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venerdì 25 maggio 2018

SULLE ORIGINI DEL LINGUAGGIO (secondo me) - POSTILLA

In due post pubblicati qualche settimana fa ho sostenuto l'opinione che il linguaggio poggi le proprie basi su una sintassi naturale che consente di mettere ordine e dare un senso a ciò che si vede e a ciò che si pensa. 

A sostegno di questa opinione porto ora due piccoli contributi. Uno (ancorché doppio) risale alla storia della filosofia. Il secondo è più recente (più concreto e significativo rispetto ai rimandi filosofici) ha a che fare coi processi cognitivi nell'ambito della complessa condizione clinica nota come spettro autistico.  

Il sostegno filosofico è alquanto antico e deriva da Aristotele, il quale afferma che "l'anima non pensa mai senza immagini" (De anima, 431a). Senza percezione, afferma Aristotele, non si potrebbe avere alcun apprendimento intellettuale: il pensare avviene per immagini e grazie alle immagini.  Da par sua, Tommaso d'Aquino affermava che “Non vi è niente nel nostro intelletto che prima non sia stato nei nostri sensi”. 

L'altro elemento che porto qui a sostegno della mia ipotesi l'ho appreso in questi giorni visitando una bella mostra alle Gallerie d'Italia di Milano: L’ARTE RISVEGLIA L’ANIMA, sull'utilizzo dell'arte come mezzo di espressione e comunicazione da parte delle persone con disturbi dello spettro autistico. 

Manifesto della mostra L'Arte Risveglia l'Anima
Nel catalogo della mostra si legge una affermazione di Temple Grandin, scrittrice e professoressa della Colorado State University e affetta dalla sindrome di Asperger, una delle varianti meno invalidanti dello spettro autistico, la quale parla di un modo di funzionare  della mente molto importante dal punto di vista cognitivo e che essa definisce proprio come "pensiero visivo: un pensiero fatto di immagini, in cui anche i concetti più astratti vengono compresi solo se tradotti a livello visivo". A questo tema la Grandin da dedicato un intero libro: Pensare in immagini e altre testimonianze della mia vita di autistica (Erikson, 2001).

L'arte Risveglia l'Anima: stralcio dal catalogo


venerdì 4 maggio 2018

SULLE ORIGINI DEL LINGUAGGIO (secondo me) - SECONDA PARTE

CHOPPER, AMIGDALE E SINTASSI

Nel precedente post ho immaginato la sintassi come una funzione logica naturale, basilare per l'elaborazione spontanea del pensiero intuitivo, una forma di pensiero strutturato che precede  il linguaggio e che non è esclusivo della specie umana.  

Evoluzione delle pietre scheggiate: dal chopper alla selce.
Tratta da Erlandson J, BrajeTJ. Archaeology and the Anthropocene (2014)

Il linguista Noam Chomsky fa risalire l'origine del linguaggio alla comparsa nella nostra specie di un particolare dispositivo che ha reso possibile la ricorsività che è tipica del linguaggio medesimo. Mentre Chomsky nega un'origine evolutiva di tale dispositivo, il neuroantropologo Terrence Deacon (La Specie Simbolica, Giovanni Fioriti Editore 2001) si richiama all'ipotesi di un transadattamento (exaptation nella dizione originale) alla funzione comunicativa di un dispositivo originatosi ed evolutosi in ambiti diversi da quello linguistico. La mia ipotesi (che richiama le due precedenti) è che tale dispositivo  esista effettivamente, che consista in una funzione logica altamente conservata cui può essere dato il nome di “sintassi”, che si sia sviluppato in modo particolare nella specie umana attraverso una lunga evoluzione, co-evolvendo e co-adattandosi a diversi ambiti cognitivi e funzionali tra cui quello del linguaggio.
Tale funzione logica è di importanza vitale per poter interpretare il mondo, per immaginare e pianificare azioni complesse: è una funzione che l’essere umano condivide in vario grado con altre specie. Una funzione logica altamente strutturata senza la quale l'uomo non sarebbe stato in grado - per esempio - di addomesticare il fuoco, conservandolo, trasportandolo, riaccendendolo. Una capacità che ha preceduto di gran lunga l’emergenza del linguaggio. 

Nel post precedente mi ero limitato ad argomentazioni teoriche. Qui vorrei proporre un argomento concreto a supporto dell’ipotesi che quella sintassi che ha reso possibile il linguaggio di Homo sapiens fosse già presente nella stirpe umana prima che il sapiens medesimo esistesse. Mi riferisco in particolare a Homo erectus che abitava il nostro pianeta già 1.8 milioni di anni fa e che è scomparso (rimpiazzato da specie più evolute) circa 350.000 anni fa. Il fatto che almeno 800.000 anni fa Homo erectus abitasse le isole indonesiane di Bali, Lombok, Timor, Flores e altre, testimonia del fatto che questo nostro antenato fosse già in grado di navigare (verosimilmente con zattere di tronchi o con canoe) da un’isola all’altra per bracci di mare piuttosto ampi. Questa ipotesi tiene conto dei dati geologici e climatologici che escludono che tali isole fossero unite una all’altra o alla terraferma (Robert G. Bednarik. The origins of navigation and language. The Artefact 1997; 20: 16-56). Per costruire una zattera e per decidere di mettersi in mare alla ricerca di qualche cosa di ignoto ci vuole molta immaginazione, organizzazione, pianificazione, e saper fare. Il saper fare include anche il saper fare gli strumenti necessari, per esempio, per preparare funi, stuoie, pelli, etc. utili alla costruzione di una zattera o per scavare tronchi di palma per farne canoe. Per fare ciò è necessario uno strumento battente e tagliente: l’amigdala (o pietra scheggiata), la cui forma più antica è chiamata “chopper”, attrezzo d’uso comune per Homo erectus. In anni più recenti (circa 130.000 anni fa), Homo erectus ha navigato per il Mediterraneo colonizzando alcuni siti sull’isola di Creta (Thomas F. Strasser et al. Stone age seafaring in the mediterranean: evidence from the plakias region for lower palaeolithic and mesolithic habitation of Crete. Hesperia 2010; 79: 145-190). 

Ma che relazione c’è tra il linguaggio e la capacità di pianificare e compiere attività complesse? L’assunto è che senza possedere espressioni simboliche e una sintassi linguistica non sia possibile realizzare azioni complesse come costruire zattere e navigare per mare. Questo ha portato a ritenere che per realizzare tutto ciò che è stato capace di fare, Homo erectus dovesse già possedere una certa forma di linguaggio, cosa che anticiperebbe, e non di poco, l’emergere della facoltà linguistica in Homo sapiens. La tesi è interessante. Ma forse, e questa è la mia ipotesi, non è indispensabile possedere un protolinguaggio per fabbricare una zattera o un chopper. Oltre a mani molto ben strutturate ed obbedienti (essenziali per l’impresa), ciò che serve veramente è una sintassi logica che renda possibile pianificare l’impresa nella mente. Tra l’altro, la questione delle mani qui appena accennata non è per niente secondaria per la questione del linguaggio, poiché associare significati ai gesti è già di per sé un protolinguaggio che attinge alla medesima sintassi di cui sopra, coadattandola alla funzione comunicativa.   

Chopper: modlità d'uso
Per maneggiare un chopper nel modo indicato nella figura (come arma, per tagliare, per percuotere, per scuoiare), bisogna innanzitutto procurarsene uno. In natura è possibile trovare pietre scheggiate pronte per l’uso, ma è importante essere in grado di fabbricarle. Per fare ciò è necessario immaginare la forma più idonea per i diversi utilizzi (vedi figura qui sotto). 

Chopper diversi per forma e utilizzo 

Dopo di ciò, è necessario procurarsi il materiale idoneo e trovare il modo per dare alla pietra la forma desiderata per trasformarla in “strumento”.



Scheggiatura del chopper 
Nel periodo Acheulano del paleolitico inferiore (750.000-120.000 anni fa circa) – epoca durante la quale molto probabilmente il linguaggio non poteva neppure essere articolato – si producevano oggetti come quelli illustrati qui sotto e risalenti a circa 650.000 anni fa. 


Amigdale: fonte http://www.antiqui.it/doc/preistoria/pinf3.htm 
Indipendentemente dal voler affermare che una qualche forma di linguaggio era già presente in Homo erectus, è certo che egli usava la sintassi per pensare, pianificare e “fare” cose, prima ancora di essere in grado di dare un nome alle cose medesime.

Nel Paleolitico medio (300.000 – 120.000) si è passati dal chopper a forme un po' più regolari e con scheggiature sempre più sofisticate. Poiché, l’evoluzione da chopper ad amigdala e da amigdala a selce (vedi l’immagine di apertura del post) è andata di pari passo con la complessità delle sepolture – dove gli oggetti posti accanto alla salma, amigdale comprese, avevano funzione simbolica e rituale – viene naturale pensare che l’evoluzione culturale, quella del linguaggio e quella dei manufatti siano andate di pari passo. Nei ritrovamenti archeologici del paleolitico compaiono anche amigdale fatte con materiali inadatti all’uso strumentale, nonché amigdale dalla forma zoomorfa, ed altre ancora abbinate a oggetti di natura decorativa, facendo pensare che l’uso estetico di alcuni manufatti, amigdala compresa, accompagnasse l’uomo nel suo progresso simbolico e cognitivo. Secondo la mia ipotesi, approfittando di altre complesse evoluzioni somatiche e neurali, la parola è venuta poi, dando splendida forma a un procedimento originariamente sintattico.

Concludendo

La sintassi naturale è una funzione logica che ci consente di costruire una relazione coerente tra le cose che cadono sotto i nostri sensi, dando loro ordine e significato. Quella stessa sintassi consente di dare ordine e significato a sequenze ordinate di azioni che si intendono svolgere per realizzare uno scopo: ciò consente di immaginare e pianificare azioni complesse. Il linguaggio utilizza quella stessa sintassi per dare ordine, significato, e scopo a sequenze di azioni dell'apparato fonatorio che ci consentono di dare forma ai pensieri e di condivideli con altri.   

La sintassi, come strumento di pensiero e come ingrediente del saper fare, ha preceduto la fabbricazione delle pietre scheggiate. Queste, a loro volta, hanno dato forma e corporeità alla sintassi fino ad arrivare al punto da distillarne un senso estetico distinto dall’uso pratico e dove le regole stilistiche sono state mutuate da quelle sintattiche. Quella sintassi che ha consentito tutto ciò è la stessa medesima e immutata sintassi che l’uomo odierno utilizza per dare senso, per esempio, all’arte contemporanea, anche nelle sue espressioni più astratte e concettuali: è sempre quella stessa sintassi lì. Dalla ben nota FONTANA di Duchamp a Anish Kapoor e a tutti gli altri, è la nostra sintassi naturale che dà ordine e significato a ciò che ci viene detto o mostrato.

Anish Kapoor: Cloud Gate Chicago (2006)

martedì 24 aprile 2018

SULLE ORIGINI DEL LINGUAGGIO (secondo me) - PRIMA PARTE

Treccani, l’enciclopedia on line, definisce la linguistica come “scienza” del linguaggio. Per Wikipedia, che si affida alla linguista americana Carol Genetti, la linguistica è la disciplina scientifica che studia il linguaggio umano. Poiché la linguistica, a parer mio non è in grado di effettuare predizioni, userei  il termine “scienza” con grande prudenza pur non esitando a inserirla tra le cosiddette Scienze umane. 



Tuttavia, non v’è dubbio che tale disciplina utilizzi anche metodi e strumenti prettamente scientifici, anche sperimentali, nell’analisi delle lingue e nello studio del linguaggio. Basti pensare al pionieristico approccio cibernetico (la cibernetica della mente) adottato da Silvio Ceccato (Silvio Ceccato. Cibernetica per tutti. Feltrinelli, 1968) assieme a molti altri, tra cui Ernst von Glasersfeld, Vittorio Somenzi, Renzo Beltrame, Giuseppe Vaccarino (per una approfondita e alquanto articolata discettazione sull’argomento vedi: Felice Accame. Il linguaggio come capro espiatorio dell’insipienza metodologica. Odradek, 2015). Molti altri, in tempi più recenti, hanno adottato strumenti scientifici e sperimentali per comprendere l’origine e le basi neurobiologiche del linguaggio (vedi per esempio: Andrea Moro. Lingue impossibili. Raffaello Cortina, 2017).
Questa lunga premessa, in cui esplicito come la scienza flirti spesso e volentieri con la linguistica, mi fornisce la giustificazione formale necessaria per poter parlare del linguaggio in questo blog. Non essendo un professionista della materia, quelle che esprimo sono pure opinioni personali di un dilettante e come tali vanno prese.

A queste opinioni personali dedico due post. Il primo (questo) è una riflessione di tipo analogico nella quale cerco le origini del linguaggio in quella sorta di sintassi naturale (sintassi è parola di origine greca che significa "associazione”, “ordinamento”) che consente all’uomo (ma anche a molti animali) di mettere ordine in tutto ciò che – del mondo esterno o di quello interiore – giunge al livello della coscienza attraverso le esperienze sensoriali e si trasforma, per esempio, in progetto, intenzione, azione. 
Il post successivo cercherà una dimostrazione fattuale delle opinioni espresse in questo primo post attraverso qualche riflessione a proposito del primo utensile mai costruito dall’uomo: l’amigdala (pietra scolpita, chopper, selce scheggiata).
Il primo post è già stato pubblicato all’interno di un gruppo chiuso di Facebook dedicato al pensiero complesso (AIEMS - Associazione Italiana di Epistemologia e Metodologia Sistemiche). Poiché molti amici che mi seguono su DOVEOSANOLEGALLINE non frequenta Facebook, riproduco qui di seguito il post in oggetto. Il post sull’amigdala verrà pubblicato tra una settimana circa.


SINTASSI E RAGIONAMENTO INTUITIVO (pubblicazione originale al LINK)

A metà dell’Ottocento s’era discusso così a lungo, e in modo tanto vano, dell’origine del linguaggio che, nel 1866, la Società di Linguistica di Parigi aveva vietato in modo assoluto ai propri soci di discutere ulteriormente della questione. Tuttavia non abbiamo desistito e siamo ancora qui a farlo, con mille bellissime ipotesi e ben poche certezze.
Qui e ora, ne discuto da profano perché non ho competenze in nessuno dei settori teoricamente implicati nella questione. Vorrei solamente, in questa sede, porre l’ipotesi che il linguaggio, nella sua doppia funzione comunicativa e cognitiva, sia legata in qualche modo a tutte le nostre funzioni sensitive, in particolare la vista, considerata anch’essa nella sua doppia natura percettiva e cognitiva.
Partirei dal concetto di “ragionamento intuitivo”, quello che si fa senza necessariamente utilizzare il linguaggio. Gli umani che perdono le funzioni linguistiche per colpa di ictus, non cessano di pensare. Gli animali, che sono privi di linguaggio e di tutte le sue proprietà simboliche e semantiche, a loro modo pensano: vedono, ricordano, mettono in relazione scene visive e sensazioni, pianificano azioni, le eseguono, ne valutano i risultati arricchendo l’archivio di esperienze da utilizzare in occasioni successive. Tutto ciò senza bisogno di parole. Gli animali, probabilmente, non sono in grado di gestire molti concetti astratti ma di alcuni, strettamente legati alla fisicità e alla corporeità, hanno certamente coscienza. Tra questi, la paura o alcune forme di gioia (pensiamo per esempio a un cane che gioca).
Detto ciò, ecco il mio pensiero. Nel ragionamento intuitivo noi pensiamo per immagini mentali corrispondenti alle percezioni sensoriali e alle sensazioni emotive accumulate con l’esperienza. Le percezioni sensoriali derivate dai nostri cinque sensi (e quelle emotive di origine interna) entrano in archivi specifici localizzati in diverse aree cerebrali, tutte altamente interconnesse a formare un unico data-base di esperienze. Di volta in volta, a ciascuno di questi elementi stoccati in archivio, a ciascuna di queste immagini mentali, possiamo attribuire (come fanno anche gli animali) funzioni indicali, oppure funzioni strettamente simboliche: quest’ultima prerogativa pare essere esclusiva della specie umana. Col ragionamento intuitivo, attingendo alla memoria organizziamo le immagini mentali in pensiero. Dette immagini possono essere allineate in sequenze lineari, oppure su diversi piani temporali, e in modo altamente ricorsivo. Per organizzare tali immagini usiamo anche grammatiche e sintassi perché il significato delle sequenze mentali dipende - almeno in parte - da come i singoli elementi vengono disposti nella sequenza e da come si correlano tra loro. Questa è, in parole molto povere, l’idea generale di pensiero per immagini mentali. 



Descritto il pensiero intuitivo in questo modo, le analogie col linguaggio sono evidenti. La semantica, la pragmatica, l’inferenza, e altre proprietà sono già contenute in questa idea di processo mentale. L’integrazione tra il tutto, affinché questo costituisca un sistema funzionale altamente efficiente, è dato dalla connettività tra i diversi archivi. Questa connettività è assicurata dai cosiddetti fasci connettivi che compiono miracoli, là nella nostra scatola nera, incluso il miracolo della coscienza. In certi casi, una connettività “esuberante” può portare a quegli affascinanti fenomeni di sinestesia, dove i vari sensi si mescolano: i suoni evocano colori, i colori evocando sapori, questi evocano sensazioni tattili e così via. Nell’uomo – come sia avvenuto non si sa (e forse non ha molta importanza saperlo) – là dove esistevano solamente associazioni tra immagini mentali, azioni, situazioni, sensazioni, ecc., a tutto ciò alcune aree del cervello hanno associato suoni (versi, fischi, mugolii e, infine, parole). Le parole sono diventate il veicolo di significati concreti, astratti, indicali, simbolici, metaforici, ecc.: ecco il linguaggio. Una volta nato, questo si è evoluto consentendo lo sviluppo della più straordinaria capacità comunicativa presente sul nostro pianeta, e l’uso cognitivo che ne sappiamo fare ci ha trasformati in una specie sapiente. E così l’uomo è stato dotato di uno strumento che gli consente di filosofeggiare. Il mio cane non ne è capace … ma il mio gatto, a volte, sembra saperlo fare benissimo.
   


martedì 9 febbraio 2016

SULLA NATURA DELL’UOMO – RIFLESSIONI MATERIALISTE


L'uomo, che cos’è? e io, che cosa sono? 

Pretesa eccessiva quella di rispondere a un quesito di tale portata. Un post non può certo competere con millenni di filosofia. Un’opinione, però, mi sento di esprimerla.
Il problema non sta tanto nella domanda - Io, che cosa sono? - che è del tutto legittima. I problemi vengono con le risposte. Qualunque risposta alle domande sulla natura dell’uomo ha a che fare con la Metafisica, taluni negando ogni relazione tra Natura e Metafisica, talaltri concedendo alla Metafisica un ruolo centrale nella costituzione della cosiddetta “doppia natura” (fisica e spirituale) dell’uomo. Nella radicalità di entrambe le posizioni mi pare di vedere, non tanto la genuina ricerca di una via di conoscenza, quanto piuttosto un pretesto per costruire e dare consistenza a principi, tutti metafisici, su cui costruire sistemi di potere. Data questa premessa, per non cadere in tentazioni e per non dilungarmi più del dovuto, salto a piè pari millenni di storia del pensiero e intere biblioteche stracolme di sapienza e dichiaro, fin dal titolo, il mio punto di vista: non vi è nulla di metafisico nell’origine dell’uomo. Il metafisico (che è un costrutto mentale) ha tuttavia parecchio a che vedere con l’evoluzione dell'uomo come specie, in particolare con le sue culture, i suoi comportamenti, le sue manifestazioni.

Se volessi librarmi a quote dove l’aria è troppo sottile per consentire alle galline di sostenersi volando, dovrei dire che non bisogna confondere il metafisico con l'immateriale. Qui, però, farò finta di niente e - fidandomi ciecamente di Aristotele, di San Tommaso e di Popper - darò per scontato che l'immateriale esiste. Per di più, userò il termine "metafisico" (al di là del fisico) come sinonimo di "immateriale". Dovrei anche ricordare che il dualismo che contrappone e giustappone l’hardware del cervello col software della mente è stato ampiamente discusso da molti, chi per sostenerlo e chi per superarlo in una visione più sistemica: tra questi ultimi, limitandomi all'ambito del pensiero italiano, ricorderei Ludovico Geymonat, Felice Mondella, Franco Voltaggio. Rinunciando da qui in poi a ogni riferimento filosofico, mi limito a una semplice considerazione materialistica: ogni idea viene prodotta da un cervello. Niente cervelli: niente idee. Per produrre un’idea occorre l’esistenza fisica di un cervello che la generi. Un’idea esiste se c’è un cervello che la produce o che la pensa. Un’idea trascritta su un sasso cessa di esistere se non c’è un cervello che la legge e che la fa esistere pensandola (parola di materialista). Quando esistono i cervelli che le pensano, allora tutte le idee esistono. Non esistono di vita propria, ma esistono: nascono, si diffondono, mutano, muoiono, provocano conseguenze. Ed è proprio questo il nodo della questione: quando esistono, le idee provocano conseguenze. Conseguenze su altre idee; conseguenze sui cervelli che le pensano; conseguenze sull’evolversi delle culture; conseguenze sui comportamenti degli individui. 

L’evoluzione del cervello umano ha fatto sì che l’uomo sia portato a ragionare in modo causale e in modo strumentale. Per ogni fenomeno che osserva, il cervello cerca istintivamente una causa. Per risolvere problemi, cerca gli strumenti più idonei allo scopo. Le due modalità lavorano di conserva.
Immagine tratta da http://mentalillnessak907.blogspot.it/