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sabato 7 aprile 2018

DOMANDE E RISPOSTE SULL'EVOLUZIONE – VII^ parte

In questa settima puntata di Domande e Risposte sull’Evoluzione si affronta il tema dei rapporti tra adattamento al territorio, evoluzione biologica ed evoluzione culturale, nell'ipotesi che eventuali differenze tra diversi gruppi umani possano trovare origine nell'adattamento a territori differenti. È un tema, questo, che porta ai più che discutibili costrutti riguardanti “razze”, geni, e cultura: un tema che – in auge durante il periodo colonialista – richiamato da nuovi razzismi striscianti sta ricomparendo nel dibattito pubblico, a causa dei sommovimenti migratori in atto.

Domande e Risposte
# 13

Domanda 13. In questa serie di trenta domande si fa implicitamente riferimento al quadro di un evoluzionismo darwiniano caratterizzato dalla selezione operata dall'ambiente, in tempi molto lunghi, sugli individui, e sul fatto che le varietà più adattate a un certo particolare ambiente possano trasformarsi, a lungo andare, in specie autonome.

In questo contesto concettuale ci si potrebbe chiedere: "Quanto dell’originale impostazione darwiniana è rimasta nelle moderne correnti del pensiero evoluzionistico?". "Quanto l’idea originale di Darwin, e quanto le concezioni evoluzionistiche più attuali, possono contemplare gli elementi culturali tra i fattori selettivi o adattativi rilevanti ai fini di una evoluzione dell’uomo?". E ancora: "Fino a che punto gli elementi culturali possono essere visti come fattori adattativi rilevanti a determinare, in certi tempi e in certi luoghi, il prevalere di alcune varietà umane su altre?". 
Mi piace ricordare, a questo proposito, il bel saggio (premio Pulitzer) dell’antropologo Jared Diamond: Armi, acciaio e malattie: breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni (Einaudi, 2005). In questo saggio Diamond afferma che il prevalere di alcune società umane su altre (per esempio gli spagnoli sui popoli dell’America centromeridionale dopo la spedizione di Cristoforo Colombo) non ha nulla a che vedere con la genetica o con l’intelligenza, ma ha a che vedere con l’adattamento delle popolazioni a cogenti limiti del territorio: geografici, orografici, e di risorse. Sono state (soprattutto in passato, ma possono tuttora essere) le caratteristiche dell’ambiente a determinare tempi, modalità e direzione dello sviluppo tecno-socio-culturale nelle diverse varietà umane.

Cristoforo Colombo e i nativi

Risposta 13. Quando Darwin espose le sue teorie non erano noti i meccanismi della ereditarietà. Perciò, la più importante trasformazione del pensiero evoluzionistico è avvenuta con il cosiddetto neodarwinismo, che ha spostato dal soma ai geni i soggetti dell’evoluzione e ha individuato nelle mutazioni l’origine della variabilità sulla quale si esercita la selezione. Non sono un esperto della materia, ma mi pare che questo sia il più importante cambiamento del pensiero originale di Darwin, mentre non credo che l’esistenza di correnti differenti del pensiero evoluzionistico moderno metta in discussione l’impostazione propria del darwinismo e del neodarwinismo.

So bene che l’esistenza di interpretazioni differenti dei meccanismi dell’evoluzione biologica è sfruttato dai fautori del creazionismo per contestare tutta la teoria. Qualche tempo fa, si è tenuto in Italia un convegno, intitolato più o meno Verso il tramonto di una ipotesi”, promosso da una persona autorevole in campo accademico e dichiaratamente ostile alla teoria dell’evoluzione biologica, il quale al tempo del convegno era vice-presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Sarebbe perciò il caso di definire meglio la distinzione tra un’ipotesi e una teoria. A mio parere un’ipotesi è un atto immaginativo non ancora sottoposto a tentativi di falsificazione, mentre una teoria è un atto simile che ha resistito a vari tentativi di falsificazione, che è precisamente la connotazione che Karl Popper ha individuato per le teorie scientifiche [nota: Popper usa il termine "falsificare" nella accezione di "confutare sulla base di nuove prove"]. Ne consegue che le tutte le teorie scientifiche non sono verità eterne, e potrebbero sempre essere falsificate da osservazioni o esperimenti che possono aver luogo nel futuro. Perciò, considerare solo la teoria dell’evoluzione biologica come provvisoria e declassarla al ruolo di ipotesi è una scorrettezza epistemologica. Si aggiunga che il creazionismo non è falsificabile in linea di principio e perciò non può essere considerato una teoria scientifica
Molti di questi critici trascurano le recenti scoperte della biologia molecolare che, dalla omologia di molecole proteiche e di patrimoni genetici tra le specie oggi esistenti, hanno potuto ricostruire il tempo più o meno remoto nel quale i loro precursori si sono separati. Da questo punto di vista l’evoluzione si è trasferita dagli organismi interi alle molecole di cui sono fatti. È proprio del linguaggio biologico moderno dire che una molecola si è più o meno “conservata” a seconda che sia più o meno diversa in specie differenti. Per fare un esempio attinente agli interessi scientifici che coltivo, negli anni recenti sono stati scoperti sulle cellule presentanti gli antigeni ai linfociti dei recettori che sono stati chiamati Toll-like receptors perché hanno strette omologie con la molecola Toll, che fu dimostrata nel 1985 nella Drosophila, un moscerino molto impiegato negli studi genetici del passato. L’idea che la Drosophila e i mammiferi, incluso l’uomo, abbiano delle strutture molecolari simili, e perciò molto conservate, è in accordo con l’origine comune in tempi remotissimi tra specie tanto diverse. Perciò, l’idea di una evoluzione biologica determinata dalla selezione di eventi casuali, come mutazioni, ricombinazioni e duplicazioni genetiche è perfettamente plausibile (tutti eventi per i quali l’esperienza ha dimostrato che possono avvenire in natura solo per caso). Io credo che sia questo il nucleo duro della teoria biologica al quale aderiscono anche scienziati con idee molto diverse, come Richard Dawkins e Stephen Jay Gould, le cui controversie si pongono entro e non pro o contro questo nucleo.

Drosophila

La domanda, però, non implica solamente la coerenza del pensiero evoluzionistico moderno con l’impostazione originale di Darwin, ma anche la possibilità che questo pensiero (biologico) debba includere le sue implicazioni culturali e che le peculiarità della evoluzione culturale abbiano avuto conseguenze … ai fini dell’evoluzione dell’uomo o, più verosimilmente … come elementi co-determinanti alla prevalenza (territoriale o universale) di alcune varietà umane su altre”. In una parola, se ho capito bene, la domanda è se vi sia una reciproca influenza del biologico sul culturale e del culturale sul biologico.

Per quanto riguarda la seconda possibilità in campo umano, mi sono già espresso precedentemente, quando ho parlato della influenza di modelli culturali sui matrimoni e sulla progenie che ne deriva, anche se ho escluso che questo possa condurre alla comparsa di nuove specie umane. Più importante è discutere sulla prima possibilità, ossia che l’evoluzione culturale sia stata originata grazie ad assetti genetici che la favorivano. Che questo sia avvenuto alla origine della nostra specie è di per sé evidente. È chiaro che senza cervello non è possibile avere idee e che la specie umana si è evoluta soprattutto nella struttura del cervello. Ma il punto in discussione è precisamente la prevalenza territoriale o universale di quelle che nella domanda sono chiamate varietà umane e che io preferirei chiamare popolazioni. Ossia, sono queste popolazioni prevalenti o meno perché dotate di patrimoni genetici differenti, che le hanno rese più o meno intelligenti?
Su questo punto occorre essere cauti. Il banale buonsenso ci dice che, tranne che in circostanze estreme, come nel caso di menomazioni ereditarie o di esseri superdotati, quello che è dovuto alla variabilità genetica è di secondaria importanza in un essere umano. Non dubito che essere belli o brutti, qualità per le quali la genetica ha la sua importanza, non sia rilevante, soprattutto per una donna. Ma forse è più importante essere più o meno intelligenti. Naturalmente, su questo punto non mancano coloro che sostengono con passione che l’intelligenza è prevalentemente se non esclusivamente ereditaria. Si tratta per lo più di persone con una certa propensione al razzismo e che danno per scontato che essi stessi sono tra i fortunati che hanno ereditato una intelligenza elevata. Ma, pur non disconoscendo un ruolo della genetica nelle attitudini di una persona, anche in quelle intellettuali, per non parlare di quelle artistiche, io credo che questo da solo non basti a definirne la sua unicità. Che dire, infatti, della bontà o di altre qualità morali? Anche queste sarebbero geneticamente determinate?  Un essere umano, una persona, è definito da una tale complessità di qualità, che attribuire la sua unicità alla genetica significa privarlo del privilegio della cultura, ridurlo alle condizioni di una animale senza storia.

Intelligenza e tipi umani: la visione colonialista tra Settecento e Ottocento

Non è un caso che, nella ricerca scientifica con modelli animali si impieghino ceppi di topi o ratti “inbred”, discendenti da ripetuti accoppiamenti tra fratello e sorella, fino ad avere individui tutti geneticamente identici. Che un topo “outbred” abbia una individualità genetica è ammissibile, ma a livello della sua vita animale. Ma mi rifiuto di credere che questo valga anche per l’uomo. Negli ultimi tempi in cui facevo il primario, salendo le scale, mi occorreva di incontrare un uomo anziano, chino a strofinare i gradini alla pulizia dei quali era dedicato il suo lavoro. Non so nulla di quell’uomo, ma ritengo poco probabile che avesse il tempo e la voglia di dedicarsi ad attività intellettuali. Forse era migliore di me sul piano morale, ma è certo che era infinitamente inferiore sul piano sociale, con tutte le conseguenze che questo comporta. Questo dipendeva forse dal diverso patrimonio genetico di noi due, io professore universitario e primario e lui uomo delle pulizie, o dipendeva al contrario dalle diverse opportunità di educazione e di studio che avevamo avuto, per le quali io ero stato fortunato e lui no?
Per concludere, sono dispostissimo ad ammettere che la selezione di patrimoni genetici differenti sia stata favorita in popolazioni sottoposte a diverse condizioni ambientali, per esempio la pelle scura per chi vive ai tropici e altre caratteristiche, per esempio un aumento del rapporto tra massa e superficie corporea, per chi vive in climi freddi, ma mi rifiuto di credere che questo influenzi l’evoluzione culturale. Come ho già detto, la sua propagazione è orizzontale e richiede solo la comunicazione, e non ha niente a che vedere con la trasmissione di geni. L’importante è che con l’evoluzione si siano sviluppate certe capacità intellettuali, ampiamente diffuse negli umani, che hanno reso possibile, per puro caso, la scintilla che ha dato origine all’evoluzione culturale. Se diverse popolazioni hanno sviluppato culture differenti è per la loro segregazione geografica e non per i loro pur differenti patrimoni genetici.


martedì 6 febbraio 2018

I VELI DI SALOMÈ E I SEMPRE NUOVI LABIRINTI

La Salamandra messicana è in grado
di rigenerare organi amputati

Il nome di Voltaire (1694-1778), filosofo, letterato, drammaturgo, saggista, ecc., evoca il sorgere dell’epoca “moderna”, l’epoca del grande entusiasmo illuminista per il sapere razionale, per l’Encyclopédie di Diderot, d'Alembert, Condorcet e compagnia bella. Non tutti sanno che egli fu un naturalista empirico e che aveva fatto esperimenti sulla rigenerazione di interi organi in organismi molto semplici come certi vermetti: in questi esperimenti, egli cercava di capire come fosse possibile che ad alcuni di questi vermetti, una volta decapitati, la testa successivamente ricrescesse.  

Luigi XVI, ghigliottinato il 21 gennaio 1793 in Place de la Concorde da quella rivoluzione che si richiamava, anche, al pensiero di Voltaire, gli sarebbe potuto essere grato se avesse scoperto qualcosa di più sulla rigenerazione della testa. Purtroppo, Voltaire non poté risolvere il mistero e il re non ne poté beneficiare. Voltaire, però, animato dall’ottimismo illuminista, si disse fiducioso sul fatto che, prima o poi, la scienza sarebbe riuscita a svelare il mistero (l’aneddoto su Voltaire è riportato su un numero della rivista Nature del 2013: vedi al LINK).

Decapitazione di Luigi XVI
Fu nel più puro spirito illuminista che ci fu promesso – a partire dagli anni ottanta del secolo scorso – che il sequenziamento completo del genoma (quello umano e anche quello degli altri organismi) avrebbe consentito di risolvere tutti i misteri della biologia. Voltaire avrebbe abbracciato con entusiasmo il progetto. Promesse irrealistiche a parte, qualche piccolo velo comincia finalmente a cadere. Salomè ha iniziato a danzare.
  
La danza di Salomè
La rivista di divulgazione scientifica POPULAR SCIENCE ha recentemente pubblicato un articolo (che una cara amica si è affrettata a inoltrarmi) intitolato SVELATO IL SEGRETO DELLA RIGENERAZIONE (vedi al LINK), in cui si riferisce che diversi gruppi di lavoro stanno lavorando al problema, anche se quello di Luigi XVI dovrà aspettare parecchio prima di essere risolto.
Attraverso il sequenziamento completo del genoma della Salamandra e della Planaria (il vermetto di Voltaire) si è scoperto non tanto che questi organismi possiedono un gene della ricrescita”, ma piuttosto che in entrambe le specie sono assenti interi blocchi di geni che sembrano essere d'importanza vitale per tutti gli altri organismi, poiché si tratta di geni direttamente implicati nello sviluppo degli organismi o nella riparazione del DNA.  

È caduto, dunque, un piccolo velo riguardo alla capacità di rigenerare gli organi, benché il mistero sia ben lungi dall’essere svelato. La caduta di questo velo ha però subito mostrato due altri inquietanti misteri. Il primo è come facciano a sopravvivere questi organismi che non possiedono geni che sono d'importanza vitale per tutti gli altri organismi. Il secondo mistero è che una precisa caratteristica, vale a dire la capacità di rigenerare gli organi, non è associata alla presenza di geni specifici ma all’assenza di geni. È evidente che ne sappiamo poco: anzi, ne sappiamo meno di quel che presumevamo di sapere. Vengono in mente le parole che Alexander von Humboldt (1769-1859) scrisse nell’introduzione a Kosmos, la sua grande opera enciclopedica sulla Descrizione fisica del Mondo: Ogni passo che compiamo verso la pura conoscenza della Natura ci introduce alla soglia di altri labirinti”.

La genetica e i geni si mostrano assai più complessi di quello che, ottimisticamente, ci eravamo immaginato. I geni non sono i tasti di un computer battendo i quali possiamo scrivere parole, frasi, romanzi, poesie: essi sono il computer stesso, e noi siamo ben lontani dal sapere anche solo come questo computer si accende e si spegne. Salomè si è trasformata nell’Idra dalle sette teste, la quale (con buona pace di Luigi XVI) rigenerava immediatamente le teste che le venivano tagliate.  

Idra dalle sette teste




giovedì 16 giugno 2016

DNA: NUOVA ICONA DELLA CULTURA POP - MIX DI DETERMINISMO, MISTICISMO E CYBERPUNK

«Qual è il DNA del marchio Explorer?», chiesi. La direttrice del marketing saltò su e disse che il DNA dell'Explorer era "lo spirito americano" (da: Sergio Zyman. La fine della pubblicità. Le nuove tecniche e le strategie della pubblicità. Armando, Roma 2005, p. 23). 


BREVE STORIA DELLA GENETICA E DEL DNA

Nel 1866 l'abate moravo Gregor Mendel pubblicò i risultati dei suoi esperimenti sulla trasmissione dei caratteri morfologici di una pianta: il Pisum sativum. Il 18 aprile 1905, il naturalista inglese William Bateson usò per la prima volta la parola "genetica" per indicare la disciplina che studia le leggi dell'ereditarietà. Nel 1909, il botanico danese Wilhelm Johannsen usò l'espressione tedesca "das gen" per indicare l’entità molecolare in cui è contenuta l’informazione biologica riguardante i caratteri ereditari. Nel 1952, Rosalind Franklin e Raymond Gosling realizzarono la famosa Foto 51 che mostra l'aspetto del DNA cristallizzato osservato mediante la tecnica della diffrazione ai raggi X. Nello stesso anno, Maurice Wilkins sottrasse a Rosalind Franklin la Foto 51 per mostrarla a Francis Crick e James Watson: osservando la foto, i due scienziati immaginarono una molecola a forma di doppia elica. 

Una rappresentazione della molecola di DNA e, a destra, la Foto 51 scattata da Rosalind Franklin. 

Nel 1962, Watson, Crick e Wilkins ottennero il premio Nobel per la medicina: a Rosalind Franklin e a Raymond Gosling neppure un grazie.
In sintesi, la genetica è la disciplina che studia la trasmissione ereditaria dei caratteri e come questi vengono costruiti a partire dall’informazione contenuta nei geni. Questi sono costituiti da particolari sequenze di DNA, una macromolecola complessa costituita da una lunga sequenza di molecole più piccole, chiamate nucleotidi.
Questa è la più breve e incompleta storia della genetica e del DNA mai scritta. Quella che segue è una storia diversa e riguarda le idee che la cosiddetta cultura popolare (POP) tende a trasmettere quando utilizza i termini DNA, geni, genetica.

Rosalind Franklin, autrice della Foto 51

NATURA VS CULTURA: UNA QUESTIONE ANTICA

Quando si parla di genetica, di geni e di DNA, si parla di un apparato per la trasmissione di informazioni necessarie per la costruzione di qualunque organismo vivente. L’immagine che questo apparato richiama alla mente è quella di una catena di montaggio: una sequenza fissa e predeterminata di operazioni che produce una sequenza fissa e preordinata di risultati. In questa immagine di rigidità c’è la radice fondante di quello che prende il nome di determinismo genetico, vale a dire l’idea che siano i geni, ovvero l’informazione che essi veicolano, a determinare come un organismo si forma, come esso agisce e come si comporta. È molto probabile che questo determinismo sia molto rigido negli organismi più semplici: virus, batteri, protozoi. Tuttavia, là dove le relazioni con l’ambiente e con gli altri individui sono più complesse, è verosimile che altri elementi, oltre alle pure informazioni genetiche, entrino in gioco a dettare i comportamenti individuali. In molte specie sociali, l’imitazione, l’apprendimento e la trasmissione culturale giocano un ruolo rilevante nel modulare i comportamenti individuali e collettivi. Nella specie umana ciò è particolarmente evidente.

Fin dal 18° secolo si è molto dibattuto tra filosofi, scienziati e teologi se il comportamento dell’uomo fosse maggiormente determinato dalla sua natura o dalla sua cultura. Il dibattito non è rimasto confinato ai piani alti del sapere ma ha rapidamente pervaso la cultura popolare, con le sue credenze, le sue manifestazioni istintive, le sue rappresentazioni iconiche. Va da sé che all’interno di questo dibattito i termini DNA, gene e genetica giochino decisamente a favore della natura, e certamente non a favore della cultura.

Gli odierni messaggi pubblicitari fungono da indicatore sensibile, ancorché indiretto, della generale percezione del ruolo prevalente della natura sul condizionamento dei comportamenti individuali. Qualche decennio fa, nella pubblicità prevalevano meccanismi di identificazione riguardanti il ruolo sociale di genere (un ruolo per metà biologico e per metà culturale), tanto che il maschio veniva invitato a identificarsi nell’uomo che non deve chiedere, mai e la femmina era invitata a identificarsi nella regina della casa, vedi il famoso dialogo «Or che bravo sono stato posso fare anche il bucato?». «No, in casa c'è chi il bucato lo fa meglio di te!» (da Carosello: spot lavatrice Candy, 1962). In anni molto più recenti, entrati in crisi certi ruoli sociali, i pubblicitari evocano l’identificazione emotiva dell’acquirente (maschio o femmina che sia) affidandosi ai più moderni determinismi genetici: Fai il test di Land Rover per scoprire se anche tu hai il gene dell'avventura DRD4-7R. In casi come questo, il richiamo genetico ha la marca di un determinismo che vuol rendere virtualmente impossibile opporsi al comportamento innato invocato dal pubblicitario e che funge anche da comodo alibi per l’acquirente, nel caso egli sia propenso a cedere alla tentazione propinata dal venditore. Siamo di fronte a una forma di essenzialismo, l’essenzialismo genetico*: geni e DNA vengono percepiti come una sorta di volontà divina, di destino, oppure assumono la forma più laica di microprocessori che determinano i vari aspetti – fisici, caratteriali, comportamentali – della persona (*l’essenzialismo si riferisce all’idea che esistano principi o sostanze da cui tutto il resto discende).

Oggi, nella cultura POP il determinismo e l’essenzialismo genetico sono decisamente prevalenti: la natura batte la cultura. Ma non è sempre stato così. L’attuale visione DNA-deterministica ha cominciato a diventare prevalente nell’ultimo decennio del novecento con gli sviluppi del famoso Progetto Genoma che cercava all’interno del DNA risposte a moltissimi problemi biologici. Taluni scrutatori dei segreti del genoma facevano però anche subdolamente intendere che là dentro, nel DNA, si sarebbero potute anche trovare risposte deterministiche a fatti (comportamenti, propensioni, credenze, ecc.) che sono abitualmente considerate il frutto di libere scelte individuali. È chiaro che trovare risposte di questo genere avrebbe minato alla radice ogni idea di responsabilità personale e di libero arbitrio, con tutte le conseguenze sociali, giuridiche, politiche, educative, ecc. che ci si può immaginare. Al contrario, nel modo di vedere largamente popolare tra gli anni 60 e gli anni 80 del novecento, si tendeva ad attribuire alle condizioni ambientali e alla “società” nel suo complesso la ragione dei comportamenti umani, sociali o antisociali che fossero. In parole povere, se qualcuno si comportava male, la colpa era quasi sempre della società. Se in quegli anni l’individuo trovava comodo scaricare le proprie colpe sulla “società”, oggi trova altrettanto comodo imputare le proprie colpe e le proprie debolezze a un determinismo genico in cui si vuole iscrivere il destino di ciascuno.

DETERMINISMO, MISTICISMO, CYBERPUNK

Il determinismo genico, così in auge oggi nella cultura popolare, traspare da infiniti messaggi da cui siamo bombardati senza sosta. Da questi messaggi appare evidente che geni e DNA sono termini su cui scarichiamo volentieri le responsabilità individuali e sui quali viene anche caricato il peso di temi intimi e profondi che hanno a che fare con il destino, con l’anima, e anche con la laicissima idea che sia desiderabile manipolare il nostro destino attraverso la manipolazione del nostro stesso DNA (aspirazione cyberpunk). Nella cultura POP, dunque, determinismo, misticismo e cyberpunk si mescolano in un tutt’uno indistinto: a questo mescolamento dedico l’ultima parte di questo post.

Cyberpunk. Manipolare il DNA e manipolare il nostro destino
Altri prima di me hanno bene evidenziato questo rimescolamento tra DNA, destino e misticismo. Così afferma, per esempio, Paolo Somaggio nel suo Umano post umano: i rischi di un uso ideologico della genetica: «Invece che un pezzo di informazione ereditaria, il gene è diventato la chiave delle relazioni umane … Invece di un’importante molecola, il DNA è diventato l’equivalente secolare dell’anima univoca col potere di render conto del male e del destino».  Che il DNA si stesse trasformando da molecola a icona culturale di valenza mistica lo avevano già affermato fin dal lontano 1995 fa due sociologhe americane, Dorothy Nelkin e Susan Lindee, nel saggio The DNA Mystique: The Gene as a Cultural Icon.

Qui di seguito, vedremo che tramite l’uso del termine DNA si gioca una partita, non sempre pulita, su valori della massima importanza, vale a dire quello di libertà e quello di responsabilità.

Internet costituisce una miniera quasi inesauribile di esempi di come la cultura POP usi la parola DNA e di quali significati le attribuisca. Qui, riporto alcuni di questi esempi, suddividendoli in categorie in base alla “funzione” che il termine DNA acquisisce nel contesto del messaggio e nell’intenzione di chi lo utilizza (per ogni categoria, cliccando sull’esempio evidenziato si viene reindirizzati all’immagine o al filmato corrispondente).
  1. Identificazione con le proprie passioni:Il desiderio di scoprire è nel tuo DNA”. “Il golf nel tuo DNA”. “Il ciclismo è nel mio DNA”.
  2. Lusinga di presunte capacità professionali (molto rappresentata in ambito marketing, risorse umane, formazione professionale): “Il successo è nel tuo DNA”. “La leadership è nel tuo DNA”. “Saper vendere è nel tuo DNA”.
  3. Borsa degli attrezzi (per riprogrammare se stessi e vivere meglio)“I geni della felicità: scopri il potenziale del tuo DNA”. “Sviluppa l’amore universale attivando il gene OM del tuo DNA”. “Riparare il proprio DNA per compiere il cambiamento definitivo della propria vita”. “Esprimi consapevolmente tutto il potere del tuo DNA”. “Arresta l’invecchiamento migliorando il tuo DNA”. “Come liberare le infinite potenzialità del proprio DNA per stare meglio”. “Migliora il DNA col cibo”. “DNA e immortalità: pensare positivo ripara il DNA e allunga la vita”. “Potenzia il tuo DNA in sedute di soli 30 minuti”. 
  4. DNA e salute (una miniera di soldi facili):
  5. Messaggio spam pervenuto nella mia casella di posta elettronica

  6. Determinismo divino: “DIO non ha mai sbagliato. Se ti ha fatto nascere è perché tu sei di successo. Il successo è nel tuo DNA”. “DIO ha messo nel tuo DNA la chiave per accedere a tutta l’abbondanza del mondo”. “Se sei nato per lo sport è perché DIO ha messo nel tuo DNA i geni per essere sportivo”. “DIO è nei tuoi geni". 
  7. Determinismo laico: “Sei grasso? È un po’ colpa del tuo DNA”. “Non riesci a smettere di fumare? La colpa è del tuo DNA”. "Il gene gay esiste. Questa è scienza!". 
  8. Determinismo subdolo: (nel caso qui riportato il determinismo genico non viene abolito ma viene fatto slittare dalla sequenza del DNA ai meccanismi di trascrizione dell’informazione): “Perché il DNA non è il tuo destino”.   E pensare che avevamo sperato di aver ritrovato la via del libero arbitrio!

CONCLUSIONE

La cultura POP dice le cose, non come stanno (sempre che qualcuno sappia come davvero stanno le cose), ma come il comune sentire di una certa epoca desidera che le cose stiano. Secondo la biologia ufficiale, il DNA può dirci qualcosa sul “come siamo fatti”, ma può dirci poco sul “chi o che cosa” siamo o “chi o che cosa” siamo destinati a diventare. Chi siamo e chi saremo, dipende in larga misura dalle relazioni che abbiamo intessuto e intesseremo nel corso della nostra esistenza. In un’epoca in cui, a livello globale, il senso di responsabilità personale sembra entrato in crisi e la volizione individuale sembra essere schiacciata da cose molto più grandi del singolo individuo (es. globalizzazione economica), l’idea di poter assegnare ad altri le responsabilità che dovrebbero essere nostre è molto invitante. La cultura POP ha trovato in varie libere rappresentazioni del DNA (sia di valenza laica che di valenza religiosa) un efficace strumento cui cedere quid di libertà in cambio di riduzioni di responsabilità. Il fatto che la cultura popolare si affidi alle interpretazioni di strumenti che ritiene scientificamente fondati (anche quando palesemente non lo sono) complica ulteriormente le cose perché il trasferimento dei nostri desideri su un oggetto di natura “scientificamente provata” può avvenire in perfetta buona fede. Questo transfer avviene con la complicità di un meccanismo psicologico che la giornalista Sian Townson spiega in modo semplice sulle pagine del Guardian: «Quando siamo propensi a credere a un fatto che reputiamo scientifico, adottiamo un criterio di validazione altrettanto “scientifico”: ci guardiamo attorno per cercare delle prove a sostegno di quel fatto. Purtroppo, però, finiamo inevitabilmente coll’ignorare le infinite prove che confutano quel medesimo fatto».
Se le cose stanno così, di fronte a una cultura POP che è lo specchio dei nostri desideri profondi e di fronte a meccanismi psicologici che giocano contro noi stessi, diventa sempre più difficile vedere come le cose stanno davvero. CHI CI SALVERÁ?