Visualizzazione post con etichetta linguaggio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta linguaggio. Mostra tutti i post

giovedì 3 ottobre 2019

Greta Thunberg e gli scienziati – Questione di linguaggio


Nel rapporto tra scienza e società, non c’è oggi argomento più caldo di quello che riguarda il clima. In questo delicato rapporto, nel quale la politica e l’economia giocano un ruolo determinante, è entrato il fenomeno Greta Thunberg a sparigliare completamente le carte.


Greta Thunberg
Non intendo affrontare il tema dei denigratori per professione o per diletto: non è un tema, questo, per persone serie. E comunque, a scanso di equivoci, affermo di stare dalla parte di Greta, non foss’altro per l’ondata a livello globale che il suo intervento (ovviamente supportato da chi ha interessi anche economici nella soluzione dei temi climatici) è riuscita a sollevare tra i giovani i quali manifestano l’intenzione di appropriarsi del proprio domani.

Milano, 27 settembre 2019 - manifestazione per il clima

Quello che mi interessa è mettere in luce la questione del linguaggio. Tra le decine di migliaia di commenti che intasano giornali e social media mi sono soffermato pochi giorni fa sull'intervento di 
Roberto Battiston, (fisico ed ex Presidente dell'Agenzia Spaziale Italiana) pubblicato da Huffington Post intitolato "Perché io, scienziato, credo che Greta abbia ragione". Battiston afferma che Greta è nel giusto in quanto per risolvere il problema la ragazza svedese si affida alla scienza affermando non ascoltate me, ascoltate la scienza (vai al LINK). Un'affermazione singolarmente simile viene da parte di alcuni denigratori di Greta: Che ce ne facciamo delle parole di una ragazzina dato che gli scienziati parlano del rischio climatico da cinquant’anni!”. Il Prof. Battiston fa seguire alle proprie affermazioni un articolo esaustivo e scientificamente ineccepibile che, non ostante le lodevoli intenzioni divulgative, immagino sia risultato poco comprensibile per una enorme fetta della popolazione italiana. Non c’è da stupirsi. La scienza è difficile non solo da fare ma anche da spiegare. Gli scienziati, eccellenze comprese, faticano a rendersi conto di quanto il loro linguaggio spaventi e allontani la gente. É difficilissimo tradurre in parole semplici argomenti complessi ma per farsi capire da tutti è necessario sacrificare i dettagli e semplificare il linguaggio. 
Greta utilizza messaggi brevi e diretti, che giungono allo stomaco prima di risalire al cervello. Per lo più, gli scienziati parlano al cervello ma molti dei loro messaggi finiscono col perdersi prima di arrivare al cuore e allo stomaco di chi li legge. I messaggi di Greta, al contrario, hanno la purezza quasi ingenua delle accuse che da sempre gli adolescenti gettano in faccia agli adulti. C’è chi ha scritto che il suo linguaggio è populista. Questa, che sembra una accusa, contiene un seme di verità se si vuole dare al termine populista la connotazione di un messaggio semplice e immediato che veicola significati che giungono senza mediazioni alle persone comuni e le coinvolgono profondamente. Sappiamo bene come, in politica, i messaggi populisti siano straordinariamente efficaci, coinvolgenti e molto spesso pericolosi. Per una volta che un linguaggio “populista” veicola messaggi utili e alti, sarebbe forse il caso di considerarli con maggiore benevolenza.

Greta non è “la soluzione. L'adolescente svedese è diventata l’icona di un risveglio che non poteva attendere oltre. Non si può pretendere che Greta sia diventata un’icona solo con la farina del suo sacco. Certamente ci sono investitori, capitali, politici ed esperti di marketing dietro all'icona (pochi che l’hanno sostenuta fin dall'inizio e i soliti molti che si sono accodati dopo che ha avuto successo). D’altra parte, non solo gli hamburger più tossici, ma anche le merendine più sane hanno bisogno di marketing, packaging, e pubblicità. Da sempre, per diffondersi, le idee hanno avuto bisogno del sostegno di icone, di simboli, di bandiere, il cui minimo comun denominatore è la semplicità e l'immediatezza del linguaggio. La difesa del pianeta non ha forse bisogno dello stesso sostegno? Un linguaggio alla portata di tutti, come quello di Greta, è di fondamentale importanza per creare il dovuto sostegno, aprendo la strada a chi (scienziati, politici, imprenditori, e noi stessi con i nostri comportamenti individuali) potrà mettere in atto le giuste soluzioni.  

Politici che discutono di riscaldamento globale - Installazione, Berlino 2019



venerdì 25 maggio 2018

SULLE ORIGINI DEL LINGUAGGIO (secondo me) - POSTILLA

In due post pubblicati qualche settimana fa ho sostenuto l'opinione che il linguaggio poggi le proprie basi su una sintassi naturale che consente di mettere ordine e dare un senso a ciò che si vede e a ciò che si pensa

A sostegno di questa opinione porto ora due piccoli contributi. Uno (ancorché doppio) risale alla storia della filosofia. Il secondo è più recente (più concreto e significativo rispetto ai rimandi filosofici) ha a che fare coi processi cognitivi nell'ambito della complessa condizione clinica nota come spettro autistico.  

Il sostegno filosofico è alquanto antico e deriva da Aristotele, il quale afferma che "l'anima non pensa mai senza immagini" (De anima, 431a). Senza percezione, afferma Aristotele, non si potrebbe avere alcun apprendimento intellettuale: il pensare avviene per immagini e grazie alle immagini.  Da par sua, Tommaso d'Aquino affermava cheNon vi è niente nel nostro intelletto che prima non sia stato nei nostri sensi”. 

L'altro elemento che porto qui a sostegno della mia ipotesi l'ho appreso in questi giorni visitando una bella mostra alle Gallerie d'Italia di Milano: L’ARTE RISVEGLIA L’ANIMA, sull'utilizzo dell'arte come mezzo di espressione e comunicazione da parte delle persone con disturbi dello spettro autistico. 

Manifesto della mostra L'Arte Risveglia l'Anima
Nel catalogo della mostra si legge una affermazione di Temple Grandin, scrittrice e professoressa della Colorado State University e affetta dalla sindrome di Asperger, una delle varianti meno invalidanti dello spettro autistico, la quale parla di un modo di funzionare  della mente molto importante dal punto di vista cognitivo e che essa definisce proprio come "pensiero visivo: un pensiero fatto di immagini, in cui anche i concetti più astratti vengono compresi solo se tradotti a livello visivo". A questo tema la Grandin da dedicato un intero libro: Pensare in immagini e altre testimonianze della mia vita di autistica (Erikson, 2001).

L'arte Risveglia l'Anima: stralcio dal catalogo


venerdì 4 maggio 2018

SULLE ORIGINI DEL LINGUAGGIO (secondo me) - SECONDA PARTE

CHOPPER, AMIGDALE E SINTASSI

Nel precedente post ho immaginato la sintassi come una funzione logica naturale, basilare per l'elaborazione spontanea del pensiero intuitivo, una forma di pensiero strutturato che precede  il linguaggio e che non è esclusivo della specie umana.  

Evoluzione delle pietre scheggiate: dal chopper alla selce.
Tratta da Erlandson J, BrajeTJ. Archaeology and the Anthropocene (2014)

Il linguista Noam Chomsky fa risalire l'origine del linguaggio alla comparsa nella nostra specie di un particolare dispositivo che ha reso possibile la ricorsività che è tipica del linguaggio medesimo. Mentre Chomsky nega un'origine evolutiva di tale dispositivo, il neuroantropologo Terrence Deacon (La Specie Simbolica, Giovanni Fioriti Editore 2001) si richiama all'ipotesi di un transadattamento (exaptation nella dizione originale) alla funzione comunicativa di un dispositivo originatosi ed evolutosi in ambiti diversi da quello linguistico. La mia ipotesi (che richiama le due precedenti) è che tale dispositivo  esista effettivamente, che consista in una funzione logica altamente conservata cui può essere dato il nome di sintassi”, che si sia sviluppato in modo particolare nella specie umana attraverso una lunga evoluzione, co-evolvendo e co-adattandosi a diversi ambiti cognitivi e funzionali tra cui quello del linguaggio.
Tale funzione logica è di importanza vitale per poter interpretare il mondo, per immaginare e pianificare azioni complesse: è una funzione che l’essere umano condivide in vario grado con altre specie. Una funzione logica altamente strutturata senza la quale l'uomo non sarebbe stato in grado - per esempio - di addomesticare il fuoco, conservandolo, trasportandolo, riaccendendolo. Una capacità che ha preceduto di gran lunga l’emergenza del linguaggio. 

Nel post precedente mi ero limitato ad argomentazioni teoriche. Qui vorrei proporre un argomento concreto a supporto dell’ipotesi che quella sintassi che ha reso possibile il linguaggio di Homo sapiens fosse già presente nella stirpe umana prima che il sapiens medesimo esistesse. Mi riferisco in particolare a Homo erectus che abitava il nostro pianeta già 1.8 milioni di anni fa e che è scomparso (rimpiazzato da specie più evolute) circa 350.000 anni fa. Il fatto che almeno 800.000 anni fa Homo erectus abitasse le isole indonesiane di Bali, Lombok, Timor, Flores e altre, testimonia del fatto che questo nostro antenato fosse già in grado di navigare (verosimilmente con zattere di tronchi o con canoe) da un’isola all’altra per bracci di mare piuttosto ampi. Questa ipotesi tiene conto dei dati geologici e climatologici che escludono che tali isole fossero unite una all’altra o alla terraferma (Robert G. Bednarik. The origins of navigation and language. The Artefact 1997; 20: 16-56). Per costruire una zattera e per decidere di mettersi in mare alla ricerca di qualche cosa di ignoto ci vuole molta immaginazione, organizzazione, pianificazione, e saper fare. Il saper fare include anche il saper fare gli strumenti necessari, per esempio, per preparare funi, stuoie, pelli, etc. utili alla costruzione di una zattera o per scavare tronchi di palma per farne canoe. Per fare ciò è necessario uno strumento battente e tagliente: l’amigdala (o pietra scheggiata), la cui forma più antica è chiamata “chopper”, attrezzo d’uso comune per Homo erectus. In anni più recenti (circa 130.000 anni fa), Homo erectus ha navigato per il Mediterraneo colonizzando alcuni siti sull’isola di Creta (Thomas F. Strasser et al. Stone age seafaring in the mediterranean: evidence from the plakias region for lower palaeolithic and mesolithic habitation of Crete. Hesperia 2010; 79: 145-190). 

Ma che relazione c’è tra il linguaggio e la capacità di pianificare e compiere attività complesse? L’assunto è che senza possedere espressioni simboliche e una sintassi linguistica non sia possibile realizzare azioni complesse come costruire zattere e navigare per mare. Questo ha portato a ritenere che per realizzare tutto ciò che è stato capace di fare, Homo erectus dovesse già possedere una certa forma di linguaggio, cosa che anticiperebbe, e non di poco, l’emergere della facoltà linguistica in Homo sapiens. La tesi è interessante. Ma forse, e questa è la mia ipotesi, non è indispensabile possedere un protolinguaggio per fabbricare una zattera o un chopper. Oltre a mani molto ben strutturate ed obbedienti (essenziali per l’impresa), ciò che serve veramente è una sintassi logica che renda possibile pianificare l’impresa nella mente. Tra l’altro, la questione delle mani qui appena accennata non è per niente secondaria per la questione del linguaggio, poiché associare significati ai gesti è già di per sé un protolinguaggio che attinge alla medesima sintassi di cui sopra, coadattandola alla funzione comunicativa.   

Chopper: modlità d'uso
Per maneggiare un chopper nel modo indicato nella figura (come arma, per tagliare, per percuotere, per scuoiare), bisogna innanzitutto procurarsene uno. In natura è possibile trovare pietre scheggiate pronte per l’uso, ma è importante essere in grado di fabbricarle. Per fare ciò è necessario immaginare la forma più idonea per i diversi utilizzi (vedi figura qui sotto). 

Chopper diversi per forma e utilizzo 

Dopo di ciò, è necessario procurarsi il materiale idoneo e trovare il modo per dare alla pietra la forma desiderata per trasformarla in “strumento”.



Scheggiatura del chopper 
Nel periodo Acheulano del paleolitico inferiore (750.000-120.000 anni fa circa) – epoca durante la quale molto probabilmente il linguaggio non poteva neppure essere articolato – si producevano oggetti come quelli illustrati qui sotto e risalenti a circa 650.000 anni fa. 


Amigdale: fonte http://www.antiqui.it/doc/preistoria/pinf3.htm 
Indipendentemente dal voler affermare che una qualche forma di linguaggio era già presente in Homo erectus, è certo che egli usava la sintassi per pensare, pianificare e “fare” cose, prima ancora di essere in grado di dare un nome alle cose medesime.

Nel Paleolitico medio (300.000 – 120.000) si è passati dal chopper a forme un po' più regolari e con scheggiature sempre più sofisticate. Poiché, l’evoluzione da chopper ad amigdala e da amigdala a selce (vedi l’immagine di apertura del post) è andata di pari passo con la complessità delle sepolture – dove gli oggetti posti accanto alla salma, amigdale comprese, avevano funzione simbolica e rituale – viene naturale pensare che l’evoluzione culturale, quella del linguaggio e quella dei manufatti siano andate di pari passo. Nei ritrovamenti archeologici del paleolitico compaiono anche amigdale fatte con materiali inadatti all’uso strumentale, nonché amigdale dalla forma zoomorfa, ed altre ancora abbinate a oggetti di natura decorativa, facendo pensare che l’uso estetico di alcuni manufatti, amigdala compresa, accompagnasse l’uomo nel suo progresso simbolico e cognitivo. Secondo la mia ipotesi, approfittando di altre complesse evoluzioni somatiche e neurali, la parola è venuta poi, dando splendida forma a un procedimento originariamente sintattico.

Concludendo

La sintassi naturale è una funzione logica che ci consente di costruire una relazione coerente tra le cose che cadono sotto i nostri sensi, dando loro ordine e significato. Quella stessa sintassi consente di dare ordine e significato a sequenze ordinate di azioni che si intendono svolgere per realizzare uno scopo: ciò consente di immaginare e pianificare azioni complesse. Il linguaggio utilizza quella stessa sintassi per dare ordine, significato, e scopo a sequenze di azioni dell'apparato fonatorio che ci consentono di dare forma ai pensieri e di condivideli con altri.   

La sintassi, come strumento di pensiero e come ingrediente del saper fare, ha preceduto la fabbricazione delle pietre scheggiate. Queste, a loro volta, hanno dato forma e corporeità alla sintassi fino ad arrivare al punto da distillarne un senso estetico distinto dall’uso pratico e dove le regole stilistiche sono state mutuate da quelle sintattiche. Quella sintassi che ha consentito tutto ciò è la stessa medesima e immutata sintassi che l’uomo odierno utilizza per dare senso, per esempio, all’arte contemporanea, anche nelle sue espressioni più astratte e concettuali: è sempre quella stessa sintassi lì. Dalla ben nota FONTANA di Duchamp a Anish Kapoor e a tutti gli altri, è la nostra sintassi naturale che dà ordine e significato a ciò che ci viene detto o mostrato.

Anish Kapoor: Cloud Gate Chicago (2006)

martedì 24 aprile 2018

SULLE ORIGINI DEL LINGUAGGIO (secondo me) - PRIMA PARTE

Treccani, l’enciclopedia on line, definisce la linguistica come scienza del linguaggio. Per Wikipedia, che si affida alla linguista americana Carol Genetti, la linguistica è la disciplina scientifica che studia il linguaggio umano. Poiché la linguistica, a parer mio non è in grado di effettuare predizioni, userei  il termine scienza con grande prudenza pur non esitando a inserirla tra le cosiddette Scienze umane



Tuttavia, non v’è dubbio che tale disciplina utilizzi anche metodi e strumenti prettamente scientifici, anche sperimentali, nell’analisi delle lingue e nello studio del linguaggio. Basti pensare al pionieristico approccio cibernetico (la cibernetica della mente) adottato da Silvio Ceccato (Silvio Ceccato. Cibernetica per tutti. Feltrinelli, 1968) assieme a molti altri, tra cui Ernst von Glasersfeld, Vittorio Somenzi, Renzo Beltrame, Giuseppe Vaccarino (per una approfondita e alquanto articolata discettazione sull’argomento vedi: Felice Accame. Il linguaggio come capro espiatorio dell’insipienza metodologica. Odradek, 2015). Molti altri, in tempi più recenti, hanno adottato strumenti scientifici e sperimentali per comprendere l’origine e le basi neurobiologiche del linguaggio (vedi per esempio: Andrea Moro. Lingue impossibili. Raffaello Cortina, 2017).
Questa lunga premessa, in cui esplicito come la scienza flirti spesso e volentieri con la linguistica, mi fornisce la giustificazione formale necessaria per poter parlare del linguaggio in questo blog. Non essendo un professionista della materia, quelle che esprimo sono pure opinioni personali di un dilettante e come tali vanno prese.

A queste opinioni personali dedico due post. Il primo (questo) è una riflessione di tipo analogico nella quale cerco le origini del linguaggio in quella sorta di sintassi naturale (sintassi è parola di origine greca che significa "associazione”, “ordinamento) che consente all’uomo (ma anche a molti animali) di mettere ordine in tutto ciò che – del mondo esterno o di quello interiore – giunge al livello della coscienza attraverso le esperienze sensoriali e si trasforma, per esempio, in progetto, intenzione, azione. 
Il post successivo cercherà una dimostrazione fattuale delle opinioni espresse in questo primo post attraverso qualche riflessione a proposito del primo utensile mai costruito dall’uomo: l’amigdala (pietra scolpita, chopper, selce scheggiata).
Il primo post è già stato pubblicato all’interno di un gruppo chiuso di Facebook dedicato al pensiero complesso (AIEMS - Associazione Italiana di Epistemologia e Metodologia Sistemiche). Poiché molti amici che mi seguono su DOVEOSANOLEGALLINE non frequenta Facebook, riproduco qui di seguito il post in oggetto. Il post sull’amigdala verrà pubblicato tra una settimana circa.


SINTASSI E RAGIONAMENTO INTUITIVO (pubblicazione originale al LINK)

A metà dell’Ottocento s’era discusso così a lungo, e in modo tanto vano, dell’origine del linguaggio che, nel 1866, la Società di Linguistica di Parigi aveva vietato in modo assoluto ai propri soci di discutere ulteriormente della questione. Tuttavia non abbiamo desistito e siamo ancora qui a farlo, con mille bellissime ipotesi e ben poche certezze.
Qui e ora, ne discuto da profano perché non ho competenze in nessuno dei settori teoricamente implicati nella questione. Vorrei solamente, in questa sede, porre l’ipotesi che il linguaggio, nella sua doppia funzione comunicativa e cognitiva, sia legata in qualche modo a tutte le nostre funzioni sensitive, in particolare la vista, considerata anch’essa nella sua doppia natura percettiva e cognitiva.
Partirei dal concetto di ragionamento intuitivo”, quello che si fa senza necessariamente utilizzare il linguaggio. Gli umani che perdono le funzioni linguistiche per colpa di ictus, non cessano di pensare. Gli animali, che sono privi di linguaggio e di tutte le sue proprietà simboliche e semantiche, a loro modo pensano: vedono, ricordano, mettono in relazione scene visive e sensazioni, pianificano azioni, le eseguono, ne valutano i risultati arricchendo l’archivio di esperienze da utilizzare in occasioni successive. Tutto ciò senza bisogno di parole. Gli animali, probabilmente, non sono in grado di gestire molti concetti astratti ma di alcuni, strettamente legati alla fisicità e alla corporeità, hanno certamente coscienza. Tra questi, la paura o alcune forme di gioia (pensiamo per esempio a un cane che gioca).
Detto ciò, ecco il mio pensiero. Nel ragionamento intuitivo noi pensiamo per immagini mentali corrispondenti alle percezioni sensoriali e alle sensazioni emotive accumulate con l’esperienza. Le percezioni sensoriali derivate dai nostri cinque sensi (e quelle emotive di origine interna) entrano in archivi specifici localizzati in diverse aree cerebrali, tutte altamente interconnesse a formare un unico data-base di esperienze. Di volta in volta, a ciascuno di questi elementi stoccati in archivio, a ciascuna di queste immagini mentali, possiamo attribuire (come fanno anche gli animali) funzioni indicali, oppure funzioni strettamente simboliche: quest’ultima prerogativa pare essere esclusiva della specie umana. Col ragionamento intuitivo, attingendo alla memoria organizziamo le immagini mentali in pensiero. Dette immagini possono essere allineate in sequenze lineari, oppure su diversi piani temporali, e in modo altamente ricorsivo. Per organizzare tali immagini usiamo anche grammatiche e sintassi perché il significato delle sequenze mentali dipende - almeno in parte - da come i singoli elementi vengono disposti nella sequenza e da come si correlano tra loro. Questa è, in parole molto povere, l’idea generale di pensiero per immagini mentali. 



Descritto il pensiero intuitivo in questo modo, le analogie col linguaggio sono evidenti. La semantica, la pragmatica, l’inferenza, e altre proprietà sono già contenute in questa idea di processo mentale. L’integrazione tra il tutto, affinché questo costituisca un sistema funzionale altamente efficiente, è dato dalla connettività tra i diversi archivi. Questa connettività è assicurata dai cosiddetti fasci connettivi che compiono miracoli, là nella nostra scatola nera, incluso il miracolo della coscienza. In certi casi, una connettività “esuberante” può portare a quegli affascinanti fenomeni di sinestesia, dove i vari sensi si mescolano: i suoni evocano colori, i colori evocando sapori, questi evocano sensazioni tattili e così via. Nell’uomo – come sia avvenuto non si sa (e forse non ha molta importanza saperlo) – là dove esistevano solamente associazioni tra immagini mentali, azioni, situazioni, sensazioni, ecc., a tutto ciò alcune aree del cervello hanno associato suoni (versi, fischi, mugolii e, infine, parole). Le parole sono diventate il veicolo di significati concreti, astratti, indicali, simbolici, metaforici, ecc.: ecco il linguaggio. Una volta nato, questo si è evoluto consentendo lo sviluppo della più straordinaria capacità comunicativa presente sul nostro pianeta, e l’uso cognitivo che ne sappiamo fare ci ha trasformati in una specie sapiente. E così l’uomo è stato dotato di uno strumento che gli consente di filosofeggiare. Il mio cane non ne è capace … ma il mio gatto, a volte, sembra saperlo fare benissimo.
   


domenica 15 ottobre 2017

IL METODO SCIENTIFICO - terza e ultima parte

Nel post precedente, s’era concluso affermando che la condivisione è una caratteristica fondante del fare scienza e del metodo scientifico.

Condividere le conoscenze

Ci si potrebbe chiedere “con chi” lo scienziato deve condividere il suo sapere. La risposta più ovvia è “con tutti” anche se, di questi “tutti”, solo pochissimi sono in grado di capirci qualcosa e di partecipare all'impresa: gli altri, non capendo, facilmente traviseranno (un capitolo a parte di questa questione riguarda il difficile tema della divulgazione scientifica). Questo “tutti”, dunque, non solo è ingannevole ma è anche pericoloso. 

La questione, in fondo, è semplice: i destinatari precipui della condivisione scientifica sono gli scienziati medesimi, i quali comunicano tra loro attraverso canali istituzionali (convegni e letteratura dedicata) e, cosa di primaria importanza, condividendo un linguaggio tecnico. Questo, facilita la comunicazione tra adepti ma, al pari dei linguaggi iniziatici, costituisce un insuperabile ostacolo alla comprensione da parte di chi è estraneo non solo alla scienza, ma financo alla singola disciplina specifica.
La letteratura scientifica attraverso cui gli scienziati comunicano è relativamente pubblica e accessibile ma i contenuti di tale letteratura, per essere resi accessibili al grande pubblico, debbono venir tradotti e semplificati da esperti divulgatori capaci di adeguare al proprio pubblico il linguaggio e i concetti. Con ciò si soddisfa la richiesta civica e politica di una scienza pubblica e non segreta. 

Nell'ambito strettamente scientifico, la condivisione della conoscenza, delle procedure, e dei risultati – mettendo tutti gli altri nelle condizioni di replicare esperimenti e misurazioni – consente di valutare, collettivamente, la riproducibilità dei risultati medesimi. Tale riproducibilità dà ai risultati un’aura di universalità. Al contrario, la non riproducibilità è un indizio molto serio contro l'attendibilità dei risultati. In conclusione, la condivisione è un aspetto metodologico fondante dell’universalità della conoscenza scientifica ed è anche una sorta di dovere etico per chi fa scienza.
Vi è un atteggiamento mentale, proprio di chi fa scienza, che appartiene senza dubbio al cosiddetto metodo scientifico. Non si tratta tanto della pretesa di tendere alla conoscenza di come è fatto “veramente” il mondo: questo è un atteggiamento molto diffuso ma non fondamentale. L’atteggiamento cruciale che distingue chi fa scienza da chi, pur pretendendo di fare scienza fa qualcos’altro, ha a che fare con il rigore con cui si affrontano i problemi, un rigore che nel caso specifico della scienza è fortemente ancorato all’idea di dimostrabilità delle affermazioni, dei risultati sperimentali, delle relazioni causali, e di tutti quegli elementi che lo scienziato solitamente chiama “fatti”.
Apro una brevissima parentesi sul problema dei cosiddetti “fatti”. Tanto lo scienziato che l’uomo della strada chiama “fatto” un qualsiasi fenomeno evidente in sé. Una pietra che cade è un fatto. Lo scienziato, però, diversamente dall’uomo della strada, definisce “fatto” ogni fenomeno che, ai suoi occhi, risulta dimostrato e/o serialmente riproducibile e/o che consente di fare predizioni basate proprio su quel “fatto”. Tuttavia, in alcuni casi, i “fatti” altro non sono che “interpretazioni” di un fenomeno che viene analizzato all’interno di un paradigma, considerando il paradigma come il quadro di riferimento all’interno del quale i fenomeni sono analizzati. All’interno del paradigma tolemaico, il sole che gira attorno alla terra è un fatto evidente in sé, continuamente riproducibile e che consente di fare predizioni. All’interno del paradigma copernicano, la terra che gira attorno al sole è un “fatto” in sé del tutto evidente, continuamente riproducibile e che consente di fare predizioni. È il paradigma di riferimento che definisce il fenomeno e l’essenza dei fatti, i quali pertanto cessano di essere “fatti” per diventare – con sommo piacere di Nietzsche – “interpretazioni”. Chiusa parentesi.

Tornando alla questione del “rigore”, non si può certo affermare che il filosofo o il logico non applichino abitualmente un estremo rigore ai loro ragionamenti. Lo fanno eccome! Ma il loro rigore è una forma di consequenzialità formale del ragionamento logico: ogni affermazione discende come conseguenza logica di altre affermazioni che fungono da premessa, e ogni affermazione che nasce come conseguenza di premesse precedenti diventa a sua volta premessa delle conseguenze successive. Tutto ciò è perfettamente rigoroso ma non vi è dimostrazione alcuna che ogni premessa e ogni conseguenza sia “vera” o quantomeno empiricamente dimostrabile. Questo, vale a dire la dimostrazione empirica di ogni affermazione, è invece ciò che lo scienziato esige in modo assoluto e che fa parte costitutivamente del metodo scientifico. Mentre il logico o il filosofo procedono per passi logici talora autoreferenziali, lo scienziato esclude metodologicamente gli asserti che non riescono a trovare un sostegno empirico di qualche genere, sperimentale o altro, o conferme da parte di altri scienziati. In questo, il lavoro dello scienziato è metodologicamente collettivo, mentre quello del logico o del filosofo non si esercita obbligatoriamente come impresa collettiva, anzi, spesso si esercita come impresa solitaria in opposizione ad altri filosofi.
Il logico e il filosofo, inoltre, spesso intendono dimostrare una tesi, una tesi preconfezionata: per fare ciò, cercano premesse e percorsi logici deduttivi attraverso cui la propria tesi possa essere dimostrata. Si tratta in poche parole di un’operazione top-down: la tesi da dimostrare sta in alto e la procedura per dimostrala discende dalla necessità di dimostrare la tesi. Nelle scienze, la procedura è più frequentemente bottom-up. Diceva Einstein: Se sapessimo (esattamente) quel che stiamo facendo, non si chiamerebbe ricerca”. La tesi (ad esempio la legge generale che governa un fenomeno) sta alla fine del percorso, non all’inizio: prima vengono le teorie, il ragionamento induttivo, gli esperimenti, la condivisione, la riproducibilità delle esperienze, le confutazioni o le conferme. Anche questo modo di procedere (strumento e stato d’animo anch’esso) è parte del metodo scientifico.
Qualcuno afferma anche il caso, la stocasticità che eccita la creatività, faccia parte del metodo scientifico. Io non sono d’accordo. Se è vero che assai spesso il caso o l’evento imprevisto suscita l’attenzione e, perché no, anche la creatività del ricercatore, questo non può essere assunto a “metodo”, il quale è un qualcosa a cui ci si affida, per l’appunto, metodologicamente. Ciò che deve essere assunto in modo metodologico è una particolare attenzione all’imprevisto, alla nota dissonante, a ciò che non quadra perfettamente, all’eccezione che mette in crisi la regola. Questa particolare attenzione-tensione, e non il caso, fa parte del metodo scientifico.     


Requisito metodologico essenziale per fare scienza è certamente il dubbio. Lo scienziato deve necessariamente collocarsi tra coloro che dubitano. Per quanto gli scienziati siano lusingati dall’idea di cercare la verità, essi devono porsi nella posizione di chi metodologicamente dubita e metodologicamente rifiuta l’idea stessa di verità. Il già citato Richard Feynman afferma: Nella scienza il dubbio è obbligatorio. È assolutamente necessario riconoscere che l’incertezza gioca un ruolo fondamentale nel progresso scientifico. Per fare progredire la conoscenza dobbiamo essere costantemente modesti e ammettere di non sapere. Nulla è assolutamente certo al di là di ogni dubbio [...] A mano a mano che si acquisiscono nuove informazioni nelle scienze, non si sta pian piano trovando la verità, si sta solo stabilendo che questo o quello è più o meno probabile (Il Piacere di scoprire. Adelphi 2002 – Ed. originale: The Pleasure of Finding Things Out, 2000).
Lo stesso concetto espresso da Feynman, lo ritroviamo nelle parole di Piero Angela, il più famoso divulgatore di scienze del nostro paese:In che modo dunque dovrebbe comportarsi lo scienziato? A giudicare dalla pratica quotidiana in ambito scientifico, una qualità essenziale è saper dubitare: chi ha troppe certezze sulle proprie idee e sui propri risultati rischia infatti di smarrirsi. Diversamente da quanto accade nelle ideologie e nelle religioni, il punto di partenza è rovesciato: non esistono verità assolute, ma piccole verità transitorie, da superare al più presto per raggiungerne altre, che attendono di essere scoperte. I dati acquisiti sono sempre da considerarsi provvisori(da Piero Angela. Che cos’è la scienza. Vedi al LINK). 

Piero Angela
Se, da una parte, il metodo scientifico indica il dovere di saper dubitare, specularmente esso indica la necessità escludere la verità dalle proprie prospettive. Le affermazioni della scienza, per quanto tendano alla generalizzazione e alla universalità, debbono essere considerate sempre confutabili o verificabili, mai “vere”. Questo atteggiamento verso le conoscenze scientifiche deve essere preso come assunto metodologico anche perché le affermazioni della scienza si riferiscono ai modelli con cui la scienza rappresenta mentalmente la realtà, non necessariamente alla realtà stessa, qualunque cosa si voglia intendere con questo termine. A questo proposito, Bruno de Finetti (1906-1985), da perfetto scettico affermava che il nostro spirito non può pensare nulla che non sia un suo pensiero, non può concepire nulla che non sia una sua concezione, non può ragionare di nulla che non sia un suo ragionamento…" (De Finetti B. Probabilismo. 1931: p. 87-88. Vedi al LINK). Questo pensiero ricalca alla perfezione quel che già Kant affermava riferendosi non soltanto alla rappresentazione mentale della realtà ma anche ai condizionamenti culturali, ai pre-convincimenti (pregiudizi), e ai punti di riferimento di ciascun pensatore: la ragione vede solo ciò che lei stessa produce secondo il proprio disegno…” (dalla prefazione alla Critica della Ragion Pura).
A pagina 28 del suo bestseller L’ordine del tempo”, il fisico Carlo Rovelli dà una fortissima coloritura a ciò che io chiamo propensione metodologica al dubbio: egli parla di propensione alla ribellione come possibile presupposto metodologico del fare scienza. Le sue parole sono: Una radice profonda delle scienze è la ribellione: non accettare l’ordine delle cose presenti”. Il termine è un po’ forte, ma ci può stare.

Tutto ciò fa riferimento ai meccanismi cognitivi universali cui tutti gli uomini attingono, scienziati e non scienziati che siano. Tali meccanismi che includono, appunto, l’operare su rappresentazioni mentali della realtà e riempire con pre-giudizi i vuoti tra un “fatto” e l’altro, tra un’esperienza e l’altra, una dimostrazione e l’altra, sono assunti nella loro universalità anche da Marcell Proust, che non è uno scienziato ma è pur sempre un esploratore: un esploratore dell’umano pensare. In più punti della Recherce, egli sottolinea questi aspetti: è solo attraverso il pensiero che prediamo possesso delle cose (da: Albertina scomparsa); la stessa testimonianza dei sensi è un’operazione dell’intelletto, in cui la convinzione crea l’evidenza (da: La prigioniera);abbiamo dell’universo solo visioni informi, frammentarie, che completiamo con arbitrarie associazioni d’idee(da: Albertina scomparsa) (vedi al LINK).

Marcel Proust: esploratore
Da scienziato e da pensatore qual è, Carlo Rovelli, sempre nel suo L’ordine del tempo, oltre a usare parole forti come ribellione, usa parole delicate come poesia, intendendo con ciò la capacità di saper vedere al di là del visibile”. Questa caratteristica che la scienza condivide con l’arte è una cosa molto diversa dalla propensione, di cui s’è detto sopra, a percepire la nota dissonante o l’evento che non quadra. Qui si tratta di avere (o di sviluppare) l’istinto di intravedere (almeno come possibilità teorica) che le cose stiano in modo diverso da come appaiono o che dietro all’apparenza, ci possono essere stratificazioni di “realtà” non ancora concepite e che, per essere scoperte, devono essere prima immaginate. Di queste immagini del possibile bisogna fare modelli e, poi, cercare di dimostrare ciò che si crede di avere intuito. È ciò che Rovelli chiama la capacità di comprendere prima di vedere”.
La capacità di vedere al di là del visibile, la poesia della scienza nel lessico di Carlo Rovelli, corrisponde allo sguardo fiabesco del bambino il quale, giocando o ascoltando una storia, vede mondi inaccessibili, che egli stesso costruisce e all’interno dei quali egli agisce e scopre cose. Anche l’infantile sguardo fiabesco potrebbe entrare a buon diritto tra i requisiti metodologici del fare scienza. Questa impegnativa affermazione (che sottoscrivo al cento per cento) viene dal premio Nobel (1903) Marie Curie: Io sono tra quelli che pensano che le scienze possiedano una grande bellezza. Uno scienziato nel suo laboratorio non è soltanto un tecnico: è anche un bambino posto di fronte a fenomeni naturali che lo appassionano come un racconto di fiabe”.

Lo sguardo incantato di Lisa Simpson
Si sono fin qui visti svariati componenti del cosiddetto metodo scientifico. Fra le tante cose che restano da capire ce ne sono due che emergono con forza. La prima domanda che viene in mente è: questi requisiti – o presunti tali – del metodo scientifico devono essere sempre tutti contemporaneamente presenti per poter dire che quel che si sta facendo in un certo momento è scienza e non altro?”. La domanda immediatamente successiva è: il metodo scientifico, considerato come sommatoria degli specifici requisiti sopra indicati, vale per tutte le scienze o solo per alcune? Vale per le scienze esatte, per quelle naturali, per quelle umane?”. 
La seconda domanda – che ha a che fare col cosiddetto monismo metodologico (uno stesso metodo per tutte le scienze) – è forse quella a cui si può rispondere più facilmente. Una cosa che va immediatamente detta è che, formulata in questo modo, tale domanda mette in moto un circolo vizioso da cui non si può uscire. Infatti, se chiamo “scienze” le diverse discipline, do per scontato che esse applicano il metodo scientifico ma, per definire se una disciplina è una scienza, devo prima identificare il metodo scientifico e dimostrare successivamente che quel metodo viene applicato in modo corretto in quella specifica disciplina. Posta così com’è stata posta e senza aver risposto alla prima domanda, la domanda sul monismo metodologico è priva di senso: è una domanda sbagliata, una falsa domanda.
D'altro canto, rispondere alla prima domanda è difficilissimo. Dei vari prerequisiti sopra indicati, alcuni sono o possono sembrare antitetici: il riduzionismo metodologico non va tanto d’accordo con una visione olistica; il ragionamento induttivo e quello deduttivo sono spesso considerati antitetici; l’attenzione alle regolarità e l’altrettanto necessaria attenzione alle irregolarità appaiono atteggiamenti contrapposti. D’altra parte, tutto ciò è parte integrante e costitutiva del lavoro, per esempio, del direttore d’orchestra che deve stare attento al suono complessivo ma anche ai singoli dettagli dei singoli strumenti da cui emerge il suono complessivo: il direttore d'orchestra costruisce un insieme derivato da una scomposizione. Ritengo che tutti gli elementi sopra indicati (e forse anche altri) entrino a far parte costitutivamente del cosiddetto metodo scientifico. Ma affermo anche che non è necessario che tutti i detti elementi siano contemporaneamente presenti  in ogni momento, in ogni situazione e con la medesima valenza. C’è un tempo per la costruzione del modello, per l’analisi dei dati, per la pianificazione e l’esecuzione degli esperimenti; c’è il tempo della sintesi e c’è un tempo per la comunicazione, la condivisione, la discussione ecc., ecc. L’agire scientifico consta di momenti diversi e di menti diverse: l’agire scientifico, anche quello individuale, è un’impresa collettiva e si riconosce in una metodologia da mettere in atto collettivamente.    
Detto ciò, bisogna vedere disciplina per disciplina, se queste si sono costituite, vengono esercitate e stanno progredendo in virtù dell’applicazione collettiva delle regole, delle procedure, degli atteggiamenti mentali e dei prerequisiti di spirito sopra elencati. Così facendo si potrà dire non tanto se la fisica o la storia siano scienze, ma se quella teoria fisica o quella ricostruzione storica siano state affrontate scientificamente. Naturalmente, ci sono discipline per le quali certe categorizzazioni sono più facili, e altre per le quali sono più difficili, se non quasi impossibili.

Ci sono poi asserzioni e questioni di fondo da cui tutta questa diatriba nasce. Esistono questioni di credibilità”, di reputazione”, di autorevolezza e, non ultime, di finanziamento. Se una disciplina si può vestire con l’abito della scienza, è (o diventa, si spaccia, o è percepita) come seria, autorevole, credibile, affidabile. Su di essa si può contare. Se un’altra disciplina fa fatica a darsi una bella verniciata di scientificità, per ciò stesso viene percepita come meno affidabile, aleatoria, poco credibile. Difficile giustificare l’allocazione di risorse su una disciplina poco credibile.
Per certi versi giustamente, nella nostra società la scienza si è conquistata una nomea di efficacia e di credibilità. I risultati sono davanti agli occhi di tutti. Per una naturale contrapposizione delle cose, si dà però per scontato che se una procedura ha qualche difficoltà a porsi in modo inequivocabile nell’ambito delle scienze, allora questa disciplina è meno credibile e, sostanzialmente, meno importante. Il problema non è nuovo. I positivisti del XIX secolo (ad esempio Auguste Comte e John Stuart Mill) sostennero che grazie alla logica induttiva certe scienze (quelle esatte, che oggi chiamiamo “dure”) in quanto a potere cognitivo e predittivo sono superiori alle scienze “morali” (quelle che oggi chiamiamo scienze “molli”).


I dibattiti odierni non sembrano aver fatto molta strada rispetto al XIX secolo. Di fatto, il dibattito si è impantanato su alcune storture: storture di sistema che hanno a che vedere con gli obiettivi e col modo di ricercare e agire da parte degli operatori di questa o quella disciplina. Quanto agli obiettivi, non si può non distinguere tra gli obiettivi di alcune branche del “sapere” (per esempio della chimica, della farmacologia o della geologia) e gli obiettivi di altre branche (per esempio del diritto, della storia o dell’economia). Non si può, come ci dicevano a scuola, mescolare le pere con le mele. Ogni disciplina ha i propri obiettivi, i propri metodi, le proprie caratteristiche costitutive. Pretendere l’eguaglianza ontologica e metodologica tra discipline diverse equivale, secondo me, a mettere in atto del tutto erroneamente un eccesso di egualitarismo normativo: le differenze ci sono, sono importanti, vanno valorizzate e non vanno svilite da preconcetti.

Egualitarismo
L’altra stortura di sistema è voler omologare a un non meglio precisato metodo scientifico i comportamenti e le procedure di ricerca attinenti alle diverse discipline. Anche qui è evidente un eccesso di egualitarismo normativo. Stando così le cose, per una contrapposizione istintiva a tale egualitarismo normativo, viene quasi da dirla con le parole del filosofo Ludwig Wittgenstein:Il mio scopo [...] è diverso da quello dell'uomo di scienza, il corso del mio pensiero è diverso dal suo […] Non c'è un metodo della filosofia, ma ci sono metodi (Ricerche filosofiche, 1930) o con le parole ancora più provocatorie di Paul Feyerabend: l'anarchismo, pur non essendo forse la filosofia politica più attraente, è senza dubbio una eccellente medicina per l'epistemologia e per la filosofia della scienza (Contro il metodo, 1975). Quello che conta è la serietà degli operatori, la loro attitudine mentale a cercare, a controllare, a verificare, a scegliere e verificare le fonti per tradurre, ove è possibile, la descrizione in comprensione e in spiegazione, e farlo con metodi che abbiano i requisiti e le caratteristiche generali di quelli sopra descritti.
L’egualitarismo normativo e il monismo metodologico, oltre a non essere in grado di rendere evidente il discrimine tra scienza e non scienza, nuocciono, soprattutto, alla scienza stessa che trae, invece, sostentamento e vitalità da un molto più opportuno complementarismo metodologico.

Complementarismo metodologico
A che cosa serve, poi, la domanda sulla “vera” natura della scienza e, conseguentemente, sull’essenza del metodo scientifico? Lo scopo utile della domanda è riuscire a distinguere l’erba buona dalla gramigna costituita dalle cosiddette “pseudoscienze”, quelle attività che si spacciano per scienze e millantano il rigore dell’agire scientifico per vendere ai palati buoni false verità su cui speculare. Forse, però, per identificare il millantatore pseudoscientifico è sufficiente una certa dose di senso critico e non è strettamente necessario ricorrere a precise, specifiche quanto improbabili definizioni di scienza o di metodo scientifico. Succede però, che la più che giustificata lotta alla pseudoscienza fraudolenta finisca per sconfinare nell’identificazione di avversari sbagliati. In una lotta senza quartiere contro le pseudoscienze fraudolente, il nemico appare ovunque: nelle tradizioni, nelle superstizioni, nella filosofia, e anche nelle cosiddette scienze umane, colpevoli, queste, di non essere scienze a tutti gli effettima scienziucole che non rispettano tutti i criteri delle “scienze scienze”. Sulle tradizioni e sulle superstizioni non mi soffermo: sono argomenti troppo vasti e non direttamente correlati all’argomento che sto affrontando. Sulla filosofia e sulle scienze umane due parole sono necessarie. Quanto alla filosofia, la quale ovviamente non è per nulla esente da critiche, essa non deve essere vista come il male, il nemico della verità, per il solo fatto di basarsi più sulla logica che sui fatti sperimentali. La scienza, che un tempo si chiamava Filosofia della Natura, è una costola della filosofia. Esse sono parenti stretti: entrambe procedono secondo logica e confrontano modelli. Ad un certo punto, con i vari Bacone, Galileo, Cartesio, Newton ecc. una parte della filosofia ha posto al centro del proprio operare l’esperienza, la misurazione, la sperimentazione, mentre un’altra parte è rimasta ancorata ai modelli teorici, logici e metafisici cui era abituata. Non ostante queste importanti differenze, le due entità rimangono strutturalmente apparentate e il loro legame di fondo resta indissolubile. A mano a mano che la scienza è maturata come tale, la filosofia ha cominciato a discuterne i metodi, gli scopi e i risultati, formando la disciplina della filosofia della scienza, spina critica nel fianco della scienza. La filosofia, inoltre, attinge a piene mani dai risultati della scienza, per costruire nuovi modelli e nuove cattedrali speculative nell’ambito della filosofia teoretica, della filosofia morale e così via. Dal canto suo, talora senza averne piena consapevolezza, la scienza attinge dalla filosofia problemi e modelli teorici per decidere che cosa misurare, che cosa sottoporre a verifica o a sperimentazione. Quando la scienza smantella i vecchi paradigmi e ne costruisce di nuovi sa di offrire alla filosofia materiale da costruzioni per nuovi modelli e nuove speculazioni teoriche. Se queste basi, contrapporre scienza e filosofia è inutile oltre che sbagliato perché entrambe – anche se spesso lo negano – si sostengono e si aiutano, anche contrapponendosi, l’una con l’altra. Entrambe, alla fine, hanno l’ambizione di tendere al “vero” e si alimentano del “verosimile”.
Quanto alle scienze umane, già nel medioevo si faceva una netta distinzione tra le Arti del Quadrivio (che oggi chiameremo scienze esatte, o dure) e le Arti del Trivio (scienze umane, o molli). Ma nel medioevo (che non fu un’epoca culturalmente così buia come oggi spesso si vuol far credere), entrambe le arti facevano parte delle Arti Liberali, quelle arti (o scienze) indispensabili tutte per chi fosse impegnato in attività intellettuali. Sarebbe ridicolo affermare che tra le scienze esatte e quelle umane non vi sono sostanziali differenze costitutive, strutturali, normative e metodologiche. Ma sarebbe meno che intelligente, nel XXI secolo, negare alle scienze umane lo statuto di scienza. Questo non dipende dal fatto di poter applicare alle scienze umane tutti i metodi che vengono applicati alle scienze esatte, bensì dagli obiettivi (per esempio, quello della conoscenza e quello della sua trasmissione culturale), dal rigore metodologico, e dalla capacità di identificare i fatti rilevanti all’interno delle proprie discipline e così via. In definitiva, lo statuto di scienza, piuttosto che con specifici metodi applicativi, ha più a che fare con l’approccio mentale e col rigore del processo con cui gli argomenti vengono sottoposti a indagine. Quando si cercano differenze e si pongono distinguo, bisogna cercare di badare più alla sostanza che non alle parole con cui nominiamo detta sostanza. Scienza, in fondo, è una parola, ma quel che conta è la sostanza che ci sta dietro.  

martedì 9 febbraio 2016

SULLA NATURA DELL’UOMO – RIFLESSIONI MATERIALISTE


L'uomo, che cos’è? e io, che cosa sono? 

Pretesa eccessiva quella di rispondere a un quesito di tale portata. Un post non può certo competere con millenni di filosofia. Un’opinione, però, mi sento di esprimerla.
Il problema non sta tanto nella domanda - Io, che cosa sono? - che è del tutto legittima. I problemi vengono con le risposte. Qualunque risposta alle domande sulla natura dell’uomo ha a che fare con la Metafisica, taluni negando ogni relazione tra Natura e Metafisica, talaltri concedendo alla Metafisica un ruolo centrale nella costituzione della cosiddetta “doppia natura” (fisica e spirituale) dell’uomo. Nella radicalità di entrambe le posizioni mi pare di vedere, non tanto la genuina ricerca di una via di conoscenza, quanto piuttosto un pretesto per costruire e dare consistenza a principi, tutti metafisici, su cui costruire sistemi di potere. Data questa premessa, per non cadere in tentazioni e per non dilungarmi più del dovuto, salto a piè pari millenni di storia del pensiero e intere biblioteche stracolme di sapienza e dichiaro, fin dal titolo, il mio punto di vista: non vi è nulla di metafisico nell’origine dell’uomo. Il metafisico (che è un costrutto mentale) ha tuttavia parecchio a che vedere con l’evoluzione dell'uomo come specie, in particolare con le sue culture, i suoi comportamenti, le sue manifestazioni.

Se volessi librarmi a quote dove l’aria è troppo sottile per consentire alle galline di sostenersi volando, dovrei dire che non bisogna confondere il metafisico con l'immateriale. Qui, però, farò finta di niente e - fidandomi ciecamente di Aristotele, di San Tommaso e di Popper - darò per scontato che l'immateriale esiste. Per di più, userò il termine "metafisico" (al di là del fisico) come sinonimo di "immateriale". Dovrei anche ricordare che il dualismo che contrappone e giustappone l’hardware del cervello col software della mente è stato ampiamente discusso da molti, chi per sostenerlo e chi per superarlo in una visione più sistemica: tra questi ultimi, limitandomi all'ambito del pensiero italiano, ricorderei Ludovico GeymonatFelice Mondella, Franco Voltaggio. Rinunciando da qui in poi a ogni riferimento filosofico, mi limito a una semplice considerazione materialistica: ogni idea viene prodotta da un cervello. Niente cervelli: niente idee. Per produrre un’idea occorre l’esistenza fisica di un cervello che la generi. Un’idea esiste se c’è un cervello che la produce o che la pensa. Un’idea trascritta su un sasso cessa di esistere se non c’è un cervello che la legge e che la fa esistere pensandola (parola di materialista). Quando esistono i cervelli che le pensano, allora tutte le idee esistono. Non esistono di vita propria, ma esistono: nascono, si diffondono, mutano, muoiono, provocano conseguenze. Ed è proprio questo il nodo della questione: quando esistono, le idee provocano conseguenze. Conseguenze su altre idee; conseguenze sui cervelli che le pensano; conseguenze sull’evolversi delle culture; conseguenze sui comportamenti degli individui. 

L’evoluzione del cervello umano ha fatto sì che l’uomo sia portato a ragionare in modo causale e in modo strumentale. Per ogni fenomeno che osserva, il cervello cerca istintivamente una causa. Per risolvere problemi, cerca gli strumenti più idonei allo scopo. Le due modalità lavorano di conserva.
Immagine tratta da http://mentalillnessak907.blogspot.it/