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mercoledì 31 luglio 2019

LA STRANA E POCO NOTA ORIGINE DEL TERMINE DARWINISMO


Oggi non vi è persona che leggendo o ascoltando la parola “darwinismo” non pensi alla teoria dell’evoluzione, resa famosa da Charles Darwin con le sue più famose opere sull'argomento: L’Origine delle Specie (1859) e L'Origine dell'Uomo e la selezione sessuale (1871). 

L'espressione “darwinismo” riassume in un unico termine tutto ciò che fa capo alla teoria sviluppata da Darwin e agli ulteriori sviluppi apportati alla teoria originale in seguito alle successive scoperte. Sorprendentemente però, l'espressione nasce in un contesto differente, un contesto poetico, e di questa storia ben pochi sono al corrente.

Samuel T. Coleridge
Tutto comincia con Samuel Taylor Coleridge (1772-1834), il famoso poeta che assieme a William Wordsworth (1770-1850) diede vita al movimento romantico nella poesia inglese. A questo movimento aderiranno molti nomi inglesi famosi (John Keats, Percy e Mary Shelley, William Blake, George Byron): nell’Ottocento, il romanticismo diverrà il movimento poetico dominante in tutto l’Occidente. Coleridge coniò il termine “Darwinizing” (darwinizzante) in riferimento allo stile poetico di Erasmus Darwin, il poliedrico nonno di Charles. In breve tempo, il termine “Darwinism” (darwinismo) sostituì il più complicato “darwinizzante”, ma sempre in riferimento alla poetica di nonno Erasmus.

Erasmus Darwin
Tutto ciò richiede una spiegazione.
Erasmus Darwin (1731-1802) fu uno dei maggiori rappresentanti del pensiero illuministico in Inghilterra. Medico di professione, era anche un valente naturalista, appassionato di fossili, sostenitore delle tesi trasformistiche che anticipavano quelle evoluzionistiche. Fu anche un attivo sostenitore dei movimenti a sostegno del diritto alla scolarizzazione delle donne, e un convinto attivista per l'abolizione dello schiavismo.

Icona simbolo della Società Inglese contro la Schiavitù
Fu anche un fervido inventore ed inventò, tra le altre cose, due dispositivi che fanno di lui un visionario antesignano: una macchina “parlante” con “laringe” meccanica, e una sorta di fotocopiatrice in grado di riprodurre documenti. Fu amico di Benjamin Franklin, simpatizzò per la rivoluzione americana e per quella francese.

Oltre a tutto ciò, Erasmus fu anche poeta e pubblicò alcuni saggi naturalistici in forma di poema epico. Il poema scientifico di maggior successo fu The Botanic Garden (Il Giardino Botanico), un’opera monumentale in rima baciata, il cui scopo era la divulgazione scientifica a livello enciclopedico, includendo la botanica e le scienze naturali, le più recenti scoperte scientifiche (tra cui l'elettromagnetismo), la storia del cosmo. Il frammento qui riportato (sulle forze geologiche) ne è un minuscolo esempio.

The Giant-Power that forms earth's remotest caves
Lifts with strong arm her dark reluctant waves.
Each cavern'd rock, and hidden den explores,
Drags her dark Coals, and digs her shining ores.[1]

Samuel Coleridge che considerava Erasmus “il più inventivo dei filosofi della natura” aveva quindi coniato un termine, Darwinizing, per descrivere il particolare talento poetico (più tecnico che lirico) di Erasmus. Un altro poeta romantico, Percy Shelley (1792-1822), prendeva un po’ in giro lo stile artificioso e ampolloso di Erasmus che egli non apprezzava gran che, e definiva il suo successo editoriale come “il vortice popolare del Darwinismo” (the popular vortex of Darwinism).[2] Al contrario, la moglie di Percy, Mary Shelley (1797-1851), ricorreva volentieri ad alcune immagini “romantiche” evocate nei poemi di Erasmus, e ricorse ai suoi scritti divulgativi e agli esperimenti sul galvanismo effettuati dallo stesso Erasmus per creare un appiglio “scientifico” alla forza vitale che avrebbe dato vita e forma a Frankenstein, il moderno Prometeo (1818).
Nella prefazione al suo Frankenstein, la Shelley recita infatti: «Il caso di cui tratta questo romanzo è stato giudicato non impossibile a verificarsi dal dottor Darwin e da alcuni fisiologi tedeschi». Con Frankenstein, Mary Shelley diede origine a un genere letterario: quello della fantascienza. Si può pertanto affermare che gli scrittori di genere che di lì a poco seguiranno (Robert Stevenson, Bram Stoker, Edgar Allan Poe, Oscar Wilde, George Herbert Wells) affondano in qualche modo le proprie radici narrative nella popolare e immaginifica divulgazione scientifica di Erasmus.
Verso gli anni ’40 dell’Ottocento, il Romanticismo come rivoluzione letteraria e la Rivoluzione Industriale come sconvolgimento socioeconomico sfumano in altri movimenti letterari e sociopolitici. Nasce l’era vittoriana, con la sua letteratura, la sua economia, le sue contrapposizioni ideologiche, la sua scienza. E a questa nuova era appartiene il giovane nipote di Erasmus, Charles. Le sue idee rivoluzionarie sconvolsero l'immagine che l’uomo aveva di se stesso, che passa dalla somiglianza a Dio a quella di un cugino non troppo lontano delle scimmie. Molti non accetteranno mai tale ipotesi. Da allora, il termine “Darwinismo” passa di mano, non più ad indicare lo stile poetico del nonno, ma ad indicare le ben più eterodosse idee del nipote.  

Charles Darwin



[1] L'enorme potenza che forma le grotte più remote della terra / solleva con braccio forte le sue onde scure e riluttanti. / Ogni caverna di roccia, e la tana nascosta esplora, / trascina i suoi carboni scuri, e scava i suoi minerali lucenti.
[2] James T. Costa. Wallace, Darwin, and the Origin of Species. Harvard University Press, 2014. ebook Kindle. Posizione del Kindle: 4678.

giovedì 28 febbraio 2019

DOMANDE E RISPOSTE SU L'EVOLUZIONE - XXI^ e ultima parte

In questa puntata il professor Rugarli risponde a una domanda sul tema della unicità dell'uomo e come questa sia venuta realizzandosi attraverso l'evoluzione biologica e culturale.

Ogni specie è nel contempo unica, frutto di variazioni e fenomeni di selezione che hanno prodotto discontinuità in una catena continua di organismi. Le specie esistenti sono quindi uniche ma in qualche modo anche contigue.  Troppo spesso, però, guardando alla propria unicità, l'uomo, sentendosi dotato di attributi unici, è anche portato a sentirsi speciale. É in questo territorio che quest'ultima domanda si muove.


Alla radice dell'unicità della specie umana


Domande e Risposte
# 30

Domanda 30. Che cosa ha fatto la natura per creare l’uomo quale organismo che, a quanto ci è dato di sapere, sembra essere in grado di possedere numerosi attributi unici che gli consentono di fare cose che nessun altro organismo è capace di fare? E se la natura ha fatto ciò attraverso i meccanismi dell’evoluzione, come e quando l’ha fatto? (il “perché” l’abbia fatto è una domanda sbagliata e non può essere posta).

C’è chi dice che l’uomo è l’unico organismo che possiede la libertà consapevole di essere quel che decide di essere (l’esistenza precede l’essenza di Heidegger e di Sarte), mentre tutti gli altri organismi sono quello che sono (e si comportano in base a quel che sono) fin dalla nascita o, come categoria, fin da prima della loro nascita (l’essenza precede l’esistenza di Platone).
C’è chi dice che l’uomo è l’unico organismo a fare della cultura un prerequisito ambientale indispensabile per la propria esistenza, ma molti etologi hanno molto da obiettare su questa pretesa unicità dell’uomo.
C’è chi dice che l’uomo è l’unico organismo in grado di comportarsi in modo consapevolmente buono o cattivo perché è l’unico a saper distinguere tra bene e male. Tuttavia, se il bene e il male sono quei comportamenti che possono essere rispettivamente vantaggiosi o svantaggiosi per il gruppo o la comunità, allora l’uomo non è unico, e la differenziazione etica con altri animali è più di natura quantitativa che qualitativa.
C’è chi dice che l’uomo è unico grazie alla sua razionalità e al suo linguaggio (o ai suoi linguaggi). Tuttavia, anche per queste due caratteristiche l’uomo non può asserire di essere unico: può solo affermare di essere diverso per ragioni più quantitative che qualitative.
C’è chi dice che l’unicità dell’uomo risiede nel libero arbitrio. Tuttavia il libero arbitrio è un attributo del comportamento che discende da razionalità e competenza etica che abbiamo visto non essere esclusivi dell’uomo ma solo relativisticamente più espressi nell’uomo che negli altri animali.
C’è chi dice che l’uomo è l’unico animale consapevole del fatto di dover morire, ma anche questa è una conseguenza dello sviluppo in termini quantitativi e non qualitativi della sua razionalità.
C’è chi dice che l’unicità dell’uomo è quella di produrre arte, ma questa è una capacità che consegue allo sviluppo quantitativo di specifici linguaggi e, per determinate arti, di un particolare sviluppo della manualità fine.
C’è chi dice che l’unicità dell’uomo è quella di saper amare, ma questa è una caratteristica correlata alle dinamiche del gruppo e che includono la selezione del partner e le cure parentali, aspetti che l’uomo condivide con altre specie.
C’è chi dice che l’unicità dell’uomo è quella di comprendere la natura e l’essenza della felicità, ma la felicità è uno stato d’animo di cui sappiamo veramente troppo poco per presumere di esserne gli unici detentori.

Sono certo di avere omesso molti altri elementi distintivi che determinano la presunta unicità dell’uomo e che ci separano da tutti gli altri organismi.
Su ciascuno degli elementi di unicità si può discutere (inutilmente) all’infinito, ma è comunque ravvisabile un comune denominatore. Ciascuno di questi elementi sembra essere presente – in forma quantitativamente meno evidente rispetto all’uomo – in tutti quanti gli animali a noi più prossimi. Poiché sembra quantomeno improbabile (nonché antieconomico) che la Natura si sia sforzata di introdurre modificazioni di tutta una serie di strutture per fornirci in modo esclusivo di eticità, razionalità, spiritualità, competenza estetica ed artistica, ecc., dovremo domandarci se esiste un qualche particolare elemento strutturale datoci in dono dalla Natura cui tutte queste caratteristiche facciano capo, e dovremo domandarci anche quali vantaggi selettivi derivino alla specie dal possedere o meno una coscienza, una libertà di arbitrio, un senso estetico, una spiritualità e così via. Se troviamo risposte a queste due domande dovremo infine chiederci perché così spesso l’uomo si comporti in modo tanto istintivo, bruto e animalesco, annullando e facendo volentieri a meno dei presunti vantaggi selettivi di una corteccia cerebrale più contorta di quella degli animali selvatici. 

La corteccia cerebrale umana (la prima a sinistra) confrontata con quella dello scimpanzé, del babbuino, del mandrillo, del macaco e dell'orso  

Risposta 30. 
 Non penso che la natura, grazie all’evoluzione biologica, abbia creato l’uomo, ma piuttosto solo le strutture materiali perché nascesse l’uomo. In una parola, un cervello adatto perché partisse e potesse svilupparsi l’evoluzione culturale. A me pare che senza cultura, intesa nel senso lato della parola, anche per la specie umana non ci sarebbe altro che vita biologica.
Nella formulazione della domanda molto interessante è la serie di proposizioni che iniziano con le parole “C’è chi dice”. Ho notato che tranne che per il primo “C’è chi dice”, per tutti gli altri è riportata anche una precisazione che lo mette in dubbio. Mi pare che, a parte la libertà consapevole per l’uomo di essere ciò che decide di essere, per tutti gli altri “C’è ci dice” si adombri il dubbio che le differenze tra gli umani e animali superiori siano piuttosto di tipo quantitativo che qualitativo.
Su questo punto non sono d’accordo. Le differenze culturali tra gli umani, non solo a livello individuale, ma anche tra diverse popolazioni tenute a lungo spazialmente segregate, possono essere abissali, ma non lo sono le strutture dei loro cervelli. Certo, possono esserci delle predisposizioni culturali geneticamente selezionate in funzione delle condizioni di vita. Forse una popolazione che ha dovuto lottare a lungo per l’esistenza in condizioni ambientali sfavorevoli ha favorito la selezione dei caratteri più adatti a fronteggiare questo ambiente (più forza fisica, più resistenza al freddo o al caldo e così via). Ma la scintilla da cui è partita l’evoluzione culturale è probabilmente scoccata per caso, ma, una volta scoccata, ha dato origine a un processo di inarrestabile espansione, quell’altro tipo di evoluzione di cui abbiamo parlato nelle prime di questa serie di domande.

All'origine della cultura umana e della sua evoluzione
Non credo che gli aborigeni australiani abbiano un cervello molto diverso dal nostro, se non per dettagli. Si può supporre che anche tra le popolazioni che hanno una storia e sono il frutto di una progredita evoluzione culturale i geni creativi possano avere dei cervelli straordinari, particolarmente dotati.  Ma l’espansione dei loro conseguimenti non avviene mediante accoppiamenti selettivi, come negli allevamenti animali, ma mediante la comunicazione delle loro idee. Chi può escludere che anche tra popolazioni culturalmente arretrate possano per caso emergere individui con strutture cerebrali particolarmente creative? Ma questi non possono lasciare traccia, perché nella popolazione cui appartengono non esistono strutture comunicative che permettono lo sviluppo e la riproduzione dei frutti culturali di queste potenzialità, che vanno perciò perdute.
Ma voglio dire di più. Nella risposta alla domanda n. 28, a proposito della libertà ho scritto che questa è la selezione darwiniana tra varie possibilità emerse casualmente come frutti della immaginazione, nella quale la parte della necessità è svolta dalla identità di chi fa la scelta. Ma per identità non ho inteso solo la sopravvivenza, o il benessere fisico, o il piacere, ma anche, e più ancora, il nucleo culturale che si è costituito a strutturare una persona libera. Molti animali possono sacrificare la loro vita per la sopravvivenza fisica della comunità cui appartengono, ma solo gli umani possono farlo per le loro idee. Perciò, concordo con Popper nel considerare il mondo della cultura umana dotato di una sua autonoma esistenza per la quale il mondo fisico non può dare altro che un supporto biologico.

Questa è l’ultima domanda di una serie di trenta. Il lungo cammino tra domande e risposte è stato interamente condotto a cavallo tra nozioni scientifiche e speculazione filosofica, aspetti che il professor Rugrali e io consideriamo del tutto inscindibili nel processo conoscitivo nell’ambito delle scienze della vita non meno che in quello delle scienze umane. Leggendo le domande, si sarà certamente notato che in molte di queste si nascondevano velate provocazioni e ambiguità palesi. Leggendo le risposte, si saranno certamente notate concordanze e differenze d’opinione tra chi domandava e chi rispondeva. E in ciò, nel compiacimento per la concordanza d’opinioni come nel doveroso rispetto per le opinioni altrui da cui nascono sempre nuove occasioni di conoscenza e comprensione, sta l’essenza del dialogo. Poiché, da Socrate e da Platone in poi, la forma del dialogo è strumento di approfondimento e conoscenza, io mi sento arricchito dalle risposte ricevute e vorrei illudermi che chi ci ha seguito fin qui ne abbia ricavato diletto e, se possibile, nutrimento per la mente.
Un sentito ringraziamento al professor Rugarli per la sua disponibilità ad intavolare con me tale dialogo.

Il dialogo presso l'Accademia di Platone

   

venerdì 26 ottobre 2018

DOMANDE E RISPOSTE SU L'EVOLUZIONE - XVI^ parte

In questa puntata di Domande e Risposte su l’Evoluzione, il professor Rugarli risponde a una domanda sulle possibili conseguenze del consumismo globalizzato, con tutti gli annessi e connessi che tale comportamento - in parte imposto e in parte agognato - comporta. 

Domande e Risposte
# 25

Domanda 25. Le varie espressioni del consumo di massa globalizzato in una terra sempre più piccola mettono in evidenza comportamenti basati sull’uniformità e sul conformismo piuttosto che sulle differenze.


Conformismo e consumismo - Andy Warhol, Campbell's soup can

Qui non è in discussione (anche se potrebbe esserlo) il valore intrinseco dell’ideologia che sostiene i comportamenti e i consumi di massa: un’eventuale riduzione delle barriere sociali, un ipotetico affrancamento da obblighi o costrizioni, il teorico raggiungimento di livelli sociali più alti e un aumento incondizionato delle libertà di scelta per un gran numero di persone. E non è nemmeno in discussione l’opinione di quelli che si oppongono al consumismo, intravedendovi aspetti fortemente negativi: un impoverimento delle diversità, la trasformazione dell’uomo da soggetto che opera le scelte a oggetto che viene mercificato, una limitazione delle libertà di scelta sotto la falsa percezione di un loro aumento. La questione è piuttosto quella di capire se i principi che sostengono i consumi massificati (efficienza, prevedibilità, controllo), la conseguente disumanizzazione dell’uomo (che da consumatore diventa esso stesso merce), l’isolamento in piccole nicchie della variabilità e della diversità delle forme e dei comportamenti, non creino una combinazione di fattori tale da provocare il verificarsi di una delle due opposte situazioni: 1) la riduzione della diversità al di sotto della massa critica necessaria al perpetuarsi dell’evoluzione, con rischio di estinzioni di massa;  2) la concentrazione delle diversità in ambiti fisicamente o culturalmente ristretti e isolati all’interno dei quali, se la massa critica della diversità viene preservata, l’evoluzione secondo i principi darwiniani può continuare il suo corso. 

Diversità ed evoluzione
Risposta 25. Mi pare che la domanda sia pertinente a proposito dell’evoluzione culturale che è la sola che è ancora in atto nell’uomo. Certamente è vero che la pubblicità e un certo conformismo dei mezzi di comunicazione di massa quando sono concentrati nelle mani di un solo proprietario (che sia uno stato totalitario o un privato in uno stato democratico non fa molta differenza) alterano la selezione di idee libere e differenti. Questo è un caso nel quale l’evoluzione culturale corre rischi che non si sono mai verificati nell’evoluzione biologica, perché l’ambiente fisico è così vario e diversificato da avere favorito l’evoluzione di un numero straordinario di specie e anche il polimorfismo nell’ambito di una stessa specie. Se la terra avesse presentato un ambiente uniforme dovunque, essa sarebbe oggi occupata da una sola specie, l’unica in grado di riprodursi in quelle condizioni. 
  
Un'unica specie sulla terra?
Dato che nell’evoluzione culturale la riproduzione avviene attraverso la comunicazione interpersonale, uniformare questa comunicazione significa alterare un meccanismo fondamentale dell'evoluzione. Ma confido che questa impresa nefasta, fallita ai regimi totalitari del secolo scorso, non riuscirà a chi cerca di ripeterla con altri mezzi al giorno d’oggi. E credo che questo avverrà perché gli umani hanno una propensione naturale alla diversificazione, anche se non so quanto questo dipenda dal loro innegabile polimorfismo genetico. Basti considerare l’industria della moda nell’abbigliamento, che riesce con la pubblicità a imporre a tutti una specie di uniforme, ma poi deve rapidamente cambiare se vuole mantenere i suoi profitti. Mi auguro che questo avvenga anche per le idee e che il pensiero unico alla fine non prevalga.


Conformismo e pensiero unico


? 

venerdì 7 settembre 2018

DOMANDE E RISPOSTE SU L'EVOLUZIONE - XIV^ parte

In questa puntata di Domande e Risposte su l’Evoluzione, il professor Rugarli risponde a due provocazioni sull'impossibilità per la specie umana di un'ulteriore evoluzione biologica. La domanda è se l'umanità, in queste condizioni, non sia condannata ad una inevitabile estinzione. Secondo Rugarli l'umanità troverà le risorse necessarie nell'evoluzione culturale affiancata dall'evoluzione dei sistemi di intelligenza artificiale. 

Domande e Risposte
# 22

Ultime tribù non toccate dalla "civiltà" - Amazzonia brasiliana

Domanda 22. Eccezion fatta per alcune tribù aborigene che vivono in luoghi molto isolati delle foreste fluviali, non sembra che sulla terra esistano più condizioni di isolamento tali da favorire la formazione di nuove varietà o specie umane. Non si può escludere che negli ultimi 30-50.000 anni si siano generate varietà che avrebbero avuto la possibilità teorica, in opportune condizioni ambientali, di differenziarsi dando luogo a fenomeni di speciazione. Se questo non è avvenuto si può ritenere che per l’uomo non esistano più le condizioni per un'ulteriore evoluzione. In una terra diventata così piccola e interconnessa e in un ambiente che ha perso molte delle caratteristiche di selettività per i gruppi umani, sembra che si sia perduta ogni possibilità di ulteriore sviluppo biologico della nostra specie. È ragionevole pensare che questa limitazione renda più fragile la specie umana e molto improbabile la sua sopravvivenza nel medio periodo? 

Risposta 22. Sono d’accordo con la premessa, ma non con la domanda. L’ultima varietà di Homo che è coesistita con quella cui apparteniamo (Homo sapiens sapiens) è quella dell’Homo neanderthalensis. Non credo che si possa parlare di specie diverse perché è ormai assodato che siano avvenuti incroci tra sapiens e neandertaliani. 


Ipotesi di un possibile ibrido neanderthal-sapiens

Se non sono emerse altre varietà, per non dire specie, vuol dire che le segregazioni spaziali che si sono avute dai tempi dell’uomo di Neanderthal non sono state, in relazione alla mobilità degli umani, tanto importanti da permettere qualcosa di più della origine di razze che, come abbiamo visto, sono destinate a sparire. 

Non sono d’accordo con l’idea che questo renda più fragile la specie umana che, al contrario, ha guadagnato un’enorme potenza con l’evoluzione culturale.



Domande e Risposte
# 23

Domanda 23. Il 1° ottobre 2009 la zolla indoaustraliana è scivolata un poco sotto la zolla adiacente, quella del Pacifico. Attraverso il sistema di faglie che va da Java a Tonga e Samoa passando per la Nuova Guinea, un terremoto e un devastante maremoto hanno colpito Sumatra, la Nuova Guinea e Tonga .

Dopo immani catastrofi naturali che distruggono una gran parte delle specie è verosimile che sorgano altre specie ad occupare nicchie (vecchie e nuove) rimaste libere da occupanti. Paradigmatica la scomparsa dei dinosauri avvenuta circa sessantacinque milioni di anni fa, insieme alla scomparsa del 70% delle specie che in quel momento occupavano la biosfera. 
C’è chi afferma che l’uomo non può più evolvere perché ha raggiunto un livello difficilmente superabile (il che vorrebbe dire che l’uomo è quasi perfetto) o perché non ci sono più i presupposti e le condizioni di variabilità e isolamento che consentirebbero l’eventuale emersione di nuove varietà autonome. Si deve quindi ritenere che l’uomo sia diventato un ramo secco dell’evoluzione dei primati? Si deve considerare che un'ulteriore evoluzione sia da considerarsi possibile solo in seguito ad una catastrofe di dimensioni planetarie? 



Risposta 23. Una catastrofe naturale che distruggesse gran parte della umanità potrebbe dare origine a una nuova evoluzione della nostra specie. Su questo sono d’accordo. Per la verità il momento in cui si è stati più vicini a un evento di questo genere è stato il periodo della guerra fredda e in quel caso la catastrofe non sarebbe stata naturale ma culturale. Oggi il pericolo dello scontro tra superpotenze sembra scongiurato, ma sono molti gli stati minori dotati di armi atomiche per considerare impossibile l’olocausto nucleare. 
Un’altra possibilità sono le malattie, ma su questo punto forse l’umanità è fin troppo attrezzata, come si è visto in occasione della sovravalutazione del pericolo dell’influenza da virus H1N1.
Personalmente l’umanità mi va bene così com’è e non vedo l’utilità di una ulteriore evoluzione biologica. Una guerra mondiale nucleare potrebbe portare alla selezione di umani più resistenti alle radiazioni, ma non si vede quale sarebbe il vantaggio che ne deriverebbe, se non di poter sopravvivere in un mondo contaminato. I veri vantaggi deriverebbero da un potenziamento dell’intelligenza, ma per questo gli umani si sono già dotati di potenti protesi che sono i moderni computer, questi sì in continua evoluzione.


Odissea 2001 - Dave e e il supercomputer HAL 9000





venerdì 2 marzo 2018

Esercizi di epistemologia applicata: DOMANDE E RISPOSTE SULL'EVOLUZIONE – V^ parte

In questa puntata di Domande e Risposte sull’Evoluzione, il professor Claudio Rugarli risponde a una domanda che sta a metà strada tra la domanda vera e la provocazione, e che rientra in un dibattito che dà per scontato che si possano individuare reali analogie tra l’evoluzione biologica e quella culturale. Molto appropriatamente, il Prof. Rugarli mette in guardia dall’avventurarsi in analogie troppo strette tra due entità così diverse e, richiamandosi agli scritti di Popper e Eccles, puntualizza che le due evoluzioni riguardano mondi diversi.  



Domande e Risposte
# 10

Domanda 10. Ammettendo che la cultura (ad esempio le cure parentali) possa avere un ruolo nell’evoluzione dell’uomo, quanto c’è di darwiniano nella cultura che possa intervenire sui meccanismi selettivi e quanto c’è di lamarckiano nella trasmissione verticale e nella diffusione orizzontale di elementi acquisiti?

Risposta 10. Bisogna distinguere tra i meccanismi di evoluzione della cultura e quanto la cultura influenzi l’evoluzione biologica. Per ora considererò il primo aspetto del problema, convinto come sono che l’evoluzione culturale è darwiniana e non lamarckiana. Ritorno su una raccomandazione già fatta: non bisogna forzare troppo le analogie tra cultura e biologia. Quello che è importante è il meccanismo del caso (la libertà per la cultura) e la necessità. Questo permette di rifiutare meccanismi deterministici in ogni tipo di evoluzione e di superare in questo campo una visione ristretta del principio di causalità. Ma le differenze tra le due evoluzioni restano importanti e forse per questo i cultori delle scienze umane si interessano poco a queste analogie.
Per cominciare, l’evoluzione biologica riguarda regioni definite del mondo fisico, mentre l’evoluzione culturale non appartiene allo stesso mondo. Non oso avventurarmi in una discussione filosofica, ma, per comodità di discorso, ricordo una affermazione di Karl Popper in un libro scritto a quattro mani insieme con Sir John Eccles, neurofisiologo e Premio Nobel per la Medicina (L’io e il suo cervello, Armando, 1982). Sostiene Popper che, in realtà, esistono tre mondi: il mondo 1 è quello fisico, oggetto della scienza; il mondo 2 è quello delle disposizioni umane, oggetto della psicologia; e il mondo 3 è quello dei prodotti della cultura umana. È chiaro che l’evoluzione biologica si svolge nel mondo 1, mentre quella culturale ha luogo nel mondo 3.


Questa differenza deve mettere in guardia contro analogie troppo strette tra le strutture elementari che evolvono in due mondi tanto diversi. Nel mondo 1 è facile individuarle in segmenti di acidi nucleici, che sono i geni, ma nel mondo 3 è impossibile fare un’operazione analoga. L’evoluzione in questo caso può riguardare tanto espressioni complesse quanto semplici parole, quello che conta è che siano comunicabili e trasferibili ad altri che le acquisiscono. Da qui il sospetto, che mi sembra implicito nella domanda, che alla fine l’evoluzione culturale sia lamarckiana, dato che il più popolare principio del pensiero di Lamarck è la trasmissione ereditaria dei caratteri acquisiti. Ma il punto sta nelle modalità di acquisizione: nel lamarckismo sta in una azione causale dell’ambiente, nel darwinismo nella selezione tra varianti derivate casualmente da errori nella replicazione dei geni. Se vogliamo azzardare un’analogia per quanto riguarda l’evoluzione culturale, possiamo dire che le idee, per limitarci a queste, si replicano in quanto non solamente sono trasmesse, ma anche sono liberamente accettate. È l’accettazione che è l’equivalente della riproduzione dei geni, e non la sola conoscenza. Per fare un esempio che viene a proposito, io sono benissimo a conoscenza della teoria del creazionismo, che sostiene che il mondo è stato creato circa 10.000 anni fa, più o meno come è adesso, inclusi i reperti fossili che sembrano dimostrare il contrario, ma non accetto questa idea, che perciò in me, e nella quasi totalità di coloro che sanno di scienza, non si riproduce. Perciò affermo che l’evoluzione culturale è darwiniana.

Questo non significa che non vi siano persone che credono nel lamarckismo culturale. Non si deve dimenticare che l’essenza della teoria di Lamarck sta in una ricerca metafisica di perfezione da parte di tutti gli organismi, che li induce a trasformarsi sotto la spinta di fattori ambientali.  Con un’ispirazione analoga, i regimi totalitari del secolo scorso si sono illusi di plasmare l’evoluzione culturale, limitando la libertà di giudizio di coloro cui veniva trasmesso il loro verbo. L’idea sottintesa a questa tecnica è che, in assenza di idee alternative, la sola idea comunicata finirà anche per essere accettata. Invece, se l’accettazione avviene in queste condizioni, non è autentica e può essere facilmente smentita dai fatti. Noi abbiamo avuto l’esperienza del regime fascista e possiamo giudicare bene quanto questa idea fosse sbagliata e quanto abbia fallito. Dopo venti anni in cui non si è fatto altro che imprimere idee bellicose nelle teste degli italiani, si è visto come sono andate le cose quando si è fatta veramente una guerra importante. A proposito delle disavventure italiane nella guerra contro la Grecia, Gerhard L. Weinberg, nella sua monumentale storia della seconda guerra mondiale (A world at arms. A global history of world war II, Cambridge University Press, 1994), ha scritto: "Chiunque abbia visto il terreno sul quale i soldati italiani avevano combattuto durante la prima guerra mondiale riconoscerà che essi sono del tutto capaci di battersi valorosamente nelle circostanze più difficili; ma in un esercito nel quale l’intelligenza e il rango gerarchico erano distribuiti in proporzione inversa, non ci si poteva aspettare niente se non un completo disastro. Due volte i comandanti del fronte italiano furono sostituiti, ma tutto questo non servì a niente. Due decenni di regime fascista avevano lasciato l’Italia con un esercito peggio guidato, equipaggiato e addestrato rispetto a quello del 1915" (pag. 210, la traduzione è mia). Si può ribattere che Hitler e i tedeschi furono meno inefficienti, ma fecero anche cose orribili e della ideologia nazista non è rimasto niente.

Meno lamarckiani, e su scala più modesta, sono i tentativi di influenzare le idee della gente in regimi liberi e democratici nei quali i mezzi di comunicazione di massa siano nelle mani di pochi e si adottino mezzi di propaganda che abbiano mutuato le tecniche della pubblicità. Ma questi, anche se convenienti nel breve periodo per coloro che li mettono in atto, sono solo accidenti minori nell'evoluzione culturale.  





martedì 23 gennaio 2018

Esercizi di epistemologia applicata: DOMANDE E RISPOSTE – I parte

Questo è il primo di una serie di post attraverso i quali condivido con gli affezionati lettori un saggio breve costituito da TRENTA DOMANDE SULL'EVOLUZIONE (domande tra l'ingenuo e il provocatorio) e da TRENTA RISPOSTE a dette domande. Ad elaborare le risposte, a metà strada tra biologia e filosofia, è stato uno dei miei saggi maestri di medicina, il professor Claudio Rugarli. Il breve saggio titolava: Domande e risposte sull’evoluzione e sull’uomo. Per come il saggio si è riempito di contenuti (più grazie alle risposte che non alle domande) mi piace sottotitolarlo Esercizi di epistemologia applicata, titolo che assegno a questa serie di contributi.


Due parole sul coautore. Il Prof. Rugarli è un medico che stimo moltissimo, non solo e non tanto perché è stato uno dei miei più autorevoli maestri, ma perché nel corso dell’intera vita professionale, oltre a curare sapientemente le malattie, egli non ha mai cessato di guardare al lato umano delle persone che si rivolgevano a lui in qualità di medico. Infatti, il fil rouge del suo saggio più recente (Medici a metà. Quel che manca nella relazione di cura. Raffaello Cortina, 2017) è dato proprio dall’ineffabile interazione tra il logos dell’arte medica e ciò che, nella persona ammalata e nella sua malattia, è specificamente umano. Di vasta cultura interdisciplinare, Claudio Rugarli è Professore Emerito della Facoltà di Medicina dell’Università Vita-Salute San Raffaele, di cui è stato successivamente prorettore nonché delegato rettorale per la facoltà di Filosofia al momento della sua istituzione.

Claudio Rugarli
Le 30 domande non si limitano, per fortuna, all’evoluzione biologica, ma coinvolgono un po’ tutto ciò che si evolve: la vita (col suo nascere e col suo dover morire), la medicina, la cultura. Il saggio si occupa non tanto di dare impossibili risposte definitive su argomenti attorno ai quali l’uomo si interroga da sempre, ma di affrontare le questioni con un taglio filosofico che considera l’evoluzione come un meccanismo trasversale cui ogni cosa (fisica, biologica, culturale, mentale) è soggetta.    

Introduzione del saggio, in breve

Se la cultura dell’uomo sia soggetta o assoggettabile a meccanismi evolutivi assimilabili a quelli dell’evoluzione biologica, è un problema che mette in apprensione gli studiosi che si occupano in modo professionale o accademico di evoluzione biologica. Si può capire che un biologo evoluzionista sia restio a prendere posizione su un ipotetico evoluzionismo culturale: bisognerebbe disporre di un robusto modello teorico, di evidenze sperimentali e di tutto ciò che serve a dimostrare, o quantomeno a costruire, un’ipotesi scientifica.  Ci sono già tante tensioni attorno all’evoluzionismo delle forme viventi che non è proprio il caso, per un biologo evoluzionista, di andare a cercare guai in un campo così scivoloso come quello dell’evoluzionismo culturale, percepito, per di più, come più affine alla metafisica che non alla scienza.
[…] Uno dei primi scienziati a interrogarsi sul dispiegarsi e sul trasformarsi del pensiero umano secondo una visione improntata all’evoluzionismo Darwiniano è stato Ernst Mach, fisico sperimentale alle Università di Praga, Brno e di Vienna nei decenni a cavallo tra fine Ottocento e primo Novecento. Nella conferenza, intitolata Trasformazione e Adattamento del Pensiero Scientifico, tenuta il 18 ottobre 1883 in occasione dell’assunzione dell’incarico di Rettore dell’Università di Praga, egli si espresse con le seguenti parole: “Sebbene la caratteristica dei pensieri non possa essere in tutto simile a quella delle forme viventi, e si debba evitare qualsiasi forzata comparazione, tuttavia la Legge generale dell’Evoluzione e della trasformazione, se Darwin ha visto giusto, deve valere anche per essi” (Ernst Mach. L’evoluzione della Scienza. Nove Lezioni Popolari. Traduzione e cura di Massimo Debernardi. Edizioni Melquìades, Milano, 2010).
[…] non si può negare che sull’argomento ci sia un vivace dibattito che vede in prima linea insigni studiosi che, al contrario, non hanno nessun timore ad esporre i propri convincimenti. Uno di questi è Luca Cavalli Sforza, genetista e antropologo di assoluto valore internazionale, autore del saggio intitolato L’evoluzione della cultura (Codice Edizioni, Torino, 2010), dove si rimarca il valore antropologicamente adattativo della cultura e della sua evoluzione. Un altro è Giovanni Felice Azzone, patologo, epistemologo, accademico dei Lincei, autore del saggio intitolato Perché si nasce simili e si diventa diversi? La duplice nascita: genetica e culturale (Bruno Mondarori, Milano 2010), dove si attribuisce al sistema mente-cervello l’elemento di novità che consente all’uomo di coevolvere assieme alla propria cultura.
[…] Ecco che arrivano le domande. È impossibile trattenersi dal farsi domande… Ed ecco anche le risposte del Professor Rugarli, risposte che hanno dato maggior valore alle domande…

Domande e Risposte
# 1

Domanda 1. La gran parte di queste domande si riferisce all'avoluzione culturale dell'uomo. Pertanto, bisognerebbe prima rispondere alla domanda se la cultura, e quindi l’evolvere delle sue forme, può essere considerata un elemento con valenza evolutiva, potendo influire sulla selezione o sull’adattamento e tenendo conto che radicali mutamenti culturali possono instaurarsi in tempi molto brevi, mentre l’evoluzione fenotipica-funzionale sembra avere bisogno di tempi computabili in decine o centinaia di migliaia di anni.
I teologi indicano con il termine di sententia temeraria alcune affermazioni che, pur non rappresentando una evidente eresia nei confronti del dogma o del comune e condiviso sentire, tuttavia si collocano nell’errore o in stretta e pericolosa prossimità con l’errore. Non escluderei che alcune delle prossime domande, e i presupposti che vengono portati come pretesto alle domande stesse, possano essere definiti con l’espressione sententia temeraria.

Sententia temeraria, ovvero di come si può finire all’inferno

Risposta 1. Che la cultura dell'uomo, intesa come insieme di conoscenze, di credenze e di interessi, sia cambiata e continui a cambiare nel tempo è di per sé evidente. Perciò, il problema che si pone quando si parla della evoluzione culturale è se questa avvenga con meccanismi analoghi a quelli della evoluzione biologica o no. A mia memoria il primo ad affrontare formalmente questa possibilità è stato Richard Dawkins, etologo della Università di Oxford, nell’ultimo capitolo del suo libro Il gene egoista (in Italia pubblicato da Zanichelli in prima edizione nel 1979) nel quale si parla di memi, ossia di strutture elementari imitative, analoghe ai geni, trasmesse per l’appunto per imitazione attraverso la comunicazione (così come i geni lo sono con la riproduzione), casualmente deformabili nel corso della comunicazione e con deformazioni trasmissibili, se esistono le condizioni adatte per selezionarle. A ben riflettere, il discorso di Dawkins si limitava alla evoluzione del linguaggio, a spiegare perché l’inglese contemporaneo è diverso da quello di Chaucer, e non era molto persuasivo per quanto riguarda i fattori di selezione. Ma già alcuni anni prima, il Premio Nobel Jacques Monod aveva parlato della selezione delle idee, scrivendo “Il confronto tra evoluzione delle idee ed evoluzione della biosfera è un tema affascinante per un biologo poiché, se il Regno astratto trascende la biosfera ancor più di quanto questa trascenda l’universo non vivente, le idee hanno pur conservato certe proprietà degli organismi. Come questi, esse tendono a perpetuare e moltiplicare la propria struttura; come questi, esse possono fondersi, ricombinarsi, segregare il loro contenuto; come questi, infine, esse si evolvono e, in quest’evoluzione, la selezione, forse, svolge una funzione fondamentale”. E Monod si spingeva a indicare i fattori di selezione delle idee aggiungendo "È evidente che le idee dotate del più elevato potere di penetrazione sono quelle che spiegano l’uomo, assegnandogli un posto in un destino immanente, in seno al quale la sua angoscia si dissolve" (Il caso e la necessità. Saggio sulla filosofia naturale della biologia contemporanea, Mondadori, 1970, pag. 133). In realtà i fattori di selezione delle idee possono variare in un ampio ambito, che va dalla predilezione per le idee che promettono vantaggi materiali, che possono essere sacrosanti e non semplicemente egoistici, alla affermazione di ideali religiosi o filosofici. Su questo punto ci sarebbe molto da dire, ma non voglio appesantire prematuramente il discorso.
Detto questo, qualcuno potrebbe osservare che la stessa idea di evoluzione culturale è poco rilevante e non si vede che cosa possa aggiungere alle opinioni che si possono avere sui mutamenti culturali nel tempo. Io non credo che sia così e penso che l’analogia con la evoluzione biologica comporti delle conseguenze non banali. Nella evoluzione biologica a generare la variabilità sottoposta al vaglio della selezione è il caso, così si può pensare che la stessa variabilità sia generata nella evoluzione culturale dalla libertà. Si deve concludere che senza libertà non c’è evoluzione e questo può spiegare il crollo dei regimi comunisti, che erano lamarckiani e non darwiniani. Sopravvive il regime comunista cinese che si è accontentato di essere lamarckiano in politica, ma non lo è in economia. Un altro aspetto interessante è che la libertà non deve essere intesa soltanto come assenza di costrizioni, ma anche e soprattutto come libertà di immaginazione, che nella evoluzione culturale è l’equivalente delle mutazioni che sono alla base della evoluzione biologica.

# 2

Domanda 2.  In quanto uomini ci consideriamo al vertice dell’albero della vita. Siamo in cima all’albero e guardiamo l’intera biosfera dall’alto in basso. L’alto è sinonimo di qualità. Più si sta in alto, più si è migliori. Questo assunto potrebbe essere discutibile. Più complesso non vuol dire necessariamente migliore (bisognerebbe prima definire che cosa si intende per migliore).  Più intelligente non significa necessariamente più adatto: bisogna mettere in relazione l’essere adatti con la nicchia cui si appartiene. Ma anche all’interno della nicchia di riferimento possono esistere esseri meno intelligenti ma più adatti (si può fare una certa ironia su questa proposizione). Una domanda di partenza potrebbe quindi essere: l’uomo è davvero dominante nella biosfera? Credo che pochi potrebbero rispondere affermativamente senza esitazione. E poi, come si misura l’essere più o meno adatti? In individui per metro quadro? Per superficie di terra colonizzata? Per peso totale della biomassa di una determinata specie? Per numero assoluto di individui?

Risposta 2. Mi pare che la domanda secca sia: l’uomo è veramente il culmine della evoluzione biologica? Mi sentirei di rispondere di sì. Infatti, nessuna altra specie animale ha una evoluzione culturale e perciò una storia. Ci si potrebbe azzardare anche ad affermare, che, dal punto di vista biologico, l’uomo rappresenta un punto nel quale l’evoluzione si è arrestata. Infatti, per acquisire delle qualità somatiche superiori occorrerebbe che gli individui che le posseggono avessero più discendenza, e cioè si accoppiassero preferenzialmente e si riproducessero più degli altri. Ma questo contraddice alcuni tratti distintivi della natura umana che, come ho detto precedentemente, presuppone la libertà e l'immaginazione. I nazisti ci provarono, cercando di adottare per la popolazione della Germania le stesse tecniche degli allevatori di bestiame, ma i risultati sono stati fortemente negativi. E poi, quali sono le caratteristiche somatiche superiori, esser alti, biondi e dolicocefali o essere più intelligenti? Si sarebbe inclini a optare per la seconda scelta, posto che l'intelligenza, qualità difficile da definire, sia geneticamente determinata (per me è possibile che lo sia in parte, ma è largamente influenzata da quei condizionamenti che determinano l'evoluzione culturale). Ma è difficile che il cosiddetto assortative mating, ossia l’accoppiamento privilegiato in base a certe caratteristiche, avvenga prevalentemente in base all'intelligenza dei partner, e poi che le coppie più intelligenti abbiano più figli delle altre. Anzi, il genetista Theodosius Dobzhansky (L’evoluzione della specie umana, Einaudi, 1965) scrisse che le coppie più intelligenti sono probabilmente più efficienti nel controllo delle nascite e che perciò è verosimile che abbiano meno discendenza. Il risultato sarebbe, nel tempo, una diminuzione e non un aumento della intelligenza umana. Perciò, è ragionevole pensare che, dal punto di vista biologico, l’evoluzione della specie umana è conclusa ed è sostituita dall'evoluzione culturale.
Questo non deve spingerci a peccati di orgoglio. In termini numerici la specie umana si è accresciuta nel tempo, soprattutto nell’ultimo secolo, ma questo non significa che sia la più potente. Per esempio, l’umanità rischierebbe di essere sterminata se emergesse un virus che venisse trasmesso facilmente come quello influenzale, ma che avesse le stesse caratteristiche del virus HIV, causa dell'AIDS, condizione nella quale chi è infettato resta apparentemente sano per un lungo periodo pur essendo contagioso. Comunque, è certamente vero che esistono nicchie ecologiche nelle quali esseri umani con minore intelligenza, ma più attrezzati ad affrontare certe difficoltà dell’ambiente, possono cavarsela meglio. Ma questo vale fino a un certo punto, perché la cultura finisce sempre per venire in soccorso di chi all’inizio era più debole. Alla fine, Robinson Crusoe se la cava meglio di Venerdì.

Robinson Crusoe con Venerdì

Nel prossimo post di questa serie alcune altre Domande e Risposte. 

giovedì 22 dicembre 2016

LA MISTERIOSA SCOMPARSA DELL’OSSO PENICO E LE FAKE NEWS


Per la serie: come si mutilano e si travisano gli studi scientifici, adattandoli alla propria parziale visione del mondo e trasformandoli in ghiotte occasioni di giornalismo pruriginoso. 

Nel quattordicesimo capitolo dell’ultima edizione dell’Origine delle Specie (sesta edizione, 1872), Darwin discute per sei pagine del peso che hanno nella sua teoria gli organi rudimentali, atrofizzati e abortivi. 



A prima vista, sembra curioso che Darwin si interessi a organi imperfetti, disfunzionali o inutilizzati per dimostrare che tutte specie discendono in linea continuativa da altre specie che le hanno precedute. Su questo punto, però, le parole di Darwin sono chiare e sicure: «Possiamo concludere che la presenza di organi rudimentali, imperfetti, inutili o abortiti, lungi dal rappresentare una difficoltà, sono financo prevedibili secondo le spiegazioni qui fornite». Le spiegazioni cui Darwin si riferisce sono quelle della continuità genealogica tra le specie: la permanenza di organi che non servono più a niente dimostra, ancor più degli organi utili, che le specie discendono le une dalle altre.
Ai tempi della pubblicazione dell’Origine delle Specie (e non solo allora), i detrattori di Darwin valutavano con sospetto queste affermazioni e non erano molto disponibili a prenderle per buone. Mi domando che cosa avrebbe fatto Darwin se avesse visto che oggi perfino l’assenza di un organo è utilizzata per confermare la discendenza delle specie le une dalle altre (cosa, questa, che molti hanno ormai accettato), e che, addirittura, c’è qualcuno che sostiene che i comportamenti culturali possono essere la causa immediata e diretta della scomparsa di certi organi.



Procediamo con ordine perché la materia è sottile e richiede un po’ di attenzione.


Qualche giorno fa è scoppiato il misterioso caso della scomparsa, nella nostra specie, dell’osso penico. La vicenda, in tutta la sua evidente gravità, è diventata virale ed è rimbalzata dalla rete alla carta stampata e viceversa, con varie titolazioni: 

  • Evoluzione: Perché gli esseri umani non hanno l’osso del pene? Tutte le ipotesi (Il Corriere della Sera); 
  • Avevamo un osso nel pene, PERSO per la “monogamia”: studio choc (ilcorrierecitta.com);
  • L’uomo perse l’osso del pene forse a causa della monogamia (La Repubblica); 
  • L'uomo aveva un osso nel pene, ecco perché è scomparso (Adnkronos.com); 
  • RIMPIANGERE l’osso del pene (Il Foglio). 

Tali titolazioni (che si ritrovano tal quali anche nella stampa estera) esprimono il senso della tragedia assieme al un genuino senso di smarrimento per un'età dell'oro andata perduta per sempre.
Prima di addentrarmi nel mistero dell’osso scomparso, vorrei chiedere agli amici psico-antropologi di fornirmi un dettagliato profilo psicologico di chi, sito per sito, testata per testata, si è reso responsabile dei vari titoli dati alla notizia, in modo particolare riguardo a espressioni come “Perso per [colpa della] monogamia”, o “Rimpiangere”, espressioni che fanno tutt’uno, credo, col vagheggiamento di prestazioni roccosiffrediane. Aprire questa discussione ci porterebbe troppo lontano dalle questioni di cui vorrei discutere qui. Per farlo, come d’usanza, mi riferisco in primis all’articolo scientifico originale da cui è partito tutto questo putiferio tragico dell’osso andato perduto.

Due parole, innanzitutto, sugli autori: si tratta di Matilda Brindle e di Christopher Opie. Matilda Brindle è una giovanissima dottoranda che lavora all'University College di Londra. Il coautore, Christopher Opie, è un giovane assistente della stessa università, un biologo con all’attivo poco più di una dozzina di pubblicazioni di biologia evoluzionistica e di antropologia sociale. Due ragazzi molto attivi, capaci e determinati, dunque, ma con una carriera ancora troppo breve per poter essere considerati capiscuola o opinion leader.
Passiamo, quindi, all’articolo il cui titolo originale è: La selezione sessuale postcopulatoria influenza l’evoluzione dell’osso penico (baculum) nei primati e nei carnivori (clicca qui per accedere all’articolo originale).
Detta in maniera semplice, i ricercatori si sono domandati: come mai alcuni animali possiedono un osso all’interno del pene ed altri no? Dal punto di vista dell’evoluzione, la presenza di quest’osso si correla eventualmente con le strategie riproduttive delle specie che lo possiedono?
Dopo particolari analisi statistiche la loro conclusione è stata che, si, è ragionevole pensare che la presenza dell’osso penico sia correlato con strategie riproduttive di quelle specie in cui il seme del maschio deve competere col seme di altri maschi per riuscire a fecondare la femmina.

Competizione per il seme

Per chi volesse continuare la lettura, ora si entrerà un po’ più nel dettaglio di questo studio.


Uno dei punti di partenza speculativi della ricerca in oggetto è che dal punto di vista anatomico e funzionale quest’osso – il baculum – è in grado di proteggere l’uretra maschile (il canale di inseminazione) durante i rapporti sessuali molto prolungati, caratteristici di alcune specie animali prevalentemente non monogamiche. Tuttavia, fino ad oggi, non erano stati compiuti studi specifici atti a dimostrare in modo certo questa relazione anatomo-funzionale. Applicando particolari metodi statistici su un numero molto elevato di specie di mammiferi e tenendo conto dei modelli evolutivi che riguardano la filogenesi di dette specie, i giovani ricercatori sono giunti ad affermare che – statistiche alla mano – la presenza del baculum è correlata con la durata dell’intromissione del pene nella vagina e che, se le cose stanno davvero così, l’evoluzione deve aver giocato un certo ruolo nel determinare tale correlazione. Dati statistici alla mano, i due ricercatori affermano che, nelle specie dotate di baculum, l’evoluzione ha favorito, attraverso il meccanismo della selezione sessuale, il passaggio da una condizione di una breve durata dell’intromissione del pene in vagine alle situazioni caratterizzate da un’intromissione più prolungata. Appare comunque piuttosto intuitivo che, in caso di vagine molto lunghe in specie in cui il periodo di fertilità è limitato nel tempo e nel caso in cui una femmina possa essere coperta da più maschi, la possibilità di fecondare la femmina sia facilitata da apparati che consentono un’inseminazione più profonda e più ricca. Sebbene i ricercatori non abbiano speso una sola parola sull’argomento, potrebbe risultare implicito che il baculum non sia di nessun vantaggio selettivo in caso di accoppiamenti di breve durata (tali sarebbero quelli della specie umana).
I due ricercatori inglesi, dopo aver descritto i risultati della loro analisi, pongono un’osservazione molto sensata – direi fondamentale – e che nessun giornalista divulgativo si è curato di menzionare. L’osservazione è che ci possono essere altri fattori, oltre a quelli valutati nello studio, che possono avere influenzato le dinamiche evoluzionistiche riguardanti la permanenza o meno dell’osso penico e che, su tali fattori abbiamo tuttora le idee ben poco chiare. Nei ricercatori, la sincerità è molto apprezzabile ed è un corollario indispensabile alla loro credibilità (e altrettanto sarebbe auspicabile per tutte le professioni).

Terminata la discussione sui risultati “oggettivi” del loro lavoro, i due ricercatori (sottovalutando i rischi collegati alla categoria delle “cause”) aprono a congetture proprio sulle eventuali “cause” e sugli eventuali “perché” l’evoluzione del baculum sia arrivata al punto in cui è arrivata.  Per fare ciò, essi cercano di collegare le loro risultanze statistiche con ipotesi di lavoro che hanno a che fare con la strategia riproduttiva poligamica di numerose specie. Essi affermano: «I sistemi riproduttivi basati sulla poligamia e situazioni che limitano l’accoppiamento a brevi periodi stagionali creano le condizioni di elevati livelli di selezione sessuale postcopulatoria. In queste condizioni di elevata competitività, un’intromissione prolungata [e quindi la presenza dell’osso penico] fornisce al maschio maggiori possibilità di fertilizzare la femmina». Non una parola sulla specie umana e non una parola sulla presunta tragedia per l’uomo della perdita dell’osso penico.

Le inferenze sulla specie umana e quelle che danno una connotazione di “perdita” alla mancanza dell’osso nell’uomo, sono opera di un cosiddetto giornalismo che, guardando al sensazionalismo, tradisce non solo la serietà dei ricercatori ma anche la buona fede del lettore cui viene somministrata una bufala dotata di verosimiglianza, spacciata per “scientificamente provata” e travestita con gli abiti della ricerca pura, la quale, però, mantiene il suo senso solo è comunicata senza distorsioni o omissioni. A questo genere di inferenze bisognerebbe attribuire il premio Paul Horner (premio che mi pregio di istituire in questo momento), dal nome dell’uomo che gestisce un impero mediatico costituito da siti web che propongono e diffondono – attraverso i più noti social network – notizie false (fake newes), contando sul fatto che "molte persone leggono qualunque cosa che confermi le loro idee, senza porsi domande” (parole testuali di Paul Horner, non mie).

Diffusione di false notizie attraverso i Social Forum

Uno dei miei timori, quando leggo il giornale o navigo in rete, è che tali distorsioni ci vengano propinate in continuazione e su qualunque argomento: come lettore sono particolarmente indifeso nei confronti della falsificazione a mezzo stampa e dalla scarsa attenzione prestata da alcuni giornalisti alla qualità intrinseca delle notizie che diffondono.


Fake News

Ultime brevi riflessioni critiche sulla questione. 


Un certo qual principio di economia (o rasoio di Occam applicato alla biologia) vorrebbe, semplicisticamente, che ciò che è utile permanesse e ciò che è inutile si estinguesse. Magari!! Applicato all’osso penico, detto principio farebbe in modo che la selezione naturale lo preservasse unicamente dove è utile e lo eliminasse là dove inutile. Questo presupporrebbe che l’utilità dello strumento fosse palese prima ancora della formazione dello strumento stesso e in anticipo rispetto all’azione della selezione naturale. Se fosse così, nella savana dove le foglie commestibili stanno sulla cima degli alberi, tutti gli animali avrebbero il collo lungo come le giraffe o la proboscide come quella degli elefanti. In biologia le cose non funzionano in modo così lineare. Comportamenti e strumenti sono il risultato di una miriade di condizionamenti; essi co-evolvono, si adattano l’uno all’altro. Inoltre, va sottolineato  che l’evoluzione somatica (quella degli strumenti anatomici) richiede tempi enormemente lunghi rispetto all’evoluzione dei comportamenti e che sono questi ultimi, eventualmente, a dipendere dai primi. In definitiva, affermare che i maschi umani sono privi dell’osso penico (che tanto “rimpiangono”) per il fatto di aver abbracciato una cultura e un comportamento prevalentemente monogamico, o che “l'assenza dell'osso penico è una conseguenze delle scelte sessuali”, è una vera e assoluta fesseria, e molti diffusori di notizie (usurpatori del titolo di giornalista) non sono riusciti ad andare oltre un sensazionalismo pruriginoso di bassa lega.

Anche il vecchio Spock è d'accordo