sabato 21 aprile 2018

DOMANDE E RISPOSTE SULL'EVOLUZIONE - IX^ parte

In questa nona puntata di Domande e Risposte sull’Evoluzione, il tema in discussione è quello della lotta per la sopravvivenza ovvero, nella sua trasposizione in termini economici e culturali, della libera concorrenza, aspetto fondativo dell’economia liberale e oggetto di vivace dibattito ai tempi di Darwin. Come nelle puntate precedenti, la discussione intende mettere a confronto il potenziale evoluzionistico del fattore biologico e quello eventuale del fattore culturale.


Domande e Risposte
# 15

Domanda 15. Le concezioni sociali e sociodinamiche di Malthus ebbero una grande influenza sulla genesi dell’idea darwiniana di selezione naturale. Ricordo che nel Saggio sulla Popolazione e sui suoi Effetti sul Perfezionamento Futuro della Società (1798), Thomas Malthus aveva constatato l’inadeguatezza delle potenzialità di implementazione delle risorse alimentari a fronte dell’andamento della crescita della popolazione umana. Malthus aveva concluso sostenendo che è proprio la disparità tra le due dinamiche a provocare povertà, carestie, pestilenze e guerre che determinano ricorrenti e massivi decrementi della popolazione umana. Lo spirito malthusiano pervade certe aberrazioni sociobiologiche e/o interpretazioni del pensiero darwiniano (ma non giustificate peraltro dalle affermazioni di Darwin). Tali aberrazioni, a loro volta, sono pervase più da pregiudizi sociali che non da nozioni scientifiche provenienti dalla ricerca evoluzionistica e da quella sociologica. Quanto delle idee malthusiane permangono nell’evoluzionismo contemporaneo? Se permangono, rappresentano un elemento di disturbo nei tentativi di chiarire i meccanismi biologici dell’evoluzione dell’uomo, o rappresentano un elemento di chiarezza, che individua la rilevanza degli elementi culturali squisitamente antropologici (che si aggiungono a quelli puramente biologici) nel determinare la selezione e l’adattamento di individui e di gruppi più o meno omogenei di individui?
 



Risposta 15. 
Cito letteralmente un passo dalla Storia della Filosofia Occidentale di Bertrand Russell (in traduzione italiana, Longanesi, 1958, pag. 1133): Il darwinismo consisteva in un’applicazione a tutta la vita animale e vegetale della teoria della popolazione di Malthus, che era parte integrante della politica e dell’economia dei benthamisti: una totale libera concorrenza, in cui la vittoria andava agli animali che rassomigliavano di più ai capitalisti fortunati.[1] Darwin stesso fu influenzato da Malthus, ed aveva simpatia, in generale, per i filosofi radicali. C’era, tuttavia, una gran differenza tra la concorrenza auspicata dagli economisti ortodossi e la lotta per l’esistenza che Darwin proclamò forza motrice dell’evoluzione. Libera concorrenza’, nell’economia ortodossa, è una concezione assai artificiale, protetta da restrizioni legali. Potete vendere a prezzo minore di un vostro concorrente, ma non potete ucciderlo. Non dovete adoperare le forze armate dello Stato per aiutarvi ad ottenere i migliori manufatti stranieri. Coloro che non hanno la fortuna di possedere capitali non devono cercare di migliorare la loro sorte con la rivoluzione. La libera concorrenza’, così come era intesa dai benthamisti, non era realmente libera”.     


Anche se Russell insinua che, almeno tardivamente, Darwin, che era un liberale, si trovò con la sua idea della sopravvivenza del più forte più vicino alle teorie di Nietzsche che a quelle di Bentham, la moderna genetica ha fatto piazza pulita del cosiddetto darwinismo sociale. Come scrisse Theodosius Dobzhansky nel suo L’evoluzione della Specie Umana (in traduzione italiana, Einaudi, 1965, pag. 15) il più adatto non è necessariamente un tipo romantico o un conquistatore vittorioso o un superuomo. È più probabile che sia solo un genitore prolifico”. In effetti, quello che conta non è tanto per gli esseri viventi essere in grado di sopraffare altri viventi, ma la capacità di riprodursi e lasciare discendenti adatti a fronteggiare le sfide dell’ambiente. Perciò, si può dire che il più adatto non è il più forte, ma il più resistente. Mi pare che proprio i limiti indicati da Russell a proposito della libera concorrenza siano un chiaro esempio di come l’evoluzione culturale si è sviluppata su linee autonome e non si presti a forzature tratte dalla evoluzione biologica.



[1] Jeremy Bentham (1748-1832), giurista ed economista inglese. È stato uno dei maggiori esponenti dell’utilitarismo filosofico (la maggiore felicità del maggior numero di individui), sostenitore di processi sociali e economici idonei a creare l’armonia più ampia possibile fra gli interessi collettivi e quelli individuali. 

domenica 15 aprile 2018

DOMANDE E RISPOSTE SULL'EVOLUZIONE - VIII^ parte

In questa puntata di Domande e Risposte sull’Evoluzione, la questione riguarda l’interconnettività simultanea (Internet e simili) e l’eventuale ruolo che essa, considerata eventualmente come un fenotipo emergente della specie umana, potrebbe avere sull’evoluzione della specie. Nella sua risposta, il Professor Rugarli attinge, tra le altre cose, alla metafora fantascientifica uscita dalla penna e dalla mente di HG Wells.



Domande e Risposte
# 14

Domanda 14. L’interconnettività simultanea (telefonia cellulare, internet) rappresenta una forte accelerazione dei processi di trasmissione dell’informazione. All’origine della storia dell’uomo, l’informazione veniva trasmessa da uomo a uomo con la velocità del passo umano, poi con quella del cavallo (pony express), poi con quella del telegrafo, poi con quella delle onde elettromagnetiche. Oggi la velocità di trasmissione dell’informazione rasenta l’istantaneità. Il fenomeno si discosta poco da quella che si potrebbe verificare mediante l’interconnessione telepatica tra individui interagenti. Per certi aspetti, la possibilità dell’invio simultaneo dell’informazione a un numero pressoché infinito di soggetti interagenti fa sì che la comunità umana possa essere considerata come un unico essere multicellulare (multi-individuale) come una colonia di organismi o come un organismo ameboide, dove la risposta ad uno stimolo si può trasmettere istantaneamente a tutto l’organismo, il quale può rispondere in modo altrettanto istantaneo e perfettamente coordinato. Questa novità culturale è da considerare una manipolazione dell’ambiente (un ambiente in cui l’informazione corre più veloce) oppure una modificazione della specie (che acquisisce potenzialità di comportamento in precedenza non così sviluppate)? Nell’un caso o nell’altro, l’interconnettività istantanea può essere considerata alla stregua di un fenotipo nuovo della specie umana da cui ci si può attendere qualche conseguenza di carattere selettivo o adattativo? 



Risposta 14. Dal punto di vista dell’evoluzione culturale, la straordinaria rapidità di comunicazione tra gli umani è l’equivalente di una elevatissima capacità riproduttiva tra gli individui nell’evoluzione biologica. Questo favorisce i cambiamenti rapidi, ma non solo quelli che potremmo definire buoni. In campo biologico una riproduzione molto rapida è, per esempio, quella delle cellule cancerose. È vero che queste non lasciano discendenza, ma interferiscono pesantemente con la sopravvivenza e la riproduzione di organismi complessi. Mi azzardo a dire che la rapidità di comunicazione interpersonale che caratterizza la società umana attuale rende il panorama culturale sicuramente più vario, ma non necessariamente migliore, e sicuramente è all’origine di un certo imbarbarimento intellettuale dell'umanità contemporanea. Perciò, non sono d’accordo nel considerare la specie umana, come dice la domanda, come una colonia di organismi pronta a rispondere a uno stimolo in maniera coordinata. Tuttavia, c’è di buono che la rete rende più difficile la manipolazione delle idee da parte di coloro che, in un luogo, controllano i mezzi di comunicazione di massa, come è avvenuto tempo fa in Iran e come avveniva, per tradizione, nel linguaggio cauto dei potenti della terra, smascherato da Julian Assange con Wikileaks.


Ma c’è un altro problema da considerare, e cioè se questo avanzamento tecnologico, che include l'istantaneità della comunicazione, non sia la prosecuzione dell'evoluzione biologica della specie umana con altri mezzi, come affermato da Francesco e Luigi Cavalli Sforza in un articolo su La Repubblica di qualche anno fa (16 gennaio 2010). A parte il fatto che anche l’avanzamento tecnologico è un frutto dell'evoluzione culturale, non vedo come questo possa modificare le caratteristiche somatiche della specie umana. 

La guerra dei mondi in un'illustrazione  di Alvim Corrêa

Nel 1898 Herbert George Wells scrisse il romanzo La guerra dei mondi, nel quale immaginò la terra invasa da invincibili marziani, fatti solo di un immenso cervello imprigionato in una macchina capace di muoversi su ogni terreno e di emettere un raggio letale. Se Wells fosse stato più darwiniano avrebbe dovuto riconoscere l’impossibilità dell’evoluzione di una specie vivente con le caratteristiche dei suoi marziani, che sarebbe dovuta discendere da innumerevoli generazioni di individui accoppiati preferenzialmente in base a un cervello grande e alla atrofia del corpo, fino a essere tutto cervello e niente del resto. Ma, tra il resto, ci sono anche gli organi della riproduzione, per non parlare del sistema immunitario. Infatti, nel romanzo di Wells i marziani sono sterminati, e la terra è salvata dai microbi, contro i quali gli extraterrestri non hanno alcuna difesa. È vero che un fanatico della fantascienza potrebbe ribattere che i marziani erano arrivati a questo stadio di sviluppo non con i meccanismi evolutivi in atto sulla nostra terra, ma grazie a manipolazioni di una tecnologia che nessun terrestre è in grado di immaginare. Ma arrivare a questa tecnologia presuppone un’evoluzione culturale che implica la libertà, ed è dubbio che, anche su Marte, la massa degli abitanti capaci di questa evoluzione avrebbe accettato la rinuncia ai piaceri del sesso in base alla libertà di scegliersi il partner. Da ciò deduco che dovunque, nella immensità dell’universo, esista una specie intelligente come quella umana, l’evoluzione biologica e quella culturale sono avvenute (anche se con risultati eventualmente differenti) con meccanismi simili a quelli validi per noi e che non possono essere violati. Perciò tranquillizziamoci: 
per quanto possa avanzare il progresso tecnologico, non diventeremo come i marziani di Wells,    


sabato 7 aprile 2018

DOMANDE E RISPOSTE SULL'EVOLUZIONE – VII^ parte

In questa settima puntata di Domande e Risposte sull’Evoluzione si affronta il tema dei rapporti tra adattamento al territorio, evoluzione biologica ed evoluzione culturale, nell'ipotesi che eventuali differenze tra diversi gruppi umani possano trovare origine nell'adattamento a territori differenti. È un tema, questo, che porta ai più che discutibili costrutti riguardanti “razze”, geni, e cultura: un tema che – in auge durante il periodo colonialista – richiamato da nuovi razzismi striscianti sta ricomparendo nel dibattito pubblico, a causa dei sommovimenti migratori in atto.

Domande e Risposte
# 13

Domanda 13. In questa serie di trenta domande si fa implicitamente riferimento al quadro di un evoluzionismo darwiniano caratterizzato dalla selezione operata dall'ambiente, in tempi molto lunghi, sugli individui, e sul fatto che le varietà più adattate a un certo particolare ambiente possano trasformarsi, a lungo andare, in specie autonome.

In questo contesto concettuale ci si potrebbe chiedere: "Quanto dell’originale impostazione darwiniana è rimasta nelle moderne correnti del pensiero evoluzionistico?". "Quanto l’idea originale di Darwin, e quanto le concezioni evoluzionistiche più attuali, possono contemplare gli elementi culturali tra i fattori selettivi o adattativi rilevanti ai fini di una evoluzione dell’uomo?". E ancora: "Fino a che punto gli elementi culturali possono essere visti come fattori adattativi rilevanti a determinare, in certi tempi e in certi luoghi, il prevalere di alcune varietà umane su altre?". 
Mi piace ricordare, a questo proposito, il bel saggio (premio Pulitzer) dell’antropologo Jared Diamond: Armi, acciaio e malattie: breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni (Einaudi, 2005). In questo saggio Diamond afferma che il prevalere di alcune società umane su altre (per esempio gli spagnoli sui popoli dell’America centromeridionale dopo la spedizione di Cristoforo Colombo) non ha nulla a che vedere con la genetica o con l’intelligenza, ma ha a che vedere con l’adattamento delle popolazioni a cogenti limiti del territorio: geografici, orografici, e di risorse. Sono state (soprattutto in passato, ma possono tuttora essere) le caratteristiche dell’ambiente a determinare tempi, modalità e direzione dello sviluppo tecno-socio-culturale nelle diverse varietà umane.

Cristoforo Colombo e i nativi

Risposta 13. Quando Darwin espose le sue teorie non erano noti i meccanismi della ereditarietà. Perciò, la più importante trasformazione del pensiero evoluzionistico è avvenuta con il cosiddetto neodarwinismo, che ha spostato dal soma ai geni i soggetti dell’evoluzione e ha individuato nelle mutazioni l’origine della variabilità sulla quale si esercita la selezione. Non sono un esperto della materia, ma mi pare che questo sia il più importante cambiamento del pensiero originale di Darwin, mentre non credo che l’esistenza di correnti differenti del pensiero evoluzionistico moderno metta in discussione l’impostazione propria del darwinismo e del neodarwinismo.

So bene che l’esistenza di interpretazioni differenti dei meccanismi dell’evoluzione biologica è sfruttato dai fautori del creazionismo per contestare tutta la teoria. Qualche tempo fa, si è tenuto in Italia un convegno, intitolato più o meno Verso il tramonto di una ipotesi”, promosso da una persona autorevole in campo accademico e dichiaratamente ostile alla teoria dell’evoluzione biologica, il quale al tempo del convegno era vice-presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Sarebbe perciò il caso di definire meglio la distinzione tra un’ipotesi e una teoria. A mio parere un’ipotesi è un atto immaginativo non ancora sottoposto a tentativi di falsificazione, mentre una teoria è un atto simile che ha resistito a vari tentativi di falsificazione, che è precisamente la connotazione che Karl Popper ha individuato per le teorie scientifiche [nota: Popper usa il termine "falsificare" nella accezione di "confutare sulla base di nuove prove"]. Ne consegue che le tutte le teorie scientifiche non sono verità eterne, e potrebbero sempre essere falsificate da osservazioni o esperimenti che possono aver luogo nel futuro. Perciò, considerare solo la teoria dell’evoluzione biologica come provvisoria e declassarla al ruolo di ipotesi è una scorrettezza epistemologica. Si aggiunga che il creazionismo non è falsificabile in linea di principio e perciò non può essere considerato una teoria scientifica
Molti di questi critici trascurano le recenti scoperte della biologia molecolare che, dalla omologia di molecole proteiche e di patrimoni genetici tra le specie oggi esistenti, hanno potuto ricostruire il tempo più o meno remoto nel quale i loro precursori si sono separati. Da questo punto di vista l’evoluzione si è trasferita dagli organismi interi alle molecole di cui sono fatti. È proprio del linguaggio biologico moderno dire che una molecola si è più o meno “conservata” a seconda che sia più o meno diversa in specie differenti. Per fare un esempio attinente agli interessi scientifici che coltivo, negli anni recenti sono stati scoperti sulle cellule presentanti gli antigeni ai linfociti dei recettori che sono stati chiamati Toll-like receptors perché hanno strette omologie con la molecola Toll, che fu dimostrata nel 1985 nella Drosophila, un moscerino molto impiegato negli studi genetici del passato. L’idea che la Drosophila e i mammiferi, incluso l’uomo, abbiano delle strutture molecolari simili, e perciò molto conservate, è in accordo con l’origine comune in tempi remotissimi tra specie tanto diverse. Perciò, l’idea di una evoluzione biologica determinata dalla selezione di eventi casuali, come mutazioni, ricombinazioni e duplicazioni genetiche è perfettamente plausibile (tutti eventi per i quali l’esperienza ha dimostrato che possono avvenire in natura solo per caso). Io credo che sia questo il nucleo duro della teoria biologica al quale aderiscono anche scienziati con idee molto diverse, come Richard Dawkins e Stephen Jay Gould, le cui controversie si pongono entro e non pro o contro questo nucleo.

Drosophila

La domanda, però, non implica solamente la coerenza del pensiero evoluzionistico moderno con l’impostazione originale di Darwin, ma anche la possibilità che questo pensiero (biologico) debba includere le sue implicazioni culturali e che le peculiarità della evoluzione culturale abbiano avuto conseguenze … ai fini dell’evoluzione dell’uomo o, più verosimilmente … come elementi co-determinanti alla prevalenza (territoriale o universale) di alcune varietà umane su altre”. In una parola, se ho capito bene, la domanda è se vi sia una reciproca influenza del biologico sul culturale e del culturale sul biologico.

Per quanto riguarda la seconda possibilità in campo umano, mi sono già espresso precedentemente, quando ho parlato della influenza di modelli culturali sui matrimoni e sulla progenie che ne deriva, anche se ho escluso che questo possa condurre alla comparsa di nuove specie umane. Più importante è discutere sulla prima possibilità, ossia che l’evoluzione culturale sia stata originata grazie ad assetti genetici che la favorivano. Che questo sia avvenuto alla origine della nostra specie è di per sé evidente. È chiaro che senza cervello non è possibile avere idee e che la specie umana si è evoluta soprattutto nella struttura del cervello. Ma il punto in discussione è precisamente la prevalenza territoriale o universale di quelle che nella domanda sono chiamate varietà umane e che io preferirei chiamare popolazioni. Ossia, sono queste popolazioni prevalenti o meno perché dotate di patrimoni genetici differenti, che le hanno rese più o meno intelligenti?
Su questo punto occorre essere cauti. Il banale buonsenso ci dice che, tranne che in circostanze estreme, come nel caso di menomazioni ereditarie o di esseri superdotati, quello che è dovuto alla variabilità genetica è di secondaria importanza in un essere umano. Non dubito che essere belli o brutti, qualità per le quali la genetica ha la sua importanza, non sia rilevante, soprattutto per una donna. Ma forse è più importante essere più o meno intelligenti. Naturalmente, su questo punto non mancano coloro che sostengono con passione che l’intelligenza è prevalentemente se non esclusivamente ereditaria. Si tratta per lo più di persone con una certa propensione al razzismo e che danno per scontato che essi stessi sono tra i fortunati che hanno ereditato una intelligenza elevata. Ma, pur non disconoscendo un ruolo della genetica nelle attitudini di una persona, anche in quelle intellettuali, per non parlare di quelle artistiche, io credo che questo da solo non basti a definirne la sua unicità. Che dire, infatti, della bontà o di altre qualità morali? Anche queste sarebbero geneticamente determinate?  Un essere umano, una persona, è definito da una tale complessità di qualità, che attribuire la sua unicità alla genetica significa privarlo del privilegio della cultura, ridurlo alle condizioni di una animale senza storia.

Intelligenza e tipi umani: la visione colonialista tra Settecento e Ottocento

Non è un caso che, nella ricerca scientifica con modelli animali si impieghino ceppi di topi o ratti “inbred”, discendenti da ripetuti accoppiamenti tra fratello e sorella, fino ad avere individui tutti geneticamente identici. Che un topo “outbred” abbia una individualità genetica è ammissibile, ma a livello della sua vita animale. Ma mi rifiuto di credere che questo valga anche per l’uomo. Negli ultimi tempi in cui facevo il primario, salendo le scale, mi occorreva di incontrare un uomo anziano, chino a strofinare i gradini alla pulizia dei quali era dedicato il suo lavoro. Non so nulla di quell’uomo, ma ritengo poco probabile che avesse il tempo e la voglia di dedicarsi ad attività intellettuali. Forse era migliore di me sul piano morale, ma è certo che era infinitamente inferiore sul piano sociale, con tutte le conseguenze che questo comporta. Questo dipendeva forse dal diverso patrimonio genetico di noi due, io professore universitario e primario e lui uomo delle pulizie, o dipendeva al contrario dalle diverse opportunità di educazione e di studio che avevamo avuto, per le quali io ero stato fortunato e lui no?
Per concludere, sono dispostissimo ad ammettere che la selezione di patrimoni genetici differenti sia stata favorita in popolazioni sottoposte a diverse condizioni ambientali, per esempio la pelle scura per chi vive ai tropici e altre caratteristiche, per esempio un aumento del rapporto tra massa e superficie corporea, per chi vive in climi freddi, ma mi rifiuto di credere che questo influenzi l’evoluzione culturale. Come ho già detto, la sua propagazione è orizzontale e richiede solo la comunicazione, e non ha niente a che vedere con la trasmissione di geni. L’importante è che con l’evoluzione si siano sviluppate certe capacità intellettuali, ampiamente diffuse negli umani, che hanno reso possibile, per puro caso, la scintilla che ha dato origine all’evoluzione culturale. Se diverse popolazioni hanno sviluppato culture differenti è per la loro segregazione geografica e non per i loro pur differenti patrimoni genetici.


lunedì 2 aprile 2018

IL MINISTERO DELLA VERITÀ

Chi ha letto 1984 di George Orwell o chi si fosse imbattuto – chissà come – nel mio Non fare troppe domande, sa bene di che cosa si parla quando si nomina il Ministero della Verità (o Miniver, nella neolingua orwelliana). Il Ministero della Verità ha sede in una enorme piramide di cemento. Sul suo frontone si legge: La guerra è pace, L'ignoranza è forza, La libertà è schiavitù.


Nella creazione di Orwell, chiunque sia sospettato di pensare in modo non ortodosso viene arrestato. Al malcapitato viene applicata la damnatio memoriae: di lui viene rimossa ogni traccia, ogni ricordo individuale o collettivo.

Compito del Ministero della Verità – omettendo quel che c’è da omettere, modificando quel che c’è da modificare, falsificando quel che c’è da falsificare, inventando quel che c'è da inventare – è riscrivere in continuazione le notizie di cronaca, i giornali, gli archivi, i libri di storia, e tutto ciò che appartiene alla comunicazione e alla trasmissione della cultura, testi letterari compresi. Tutto ciò, al fine di rendere tutti i documenti perfettamente in linea con l’ideologia e con gli scopi attuali del partito (quello al potere, si intende). Un compito immane. Orwell immaginava che per realizzare tutto ciò fosse necessaria un’enorme organizzazione: il Ministero a ciò adibito era costituito da migliaia di stanze gremite di migliaia e migliaia di addetti. Ciò che per Orwell rappresentava uno sforzo organizzativo colossale, grazie all’attuale possibilità di digitalizzazione di documenti e di immagini è reso alla portata quasi di chiunque. 

L’articolo intitolato Videomanipolazione: La realtà è ciò che sembra, che Massimo Gaggi pubblica su La Lettura di questa settimana (#331, 1° aprile 2018, p. 11), tratta proprio di questa neonata facilità di poter agire sulla matrice dei "fatti", manipolandoli a proprio piacimento. “I tentativi di alterare le rappresentazioni della realtà dei fatti sono vecchi come il mondo”, afferma Gaggi, ma oggi manipolare i “fatti” è diventato così semplice che rischiamo di essere travolti da una crisi di disinformazione planetaria”. Questa è l’autorevole opinione di Aviv Ovadya che dirige lo staff tecnologico del Centro per la Responsabilità delle Reti Sociali dell’Università del Michigan: egli si riferisce a tale spettro definendolo 

INFOCALYPSE 

Falsificare in modo credibile documenti, immagini, filmati, tracce audio e così via sta diventando sempre più facile e le “APP” a ciò dedicate si diffondono a macchia d’olio, consentendo a chichessia di inventare “fatti” di sana pianta, di "cancellare" persone, di modificarne i discorsi o i profili sociali. Se ciò può essere fatto per gioco da qualsiasi stupido, pensiamo fin dove possono arrivare disinvolti istituti tecnologici al soldo delle cattive idee. La manipolazione dell’informazione è diventatata così pervasiva da rendere ormai fortemente sospetto il risultato di qualunque consultazione democratica: elezioni politiche, di governi, di capi di stato. È sempre stato così, si dirà! È vero, ma oggi gli strumenti di manipolazione che erano al servizio di pochissimi potenti (e come tali più facili da sorvegliare) stanno diventando sempre più “democratici”, vale a dire a disposizione di molti e, pertanto, molto più complicati da tenere sotto controllo.   


C’è grande preoccupazione nel mondo per questa situazione dagli sviluppi imprevedibili in cui il vero e il falso diventano difficilmente distinguibili. Istituzioni politiche, istituti di informazione, esperti di tecnologie informatiche, lanciano l’allarme e, ovunque nel mondo, si incontrano in vari brainstorming per cercare soluzioni che, però, sono ben lontane dall’essere individuate. Che fare, dunque?
Nell’attesa che i cervelloni trovino improbabili soluzioni a problemi che altri cervelloni (o forse gli stessi?) hanno contribuito a provocare, dovremo cercare in noi stessi – individui e collettività organizzata – soluzioni non informatiche al problema: dovremo cercarle nell’uso del nostro stesso cervello, rendendolo più selettivo, meno prono e più critico ai flussi di informazione che ci arrivano dall’esterno. È una questione che deve essere affrontata, credo, agendo sulla formazione e sulla cultura, o meglio ancora, sulla formazione alla cultura e alla competenza.

Chi non conosce la Storia, è facile vittima dei falsi storici; chi non conosce le Idee, la loro origine e i portatori di idee, è vittima predestinata dei falsi ideologici. Bisogna sapersi dotare – e in questo la scuola dovrebbe ripensare se stessa – degli strumenti per imparare a conoscere, per imparare a distinguere. Ma la scuola, da sola, non basta: ognuno ha la responsabilità personale di allevare se stesso. Se non lo fa, rischia una pena severa: essere burattino credendosi libero. È necessario liberarsi dal terribile inganno di uno è uguale a uno”. Ci servono punti di riferimento saldi, cose e persone su cui riporre fiducia, cose e persone su cui costruire il nostro conoscere e il nostro saper distinguere: per far ciò è necessario riconoscere il valore della competenza e del sapere autentico. Se non vogliamo essere costantemente ingannati, dobbiamo cominciare a riflettere su noi stessi e a come vogliamo attrezzarci per essere autenticamente liberi”. 

giovedì 22 marzo 2018

CHI HA PAURA DELLA SCIENZA E PERCHÉ

CHI HA PAURA DELLA SCIENZA? 

Chi non la capisce. Chi si rifiuta o ha paura di capirla o chi, faticando a comprenderla, semplicemente la allontana da sé con sospetto. Eppure, tutto ciò che ci rende la vita più lunga e sicura rispetto a secoli fa, più confortevole e meno gravosa, viene proprio di là: dalla scienza e dalla tecnologia, sua stretta parente. A giustificazione di chi ha paura della scienza, non si può e non si deve negare che essa può anche generare incubi: ma di chi è la colpa? Della scienza in quanto tale, o di eventuali scriteriati utilizzi?


È una paura antica, quella che taluno ha nei confronti della scienza, molto antica. Credo di non sbagliare affermando che essa è nata con la scienza stessa. Una paura nata assieme a Prometeo: col timore della punizione per un atto di intollerabile superbia, quello di rubare agli Dei il fuoco e la conoscenza. E come non pensare anche ad Adamo e a Eva e all'irrefrenabile desiderio di conoscenza che sarà all'origine di tanti guai! Meglio lasciarla perdere, dunque, la conoscenza e anche la scienza, il cui scopo è conoscere.

In ogni tempo, c'è stato chi ha associato la conoscenza all'idea del Demonio, a Mefisto: in molti roghi sono stati bruciati alambicchi, libri, elisir, maghi, streghe e anche gatti. Sempre la stessa paura. Quel che è curioso, oggi, è osservare questa stessa paura viaggiare alla velocità della luce, associata all'idea di complotti e cospirazioni, lanciata sulle ali veloci della fibra ottica, attraverso smartphone d’ultima generazione, come se chi teme maggiormente la scienza fosse proprio colui il quale maggiormente se ne serve.   

Ad ulteriore giustificazione di chi teme la scienza, bisogna ammettere che – con le dovute eccezioni – gran parte degli scienziati non sa, o non vuole perché questo costa molta fatica, comunicare il senso stesso della scienza. Accade così che in assenza di spiegazioni chiare sul senso e sul rigore della scienza, anche in un'epoca in cui tutti comunicano con tutti (o forse proprio per questo), la platea dei dubbiosi e dei sospettosi si allarga anziché assottigliarsi. E ciò è male.

Sono molte le ragioni per le quali si ha paura della scienza. Sono ragioni profonde, radicate nel fondo della psicologia umana, là dove tutte le paure covano. Ma prima di cercare in quegli anfratti della psicologia, va detta una cosa di una banalità sconcertante che fa da volano moltiplicativo a tutte le paure più profonde. Chi proclama verità, chi proclama di possedere la Verità, chi si arroga il diritto di accesso alla Verità attira inevitabilmente su di sé antipatia e odio. Non può essere altrimenti. È per questo che molti santi sono martiri, come fu lo stesso Gesù. Non si proclama impunemente la Verità.
Tralasciamo le Inquisizioni, i Savonarola, i Cromwell, i Puritani e tutti gli altri nemici ideologici della scienza, compresi ignoranti e retrogradi di professione. Diamo uno sguardo a ciò che cova laggiù, dove albergano le umane paure. Non si tratta di lanciare crociate contro gli infedeli e gli analfabeti scientifici: ogni guerra di religione – fede contro fede – è del tutto infruttuosa: si tratta, se mai, di capirne i motivi vicini e lontani.

Fonte: Associazione Luca Coscioni
Qui di seguito esporrò alcuni di quelli che ritengo i motivi più importanti. Li esporrò alla rinfusa perché, tra questi, non vedo un ordine gerarchico in quanto la paura è una questione individuale, che nasce dalle esperienze e dalla cultura di ciascuno.

Un timore nasce, paradossalmente, dalla stessa natura della scienza: quella di essere un sistema aperto”. Il fatto che essa, per definizione, metta in discussione ogni propria proposizione, ogni nuova conoscenza, ogni nuova verità, lascia – soprattutto in chi la conosce poco e male – non solo ampi margini di dubbio sulle pretese verità scientifiche”, ma una vera e propria giustificazione al dubbio. E quando il dubbio diviene sistematico (come giustamente è nella scienza più pura), questo genera a sua volta nell’interlocutore poco esperto un timore parimenti sistematico.  Nel proprio intimo, l’uomo è insicuro e ha bisogno di certezze: se non fosse così, come si giustificherebbe l’adesione di gran parte dell’umanità a fedi poggiate su dogmi che possono fare a meno della ragione? A fronte di un bisogno così forte di certezze, la scienza, con le sue verità mai complete e con gli inevitabili limiti della ragione, non è in grado di offrire saldi appigli, a meno di non trasformarsi essa stessa in apparato fideistico, cosa che è contraria alla sua ragion d’essere. Una Verità variabile è una verità dimezzata, il frutto di un relativismo che, se pur accettabile dalla ragione, lascia insoddisfatto il cuore, o lo stomaco, di chi ha bisogno di certezze.

Un altro motivo di messa in crisi della fiducia nella scienza è da ricercarsi in quella che è stata chiamata, metaforicamente, la perduta alleanza tra Dioniso e Apollo. Negli anni venti del secolo scorso, Oswald Spengler, nella sua monumentale opera ideologica Il tramonto dell’Occidente, si richiamava esplicitamente alla crisi tra la visione dionisiaca e quella apollinea della vita tratteggiata da Friedrich Nietzsche in La Nascita della TragediaApollo è razionale, misurato, equilibrato. È la parte razionale dell’uomo: è l’arte, lo schema, la filosofia, la scienza. Dioniso è la parte animale, selvatica, viscerale, dalle pulsioni e dal sentire irrefrenabile e indomabile. Egli è il cuore, lo stomaco, ma anche la musica, l’ebbrezza, l’entusiasmo. Prima di Nietzsche, anche Goethe aveva contrapposto due interpretazioni metaforiche del mondo: quella del meccanismo e quella dell’organismo. Il mito vorrebbe che all’origine del mondo Apollo e Dioniso fossero alleati e che l’uomo godesse dei frutti di tale alleanza. Quando tale alleanza cessò lo spirito dell’uomo ne risultò dilaniato, senza essere capace di trovare un equilibrio tra ragione e sentimento, tra cervello e cuore (o stomaco). Per Spengler, la crisi dell’Occidente sta nell’aver dato maggior credito alla ragione. Personalmente, io ribalterei la visione di Spengler e attribuirei lo smarrimento contemporaneo a un ritorno in grande spolvero dello stomaco nei confronti del cervello o, per usare i concetti di Goethe, del destino nei confronti della causalità. A me sembra che queste divisioni del mondo e delle sue interpretazioni non siano vecchiume filosofico”, ma appartengano costitutivamente all’uomo, fungendo da poli alternati di uno dei motori della civilizzazione, e come tali influenzando profondamente il modo di pensare anche dell’uomo contemporaneo. Chi teme la scienza e non è molto convinto delle sue verità parziali, lo fa anche perché la ragione non infiamma a sufficienza la sua anima dionisiaca. Questo è uno dei motivi per cui, in molte sfide, invece di risultare vincente a mani basse come sarebbe lecito aspettarsi, la scienza viaggia assai spesso ai margini della sconfitta latente.

In una società che da più parti manifesta delusione e scontento, Dioniso sembra avere maggior potere attrattivo rispetto ad Apollo. Quasi che il sentimento e il cuore sentano il richiamo di una perduta quanto inesistente Età dell’Oro, data dalla certezza del Destino contro l’incertezza di un sapere relativo. Si assiste, a quanto pare, a una rinascita della forza attrattiva dell’antimodernismo.

Apollo e Dioniso: la ragione e il cuore
Un altro comprensibile quanto banale motivo di timore, specie nelle persone che hanno esperienza di vita, deriva dalla scarsa fiducia che molto spesso l’uomo nutre nei confronti dell’uomo medesimo. Il cittadino mal governato, che è stato imbrogliato dai suoi pari – e non solo dai nemici, ma anche da amici e parenti – diventa vigile e sospettoso. Persa la virginale fiducia, egli diffida dei governi, delle istituzioni e dei poteri che queste rappresentano. E non è difficile scorgere, anche dietro la scienza più pura, la mano avida di poteri e istituzioni. La scienza stessa, così, finisce inglobata nel dubbio e nel sospetto cosmico e, a questo punto, non c’è più purezza che conti. Il danno è fatto per sempre. Quanto alla politica (vale a dire i politici) essa mostra spesso una tale incapacità a distinguere saggiamente il grano dal loglio (il buono dal cialtronesco), che questo non favorisce certo la fiducia nelle istituzioni e, a seguire, nella scienza.

Qui si dovrebbe aprire una piccola parentesi. Paura della scienza o paura degli scienziati? È come domandarsi se fanno paura le automobili, gli automobilisti indisciplinati, o gli ubriachi al volante? Se per scienza si intende l’insieme delle procedure e delle persone che studiano i meccanismi che sottostanno a ciò che della Natura abbiamo nozione, non credo che la scienza debba o possa far paura: e nemmeno se per scienza si intendono le nozioni ricavate dallo studio e i risultati pratici che sono stati resi possibili dalle nozioni medesime. Se per scienza intendiamo gli scienziati, allora è lecito – come accade talora con l’uomo – temere usi discutibili del sapere e del potere ad esso connesso. In tal caso, però, generalizzare è sbagliato: bisogna sorvegliare e giudicare i singoli casi. Tra l’altro, un dubbio e un sospetto generalizzato non fa che indebolire gli anticorpi sani propri della scienza, vale a dire quei meccanismi di verifica e di controllo che la scienza stessa è abituata a mettere in atto contro i cialtroni e i troppo scriteriati. Dubitare troppo della scienza diminuisce il potere di autocontrollo. Questo è un male.    

Il sospetto nei confronti della scienza non può che farsi più forte quanto lo scienziato, sentendosi sospettato e tante volte non essendo in grado di spigare la scienza in parole povere (e, in effetti, la scienza è davvero difficile da spiegare a chi non ne conosce i modi e il linguaggio), finisce per arroccarsi altezzosamente in quelle classiche torri d’avorio che offendono, suscitano odio e insospettiscono ancora di più. Chi guarda alla scienza con sospetto, e la teme, la accusa anche, non sempre a torto, di autoreferenzialità.

Ma chi, e come, e secondo quali parametri può giudicare la scienza? Ci sono due metri, separati e distinti, per giudicarne meriti e demeriti. Il primo, a disposizione di tutti, è giudicarne i risultati attraverso i vantaggi che ciascuno ne trae, direttamente o indirettamente. I vantaggi pratici conseguenti alle conoscenze scientifiche sono sotto gli occhi di tutti: se è vero che in linea teorica si può dubitare di tutto, non è molto onesto denigrare i vantaggi di cui si gode personalmente. Il secondo metro è riservato agli agenti chiamati in causa, gli scienziati stessi. Chi meglio di loro – esperti dei metodi, dei modi, dei processi, degli assiomi, delle procedure, dei limiti, e del linguaggio – può entrare nel merito e farsi giudice? È qui che entra, certamente, una certa autoreferenzialità. D’altra parte, sono proprio gli specialisti – l’agricoltore, il falegname, il meccanico, lo storico, il fisico, il pittore, e via di questo passo – a possedere il know-how e gli strumenti specifici per giudicare dell’operato dei propri simili. Tutti gli altri debbono accontentarsi di valutare i risultati. Certamente, qui c’è autoreferenzialità (e non può essere altrimenti). Chi è autoreferenziale, tuttavia, deve imparare a gestire egli stesso in modo equo e limpido i limiti alla propria autoreferenzialità usando, nei limiti del possibile, linguaggio e argomenti accessibili ai più. E qui entra in gioco la difficile questione della democraticità.


Una dichiarazione che ha suscitato dubbi, perplessità e, in taluno, indignazione, è stata l’affermazione da parte del medico Roberto Burioni il quale ha infranto un usurato tabù affermando che “la scienza non può essere democratica”. L’affermazione ha suscitato clamore soprattutto, credo, per i modi decisi con cui è stata posta: quanto alla sua essenza, invece, il clamore mi sembra ingiustificato. Se l’idraulico mi dice che il mio rubinetto è da cambiare, posso riunire la famiglia e decidere, a maggioranza, che il rubinetto non sia da cambiare ma, forse, l’opinione dell’idraulico - se onesto, ed eventualmente avvalorata da quella di altri idraulici di riconosciuta onestà - è più giusta di quella di tutta la mia famiglia messa insieme. Nella scienza funziona così. Le conoscenze acquisite (sempre migliorabili e, in quanto conoscenze, neutrali) si prendono per buone, fungono da punto di partenza per ulteriori ragionamenti, e ha poco senso - pur nel rispetto della libertà d'opinione - che vengano negate o contestate da chi non conosce in modo approfondito il tema specifico. Se mai, il processo democratico entra in gioco in seconda battuta, quando sulla base dei migliori dati possibili messi a disposizione degli specialisti, vengono assunte decisioni politiche di rilevanza sociale: è questo il campo in cui la democrazia esercita le proprie prerogative. In questa fase, il processo democratico dovrebbe e potrebbe avvalersi grandemente di una maggiore competenza e consapevolezza dei meccanismi sottesi alla scienza. Una scelta democratica e politica esercitata in condizioni di analfabetismo scientifico potrebbe avere conseguenze gravi. Una società democratica più competente e consapevole richiederebbe un’ampia revisione della formazione scolastica che non trascuri – ancora sull’onda di un'impostazione risalente a Benedetto Croce – la competenza d’ordine scientifico. Bisogna che l’educazione – nella scuola ma non solo – recuperi quel che c'è di essenziale nell'antica alleanza tra Apollo e Dioniso. Le due anime dell'uomo, le sue due nature, devono tornare a coesistere. L’equilibrio, la ragione e la misura di Apollo devono ricongiungersi con il cuore, l’ebbrezza e l’entusiasmo di Dioniso. È sbagliato disgiungere forma e sostanza, cuore e cervello, classico e scientifico: la separazione acuisce i limiti di ciascuna parte separata dall'altra e previene i compensi e gli stimoli reciproci. Nel numero # 329 di La Lettura del 18 marzo 2018, riferendosi ad una presunta narrazione mitologica – e pertanto poetica – sull’origine dell’uomo sviluppata dai primi rappresentanti di Homo sapiens, il fisico Guido Tonelli concepisce un legame profondo tra poesia, osservazione del cosmo, e cosmogonia; tra linguaggio poetico e il linguaggio formale delle scienze, sostenendo che proprio nella sintesi delle sue due nature consista il vero, autentico, e unico spirito dell’uomo.

domenica 11 marzo 2018

Esercizi di epistemologia applicata: DOMANDE E RISPOSTE SULL'EVOLUZIONE – VI^ parte

In questa sesta puntata di Domande e Risposte sull’Evoluzione, si affronta un tema dai contorni epistemologici arditi: ci si domanda – e si risponde – sull’eventualità che elementi puramente mentali e trasmessi per via culturale, nella fattispecie la spiritualità e la religione, abbiano un qualche ruolo nella storia evolutiva di Homo sapiens. 



Domande e Risposte
# 11

Domanda 11. Per quel che ne sappiamo, religione e spiritualità sono elementi connaturati a tutte le culture che si sono sviluppate nella specie umana. Questi elementi sembrano avere avuto un rilevantissimo ruolo di coesione sociale (anche con fenomeni di costrizione e condizionamento all’agire).
La coesione sociale indotta dalla religione (o dalla necessità universalmente diffusa di doversi riconoscere in una forma di religione che potesse rispondere alle domande considerate fondamentali) è una forma di socializzazione (o un’estensione delle cure parentali) con una qualche rilevanza nel determinare scelte o comportamenti adattativi di qualche valenza nell’ambito della selezione?

Risposta 11. Alcuni aspetti di questo problema sono considerati da Giorgio Cosmacini nel suo libro La religiosità della medicina. Dall’antichità a oggi (Laterza 2008), citando le parole del Premio Nobel Christian de Duve, che ha scritto: Il sentimento religioso è profondamente radicato nella nostra stessa natura, forse inciso in essa dalla selezione naturale”. “La religiosità antropologicacommenta perciò Cosmacini – sarebbe dunque un carattere primario e originario, un vero e proprio distintivo connaturato all’uomo di ogni tempo e ogni luogo: lo proverebbe la valorizzazione dell’homo religiosus oggi messa in atto da più parti. È una valorizzazione condivisibile se intesa come rivalutazione piena di un alto e sublime sentire e non come riaffermazione egemonica delle religioni rivelate o di questa o di quell’altra tra esse”.



Mi sembra, perciò, che de Duve abbia detto qualcosa di rilevante per questa domanda quando afferma che il sentimento religioso potrebbe essere inciso nella selezione naturale. Se si considerano le cose dal punto di vista della sopravvivenza della specie umana, è chiaro che il sentimento religioso ha dato un importante contributo alla coesione sociale e alla affermazione di gruppi di individui, anche a scapito della sopravvivenza dei singoli. Ma, se facciamo una valutazione sulla base del numero di membri della specie umana nelle varie tappe della storia, è dubbio se il numero di individui salvati grazie alla coesione sociale abbia compensato o no quelli deceduti nelle guerre di religione. La popolazione della terra è considerevolmente aumentata nell’ultimo secolo, certamente più per merito della scienza che della religione. E, tuttavia, è vero che una giustificazione materialistica, o fisicalistica, non basta a dar conto di tutto questo, dato che principi etici, che presuppongono, anche negli atei dichiarati, una connotazione comunque religiosa, si sono fatti strada considerando i progressi della scienza, dal postulato di obiettività di Monod all’ispirazione internazionale e pacifista della comunità scientifica.
La mia conclusione è che non è vero che la religiosità sia importante per l’uomo perché conferisce coesione sociale, e quindi come attributo vantaggioso nel corso della evoluzione biologica, ma che sia un attributo fondamentale della umanizzazione, della nascita del mondo 3 di Popper (per il mondo 3 di Popper, vedi al post precedente).
Questo è un caso particolare di quella che mi sembra una regola generale. L’evoluzione culturale agisce anche in contrasto con l’evoluzione biologica, sacrificando gli individui a favore delle idee. Ci si è spesso domandati perché la specie umana è l’unica a combattere vere e proprie guerre. La mia risposta è perché quella umana è l’unica specie che ha una cultura, e i contrasti tra le idee sono più importanti dei contrasti per i bisogni elementari degli individui in carne ed ossa
Perciò, dal punto di vista della selezione biologica degli umani non mi pare che la religione abbia importanza, mentre ne ha moltissima dal punto di vista dell'evoluzione culturale. L’affermazione di quei principi di solidarietà, altruismo e carità che possono salvare la vita ai più deboli, potrebbe esercitare un’influenza sull'evoluzione della specie umana, analoga a quella delle cure parentali. Ma, anche in questo caso, nella storia dell’umanità spesso questi principi sono stati sopraffatti dall’intolleranza e dal fanatismo degli integralisti, che hanno scatenato guerre nelle quali i morti sono stati i più giovani e robusti.

Domande e Risposte
# 12

Domanda 12. Religione, spiritualità (e, forse, le ideologie) possono essere considerati come fenotipi aleatori e impermanenti ma trasmissibili (non necessariamente come carattere dominante) ad ereditarietà di tipo lamarckiano con una qualche valenza adattativa?

Risposta 12. Rispondendo alla domanda precedente, ho affermato che va distinta la religione, come fattore di coesione di gruppi sociali, dalla sua dimensione spirituale. Ribadisco che considero che l’evoluzione culturale ha luogo con un meccanismo darwiniano. Perciò credo che la religiosità e la cosiddetta “spiritualità” siano pulsioni antropologiche fondamentali, connesse con l’identità stessa della specie umana, che perciò rappresentano un fortissimo fattore di selezione. Diverso è il caso delle ideologie politiche, che sono generalmente selezionate da esigenze che tendono a mutare nel tempo, così come fa l’ambiente sulla terra nei riguardi delle specie biologicamente definite.
Prendiamo l’esempio del marxismo, che fu selezionato con entusiasmo dai lavoratori in un’epoca di sfruttamento inumano del cosiddetto proletariato. Nel tempo, anche per merito dei movimenti politici ispirati al marxismo, le condizioni dei lavoratori sono molto migliorate. Per di più, a causa della sua logica lamarckiana, la teoria ha prodotto regimi che hanno tradito le sue promesse. Perciò, al giorno d’oggi, anche nei movimenti politici di sinistra il marxismo non è affermato come ideologia principale di riferimento e anche la sinistra più radicale, che non lo ripudia, sostiene che in passato sia stato male interpretato. Mi pare che esista una analogia stretta con il meccanismo darwiniano della emergenza di una specie e della sua decadenza. E comunque, se è vero che l’esistenza di movimenti politici di ispirazione marxista ha portato a un miglioramento delle condizioni dei lavoratori anche in paesi nei quali questi movimenti non si sono affermati, e quindi alla riproduzione di più persone appartenenti a questa classe sociale, credo che sia lecito dire che questa teoria, come altre, ha avuto una valenza adattativa sulla specie umana.


Si rifletta sul fatto che Marx ed Engels enunciarono una teoria molto originale, analoga a una mutazione, frutto largamente della loro immaginazione creativa. E il successo del marxismo non avvenne tanto perché fosse privilegiato nella comunicazione (anzi, si può supporre che la propagazione della teoria fosse ostacolata da coloro che la avversavano), ma perché molti, e in vaste parti della terra, furono profondamente persuasi dal suo messaggio, in analogia con la riproduzione dei geni.
Si può contestare la componente libera e immaginativa che fu all’origine del marxismo, che fu preceduto da un lato dal socialismo utopistico e dall’altro dalla filosofia hegeliana. Ma anche nell’evoluzione biologica i geni mutati non emergono dal nulla e derivano da altri geni. Perciò ribadisco il mio convincimento che l’evoluzione culturale sia darwiniana.
Qualche parola sulle ideologie, che sono menzionate nella domanda. Oggi è di moda prendersela con le ideologie considerate generalmente ispiratrici di cattive azioni. È certamente vero che un sistema di idee “chiuso”, da accettare o rifiutare in blocco, è un ostacolo a quella libertà di pensiero che è fondamentale perché abbia luogo la evoluzione culturale. Ma spesso, in questa polemica contro le ideologie affiora un’ostilità verso le idee, che vengono considerate superflue e da sostituire con il senso comune o con l’aderenza alla tradizione (da qui la scarsa popolarità degli intellettuali). A parte il fatto che anche questa è un’ideologia, sono convinto che senza idee l’umanità non possa avere un’evoluzione culturale e non possa sviluppare la sua fondamentale caratteristica distintiva.




venerdì 2 marzo 2018

Esercizi di epistemologia applicata: DOMANDE E RISPOSTE SULL'EVOLUZIONE – V^ parte

In questa puntata di Domande e Risposte sull’Evoluzione, il professor Claudio Rugarli risponde a una domanda che sta a metà strada tra la domanda vera e la provocazione, e che rientra in un dibattito che dà per scontato che si possano individuare reali analogie tra l’evoluzione biologica e quella culturale. Molto appropriatamente, il Prof. Rugarli mette in guardia dall’avventurarsi in analogie troppo strette tra due entità così diverse e, richiamandosi agli scritti di Popper e Eccles, puntualizza che le due evoluzioni riguardano mondi diversi.  



Domande e Risposte
# 10

Domanda 10. Ammettendo che la cultura (ad esempio le cure parentali) possa avere un ruolo nell’evoluzione dell’uomo, quanto c’è di darwiniano nella cultura che possa intervenire sui meccanismi selettivi e quanto c’è di lamarckiano nella trasmissione verticale e nella diffusione orizzontale di elementi acquisiti?

Risposta 10. Bisogna distinguere tra i meccanismi di evoluzione della cultura e quanto la cultura influenzi l’evoluzione biologica. Per ora considererò il primo aspetto del problema, convinto come sono che l’evoluzione culturale è darwiniana e non lamarckiana. Ritorno su una raccomandazione già fatta: non bisogna forzare troppo le analogie tra cultura e biologia. Quello che è importante è il meccanismo del caso (la libertà per la cultura) e la necessità. Questo permette di rifiutare meccanismi deterministici in ogni tipo di evoluzione e di superare in questo campo una visione ristretta del principio di causalità. Ma le differenze tra le due evoluzioni restano importanti e forse per questo i cultori delle scienze umane si interessano poco a queste analogie.
Per cominciare, l’evoluzione biologica riguarda regioni definite del mondo fisico, mentre l’evoluzione culturale non appartiene allo stesso mondo. Non oso avventurarmi in una discussione filosofica, ma, per comodità di discorso, ricordo una affermazione di Karl Popper in un libro scritto a quattro mani insieme con Sir John Eccles, neurofisiologo e Premio Nobel per la Medicina (L’io e il suo cervello, Armando, 1982). Sostiene Popper che, in realtà, esistono tre mondi: il mondo 1 è quello fisico, oggetto della scienza; il mondo 2 è quello delle disposizioni umane, oggetto della psicologia; e il mondo 3 è quello dei prodotti della cultura umana. È chiaro che l’evoluzione biologica si svolge nel mondo 1, mentre quella culturale ha luogo nel mondo 3.


Questa differenza deve mettere in guardia contro analogie troppo strette tra le strutture elementari che evolvono in due mondi tanto diversi. Nel mondo 1 è facile individuarle in segmenti di acidi nucleici, che sono i geni, ma nel mondo 3 è impossibile fare un’operazione analoga. L’evoluzione in questo caso può riguardare tanto espressioni complesse quanto semplici parole, quello che conta è che siano comunicabili e trasferibili ad altri che le acquisiscono. Da qui il sospetto, che mi sembra implicito nella domanda, che alla fine l’evoluzione culturale sia lamarckiana, dato che il più popolare principio del pensiero di Lamarck è la trasmissione ereditaria dei caratteri acquisiti. Ma il punto sta nelle modalità di acquisizione: nel lamarckismo sta in una azione causale dell’ambiente, nel darwinismo nella selezione tra varianti derivate casualmente da errori nella replicazione dei geni. Se vogliamo azzardare un’analogia per quanto riguarda l’evoluzione culturale, possiamo dire che le idee, per limitarci a queste, si replicano in quanto non solamente sono trasmesse, ma anche sono liberamente accettate. È l’accettazione che è l’equivalente della riproduzione dei geni, e non la sola conoscenza. Per fare un esempio che viene a proposito, io sono benissimo a conoscenza della teoria del creazionismo, che sostiene che il mondo è stato creato circa 10.000 anni fa, più o meno come è adesso, inclusi i reperti fossili che sembrano dimostrare il contrario, ma non accetto questa idea, che perciò in me, e nella quasi totalità di coloro che sanno di scienza, non si riproduce. Perciò affermo che l’evoluzione culturale è darwiniana.

Questo non significa che non vi siano persone che credono nel lamarckismo culturale. Non si deve dimenticare che l’essenza della teoria di Lamarck sta in una ricerca metafisica di perfezione da parte di tutti gli organismi, che li induce a trasformarsi sotto la spinta di fattori ambientali.  Con un’ispirazione analoga, i regimi totalitari del secolo scorso si sono illusi di plasmare l’evoluzione culturale, limitando la libertà di giudizio di coloro cui veniva trasmesso il loro verbo. L’idea sottintesa a questa tecnica è che, in assenza di idee alternative, la sola idea comunicata finirà anche per essere accettata. Invece, se l’accettazione avviene in queste condizioni, non è autentica e può essere facilmente smentita dai fatti. Noi abbiamo avuto l’esperienza del regime fascista e possiamo giudicare bene quanto questa idea fosse sbagliata e quanto abbia fallito. Dopo venti anni in cui non si è fatto altro che imprimere idee bellicose nelle teste degli italiani, si è visto come sono andate le cose quando si è fatta veramente una guerra importante. A proposito delle disavventure italiane nella guerra contro la Grecia, Gerhard L. Weinbergnella sua monumentale storia della seconda guerra mondiale (A world at arms. A global history of world war II, Cambridge University Press, 1994), ha scritto: "Chiunque abbia visto il terreno sul quale i soldati italiani avevano combattuto durante la prima guerra mondiale riconoscerà che essi sono del tutto capaci di battersi valorosamente nelle circostanze più difficili; ma in un esercito nel quale l’intelligenza e il rango gerarchico erano distribuiti in proporzione inversa, non ci si poteva aspettare niente se non un completo disastro. Due volte i comandanti del fronte italiano furono sostituiti, ma tutto questo non servì a niente. Due decenni di regime fascista avevano lasciato l’Italia con un esercito peggio guidato, equipaggiato e addestrato rispetto a quello del 1915" (pag. 210, la traduzione è mia). Si può ribattere che Hitler e i tedeschi furono meno inefficienti, ma fecero anche cose orribili e della ideologia nazista non è rimasto niente.

Meno lamarckiani, e su scala più modesta, sono i tentativi di influenzare le idee della gente in regimi liberi e democratici nei quali i mezzi di comunicazione di massa siano nelle mani di pochi e si adottino mezzi di propaganda che abbiano mutuato le tecniche della pubblicità. Ma questi, anche se convenienti nel breve periodo per coloro che li mettono in atto, sono solo accidenti minori nell'evoluzione culturale.