riuscite a plasmare quell’uomo nuovo alla cui creazione almeno alcune di esse aspiravano. Questo significa che vi sono barriere antropologiche alla limitazione della libertà delle idee.               


# 18

Domanda 18.  L’evoluzione non è prevedibile, nemmeno in organismi estremamente semplici. Essa è un film che può essere proiettato solamente all'indietro, e anche così facendo non sempre si ha il consenso univoco degli addetti ai lavori su tempi e modi delle biforcazioni. Il caso gioca un ruolo troppo grande per essere suscettibile all’assoggettamento da parte delle nostre capacità predittive. Il caso è caos. Dagli assunti teorici di Laplace fino a Mandelbrot e seguaci, il caso e il caos sembrano essere oggetto permanente di analisi mirante a conseguire un certo grado di predittività statistica. Nella fisica e all’interfaccia tra fisica e chimica, la meccanica quantistica ha raggiunto elevati livelli di predittività statistica tanto da rendere questa predittività quasi indistinguibile da una necessaria certezza deterministica. Meccanica quantistica, geometrie algebriche, modelli matematici del caos deterministico: applicando questi saperi e questi strumenti alla biologia evoluzionistica si potrà, un domani, rendere prevedibile l’evoluzione aprendo, in tal caso, un campo eticamente inesplorato (e francamente terrificante)?[1]


Equazioni del Caos Deterministico: Insieme di Mandelbrot


Risposta 18. Per quanto riguarda l'evoluzione di piante e animali questa è già stata alterata e resa prevedibile dalla cultura umana. Per quanto riguarda l’evoluzione dell’uomo, ho già detto in precedenza quello che penso e cioè che non può non essere diretta verso una omogeneizzazione, con la scomparsa delle differenze, come quelle razziali, dipendenti da separatezza geografica. Questa mi pare una prospettiva positiva e non terrificante. Non so cosa si possa prevedere per l'evoluzione culturale e dubito che gli strumenti matematici applicabili al mondo fisico possano mai essere utilizzati per questo tema.




[1] Il termine “terrificante” viene usato relativamente alla possibilità che emergano predittivamente caratteristiche indesiderate accanto o in luogo di quelle desiderate. L’emersione di caratteristiche indesiderate ci metterebbe nelle condizioni di dovere operare delle scelte nell'ambito del dilemma etico, ovvero di dover esercitare una selezione attiva su taluni individui piuttosto che su altri. Una situazione eticamente non dissimile da quella di creare embrioni soprannumerari per poi doverne eliminare alcuni.

sabato 7 aprile 2018

DOMANDE E RISPOSTE SULL'EVOLUZIONE – VII^ parte

In questa settima puntata di Domande e Risposte sull’Evoluzione si affronta il tema dei rapporti tra adattamento al territorio, evoluzione biologica ed evoluzione culturale, nell'ipotesi che eventuali differenze tra diversi gruppi umani possano trovare origine nell'adattamento a territori differenti. È un tema, questo, che porta ai più che discutibili costrutti riguardanti “razze”, geni, e cultura: un tema che – in auge durante il periodo colonialista – richiamato da nuovi razzismi striscianti sta ricomparendo nel dibattito pubblico, a causa dei sommovimenti migratori in atto.

Domande e Risposte
# 13

Domanda 13. In questa serie di trenta domande si fa implicitamente riferimento al quadro di un evoluzionismo darwiniano caratterizzato dalla selezione operata dall'ambiente, in tempi molto lunghi, sugli individui, e sul fatto che le varietà più adattate a un certo particolare ambiente possano trasformarsi, a lungo andare, in specie autonome.

In questo contesto concettuale ci si potrebbe chiedere: "Quanto dell’originale impostazione darwiniana è rimasta nelle moderne correnti del pensiero evoluzionistico?". "Quanto l’idea originale di Darwin, e quanto le concezioni evoluzionistiche più attuali, possono contemplare gli elementi culturali tra i fattori selettivi o adattativi rilevanti ai fini di una evoluzione dell’uomo?". E ancora: "Fino a che punto gli elementi culturali possono essere visti come fattori adattativi rilevanti a determinare, in certi tempi e in certi luoghi, il prevalere di alcune varietà umane su altre?". 
Mi piace ricordare, a questo proposito, il bel saggio (premio Pulitzer) dell’antropologo Jared Diamond: Armi, acciaio e malattie: breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni (Einaudi, 2005). In questo saggio Diamond afferma che il prevalere di alcune società umane su altre (per esempio gli spagnoli sui popoli dell’America centromeridionale dopo la spedizione di Cristoforo Colombo) non ha nulla a che vedere con la genetica o con l’intelligenza, ma ha a che vedere con l’adattamento delle popolazioni a cogenti limiti del territorio: geografici, orografici, e di risorse. Sono state (soprattutto in passato, ma possono tuttora essere) le caratteristiche dell’ambiente a determinare tempi, modalità e direzione dello sviluppo tecno-socio-culturale nelle diverse varietà umane.

Cristoforo Colombo e i nativi

Risposta 13. Quando Darwin espose le sue teorie non erano noti i meccanismi della ereditarietà. Perciò, la più importante trasformazione del pensiero evoluzionistico è avvenuta con il cosiddetto neodarwinismo, che ha spostato dal soma ai geni i soggetti dell’evoluzione e ha individuato nelle mutazioni l’origine della variabilità sulla quale si esercita la selezione. Non sono un esperto della materia, ma mi pare che questo sia il più importante cambiamento del pensiero originale di Darwin, mentre non credo che l’esistenza di correnti differenti del pensiero evoluzionistico moderno metta in discussione l’impostazione propria del darwinismo e del neodarwinismo.

So bene che l’esistenza di interpretazioni differenti dei meccanismi dell’evoluzione biologica è sfruttato dai fautori del creazionismo per contestare tutta la teoria. Qualche tempo fa, si è tenuto in Italia un convegno, intitolato più o meno “Verso il tramonto di una ipotesi”, promosso da una persona autorevole in campo accademico e dichiaratamente ostile alla teoria dell’evoluzione biologica, il quale al tempo del convegno era vice-presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Sarebbe perciò il caso di definire meglio la distinzione tra un’ipotesi e una teoria. A mio parere un’ipotesi è un atto immaginativo non ancora sottoposto a tentativi di falsificazione, mentre una teoria è un atto simile che ha resistito a vari tentativi di falsificazione, che è precisamente la connotazione che Karl Popper ha individuato per le teorie scientifiche [nota: Popper usa il termine "falsificare" nella accezione di "confutare sulla base di nuove prove"]. Ne consegue che le tutte le teorie scientifiche non sono verità eterne, e potrebbero sempre essere falsificate da osservazioni o esperimenti che possono aver luogo nel futuro. Perciò, considerare solo la teoria dell’evoluzione biologica come provvisoria e declassarla al ruolo di ipotesi è una scorrettezza epistemologica. Si aggiunga che il creazionismo non è falsificabile in linea di principio e perciò non può essere considerato una teoria scientifica. 
Molti di questi critici trascurano le recenti scoperte della biologia molecolare che, dalla omologia di molecole proteiche e di patrimoni genetici tra le specie oggi esistenti, hanno potuto ricostruire il tempo più o meno remoto nel quale i loro precursori si sono separati. Da questo punto di vista l’evoluzione si è trasferita dagli organismi interi alle molecole di cui sono fatti. È proprio del linguaggio biologico moderno dire che una molecola si è più o meno “conservata” a seconda che sia più o meno diversa in specie differenti. Per fare un esempio attinente agli interessi scientifici che coltivo, negli anni recenti sono stati scoperti sulle cellule presentanti gli antigeni ai linfociti dei recettori che sono stati chiamati “Toll-like receptors” perché hanno strette omologie con la molecola Toll, che fu dimostrata nel 1985 nella Drosophila, un moscerino molto impiegato negli studi genetici del passato. L’idea che la Drosophila e i mammiferi, incluso l’uomo, abbiano delle strutture molecolari simili, e perciò molto conservate, è in accordo con l’origine comune in tempi remotissimi tra specie tanto diverse. Perciò, l’idea di una evoluzione biologica determinata dalla selezione di eventi casuali, come mutazioni, ricombinazioni e duplicazioni genetiche è perfettamente plausibile (tutti eventi per i quali l’esperienza ha dimostrato che possono avvenire in natura solo per caso). Io credo che sia questo il nucleo duro della teoria biologica al quale aderiscono anche scienziati con idee molto diverse, come Richard Dawkins e Stephen Jay Gould, le cui controversie si pongono entro e non pro o contro questo nucleo.

Drosophila

La domanda, però, non implica solamente la coerenza del pensiero evoluzionistico moderno con l’impostazione originale di Darwin, ma anche la possibilità che questo pensiero (biologico) debba includere le sue implicazioni culturali e che le peculiarità della evoluzione culturale abbiano avuto conseguenze “… ai fini dell’evoluzione dell’uomo o, più verosimilmente … come elementi co-determinanti alla prevalenza (territoriale o universale) di alcune varietà umane su altre”. In una parola, se ho capito bene, la domanda è se vi sia una reciproca influenza del biologico sul culturale e del culturale sul biologico.

Per quanto riguarda la seconda possibilità in campo umano, mi sono già espresso precedentemente, quando ho parlato della influenza di modelli culturali sui matrimoni e sulla progenie che ne deriva, anche se ho escluso che questo possa condurre alla comparsa di nuove specie umane. Più importante è discutere sulla prima possibilità, ossia che l’evoluzione culturale sia stata originata grazie ad assetti genetici che la favorivano. Che questo sia avvenuto alla origine della nostra specie è di per sé evidente. È chiaro che senza cervello non è possibile avere idee e che la specie umana si è evoluta soprattutto nella struttura del cervello. Ma il punto in discussione è precisamente la prevalenza territoriale o universale di quelle che nella domanda sono chiamate varietà umane e che io preferirei chiamare popolazioni. Ossia, sono queste popolazioni prevalenti o meno perché dotate di patrimoni genetici differenti, che le hanno rese più o meno intelligenti?
Su questo punto occorre essere cauti. Il banale buonsenso ci dice che, tranne che in circostanze estreme, come nel caso di menomazioni ereditarie o di esseri superdotati, quello che è dovuto alla variabilità genetica è di secondaria importanza in un essere umano. Non dubito che essere belli o brutti, qualità per le quali la genetica ha la sua importanza, non sia rilevante, soprattutto per una donna. Ma forse è più importante essere più o meno intelligenti. Naturalmente, su questo punto non mancano coloro che sostengono con passione che l’intelligenza è prevalentemente se non esclusivamente ereditaria. Si tratta per lo più di persone con una certa propensione al razzismo e che danno per scontato che essi stessi sono tra i fortunati che hanno ereditato una intelligenza elevata. Ma, pur non disconoscendo un ruolo della genetica nelle attitudini di una persona, anche in quelle intellettuali, per non parlare di quelle artistiche, io credo che questo da solo non basti a definirne la sua unicità. Che dire, infatti, della bontà o di altre qualità morali? Anche queste sarebbero geneticamente determinate?  Un essere umano, una persona, è definito da una tale complessità di qualità, che attribuire la sua unicità alla genetica significa privarlo del privilegio della cultura, ridurlo alle condizioni di una animale senza storia.

Intelligenza e tipi umani: la visione colonialista tra Settecento e Ottocento

Non è un caso che, nella ricerca scientifica con modelli animali si impieghino ceppi di topi o ratti “inbred”, discendenti da ripetuti accoppiamenti tra fratello e sorella, fino ad avere individui tutti geneticamente identici. Che un topo “outbred” abbia una individualità genetica è ammissibile, ma a livello della sua vita animale. Ma mi rifiuto di credere che questo valga anche per l’uomo. Negli ultimi tempi in cui facevo il primario, salendo le scale, mi occorreva di incontrare un uomo anziano, chino a strofinare i gradini alla pulizia dei quali era dedicato il suo lavoro. Non so nulla di quell’uomo, ma ritengo poco probabile che avesse il tempo e la voglia di dedicarsi ad attività intellettuali. Forse era migliore di me sul piano morale, ma è certo che era infinitamente inferiore sul piano sociale, con tutte le conseguenze che questo comporta. Questo dipendeva forse dal diverso patrimonio genetico di noi due, io professore universitario e primario e lui uomo delle pulizie, o dipendeva al contrario dalle diverse opportunità di educazione e di studio che avevamo avuto, per le quali io ero stato fortunato e lui no?
Per concludere, sono dispostissimo ad ammettere che la selezione di patrimoni genetici differenti sia stata favorita in popolazioni sottoposte a diverse condizioni ambientali, per esempio la pelle scura per chi vive ai tropici e altre caratteristiche, per esempio un aumento del rapporto tra massa e superficie corporea, per chi vive in climi freddi, ma mi rifiuto di credere che questo influenzi l’evoluzione culturale. Come ho già detto, la sua propagazione è orizzontale e richiede solo la comunicazione, e non ha niente a che vedere con la trasmissione di geni. L’importante è che con l’evoluzione si siano sviluppate certe capacità intellettuali, ampiamente diffuse negli umani, che hanno reso possibile, per puro caso, la scintilla che ha dato origine all’evoluzione culturale. Se diverse popolazioni hanno sviluppato culture differenti è per la loro segregazione geografica e non per i loro pur differenti patrimoni genetici.


venerdì 2 marzo 2018

Esercizi di epistemologia applicata: DOMANDE E RISPOSTE SULL'EVOLUZIONE – V^ parte

In questa puntata di Domande e Risposte sull’Evoluzione, il professor Claudio Rugarli risponde a una domanda che sta a metà strada tra la domanda vera e la provocazione, e che rientra in un dibattito che dà per scontato che si possano individuare reali analogie tra l’evoluzione biologica e quella culturale. Molto appropriatamente, il Prof. Rugarli mette in guardia dall’avventurarsi in analogie troppo strette tra due entità così diverse e, richiamandosi agli scritti di Popper e Eccles, puntualizza che le due evoluzioni riguardano mondi diversi.  



Domande e Risposte
# 10

Domanda 10. Ammettendo che la cultura (ad esempio le cure parentali) possa avere un ruolo nell’evoluzione dell’uomo, quanto c’è di darwiniano nella cultura che possa intervenire sui meccanismi selettivi e quanto c’è di lamarckiano nella trasmissione verticale e nella diffusione orizzontale di elementi acquisiti?

Risposta 10. Bisogna distinguere tra i meccanismi di evoluzione della cultura e quanto la cultura influenzi l’evoluzione biologica. Per ora considererò il primo aspetto del problema, convinto come sono che l’evoluzione culturale è darwiniana e non lamarckiana. Ritorno su una raccomandazione già fatta: non bisogna forzare troppo le analogie tra cultura e biologia. Quello che è importante è il meccanismo del caso (la libertà per la cultura) e la necessità. Questo permette di rifiutare meccanismi deterministici in ogni tipo di evoluzione e di superare in questo campo una visione ristretta del principio di causalità. Ma le differenze tra le due evoluzioni restano importanti e forse per questo i cultori delle scienze umane si interessano poco a queste analogie.
Per cominciare, l’evoluzione biologica riguarda regioni definite del mondo fisico, mentre l’evoluzione culturale non appartiene allo stesso mondo. Non oso avventurarmi in una discussione filosofica, ma, per comodità di discorso, ricordo una affermazione di Karl Popper in un libro scritto a quattro mani insieme con Sir John Eccles, neurofisiologo e Premio Nobel per la Medicina (L’io e il suo cervello, Armando, 1982). Sostiene Popper che, in realtà, esistono tre mondi: il mondo 1 è quello fisico, oggetto della scienza; il mondo 2 è quello delle disposizioni umane, oggetto della psicologia; e il mondo 3 è quello dei prodotti della cultura umana. È chiaro che l’evoluzione biologica si svolge nel mondo 1, mentre quella culturale ha luogo nel mondo 3.


Questa differenza deve mettere in guardia contro analogie troppo strette tra le strutture elementari che evolvono in due mondi tanto diversi. Nel mondo 1 è facile individuarle in segmenti di acidi nucleici, che sono i geni, ma nel mondo 3 è impossibile fare un’operazione analoga. L’evoluzione in questo caso può riguardare tanto espressioni complesse quanto semplici parole, quello che conta è che siano comunicabili e trasferibili ad altri che le acquisiscono. Da qui il sospetto, che mi sembra implicito nella domanda, che alla fine l’evoluzione culturale sia lamarckiana, dato che il più popolare principio del pensiero di Lamarck è la trasmissione ereditaria dei caratteri acquisiti. Ma il punto sta nelle modalità di acquisizione: nel lamarckismo sta in una azione causale dell’ambiente, nel darwinismo nella selezione tra varianti derivate casualmente da errori nella replicazione dei geni. Se vogliamo azzardare un’analogia per quanto riguarda l’evoluzione culturale, possiamo dire che le idee, per limitarci a queste, si replicano in quanto non solamente sono trasmesse, ma anche sono liberamente accettate. È l’accettazione che è l’equivalente della riproduzione dei geni, e non la sola conoscenza. Per fare un esempio che viene a proposito, io sono benissimo a conoscenza della teoria del creazionismo, che sostiene che il mondo è stato creato circa 10.000 anni fa, più o meno come è adesso, inclusi i reperti fossili che sembrano dimostrare il contrario, ma non accetto questa idea, che perciò in me, e nella quasi totalità di coloro che sanno di scienza, non si riproduce. Perciò affermo che l’evoluzione culturale è darwiniana.

Questo non significa che non vi siano persone che credono nel lamarckismo culturale. Non si deve dimenticare che l’essenza della teoria di Lamarck sta in una ricerca metafisica di perfezione da parte di tutti gli organismi, che li induce a trasformarsi sotto la spinta di fattori ambientali.  Con un’ispirazione analoga, i regimi totalitari del secolo scorso si sono illusi di plasmare l’evoluzione culturale, limitando la libertà di giudizio di coloro cui veniva trasmesso il loro verbo. L’idea sottintesa a questa tecnica è che, in assenza di idee alternative, la sola idea comunicata finirà anche per essere accettata. Invece, se l’accettazione avviene in queste condizioni, non è autentica e può essere facilmente smentita dai fatti. Noi abbiamo avuto l’esperienza del regime fascista e possiamo giudicare bene quanto questa idea fosse sbagliata e quanto abbia fallito. Dopo venti anni in cui non si è fatto altro che imprimere idee bellicose nelle teste degli italiani, si è visto come sono andate le cose quando si è fatta veramente una guerra importante. A proposito delle disavventure italiane nella guerra contro la Grecia, Gerhard L. Weinberg, nella sua monumentale storia della seconda guerra mondiale (A world at arms. A global history of world war II, Cambridge University Press, 1994), ha scritto: "Chiunque abbia visto il terreno sul quale i soldati italiani avevano combattuto durante la prima guerra mondiale riconoscerà che essi sono del tutto capaci di battersi valorosamente nelle circostanze più difficili; ma in un esercito nel quale l’intelligenza e il rango gerarchico erano distribuiti in proporzione inversa, non ci si poteva aspettare niente se non un completo disastro. Due volte i comandanti del fronte italiano furono sostituiti, ma tutto questo non servì a niente. Due decenni di regime fascista avevano lasciato l’Italia con un esercito peggio guidato, equipaggiato e addestrato rispetto a quello del 1915" (pag. 210, la traduzione è mia). Si può ribattere che Hitler e i tedeschi furono meno inefficienti, ma fecero anche cose orribili e della ideologia nazista non è rimasto niente.

Meno lamarckiani, e su scala più modesta, sono i tentativi di influenzare le idee della gente in regimi liberi e democratici nei quali i mezzi di comunicazione di massa siano nelle mani di pochi e si adottino mezzi di propaganda che abbiano mutuato le tecniche della pubblicità. Ma questi, anche se convenienti nel breve periodo per coloro che li mettono in atto, sono solo accidenti minori nell'evoluzione culturale.  





martedì 23 gennaio 2018

Esercizi di epistemologia applicata: DOMANDE E RISPOSTE – I parte

Questo è il primo di una serie di post attraverso i quali condivido con gli affezionati lettori un saggio breve costituito da TRENTA DOMANDE SULL'EVOLUZIONE (domande tra l'ingenuo e il provocatorio) e da TRENTA RISPOSTE a dette domande. Ad elaborare le risposte, a metà strada tra biologia e filosofia, è stato uno dei miei saggi maestri di medicina, il professor Claudio Rugarli. Il breve saggio titolava: Domande e risposte sull’evoluzione e sull’uomo. Per come il saggio si è riempito di contenuti (più grazie alle risposte che non alle domande) mi piace sottotitolarlo Esercizi di epistemologia applicata, titolo che assegno a questa serie di contributi.


Due parole sul coautore. Il Prof. Rugarli è un medico che stimo moltissimo, non solo e non tanto perché è stato uno dei miei più autorevoli maestri, ma perché nel corso dell’intera vita professionale, oltre a curare sapientemente le malattie, egli non ha mai cessato di guardare al lato umano delle persone che si rivolgevano a lui in qualità di medico. Infatti, il fil rouge del suo saggio più recente (Medici a metà. Quel che manca nella relazione di cura. Raffaello Cortina, 2017) è dato proprio dall’ineffabile interazione tra il logos dell’arte medica e ciò che, nella persona ammalata e nella sua malattia, è specificamente umano. Di vasta cultura interdisciplinare, Claudio Rugarli è Professore Emerito della Facoltà di Medicina dell’Università Vita-Salute San Raffaele, di cui è stato successivamente prorettore nonché delegato rettorale per la facoltà di Filosofia al momento della sua istituzione.

Claudio Rugarli
Le 30 domande non si limitano, per fortuna, all’evoluzione biologica, ma coinvolgono un po’ tutto ciò che si evolve: la vita (col suo nascere e col suo dover morire), la medicina, la cultura. Il saggio si occupa non tanto di dare impossibili risposte definitive su argomenti attorno ai quali l’uomo si interroga da sempre, ma di affrontare le questioni con un taglio filosofico che considera l’evoluzione come un meccanismo trasversale cui ogni cosa (fisica, biologica, culturale, mentale) è soggetta.    

Introduzione del saggio, in breve

Se la cultura dell’uomo sia soggetta o assoggettabile a meccanismi evolutivi assimilabili a quelli dell’evoluzione biologica, è un problema che mette in apprensione gli studiosi che si occupano in modo professionale o accademico di evoluzione biologica. Si può capire che un biologo evoluzionista sia restio a prendere posizione su un ipotetico evoluzionismo culturale: bisognerebbe disporre di un robusto modello teorico, di evidenze sperimentali e di tutto ciò che serve a dimostrare, o quantomeno a costruire, un’ipotesi scientifica.  Ci sono già tante tensioni attorno all’evoluzionismo delle forme viventi che non è proprio il caso, per un biologo evoluzionista, di andare a cercare guai in un campo così scivoloso come quello dell’evoluzionismo culturale, percepito, per di più, come più affine alla metafisica che non alla scienza.
[…] Uno dei primi scienziati a interrogarsi sul dispiegarsi e sul trasformarsi del pensiero umano secondo una visione improntata all’evoluzionismo Darwiniano è stato Ernst Mach, fisico sperimentale alle Università di Praga, Brno e di Vienna nei decenni a cavallo tra fine Ottocento e primo Novecento. Nella conferenza, intitolata Trasformazione e Adattamento del Pensiero Scientifico, tenuta il 18 ottobre 1883 in occasione dell’assunzione dell’incarico di Rettore dell’Università di Praga, egli si espresse con le seguenti parole: “Sebbene la caratteristica dei pensieri non possa essere in tutto simile a quella delle forme viventi, e si debba evitare qualsiasi forzata comparazione, tuttavia la Legge generale dell’Evoluzione e della trasformazione, se Darwin ha visto giusto, deve valere anche per essi” (Ernst Mach. L’evoluzione della Scienza. Nove Lezioni Popolari. Traduzione e cura di Massimo Debernardi. Edizioni Melquìades, Milano, 2010).
[…] non si può negare che sull’argomento ci sia un vivace dibattito che vede in prima linea insigni studiosi che, al contrario, non hanno nessun timore ad esporre i propri convincimenti. Uno di questi è Luca Cavalli Sforza, genetista e antropologo di assoluto valore internazionale, autore del saggio intitolato L’evoluzione della cultura (Codice Edizioni, Torino, 2010), dove si rimarca il valore antropologicamente adattativo della cultura e della sua evoluzione. Un altro è Giovanni Felice Azzone, patologo, epistemologo, accademico dei Lincei, autore del saggio intitolato Perché si nasce simili e si diventa diversi? La duplice nascita: genetica e culturale (Bruno Mondarori, Milano 2010), dove si attribuisce al sistema mente-cervello l’elemento di novità che consente all’uomo di coevolvere assieme alla propria cultura.
[…] Ecco che arrivano le domande. È impossibile trattenersi dal farsi domande… Ed ecco anche le risposte del Professor Rugarli, risposte che hanno dato maggior valore alle domande…

Domande e Risposte
# 1

Domanda 1. La gran parte di queste domande si riferisce all'avoluzione culturale dell'uomo. Pertanto, bisognerebbe prima rispondere alla domanda se la cultura, e quindi l’evolvere delle sue forme, può essere considerata un elemento con valenza evolutiva, potendo influire sulla selezione o sull’adattamento e tenendo conto che radicali mutamenti culturali possono instaurarsi in tempi molto brevi, mentre l’evoluzione fenotipica-funzionale sembra avere bisogno di tempi computabili in decine o centinaia di migliaia di anni.
I teologi indicano con il termine di sententia temeraria alcune affermazioni che, pur non rappresentando una evidente eresia nei confronti del dogma o del comune e condiviso sentire, tuttavia si collocano nell’errore o in stretta e pericolosa prossimità con l’errore. Non escluderei che alcune delle prossime domande, e i presupposti che vengono portati come pretesto alle domande stesse, possano essere definiti con l’espressione sententia temeraria.

Sententia temeraria, ovvero di come si può finire all’inferno

Risposta 1. Che la cultura dell'uomo, intesa come insieme di conoscenze, di credenze e di interessi, sia cambiata e continui a cambiare nel tempo è di per sé evidente. Perciò, il problema che si pone quando si parla della evoluzione culturale è se questa avvenga con meccanismi analoghi a quelli della evoluzione biologica o no. A mia memoria il primo ad affrontare formalmente questa possibilità è stato Richard Dawkins, etologo della Università di Oxford, nell’ultimo capitolo del suo libro Il gene egoista (in Italia pubblicato da Zanichelli in prima edizione nel 1979) nel quale si parla di memi, ossia di strutture elementari imitative, analoghe ai geni, trasmesse per l’appunto per imitazione attraverso la comunicazione (così come i geni lo sono con la riproduzione), casualmente deformabili nel corso della comunicazione e con deformazioni trasmissibili, se esistono le condizioni adatte per selezionarle. A ben riflettere, il discorso di Dawkins si limitava alla evoluzione del linguaggio, a spiegare perché l’inglese contemporaneo è diverso da quello di Chaucer, e non era molto persuasivo per quanto riguarda i fattori di selezione. Ma già alcuni anni prima, il Premio Nobel Jacques Monod aveva parlato della selezione delle idee, scrivendo “Il confronto tra evoluzione delle idee ed evoluzione della biosfera è un tema affascinante per un biologo poiché, se il Regno astratto trascende la biosfera ancor più di quanto questa trascenda l’universo non vivente, le idee hanno pur conservato certe proprietà degli organismi. Come questi, esse tendono a perpetuare e moltiplicare la propria struttura; come questi, esse possono fondersi, ricombinarsi, segregare il loro contenuto; come questi, infine, esse si evolvono e, in quest’evoluzione, la selezione, forse, svolge una funzione fondamentale”. E Monod si spingeva a indicare i fattori di selezione delle idee aggiungendo "È evidente che le idee dotate del più elevato potere di penetrazione sono quelle che spiegano l’uomo, assegnandogli un posto in un destino immanente, in seno al quale la sua angoscia si dissolve" (Il caso e la necessità. Saggio sulla filosofia naturale della biologia contemporanea, Mondadori, 1970, pag. 133). In realtà i fattori di selezione delle idee possono variare in un ampio ambito, che va dalla predilezione per le idee che promettono vantaggi materiali, che possono essere sacrosanti e non semplicemente egoistici, alla affermazione di ideali religiosi o filosofici. Su questo punto ci sarebbe molto da dire, ma non voglio appesantire prematuramente il discorso.
Detto questo, qualcuno potrebbe osservare che la stessa idea di evoluzione culturale è poco rilevante e non si vede che cosa possa aggiungere alle opinioni che si possono avere sui mutamenti culturali nel tempo. Io non credo che sia così e penso che l’analogia con la evoluzione biologica comporti delle conseguenze non banali. Nella evoluzione biologica a generare la variabilità sottoposta al vaglio della selezione è il caso, così si può pensare che la stessa variabilità sia generata nella evoluzione culturale dalla libertà. Si deve concludere che senza libertà non c’è evoluzione e questo può spiegare il crollo dei regimi comunisti, che erano lamarckiani e non darwiniani. Sopravvive il regime comunista cinese che si è accontentato di essere lamarckiano in politica, ma non lo è in economia. Un altro aspetto interessante è che la libertà non deve essere intesa soltanto come assenza di costrizioni, ma anche e soprattutto come libertà di immaginazione, che nella evoluzione culturale è l’equivalente delle mutazioni che sono alla base della evoluzione biologica.

# 2

Domanda 2.  In quanto uomini ci consideriamo al vertice dell’albero della vita. Siamo in cima all’albero e guardiamo l’intera biosfera dall’alto in basso. L’alto è sinonimo di qualità. Più si sta in alto, più si è migliori. Questo assunto potrebbe essere discutibile. Più complesso non vuol dire necessariamente migliore (bisognerebbe prima definire che cosa si intende per migliore).  Più intelligente non significa necessariamente più adatto: bisogna mettere in relazione l’essere adatti con la nicchia cui si appartiene. Ma anche all’interno della nicchia di riferimento possono esistere esseri meno intelligenti ma più adatti (si può fare una certa ironia su questa proposizione). Una domanda di partenza potrebbe quindi essere: l’uomo è davvero dominante nella biosfera? Credo che pochi potrebbero rispondere affermativamente senza esitazione. E poi, come si misura l’essere più o meno adatti? In individui per metro quadro? Per superficie di terra colonizzata? Per peso totale della biomassa di una determinata specie? Per numero assoluto di individui?

Risposta 2. Mi pare che la domanda secca sia: l’uomo è veramente il culmine della evoluzione biologica? Mi sentirei di rispondere di sì. Infatti, nessuna altra specie animale ha una evoluzione culturale e perciò una storia. Ci si potrebbe azzardare anche ad affermare, che, dal punto di vista biologico, l’uomo rappresenta un punto nel quale l’evoluzione si è arrestata. Infatti, per acquisire delle qualità somatiche superiori occorrerebbe che gli individui che le posseggono avessero più discendenza, e cioè si accoppiassero preferenzialmente e si riproducessero più degli altri. Ma questo contraddice alcuni tratti distintivi della natura umana che, come ho detto precedentemente, presuppone la libertà e l'immaginazione. I nazisti ci provarono, cercando di adottare per la popolazione della Germania le stesse tecniche degli allevatori di bestiame, ma i risultati sono stati fortemente negativi. E poi, quali sono le caratteristiche somatiche superiori, esser alti, biondi e dolicocefali o essere più intelligenti? Si sarebbe inclini a optare per la seconda scelta, posto che l'intelligenza, qualità difficile da definire, sia geneticamente determinata (per me è possibile che lo sia in parte, ma è largamente influenzata da quei condizionamenti che determinano l'evoluzione culturale). Ma è difficile che il cosiddetto assortative mating, ossia l’accoppiamento privilegiato in base a certe caratteristiche, avvenga prevalentemente in base all'intelligenza dei partner, e poi che le coppie più intelligenti abbiano più figli delle altre. Anzi, il genetista Theodosius Dobzhansky (L’evoluzione della specie umana, Einaudi, 1965) scrisse che le coppie più intelligenti sono probabilmente più efficienti nel controllo delle nascite e che perciò è verosimile che abbiano meno discendenza. Il risultato sarebbe, nel tempo, una diminuzione e non un aumento della intelligenza umana. Perciò, è ragionevole pensare che, dal punto di vista biologico, l’evoluzione della specie umana è conclusa ed è sostituita dall'evoluzione culturale.
Questo non deve spingerci a peccati di orgoglio. In termini numerici la specie umana si è accresciuta nel tempo, soprattutto nell’ultimo secolo, ma questo non significa che sia la più potente. Per esempio, l’umanità rischierebbe di essere sterminata se emergesse un virus che venisse trasmesso facilmente come quello influenzale, ma che avesse le stesse caratteristiche del virus HIV, causa dell'AIDS, condizione nella quale chi è infettato resta apparentemente sano per un lungo periodo pur essendo contagioso. Comunque, è certamente vero che esistono nicchie ecologiche nelle quali esseri umani con minore intelligenza, ma più attrezzati ad affrontare certe difficoltà dell’ambiente, possono cavarsela meglio. Ma questo vale fino a un certo punto, perché la cultura finisce sempre per venire in soccorso di chi all’inizio era più debole. Alla fine, Robinson Crusoe se la cava meglio di Venerdì.

Robinson Crusoe con Venerdì

Nel prossimo post di questa serie alcune altre Domande e Risposte.