Visualizzazione post con etichetta La Lettura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta La Lettura. Mostra tutti i post

venerdì 9 novembre 2018

CUOCERE UN UOVO SODO, LAICITÀ, E ALTRE QUISQUILIE

La Società Internazionale di Storia Culturale (la disciplina che si propone di analizzare i diversi fenomeni facenti capo alle scienze umane mediante gli strumenti offerti da un approccio culturale alla questione) ha indetto per la prossima estate una conferenza intitolata IL TEMPO È CONOSCENZA – Orologi, Scienza e Società in Europa tra il XVI e il XIX Secolo. Per chi fosse interessato la conferenza si terrà a Tallinn (Estonia) nei giorni 26-29 giugno 2019.



Quanto tempo occorre per cuocere alla perfezione un uovo sodo o per arrostire un pollo? A che velocità cade un oggetto in relazione alla sua massa? Come calcolare la propria posizione nei termini di latitudine e longitudine? Come calcolare gli orari di arrivo e di partenza delle diligenze postali? Come stabilire le coordinate per il primo appuntamento d’amore senza correre il rischio di non incontrarsi? Come stabilire se l’alibi di un sospetto assassino è valido oppure no? Da sempre – e al giorno d’oggi ancor di più – la misurazione del tempo è stato un fondamento di ogni attività umana, dalla più semplice alla più complessa, in attività di pace e in attività guerresche. Oltre a quella del tempo, molte altre misurazioni sono fondamentali per la conoscenza: le distanze, la pressione atmosferica, l’attività elettrica del cuore, e mille altre. Le conoscenze che chiamiamo scientifiche si basano tutte sulla misurazione di qualcosa. Conoscere qualcosa è quantificare quella cosa: quella cosa in sé e quella cosa in relazione ad altre cose.

Cuocere alla perfezione un uovo sodo: risultati sperimentali 
La conoscenza si esaurisce quindi nei numeri che descrivono cose o fenomeni? Sì e no. Più sì che no o più no che sì, a seconda dei punti di vista e a seconda di ciò che si desidera conoscere. Il buon Darwin, quando si trattò di decidere se sposarsi, compilò due paginette di pro e contro, cercando di attribuire un valore agli uni e agli altri. Tra i pro: avere figli (per tramandare la specie); avere una compagna fedele (meglio di un cane); sentire una voce femminile; avere una casa accogliente (e qualcuno che se ne prenda cura). Tra i contro: non potere andare dove si vuole e frequentare chi si vuole; cedere su ogni cosa per non litigare; noiose visite ai parenti; avere meno soldi per comprare i libri; diventare grassi e pigri; possibilità che alla moglie non piaccia Londra e doverci rinunciare; non poter fare gite in mongolfiera; ecc. Tuttavia, pur essendo i “contro” assai prevalenti sui “pro”, egli decise comunque di sposare la sua amata cugina Emma. Quanto a Gregor Mendel, lo scopritore delle leggi della genetica, conservava i suoi quaderni nella cella del monastero di Brno dove viveva ed eseguiva gli esperimenti sulle caratteristiche ereditarie dei piselli: in questi quaderni, decine di migliaia di numeri descrivevano le leggi dell’ereditarietà. Alla sua morte, per rendere la cella immediatamente disponibile per un altro monaco, fu bruciato tutto, con grande soddisfazione del Vescovo di Brno il quale non vedeva per niente di buon occhio quel monaco che si affannava a tradurre in numeri la perfezione del creato e del suo Creatore.

Per noi scienziati (chiedo venia se mi dispongo in questa categoria) la misura è tutto: è l’ossigeno che ci tiene in vita ed è il metro con cui misuriamo anche noi stessi e i risultati che otteniamo. Misuriamo e quantifichiamo, e chiamiamo “veritieri” i nostri risultati e le nostre “dimostrazioni”. Misurando “oggettivamente” (vale a dire in modo laico e neutrale – almeno, così crediamo) ci sentiamo perfettamente “laici”, diversi e superiori a chi, per fede, dichiara “veritiero” l’indimostrabile o a chi imputa dei limiti al potere del numero. Ecco che, così facendo, alcuni di noi diventano “laici” per fede (la fede nei numeri) e diventano ancor più fideisti dei fideisti che combattono.

Ci sono saperi, però, che trovano poco conforto nei numeri. Poesia, storia, letteratura, linguistica, archeologia, musica, arte, filosofia, estetica e molti altri saperi utilizzano strumenti non quantitativi, e i risultati degli studi di loro pertinenza assai difficilmente trovano oggettivi riscontri quantitativi. Questi saperi sono forse meno saperi di quelli misurabili? La risposta è no! Sono saperi anch'essi: eccome se lo sono! Ma spesso noi scienziati – e insieme a noi gli Enti finanziatori della Cultura – si aspettano dei numeri e delle misurazioni per stabilirne l'effettivo valore.

L'impact factor è un indice numerico col quale si cerca di definire la rilevanza di un dato scientifico o di un'attività di ricerca 
Per fortuna, ci sono oggi dei movimenti d’opinione, non solo fra gli umanisti ma anche tra gli esponenti delle cosiddette scienze dure, che vorrebbero riconsiderare la questione: sia per trovare una quadra che non sia unicamente quantitativa per stabilire il valore di un oggetto culturale o di una conoscenza, sia per trovare intersezioni e complementarietà tra conoscenze quantitative (misurabili) e qualitative (il cui valore non si esprime necessariamente coi numeri). L’obiettivo è fare delle conoscenze dell’uomo e di quelle sull’uomo, una conoscenza unica.

L’umanità non si misura, afferma Annalisa Sacchi sul numero #362 di La Lettura. Questo è solo l’ultimo di una lunga serie di articoli che La Lettura dedica a una questione aperta e importante come questa. Un aspetto di rilevanza non secondaria sollevato in questo articolo è la differenza tra esperimento ed esperienza: il primo è passibile di misurazione, mentre l'aritmetica si addice poco alla seconda. Nell’esperienza ha maggiore valore l’emozione che si lega ad essa, la rete di connessioni e di evocazioni che essa suscita, la posizione che essa assume all’interno della memoria di chi la prova, la possibilità formale e sostanziale di condividerla con altri facendola diventare un soggetto appartenente alla memoria collettiva: fatto non secondario, questo, poiché conoscenza e cultura, oltre ad essere un fatto individuale, sono e rimangono un fatto sociale che travalica il singolo individuo.

In un altro articolo sullo stesso numero di La Lettura, il fisico e scrittore Paolo Giordano, nell’articolo intitolato Anche la Scienza ha bisogno di una Coscienza, pubblica il proprio discorso fatto all’inaugurazione dell’Anno Accademico della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste. Tra le molte affermazioni meritevoli di meditazione ne estraggo qui due: “Chi si trova qui oggi ha il vantaggio di possedere un metodo. Ma è davvero sufficiente, il metodo, per muoversi con scioltezza tra gli innumerevoli quesiti etici e materiali nuovi di zecca che il progresso scientifico ci mette continuamente davanti? Stento a credere che chi, come voi, ha fatto della dimostrazione, dell’esattezza e dell’approfondimento insaziabile i cardini della propria conoscenza, possa accontentarsi tanto facilmente … Negli anni dell’Università, non ho mai incontrato sulla mia strada un solo corso di epistemologia o di storia della fisica. Il bravo scrittore ripensa la letteratura nel suo complesso in ogni sua opera. E il bravo filosofo si comporta similmente, filosofando. Perché dovrebbe essere diverso per il bravo scienziato?”.

Concludendo. La conoscenza non si esaurisce nel numero. Certamente, non si può e non si deve prescindere dalle conoscenze che la scienza, con le sue misurazioni, ci mette a disposizione e pensare di poter trovare altrove tutte le risposte. La conoscenza ha un solo scopo (oltre all’intimo piacere estetico di possederla): prendere decisioni e fare le scelte giuste. I soli numeri, però, non bastano, e nemmeno le “dimostrazioni”. A queste vanno coniugati valori che provengono da altri luoghi e da altri percorsi; occorre fare i conti con pulsioni, paure, affetti, aspirazioni e tutte quelle umane cose che non trovano riscontri nei numeri ma nell’animo, quello strano oggetto incommensurabile (quantitativamente irriducibile a qualsiasi termine empirico di riferimento) che risiede in tutti noi.



venerdì 12 ottobre 2018

MA LE GALLINE, DOVE VANNO?

Charles Darwin - che nulla poteva sapere delle leggi della genetica e doveva accontentarsi di interpretare ciò che i suoi occhi vedevano - chiamava REVERSIONE il fenomeno della ricomparsa spontanea di caratteri primitivi negli animali domestici lasciati a se stessi o non più sottoposti a una rigida selezione riproduttiva atta a perpetuare il mantenimento di determinate caratteristiche.  


Dromornis stirtoni, uccello gigante australiano estinto circa 50.000 anni fa

La genetica classica ha svelato che la reversione osservata da Darwin era dovuta semplicemente al fatto che, riducendo un certo tipo di controllo sulla riproduzione, alcuni geni, detti recessivi, si diffondono più facilmente tra gli individui di una specie. Quando entrambi i genitori trasmettono questi geni al figlio il carattere codificato da questi geni ricompare, anche se era sembrato andare perduto per sempre. Ma che cosa succede con i caratteri atavici, quelli presenti in specie antichissime ma alla lontana imparentate con le specie attualmente esistenti? In rarissimi casi - afferma Jack Horner - alcuni di questi geni improvvisamente e per motivi sconosciuti si riattivano: ecco che nasce un serpente con le zampe o un essere umano con una piccola coda costituita da qualche vertebra sovrannumeraria. 

Il Prof. Horner, paleontologo dell'Università di Orange (California), è uno dei maggiori esperti mondiali di dinosauri ed è colui che ha suggerito la trama del romanzo Jurassic Park, tradotto poi in film da Steven Spielberg. Il Prof. Horner, è stato intervistato a Bergamo Scienza da Telmo Pievani, docente di Filosofia della Scienza all'Università di Padova ed efficace divulgatore di questioni legate all'evoluzionismo biologico (vedi La Lettura n° 358 del 7 ottobre 2018). 
Perché al Prof. Horner interessano i geni ancestrali che consentono la ricomparsa di caratteri atavici? Per il semplice motivo che egli coordina un gruppo di ricerca che si pone l'obiettivo di trapiantare geni ancestrali in polli nel tentativo di farvi riemergere alcuni caratteri appartenenti ai dinosauri, da cui i polli, alla lontana, derivano: non a caso, il progetto è stato chiamato Dinochicken Project. Questa sì che è una bella notizia! I bambini che adorano i dinosauri potranno chiedere ai genitori o ai nonni che venga loro regalato per Natale un bel pollosauro con cui giocare. 

Da dove vengono le galline?

Ne parlo qui perché questa notizia - che si può definire curiosa o inquietante a seconda dei punti di vista - chiude in un certo senso il cerchio di due precedenti post di questo blog. Nell'aprile 2016 avevo pubblicato un post ititolato Da dove vengono le galline (vai al LINK), in cui si parlava, appunto, dell'origine evolutiva degli uccelli, galline comprese, dai dinosauri. In un post del maggio di quest'anno, intitolato Una rivoluzione in atto: l'editing genetico (vai al LINK) avevo illustrato a grandi linee la tecnica di ingegneria genetica che verrà utilizzata per cercare di creare i primi abbozzi di pollosauro.

Horner afferma che "grazie a queste indagini genetiche stiamo imparando moltissimo di come gli uccelli si sono evoluti dai dinosauri". La scienza è scienza: quando si tratta di "imparare" ogni mezzo sembra lecito: o quasi. A proposito di questo "o quasi", Telmo Pievani solleva qualche legittimo dubbio circa il "senso" di questo progetto. E qui il Prof. Horner fa acune affermazioni per nulla rassicuranti. Per esempio, afferma che questi neo-dinosauri in provetta "sapranno adeguarsi molto rapidamente al nuovo ambiente". Questo suona particolarmente sconcertante perché forse Horner non tiene in debito conto che le condizioni ecologiche sono molto cambiate rispetto a qualche decina o centinaia di milioni di anni fa e che, per esempio, gli elefanti e molte altre specie che fino a poco tempo fa parevano perfettamente adeguate all'ambiente, oggi manifestano tremende difficoltà al cospetto di una specie altamente invasiva come quella umana. Ma Horner vorrebbe rassicurarci, affermando che il pollosauro "non sarà altro che una varietà di animale domestico". Sarà, ma la cosa non sembra garantita al cento per cento. Qualora a Natale, o per un compleanno, si volesse donare un pollosauro, sarà bene regalare un esemplare adulto e non un pulcino, per evitare sgradevoli sorprese riguardanti la crescita del medesimo.

Che succede se il pollosauro cresce troppo?

Sulle ali dell'entusiasmo, poi, Horner afferma che se l'esperimento del pollosauro andrà bene, allora "si potranno far ritornare in vita specie estinte come il mammut o si potranno creare nuove specie". Nel caso la tentazione di giocare al "Piccolo Creatore" persistesse, consiglierei al Prof. Horner di consultare il Bestiario fantastico. mostri e animali di altri tempi, di Francesca Gambino e Enrico Cerni (Coccole Books, 2014) e l'imperituro Libro degli esseri immaginari (Manuale di zoologia fantastica) di Jorge Luis Borges (Adelphi, 2006 e 2014). 


venerdì 21 settembre 2018

SCIENZA: FEDE, FIDUCIA, RESPONSABILITÀ

Una delle molte aree di crisi della nostra società riguarda la fede, o meglio, le fedi. Oltre alle fedi religiose tradizionali (e alle chiese di formazione più recente come Scientology o la Watchtower Society) tradizionalmente in lotta tra loro, vi sono fin troppe fedi – fedi laiche – che si contendono il governo delle nostre speranze e dei nostri comportamenti. La Lettura #355 del 16 settembre apre con la domanda: «IN CHE COSA CREDIAMO?». 


Copertina del New Scientist, ottobre 2017
Si può credere in molte cose: in una particolare teoria politica, nel danaro, nel mercato, nella scienza, nell’evoluzione, nella natura, ecc. Il fatto sottolineato da La Lettura è che oggi ognuno di noi è “libero” di scegliere in che cosa credere: si crede per scelta, non per nascita o per appartenenza. Se le cose stanno davvero così, ciò in cui crediamo, ciò che indirizza le nostre scelte e i nostri comportamenti dipende esclusivamente da noi: è una nostra responsabilità esclusiva che non possiamo condividere con altri, a meno di non voler cedere ad altri le nostre facoltà decisionali. Non toccherò temi “alti”: mi limiterò a fare riferimento a due degli interventi ospitati da La Lettura, “La scienza può sbagliare, perciò merita fiducia”, di Chiara Lolli e “Il culto della natura è un mito di espiazione”, di Carlo Bordoni.   

Chiara Lolli solleva un tema fondamentale della Fede: il Credere senza Capire che si confronta col Credere in ciò che si Capisce: questi sono due tipi diversi di Credenza o di Fede. Se credo in quel che so, confido nel mio sapere; se credo in ciò che non so, devo poter riporre tutta la mia fiducia in chi mi indica in che cosa credere. Si tratta di contrapporre una fede critica (motivata e consapevole) a una fede acritica (immotivata e poco consapevole). Intendiamoci, tra le due modalità non vi sono differenze morali: entrambe le credenze sono perfettamente legittime e frutto di una libera scelta. La differenza, eventualmente, sta negli strumenti che decidiamo di usare per “conferire fiducia”. «Poiché non possiamo controllare quasi niente direttamente», afferma Chiara Lolli, «dobbiamo fidarci delle fonti». Se è vero che non possiamo controllare quasi niente direttamente, è anche vero, però, che possiamo verificare le relazioni logiche tra i fenomeni che osserviamo e le spiegazioni che ci vengono fornite. Possiamo anche verificare se dette spiegazioni corrispondono ai fenomeni cosi come li vediamo accadere. La massima congruenza tra spiegazioni e fenomeni si ha quando esse vengono fornite da chi è competente in materia, per studio o per esperienza. Quindi, continua Chiara Lolli, «Il “New England Journal of Medicine” o “Nature” meritano più fiducia delle “Iene” se vogliamo sapere quali trattamenti sono più efficaci per trattare una neoplasia … Meglio rivolgersi a un ingegnere e non a un laureato in Scienze della Comunicazione se vogliamo controllare la tenuta di un ponte». Oggi viviamo in tempi in cui è doveroso e necessario ripetere questi concetti basilari, per quanto lapalissiani possano sembrare: fa benissimo Chiara Lolli a insistere su questi fatti. "Affidarsi alle conoscenze è meglio che affidarsi all'ignoranza" avrebbe detto Massimo Catalano, insuperato interprete dell’ovvietà nella trasmissione cult degli anni ottanta, Quelli della Notte.

Affidarsi alle conoscenze, condividere conoscenza
Ma vi è anche un concetto ancor più basilare su cui la giornalista insiste. È un concetto quasi anti-intuitivo: si potrebbe pensare, infatti, di dover dare fiducia a chi non sbaglia mai. La scienza, al contrario, è più affidabile proprio perché sbaglia, sa di poter sbagliare e considera il riconoscimento dell’errore una fonte di conoscenza. È pericoloso affidarsi a chi non ammette di sbagliare o a chi, per statuto, non sbaglia mai.  

Il contributo di Carlo Bordoni è su un altro registro e parte proprio da dove Chiara Lolli termina. L’uomo si è dimostrato capace di intervenire sulla Natura modificandola a suo piacimento. Una certa fede acritica nei confronti della Scienza ha subito contraccolpi notevoli per colpa della palese incapacità dell’uomo di tenere sotto controllo alcuni dei propri interventi. La paura suscitata da tale incapacità, in associazione talvolta con una eccessiva presunzione da parte delle scienze, ha provocato un legittimo senso di sfiducia nel “progresso”. La via di salvezza è stata quindi riposta in un ritorno alla Natura: «Non ci resta che la Natura in cui credere!».

Ivan Rabuzin (1921-2008): Natura
Purtroppo, però, la rinnovata fiducia nella Natura ha la medesima base emotiva di quella fiducia che era stata risposta nelle scienze o negli scientismi. «Si abbracciano gli alberi» abbracciando la potenza della Natura con la stessa partecipazione viscerale con cui si abbracciava la potenza della scienza. Si va «alla riscoperta dell’idea romantica di una vita naturale», amando il romanticismo dell’idea in sé, senza avere alcuna coscienza o conoscenza di come le cose vadano davvero in natura. Da qui nascono comportamenti estremi, come quello vegano che, al di là dei nobilissimi e romantici intenti, dimostra una ben scarsa conoscenza della natura, della specie umana all’interno di essa, e dell’enorme complessità rappresentata dall’interazione tra specie.

Professare una fede è sempre pericoloso perché le fedi, se sono cieche, impediscono di vedere a chi le professa. Dare fiducia a qualcosa o a qualcuno ha conseguenze importanti: va fatto con responsabilità e consapevolezza.
   






lunedì 7 agosto 2017

IL TEMPO - UNA RINNOVATA OSSESSIONE

Il tempo, inteso come idea, come categoria, e come dimensione attraverso cui l’intero universo si muove, in questi giorni (e quando si parla di giorni si ha a che fare col tempo), sembra essere diventata una delle maggiori preoccupazioni della fisica e della filosofia. Questa faccenda del tempo ha sempre interessato i filosofi (da Platone a Vico, da Sant’Agostino a Kant). La questione sembra ora preoccupare, oltre ai fisici e ai filosofi, l’intera nazione italiana. A giudicare dai titoli dei libri più venduti in Italia, L’Ordine del Tempo (Adelphi) e Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi), entrambi scritti dal fisico Carlo Rovelli, sono rispettivamente al secondo e al terzo posto della classifica della saggistica italiana, preceduti solo da Avanti, perché l’Italia non si ferma (Feltrinelli), recentemente pubblicato da tale Renzi Matteo.


Il tempo ci sembra un concetto del tutto intuitivo. Una cosa – per esempio la nostra persona – nasce, vive, invecchia, muore. È evidente che questa sequenza di fatti molto evidenti dipende dall’esistenza del tempo e non potrebbe esistere se, a sua volta, non esistesse il tempo a scandire le trasformazioni di qualunque cosa esista nell’universo. I fisici ci fanno capire, a suon di prove provate, che la nostra idea di tempo non è così reale e vera come sembra. Le equazioni che descrivono l’universo nei modelli dei fisici quantistici fanno a meno del tempo. Al posto del tempo, è sufficiente inserire le relazioni reciproche tra i costituenti fondamentali dell’universo e quel modello di universo tiene, facendo a meno del tempo.
Il nostro concetto intuitivo di tempo viene dunque messo in crisi dai fisici. Già Einstein, più di cento anni fa, ci diceva che al variare della velocità, varia anche la velocità con cui trascorre il tempo. Alla velocità della luce il tempo viaggia più lentamente rispetto a chi sta fermo. Va beh, però la velocità della luce per noi comuni mortali è poco intuitiva e, a dir la verità, ci interessa relativamente poco se ad alte velocità il tempo trascorre più lentamente rispetto a noi che ci muoviamo sulla terra a velocità piuttosto lente. Ma facciamo male a dire che la cosa non ci interessa perché, per esempio, tutti i navigatori o i localizzatori GPS dei nostri smartphone non potrebbero funzionare in modo ottimale se i tecnici non tenessero conto della relazione tra velocità di spostamento e velocità del tempo. Ma se questa faccenda del trascorrere variabile del tempo è vera per gli smartphone, allora forse i fisici hanno ragione, e il tempo non è quella cosa cui noi pensiamo in maniera intuitiva. Carlo Rovelli afferma, per esempio, che il tempo può essere una dimensione che emerge, a livello locale, per il verificarsi di particolari condizioni ed è percepito così come viene percepito in base alle nostre modalità cognitive di mettere le cose in relazione tra loro. Egli afferma, per esempio, che nell’universo non esiste il “giù” e il “su”. Giù e su sono categorie del nostro pensare che emergono localmente dal modo in cui noi organizziamo le nostre percezioni (vedi RAI Filosofia a questo LINK). Insomma, la situazione è più complicata di quel che sembra. Quando i fisici (con le loro assunzioni, le loro formule, le loro teorie e le loro dimostrazioni) fanno affermazioni così importanti su una questione così rilevante come quella del tempo e mettono in crisi le nostre umane credenze, entrano in ballo i filosofi a creare costruzioni metafisiche ancora più spiazzanti delle costruzioni dei fisici. Ed è su questa lunghezza d’onda che Kevin Mulligan, professore emerito di filosofia analitica dell’Università di Ginevra – sulle pagine di La Lettura # 297, 6 agosto 2017, p. 10-11 – afferma che, a proposito del tempo, si affrontano e si scontrano ben quattro teorie filosofiche. 


La prima teoria afferma che “il presente, il passato e il futuro non sono altro che punti di vista (dell’osservatore) sulla realtà, non parti di essa”.
La seconda teoria prede il nome di presentismo e afferma (un po’ avventurosamente, secondo me) che “il presente è un tempo oggettivamente speciale, l’unico in cui qualcosa può essere reale: qualunque cosa esista, esiste ora”.
La terza teoria, l’anti-realismo, è una sorta di teoria prudentemente strumentalista. Dubitando che la fisica sia davvero in grado di dire la verità sulla realtà, e sostenendo che molte delle affermazioni dei fisici si basano su teorie non del tutto dimostrate o dimostrabili, questa teoria sostiene che le affermazioni dei fisici sul tempo dovrebbero essere concepite “non come una rivelazione della realtà, ma come un semplice strumento più o meno efficace per manipolarla” (questa posizione strumentalista è del tutto analoga a quella che il Cardinale Bellarmino suggeriva a Galileo nel momento del confronto col Tribunale della Santa Inquisizione).
La quarta e ultima teoria e quella che estremizza le conseguenze delle recenti teorie dei fisici, in modo particolare quelle che hanno a che fare con la gravità quantistica (di per sé, la “gravità” è già qualcosa di particolarmente misterioso, anche per i fisici: figuriamoci quanto può essere misteriosa per noi comuni mortali una cosa come la “gravità quantistica”). Questa teoria afferma semplicemente (e un po’ proditoriamente) che “il tempo non è un elemento fondamentale della realtà: è un’illusione” (questo, a dir la verità, tra il serio e il faceto, lo diceva già Albert Einstein).

Un dubbio, però, mi sta venendo. Non sarà forse che fisici (e filosofi con loro), infastiditi dal non riuscire a mettere le mani su questa anomalia locale che è il tempo per rallentarla o per gestirla a piacimento, piuttosto che ammettere l'ineluttabile finiscono con l'illudersi (illudendoci) che il tempo, in fondo, è solo un'illusione? Einstein, la sua linguacca a chi mostra: al tempo?


   


domenica 2 luglio 2017

L'INFORMATICA, I NEURONI, E IL PARADOSSO DELLA POESIA

Vi sono macchine, o meglio software, che fungono da interfaccia tra umani e la rete. 


Gli umani (non molti ancora) si servono di questi software per ricevere in tempo reale informazioni che la macchina attinge dal web ed elabora in base ad algoritmi e alla rete neurale "intelligente" di cui è dotata. Quando l'umano riceve una risposta, restituisce alla macchina una valutazione di gradimento sulla qualità della risposta ricevuta. A poco a poco, grazie alla rete neurale la macchina "impara" a selezionare le informazioni e a confezionare meglio le risposte. I ricercatori di Microsoft, azienda che progetta e sviluppa software di questo genere, hanno voluto fare un esperimento alquanto ardito. Si sono chiesti: se si forniscono al software informazioni adeguate per quantità e per tipo, esso sarà in grado di produrre qualcosa di "creativo"? Nello specifico, inserendo nella memoria della macchina un gran numero di poesie, questa, tenendo conto delle informazioni contenute in milioni di "conversazioni" tenute tra macchina e interlocutori umani,  sarà capace di creare poesie? Il primo esperimento è stato fatto in Cina. Come ci informa Sergio Basso su La Lettura (n° 292 del 2 luglio, pag. 23), al software Xiaoice sono state date da "leggere" tutte le poesie di 519 autori cinesi dal 1920 ad oggi (un secolo). Nella memoria di Xiaoice c'erano inoltre ordinatamente stoccate milioni e milioni di "conversazioni" tra la macchina e utenti cinesi. Da queste conversazioni la macchina avrebbe potuto estrapolare componenti riguardanti i comportamenti, i desideri, le ansie, le associazioni mentali degli umani. Dalle poesie dei 519 poeti, la macchina avrebbe potuto estrapolare i modi, i ritmi, la struttura, e la forma con cui questi 519 umani speciali (i poeti) hanno saputo esprimere in modo gradito agli altri milioni di umani (i fruitori), speciali concetti e metafore (le poesie). Una volta fornite le informazioni, la macchina ha elaborato migliaia di "composizioni". La macchina, per il momento non ancora dotata di un cuore caldo e pulsante, ha inanellatto lemmi e sintagmi associandoli tra loro sulla base delle regole, degli algoritmi e delle associazioni che ha potuto estrarre da tutte le informazioni stoccate in memoria. Si, va bene, però ... la macchina ha prodotto o no "poesie"? Gli autori dell'esperimento hanno selezionato 139 di queste composizioni e ne hanno fatto un libro di "poesie", regolarmente pubblicate da un editore di Pechino. Forse si tratta del primo libro di poesie "pensate" e scritte da una macchina. 
A questo punto, i lettori arrivati fin qui saranno curiosi di sapere se le liriche sono poetiche o no. Qui di seguito le due liriche di Xiaoice riportate da La lettura.        


Lirica 1 - Tra gli uomini, lei ha sposato molti colori

Il blu di alcuni giorni, quelli in cui quel nugolo di stelle balùgina,
Il giorno rosso di quando hai il cuore colmo.
Guarda quanti angeli, per migliaia di chilometri, costellano il mondo.
Io sembro un sogno.

Guarda quelle stelle, quelle poche stelle che stanno baluginando.
Il sole che svetta da dietro il monte a occidente.
Le rane che sono nell'acqua poco profonda, là, distante.
Tra gli uomini, lei ha sposato molti colori.

Lirica 2 - I protagonisti della tragedia del mondo

Ho portato il fardello di amare le mie creature,
eppure ho ripassato i tuoi occhi.
Ho dato vita al cuore dell'epoca:
darò voce alle mie lacrime.

Le creature, tutte quante, senza limiti,
non hanno mai nemmeno contemplato il riprendersi della Terra.
Protagonisti della tragedia del mondo,
gli uomini di quel momento.

La foto è di Sebastião Salgado

Non ho la presunzione di dire se queste composizioni possano essere definite poesie. Posso dire, però, che esse mi emozionano come se lo fossero. Esse evocano sensazioni forti. Vedo metafore; ascolto echi e ritmi. Interpreto queste sequenze di lemmi come poesia.

Che cosa coglie la macchina della poesia? Probabilmente nulla, se non algoritmi (ma anche i poeti probabilmente lo fanno).
Se la macchina, come sono ben convinto, non crea poesia, allora sono io che, leggendo, la creo. I miei neuroni, la mia memoria, le mie associazioni mentali, le mie metafore: cose annidate nel mio profondo si aggrappano a quelle parole frutto di algoritmi e io ne estraggo emozioni.

Bene. Già prima di questo non avrei saputo definire che cos'è la poesia. Ora, lo so molto meno.


lunedì 20 febbraio 2017

Paura della scienza: una paura postmoderna - POST-illa

Nel post proposto qualche giorno fa e intitolato PAURA DELLA SCIENZA: UNA PAURA POSTMODERNA, parlavo di "dati" e di "fatti"; di "scienza"; della responsabilità della "formazione e dell'informazione" in relazione allo sviluppo (o al mancato sviluppo) dello "spirito critico"; del peso che le "emozioni" giocano nella percezione, nella "interpretazione" e nella memorizzazione dei fatti; dell'incapacità dei "cattivi politici" di sapersi avvalere di una corretta valutazione dei "fatti" prima di proporre soluzioni a problemi della cui complessità non vogliono o non possono rendersi conto. 


La Lettura, il supplemento del Corriere della Sera, contiene spesso alcuni stimoli che mi invitano alla riflessione. Oggi, aprendo tardivamente La Lettura #273 di Domenica 19 febbraio, mi accorgo che - con un tempismo che ha dello straordinario - sembra quasi che questo giornale abbia preso spunto dalle mie parole per ragionare sui medesimi argomenti trattati nel mio post.
Su questo numero de La Lettura ci sono ben tre interventi - ben più dotti del mio, si intende - sull'argomento da me trattato.  A pag. 8, Mauro Bonazzi interviene con un articolo intitolato Fatti Alternativi (leggi, "bufale" o "fake news"); a pag. 9, Serena Danna interviene con un articolo intitolato Il partito degli scienziati in marcia in nome dei dati; a pag. 11, Marilisa Palumbo interviene con un articolo intitolato La Società degli incompetenti.  
In questi tre interventi ho trovato affermazioni che mi hanno lasciato quasi sbalordito per il modo in cui riecheggiavano alcuni dei miei pensieri. Qui dDi seguito alcuni esempi, non contestualizzati ma ugualmente significativi, tratti da detti articoli: 

"Occorre dotare le persone di strumenti adatti per giudicare quello che viene loro raccontato"; 
"Questo permette ai manipolatori di alimentare equivoci e diffondere falsi";
"Nella realtà contano solo i fatti. L'accertamento dei fatti basta a stabilire che cosa è giusto e che cosa è sbagliato: ma non sempre è così";
"Nel mondo degli uomini, però, i fatti non significano nulla: [...] i fatti devono essere spiegati e valutati. Ci sono i fatti e le interpretazioni";
"I cattivi politici [...] rifiutano di riconoscere la complessità";
"Quando non bastano le notizie vere, se ne inventano di false";
"Dotare le persone di strumenti che permettano di giudicare quello che viene loro propinato";
"[...] imparare ad affrontare la complessità";
"Gli esperti che producono e usano le statistiche sono stati dipinti come arroganti e ignari delle dimensioni emotive che della politica";
"Le emozioni sono ritenute più importanti dei fatti";
"L''accesso alla conoscenza non è mai stato così facile, ma la resistenza all'apprendimento non è mai stato così forte";
"[...] ostilità attiva al sapere; [...] non hanno idea di come si indaghino i problemi e di cosa sia il pensiero critico".


Non mi resta che invitare chi ha letto o condiviso il mio precedente post a leggere gli articoli di cui sopra che, pur nelle loro differenze, interpretano un tema caldo, un tema che - visti anche i rivolgimenti politici recenti e i temuti rivolgimenti prossimi venturi - ha rilevanti implicazioni politiche e sociali.