venerdì 3 novembre 2017

CHE COSA È SCIENZA E CHE COSA NON LO È - Conclusioni

Dopo averci ragionato a lungo, non sono riuscito a trovare una definizione o un ordito metodologico che mi indicassero in modo univoco che cosa accomuna tutte le scienze oppure di segnare un confine preciso tra ciò che è scienza e ciò che non lo è. Non ho trovato una via semplice e univoca che mi indicasse se tutte le discipline che si fregiano dell’etichetta di “scienza” lo sono davvero, lo sono in parte, o non lo sono per niente. In fondo, il fallimento della mia ricerca era esattamente ciò che mi aspettavo. 


Capita sempre così quando si cerca di definire in modo semplice qualcosa che, per sua natura, semplice non è. Le definizioni circoscrivono e, nello stesso tempo, separano. Qualcosa rimane dentro, qualcos'altro viene lasciato fuori. Ciò che indichiamo col nome di scienza è una cosa troppo vasta, multiforme, e anche storicamente mobile e variabile per essere perfettamente racchiusa in una definizione, per quanto articolata. La sconfitta non mi sorprende e non mi affligge. Tuttavia, quando si dice scienza, nella testa di ognuno di noi si stagliano immagini ben definite di ciò che crediamo essa sia. Possediamo un concetto culturalmente formato di che cosa intendiamo per scienza. Un concetto che ne abbraccia il nocciolo duro costitutivo. A mano a mano che ci si allontana dal centro di tale immagine intuitiva, più si va in periferia, più i suoi confini diventano vaghi e l’immagine di scienza si sfuoca. In questo territorio lontano dal centro ideale, le caratteristiche di riferimento per distinguere tra scienza e non scienza diventano sempre più flessibili: alle certezze sostanziali si sostituiscono le gradazioni di colore, di valore, di consistenza. I giudizi non possono più essere tassativi; le opinioni e i preconcetti cominciano a giocare la loro parte. In prossimità del nocciolo duro, le definizioni e le demarcazioni metodologiche funzionano benone, ma funzionano sempre meno, a mano a mano che da tale nocciolo duro ci si allontana.
Così, piuttosto che cercare definizioni precise o imperativi metodologici, mi viene da definire la scienza in modo più impalpabile, centrando l’attenzione sull’atteggiamento mentale di chi fa scienza piuttosto che su criteri rigidi. E allora, sulla punta della lingua (o del cervello) mi si formano definizioni vaghe come le seguenti.

La scienza è nell’atteggiamento mentale e nella curiosità con cui si guarda alle cose … È nella procedura mentale con cui si affrontano i problemi… È nella ricerca di relazioni vere e controllabili tra le cose … Sta nel trasferire all’esplorazione delle cose il metodo comparativo con cui il cervello valuta i fenomeni del mondo…”.

La Scienza è un’Impresa umana collettiva ove il collettivo è fatto di individui volitivi, capaci, formati, competitivi (come un collettivo sportivo di successo) e animati da una inestinguibile curiosità che li porta a esplorare il mondo ben oltre la mera superficie, possibilmente fino agli estremi limiti cui può arrivare il limitato intelletto umano: idealmente alla radice delle cose”.

Sono definizioni soft, queste, che si adattano assai bene allo spirito della scienza ma rasentano l'inconsistenza e, inoltre, potrebbero adattarsi a qualunque cosa, oltre alla scienza, e non dirimano l’esigenza di distinguere ciò che è scienza da ciò che non lo è.  
Tuttavia, è importante poter fare tale distinzione: è importante poter accertare se determinate asserzioni sono sostenute o meno da presupposti scientifici che le rendono più o meno affidabili. La via che ho scelto per poter decidere in merito, vale a dire la ricerca di una definizione o di un ordito metodologico è, a quanto pare, una via metodologicamente sbagliata. Una via preferibile – dopo aver esaminato molte definizioni e dopo aver discusso delle varie procedure metodologiche di cui la scienza si avvale – potrebbe essere quella di badare alla sostanza della disciplina o della affermazione per le quali si vuole valutare lo statuto di scientificità, e utilizzare ad hoc e in maniera flessibile i criteri definitori precedentemente individuati. In questo modo, senza pretese di universalità ma badando al sodo, potremo essere in grado, anche nelle zone nebbiose e più periferiche dell’universo delle scienze, di esprimere un giudizio su ciò che la scienza è e su ciò che essa non è.
È chiaro che discipline come l’Astrologia, pur utilizzando elementi astronomici scientificamente determinati e prevedibili, nelle sue conclusioni e nelle sue predizioni non si avvale di alcuno dei criteri (misurazioni, sperimentazione, riproducibilità, ripetibilità, ecc.) che appartengono alla cassetta degli attrezzi dell’operare in maniera scientifica. D’altra parte, anche la Storia (in modo non diverso dall’Astrologia) manca di molti dei criteri tipicamente scientifici (ripetibilità delle osservazioni, traducibilità dei fenomeni in termini quantitativi, ecc.). Tuttavia, nello studio della Storia, i metodi per la ricerca di documenti e testimonianze, la ricerca di riscontri ottenibili da molteplici fonti, l’analisi anche quantitativa di molti fatti, l’interazione con elementi oggettivi e dimostrabili riguardanti le popolazioni, la geografia, la climatologia, le produzioni economiche, ecc., che fungono da causa, concausa o contorno dell’oggetto di studio, tutti questi elementi messi insieme fanno sì che la Storia possa essere inserita a pieno titolo tra le scienze, anche se, come scienza (e questo è del tutto evidente), essa differisce in modo sostanziale dalla fisica o dalla chimica.

Nelle scienze dure e in quelle umanistiche, la ricerca del vero (o del “più vero”, o di ciò che più vi assomiglia oltre ogni ragionevole dubbio) ha a che fare con requisiti tecnici, operativi ed etici non univoci, nel senso che ogni disciplina dispone di specifici requisiti propri e talora esclusivi e interpreta i “fatti” in base ad essi. A mano a mano che ci si allontana dal centro costituito delle scienze più “dure”, ci si avventura inevitabilmente in aree di crescente incertezza: il Diritto, l'Economia, la Sociologia, l'Antropologia, il Marketing, ecc. sono scienze? E se lo sono, fin dove si spingono le radici della loro scientificità? Qui bisogna rispondere volta per volta, caso per caso. Quando, come nel citato caso della Storia, vengono utilizzati strumenti e atteggiamenti scientifici per acquisire conoscenze, per verificare dati, per estrapolare modelli, per fare predizioni, non si può negare a queste discipline o, quantomeno, a determinate applicazioni di tali discipline, lo statuto di scientificità e non si può negare che le loro affermazioni non siano ottenute su base scientifica. Naturalmente, in certi casi bisogna andare con i piedi di piombo. Teniamo presente infatti, che, per esempio, gli antichi Alchimisti lavorano con intenti “scientifici” e i loro metodi non erano molto distanti da quelli della chimica sperimentale. Tuttavia, la loro disciplina era talmente intrisa di metafisica e di soprannaturale da non poter certamente richiamarsi alla scienza quale la intendiamo oggi. E ancora, i giocatori di Bridge e quelli di Scopone Scientifico, come pure i Bookmaker e gli Scommettitori, analizzano quantitativamente i dati, usano la matematica intuitiva e la statistica, ma non per questo fanno scienza.  


Detto ciò, se è importante distinguere la scienza dalla non scienza (non foss’altro per il fatto che la prima fornisce informazioni di norma assai più affidabili della seconda), ancora maggiore attenzione va prestata allo smascheramento delle pseudoscienze che sono socialmente pericolose. Le cosiddette pseudoscienze imitano il gergo, l’abito e il modo di presentarsi delle scienze ma non contemplano nel loro modo di fare quello può essere chiamato il nucleo centrale (l'anima) delle scienze: il mantenere le proprie affermazioni sotto il continuo e rigoroso controllo di qualificati meccanismi di verifica. La scienza non afferma “verità” ed è sempre disponibile a cambiare la propria posizione, se emergono elementi sufficientemente credibili per farlo. Le pseudoscienze, al contrario, sono per lo più travestimenti in abiti scientifici di opinioni e di desideri che non ammettono contraddittorio e negano rappresentanza ai “fatti” che contraddicono tali opinioni o vanificano tali desideri. Le pseudoscienze (e quelle che gli anglofoni chiamano BiasSciences, scienze della parzialità o del pregiudizio) negano la rilevanza, se non addirittura l’esistenza, dei fatti che non sostengono i loro assunti, mentre esaltano e glorificano altri “fatti”, a volte credibili altre volte del tutto destituiti di credibilità, a sostegno delle proprie opinioni e dei propri desideri. Opinioni, desideri, pregiudizi, ideologie, preferenze e altre cose simili, sono articoli umani che lo scienziato deve lasciar fuori dalla porta del suo laboratorio mentre il laboratorio dello pseudoscienziato è alimentato quasi esclusivamente con tali propellenti. Le “verità” proposte dalle pseudoscienze sono costruite in laboratorio mettendo insieme alcuni “fatti” coerenti con le opinioni e i desideri dello pseudoscienziato (istruendo anche pseudoesperimenti non controllati e pseudoprove costruite ad hoc) e guardandosi bene dall’adottare procedure (neutrali o terze) per testare la validità delle conclusioni tratte.  
Le BiasSciences, che incarnano l’essenza della pseudoscienza della parzialità, sono particolarmente insidiose, ingannevoli e pericolose, proprio perché manipolano dati “scientifici” o presunti tali per penetrare nelle coscienze indifese dei più. Così è accaduto con gli antivaccinisti, i quali per anni hanno ingannato la gente – e quel che è peggio anche molti giudici – sbandierando un unico articolo scientifico, ormai vecchio e destituito da ogni validità in quanto falso e prezzolato – che metteva in correlazione l’insorgere dell’autismo con episodi di vaccinazioni. In questo articolo, si mettevano in correlazione "le mele con le pere", fenomeni o eventi tra loro per nulla correlati (se non per il fatto di verificarsi entrambi nella primissima infanzia) ma che, accostati uno all’altro, venivano spacciati come causalmente correlati. Esempi – in questo caso divertenti – di correlazioni false (e illegittime dal punto di vista della tenuta scientifica) sono riportate nel sito http://tylervigen.com/spurious-correlations. Qui se ne riportano due casi paradigmatici. Il primo mette in correlazione il numero di lanci spaziali non commerciali effettuati in tutto il mondo (in rosso) con il numero di dottorati in sociologia conferiti negli Stati Uniti (in nero). Il secondo mette in correlazione l’età delle vincitrici del concorso di Miss America (in rosso) con il numero di assassinii nei quali l’arma del delitto era costituita da un oggetto rovente, un getto di vapore o simili (in nero). I dati messi a confronto sembrano fortemente correlati perché hanno lo stesso andamento e le curve che li descrivono sono quasi sovrapponibili. È chiaro come il sole, però, che i fenomeni confrontati sono troppo eterogenei per poter pensare a una loro eventuale interconnessione. È facile giocare con le statistiche e con i grafici: si scelgono andamenti simili e poi si gioca con gli ordini di grandezza dei due parametri confrontati, e il gioco è fatto. Quel che ne sortisce è un grafico accattivante, “significativo” e, in qualche modo, anche “vero”: peccato che sia solo il frutto di un gioco e di una manipolazione, e che ciò che rappresenta è del tutto privo di un qualsiasi significato.

http://tylervigen.com/spurious-correlations

http://tylervigen.com/spurious-correlations
 Non vi è chi non veda che grafici di questo genere, sotto un paludamento scientifico di forte impatto, sono assolutamente ingannevoli perché fanno credere che vi sia una forte correlazione tra elementi tra i quali non vi è alcun legame e che sono del tutto estranei l'uno con l'altro. È su questa base ingannevole che operano le BiasSciences, ed è su questa base che le persone non in possesso dei fondamentali strumenti di difesa cadono facilmente nelle loro trappole. Ciò è grave e pericoloso. Combattere questi fenomeni è etico, doveroso e necessario, per il bene di tutti.

Distinguere tra ciò che è scienza e ciò che non lo è, è davvero importante perché da una parte c’è l’esercizio, di norma serio, di produrre conoscenza, mentre dall’altra c’è l’esercizio, di norma mendace e truffaldino, di produrre nella gente opinioni errate di cui approfittarsi economicamente, ideologicamente, o politicamente.

Chi decide che cosa È scienza e che cosa non lo È?

In certe situazioni socialmente rilevanti, la responsabilità di decidere spetta ad autorità competenti e riconosciute, cui viene demandato un compito di difesa pubblica. In Italia, ciò è recentemente avvenuto nei casi, per esempio, del Metodo Di Bella, del Metodo Stamina o dell’ancora più recente caduta verticale della copertura vaccinale. È però senz’altro opportuno che ciascuno, nel suo piccolo e per quel che riguarda le sue proprie scelte individuali, possa decidere da sé: per poterlo fare deve però possedere gli strumenti cognitivi adatti.   
È questa, sostanzialmente, la ragione di fondo (tecnica ed etica) dei miei post.

È importante poter decidere con cognizione di causa tra che cosa è vero (con tutti i limiti da assegnare alla categoria del “vero”) e che cosa non lo è; che cosa è affidabile e che cosa non lo è; a che cosa si può credere e a che cosa sarebbe assai meglio non credere. 

Questa non è solo una questione di avere la possibilità di fare le scelte migliori, è anche una questione di responsabilità, un’enorme responsabilità, che riguarda le nostre vite, quelle dei nostri figli e dell'umanità intera (pensiamo alle scelte sulle biotecnologie, all’impatto delle nostre scelte sull’effetto serra, sull’avvelenamento dei mari da parte della plastica, sullo scioglimento dei ghiacciai e dei ghiacci polari, e chi più ne ha più ne metta). Conoscere come stanno le cose (e la scienza è un utile strumento per approssimarsi a tali conoscenze) è una delle più preziose risorse che l’umanità s’è conquistata: sarebbe un grande peccato (e un gesto di enorme stupidità) gettarla alle ortiche.

Il 19 dicembre, Piero Angela e Silvio Garattini discuteranno rispettivamente di Pseudoscienze e di Che cosa non è scienza (diretta streaming ore 15-17: https://www.fondazionescuola.it/). Da loro, non mi aspetto concetti particolarmente nuovi e profondi; mi aspetto parole semplici, parole “di parte” (ma dalla parte giusta), e parole chiare. Una buona ragione per darci un’occhiata. 

2 commenti:

  1. Ho seguito con interesse e curiosità le varie puntate di questo viaggio in cerca di una definizione di scienza e di metodo scientifico. Nella mia posizione di umanista, convinta che tra scienze “dure” e “molli” non ci sia un divario netto ma piuttosto un continuum, ho molto apprezzato l’idea che non serva definire “il” metodo ma che ogni disciplina possa costruire il proprio, a partire anche dalla natura dei fenomeni che osserva; ma che, pur ammettendo questa eterogeneità, si debbano separare le scienze dalle pseudoscienze.
    Un suggerimento pratico: sarebbe utile un indice che ricostruisca la sequenza lineare delle varie tappe, per chi le volesse ripercorrere. Grazie!

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