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lunedì 16 marzo 2020

SCIENZA E DEMOCRAZIA - Seconda parte

Le relazioni tra scienza e democrazia sono complesse. Sul tema gioca la competenza e la sensibilità di ciascuno sugli obiettivi, sui metodi, sui garanti, sugli interessi particolari e collettivi in gioco sia nei riguardi della scienza sia nei riguardi della democrazia. 


A questo tema ho dedicato due post. Nel primo ho descritto gli sforzi di impronta “istituzionale” messi in campo per una partecipazione più democratica – più indirizzata dal basso – ai progetti di ricerca finanziati dalla Comunità Europea. Questo secondo post è dedicato ai nuovi movimenti, diffusi in tutto il mondo, che mirano a coinvolgere i comuni cittadini in vari campi della ricerca scientifica, in modo particolare - ma non solo - su temi naturalistici, ambientali ed ecologici. Si tratta della cosiddetta Citizen Science: la Scienza dei Cittadini ovvero Scienza Partecipata.   

PARTE SECONDA. CITIZEN SCIENCE

Per una ricerca partecipata.

Pochi anni fa (2014) l’Oxford Dictionary ha aggiunto una nuova voce al suo elenco di oltre 600.000 vocaboli. La voce è Citizen Science che viene definita come una "attività scientifica condotta da semplici cittadini sotto la direzione o in collaborazione con scienziati e istituzioni scientifiche". La partecipazione ai progetti promossi dalla Citizen Science coinvolge una larga e composita base formata da studiosi dilettanti, volontari, studenti, o anche semplici curiosi, seguendo specifici protocolli operativi loro assegnati, partecipano alla raccolta e alla analisi di dati, allo sviluppo di tecnologie, alla valutazione di fenomeni naturali, alla divulgazione e alla diffusione delle stesse attività. Queste attività possono essere svolte sul campo (con osservazioni, misurazioni, raccolte di campioni, di immagini) oppure online, con raccolte o analisi di dati, immagini e quant'altro. Tutti questi cittadini offrono il loro tempo e la loro attività a supporto di progetti condotti da enti o istituti scientifici che li istruiscono. La loro attività è utilissima in quanto aumentano in modo sostanziale il numero di occhi, di mani, di dispositivi di calcolo e di cervelli a disposizione dei diversi progetti.



Fino a qui si può parlare di coinvolgimento popolare, non necessariamente di democrazia. Tuttavia, trattandosi di partecipazione volontaria, è ovvio che i cittadini coinvolti offrono la loro disponibilità di tempo e di impegno a progetti che riguardo temi e scopi di loro interesse. È qui che entra in gioco la democratizzazione. I progetti che trovano maggiore supporto popolare sono quelli che più interessano alla gente. Va da sé che la stragrande maggioranza dei progetti cui i cittadini offrono il proprio supporto riguarda ricerche scientifiche nell'ambito delle scienze naturali, dell’ecologia, dell’ambiente, del clima. In questo modo i cittadini hanno un ruolo “attivo” nella democratizzazione di certi ambiti della scienza. Ma la cosa non finisce qui.
Oltre a contribuire a fornire dati e risposte su specifici ambiti scientifici, questi collaboratori volontari diventano in grado di percepire problematiche, porre domande e indirizzare l’attenzione su questioni ambientali, sulla salute pubblica, sulla gestione delle risorse naturali, rendendo feconda la collaborazione tra comunità di cittadini e istituzioni scientifiche.

C’è poi un effetto per nulla secondario generato da questa collaborazione. Durante le varie fasi della ricerca sviluppata nell'ambito della Citizen Science, i cittadini volontari vengono formati non solo alle corrette modalità di raccolta e condivisione dei dati, ma alla metodologia scientifica, al pensiero analitico e al pensiero critico: una triade sempre indispensabile per approcciare non solo specifiche ricerche scientifiche, ma buona parte dei problemi che ciascuno deve affrontare nel corso della vita. È evidente quindi che oltre al notevole contributo pratico che i semplici cittadini offrono alla scienza, c’è un altrettanto importante contributo che la scienza restituisce alla società tutta attraverso i volontari che partecipano in prima persona alle attività promosse dalla Citizen Science.  



C’è, come sempre, qualche detrattore critico che punta il dito sul fatto che alcuni progetti di Citizen Science sono finanziati da grandi gruppi industriali o da accaparratori di dati per il business del Big Data. É giusto non sottovalutare questi aspetti e certi rischi connessi, ma è anche evidente che i cittadini – istruiti e competenti in tale senso – sono in grado di giudicare e di scegliere persone, ambiti e istituzioni nei quali ripongono la loro fiducia. É attraverso l'esercizio della scelta libera e competente che si realizza concretamente la democrazia.
In tutto il mondo la Citizen Science sta crescendo e sta democratizzando alcune aree della scienza. In Europa e in Italia il movimento cresce sia grazie all'impegno di persone e istituzioni, sia grazie al sostegno di alcune iniziative da parte dei progetti europei Horizon di cui si è parlato nel post precedente. A titolo d’esempio, tra i progetti finanziati e realizzati vi è quello europeo chiamato Doing It Together Science e i BioBlitz ambientali e naturalistici, come quelli organizzati dalla Regione Lombardia o come quelli organizzati dal Museo di Storia Naturale della Maremma.

La Citizen Science è ormai una realtà. Una realtà che conta quanto si parla di democratizzazione della scienza. Nella Citizen Science convergono i concetti di democrazia e di partecipazione, nei quali l’aspetto dell’avanzamento del sapere scientifico si coniuga alla perfezione con quello di educazione civica, di educazione al pensiero critico e a quello scientifico, e a quello del coinvolgimento dei cittadini nell'indirizzare le scelte scientifiche verso la soluzione dei complessi problemi che la società contemporanea nel suo insieme è tenuta a risolvere.

venerdì 21 febbraio 2020

SCIENZA E DEMOCRAZIA - Prima parte


Le relazioni tra scienza e democrazia sono complesse e delicate. Decidere se la scienza sia o meno democratica è una questione resa particolarmente complicata da che cosa ciascuno intende per scienza e, ancora di più, da che cosa intende per democrazia. 


In tempi recenti, in Italia e non solo, il dibattito si è inasprito quando la scienza e la democrazia sono state investite dall’ondata di pseudoscienza e di pseudodemocrazia cavalcata da no-vax e simili. Quando Roberto Burioni afferma che “la scienza non è democratica perché la velocità della luce non si decide per alzata di mano” (cosa peraltro ineccepibile), finisce per inasprire ulteriormente un dibattito che andrebbe calmierato e razionalizzato piuttosto che muscolarizzato.   
Dibattito muscolarizzato
Affronterò questo tema in due post assai diversi tra loro ma entrambi disposti su un versante che si potrebbe etichettare come “istituzionale”, mostrando come istituzioni grandi e piccole affrontano il tema e quali risultati possono concretamente ottenere. Il primo post è dedicato agli sforzi di “democratizzazione” dei progetti di ricerca finanziati dalla Comunità Europea attraverso il programma Horizon Europe. Il secondo post sarà dedicato ai progetti cosiddetti di “Citizen Science” (scienza partecipata), che vedono una effettiva e concreta inclusione del cosiddetto “basso”.  

PARTE PRIMA. MISSION POSSIBLE (?)
Per una ricerca europea “indirizzata dal basso”. La nuova visione di Horizon Europe.

Sulla carta e nelle dichiarazioni di intenti, Horizon Europe sembra sempre più orientata a includere il coinvolgimento dei cittadini nella scelta dei programmi di ricerca da finanziare.  Il problema è che gli interessi economici generati dalla portata dei finanziamenti e la struttura assai pesante con la quale la Comunità Europea gestisce programmi e processi potrebbero essere un grave ostacolo alla realizzazione delle buone intenzioni. Alla luce di ciò ci si potrebbe chiedere se dietro le nuove parole d’ordine ci sia davvero del nuovo e se questo "nuovo" sarà davvero realizzabile.

A guidarmi in questa ricognizione sono le parole di Mariana Mazzucato – docente di Economia dell'Innovazione presso l’University College di Londra – che ha recentemente redatto un Rapporto per la Comunità Europea in cui si delineano obiettivi e raccomandazioni a favore di una maggiore inclusività dei cittadini nei progetti di ricerca europei.[1]
Nell'introdurre il tema, la Mazzucato usa parole semplici, chiare, dirette, non suscettibili di interpretazioni personali e per nulla scontate, quasi rivoluzionarie, quando vengono espresse – se pur in veste di consulenza – in contesti istituzionali dal peso politico rilevante com’è quello della Comunità Europea.
«I cittadini devono essere direttamente coinvolti nella formulazione delle ricerche effettuate nell’ambito dei progetti di Horizon Europe. Il modo in cui i giovani e gli studenti hanno spinto l'emergenza climatica in cima all'agenda politica dimostra che esiste una forte spinta verso il coinvolgimento democratico delle scelte … È necessario che i cittadini siano coinvolti nella formulazione degli indirizzi di ricerca evitando che questi siano imposti dall’alto».

Mariana Mazzucato, University College di Londra
Nel rapporto, la consulente europea espone 17 raccomandazioni su come scegliere gli indirizzi di ricerca, quali capacità sfruttare, con quali strumenti della Pubblica Amministrazione gestirli. L’obiettivo cui il rapporto mira è ambizioso: ridisegnare l’approccio dell’Europa sulle “grandi sfide” di oggi e di domani, tra i quali il cambiamento climatico, l'erosione del suolo, la produzione alimentare sostenibile, l'inquinamento delle acque dolci e marine. Mariana Mazzucato avverte che, da oggi in poi, i programmi di ricerca e di innovazione della Comunità Europea non potranno più essere calati semplicemente dall’alto, com’è stato fatto finora: «Se, nel momento di investire risorse nell’innovazione, si finanziano indirizzi di ricerca, per così dire "di moda", non solo non si fa vera innovazione ma si è destinati a fallire».
Se in precedenza, afferma la Mazzucato, la maggior parte dei fondi messi a disposizione dal programma Horizon sono stati erogati grazie a processi decisionali imposti dall'alto favorendo i settori in grado di far sentire con maggiore forza la propria voce, d’ora in poi gli indirizzi di ricerca da finanziare dovranno vedere una maggiore partecipazione “popolare”, vale a dire "dal basso". Lo strumento per realizzare questo principio di democrazia partecipativa è l’istituzione di Consigli di Missione che includano rappresentanti degli utenti finali dotati di potere consultivo e propositivo. Tali Consigli di Missione avranno tra i loro compiti anche quello di consultare preventivamente i cittadini, attraverso mezzi di consultazione online, sulle proposte avanzate riguardo gli indirizzi di ricerca da finanziare.[2]
Al di là delle nobili intenzioni, l’utilizzo di piattaforme per la consultazione online dei cittadini (quella più nota in Italia è la piattaforma Rousseau del Movimento 5 Stelle) pone serie questioni metodologiche sulla selezione, la formazione e il periodico rinnovamento del campione di cittadini rappresentativo della partecipazione “popolare”. Rimane poi ancora troppo nel vago in che modo i cittadini possono partecipare alla formulazione e alla scelta dei progetti e quale sarà il loro coinvolgimento, nonché il loro potere, nella fase di revisione, controllo e monitoraggio dei progetti.

Tener conto delle priorità indicate dal basso
Le raccomandazioni presentate nel documento della Mazzucato affrontano le varie questioni che riguardano il coinvolgimento dei cittadini, la promozione dell’interdisciplinarietà dei progetti, le modalità di selezione dei progetti di ricerca e dei “project leader”, lo snellimento delle burocrazie, la promozione di progetti d’utilità pubblica e quella dei finanziamenti a lungo termine.[3]  
Le raccomandazioni contengono numerosi termini che inducono a un cauto ottimismo. Tra questi: “stimolare l’innovazione”, “rimuovere le barriere”, “consultazione dei cittadini”, “target-oriented”, “nuovo modo di lavorare”, “nuova visione”, “maggiore flessibilità e integrazione”, “nuovi quadri di riferimento”, “strumenti e metodi che vadano oltre la semplice valutazione dei costi-benefici”, “coordinamento dei finanziamenti regionali e nazionali”, “piattaforme di cofinanziamento orientato al successo dei progetti”, “sperimentazione dei progetti promossi dal basso”, “non temere il ruolo cognitivo dell’errore”, “promuovere le sinergie”, “evitare doppioni”.
Tuttavia, è proprio questo profluvio di buone intenzioni e di termini banalmente innovativi a far sorgere i più atroci e dolorosi sospetti. Sarà davvero in grado Horizon Europe di tradurre in fatti queste belle parole?

Ma altri e più sottili dubbi mi assillano. Le piattaforme di consultazione online sono davvero strumenti in grado di soddisfare le esigenze di un controllo della ricerca esercitato dal basso? Quale genere di “basso” è legittimato ad esercitare il controllo sugli indirizzi di ricerca di rilevanza europea? Il controllo fino ad ora esercitato dalla politica rappresentativa (partiti, parlamenti, associazioni di consumatori, sindacati) ha fallito o è meno affidabile rispetto a quello teoricamente esercitato in maniera diretta da una non meglio chiarita democrazia partecipativa?
Prima di partire lancia in resta con innovazioni basate su tutta una serie di “parole d’ordine” non troppo originali, forse bisognerebbe rispondere a queste ultime questioni.
Ad ogni modo, di fronte alle buone intenzioni dichiarate incrociamo le dita e monitoriamo gli eventi.






[1] Mariana Mazzucato. Governing Missions in the European Union. Commissione Europea, luglio 2019. https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/research_and_innovation/contact/documents/ec_rtd_mazzucato-report-issue2_072019.pdf
[2] Le piattaforme per la consultazione online dei cittadini sono due, già utilizzate in precedenza con scopi simili: VOICES (https://www.ecsite.eu/activities-and-services/projects/voices) e CIMULACT (http://www.cimulact.eu/).
[3] L’intero documento con le 17 raccomandazione è scaricabile dall’URL https://ec.europa.eu/info/publications/governing-missions-governing-missions-european-union_en

giovedì 22 marzo 2018

CHI HA PAURA DELLA SCIENZA E PERCHÉ

CHI HA PAURA DELLA SCIENZA? 

Chi non la capisce. Chi si rifiuta o ha paura di capirla o chi, faticando a comprenderla, semplicemente la allontana da sé con sospetto. Eppure, tutto ciò che ci rende la vita più lunga e sicura rispetto a secoli fa, più confortevole e meno gravosa, viene proprio di là: dalla scienza e dalla tecnologia, sua stretta parente. A giustificazione di chi ha paura della scienza, non si può e non si deve negare che essa può anche generare incubi: ma di chi è la colpa? Della scienza in quanto tale, o di eventuali scriteriati utilizzi?


È una paura antica, quella che taluno ha nei confronti della scienza, molto antica. Credo di non sbagliare affermando che essa è nata con la scienza stessa. Una paura nata assieme a Prometeo: col timore della punizione per un atto di intollerabile superbia, quello di rubare agli Dei il fuoco e la conoscenza. E come non pensare anche ad Adamo e a Eva e all'irrefrenabile desiderio di conoscenza che sarà all'origine di tanti guai! Meglio lasciarla perdere, dunque, la conoscenza e anche la scienza, il cui scopo è conoscere.

In ogni tempo, c'è stato chi ha associato la conoscenza all'idea del Demonio, a Mefisto: in molti roghi sono stati bruciati alambicchi, libri, elisir, maghi, streghe e anche gatti. Sempre la stessa paura. Quel che è curioso, oggi, è osservare questa stessa paura viaggiare alla velocità della luce, associata all'idea di complotti e cospirazioni, lanciata sulle ali veloci della fibra ottica, attraverso smartphone d’ultima generazione, come se chi teme maggiormente la scienza fosse proprio colui il quale maggiormente se ne serve.   

Ad ulteriore giustificazione di chi teme la scienza, bisogna ammettere che – con le dovute eccezioni – gran parte degli scienziati non sa, o non vuole perché questo costa molta fatica, comunicare il senso stesso della scienza. Accade così che in assenza di spiegazioni chiare sul senso e sul rigore della scienza, anche in un'epoca in cui tutti comunicano con tutti (o forse proprio per questo), la platea dei dubbiosi e dei sospettosi si allarga anziché assottigliarsi. E ciò è male.

Sono molte le ragioni per le quali si ha paura della scienza. Sono ragioni profonde, radicate nel fondo della psicologia umana, là dove tutte le paure covano. Ma prima di cercare in quegli anfratti della psicologia, va detta una cosa di una banalità sconcertante che fa da volano moltiplicativo a tutte le paure più profonde. Chi proclama verità, chi proclama di possedere la Verità, chi si arroga il diritto di accesso alla Verità attira inevitabilmente su di sé antipatia e odio. Non può essere altrimenti. È per questo che molti santi sono martiri, come fu lo stesso Gesù. Non si proclama impunemente la Verità.
Tralasciamo le Inquisizioni, i Savonarola, i Cromwell, i Puritani e tutti gli altri nemici ideologici della scienza, compresi ignoranti e retrogradi di professione. Diamo uno sguardo a ciò che cova laggiù, dove albergano le umane paure. Non si tratta di lanciare crociate contro gli infedeli e gli analfabeti scientifici: ogni guerra di religione – fede contro fede – è del tutto infruttuosa: si tratta, se mai, di capirne i motivi vicini e lontani.

Fonte: Associazione Luca Coscioni
Qui di seguito esporrò alcuni di quelli che ritengo i motivi più importanti. Li esporrò alla rinfusa perché, tra questi, non vedo un ordine gerarchico in quanto la paura è una questione individuale, che nasce dalle esperienze e dalla cultura di ciascuno.

Un timore nasce, paradossalmente, dalla stessa natura della scienza: quella di essere un “sistema aperto”. Il fatto che essa, per definizione, metta in discussione ogni propria proposizione, ogni nuova conoscenza, ogni nuova verità, lascia – soprattutto in chi la conosce poco e male – non solo ampi margini di dubbio sulle pretese “verità scientifiche”, ma una vera e propria giustificazione al dubbio. E quando il dubbio diviene sistematico (come giustamente è nella scienza più pura), questo genera a sua volta nell’interlocutore poco esperto un timore parimenti sistematico.  Nel proprio intimo, l’uomo è insicuro e ha bisogno di certezze: se non fosse così, come si giustificherebbe l’adesione di gran parte dell’umanità a fedi poggiate su dogmi che possono fare a meno della ragione? A fronte di un bisogno così forte di certezze, la scienza, con le sue verità mai complete e con gli inevitabili limiti della ragione, non è in grado di offrire saldi appigli, a meno di non trasformarsi essa stessa in apparato fideistico, cosa che è contraria alla sua ragion d’essere. Una Verità variabile è una verità dimezzata, il frutto di un relativismo che, se pur accettabile dalla ragione, lascia insoddisfatto il cuore, o lo stomaco, di chi ha bisogno di certezze.

Un altro motivo di messa in crisi della fiducia nella scienza è da ricercarsi in quella che è stata chiamata, metaforicamente, la perduta alleanza tra Dioniso e Apollo. Negli anni venti del secolo scorso, Oswald Spengler, nella sua monumentale opera ideologica Il tramonto dell’Occidente, si richiamava esplicitamente alla crisi tra la visione dionisiaca e quella apollinea della vita tratteggiata da Friedrich Nietzsche in La Nascita della Tragedia. Apollo è razionale, misurato, equilibrato. È la parte razionale dell’uomo: è l’arte, lo schema, la filosofia, la scienza. Dioniso è la parte animale, selvatica, viscerale, dalle pulsioni e dal sentire irrefrenabile e indomabile. Egli è il cuore, lo stomaco, ma anche la musica, l’ebbrezza, l’entusiasmo. Prima di Nietzsche, anche Goethe aveva contrapposto due interpretazioni metaforiche del mondo: quella del meccanismo e quella dell’organismo. Il mito vorrebbe che all’origine del mondo Apollo e Dioniso fossero alleati e che l’uomo godesse dei frutti di tale alleanza. Quando tale alleanza cessò lo spirito dell’uomo ne risultò dilaniato, senza essere capace di trovare un equilibrio tra ragione e sentimento, tra cervello e cuore (o stomaco). Per Spengler, la crisi dell’Occidente sta nell’aver dato maggior credito alla ragione. Personalmente, io ribalterei la visione di Spengler e attribuirei lo smarrimento contemporaneo a un ritorno in grande spolvero dello stomaco nei confronti del cervello o, per usare i concetti di Goethe, del destino nei confronti della causalità. A me sembra che queste divisioni del mondo e delle sue interpretazioni non siano “vecchiume filosofico”, ma appartengano costitutivamente all’uomo, fungendo da poli alternati di uno dei motori della civilizzazione, e come tali influenzando profondamente il modo di pensare anche dell’uomo contemporaneo. Chi teme la scienza e non è molto convinto delle sue verità parziali, lo fa anche perché la ragione non infiamma a sufficienza la sua anima dionisiaca. Questo è uno dei motivi per cui, in molte sfide, invece di risultare vincente a mani basse come sarebbe lecito aspettarsi, la scienza viaggia assai spesso ai margini della sconfitta latente.

In una società che da più parti manifesta delusione e scontento, Dioniso sembra avere maggior potere attrattivo rispetto ad Apollo. Quasi che il sentimento e il cuore sentano il richiamo di una perduta quanto inesistente Età dell’Oro, data dalla certezza del Destino contro l’incertezza di un sapere relativo. Si assiste, a quanto pare, a una rinascita della forza attrattiva dell’antimodernismo.

Apollo e Dioniso: la ragione e il cuore
Un altro comprensibile quanto banale motivo di timore, specie nelle persone che hanno esperienza di vita, deriva dalla scarsa fiducia che molto spesso l’uomo nutre nei confronti dell’uomo medesimo. Il cittadino mal governato, che è stato imbrogliato dai suoi pari – e non solo dai nemici, ma anche da amici e parenti – diventa vigile e sospettoso. Persa la virginale fiducia, egli diffida dei governi, delle istituzioni e dei poteri che queste rappresentano. E non è difficile scorgere, anche dietro la scienza più pura, la mano avida di poteri e istituzioni. La scienza stessa, così, finisce inglobata nel dubbio e nel sospetto cosmico e, a questo punto, non c’è più purezza che conti. Il danno è fatto per sempre. Quanto alla politica (vale a dire i politici) essa mostra spesso una tale incapacità a distinguere saggiamente il grano dal loglio (il buono dal cialtronesco), che questo non favorisce certo la fiducia nelle istituzioni e, a seguire, nella scienza.

Qui si dovrebbe aprire una piccola parentesi. Paura della scienza o paura degli scienziati? È come domandarsi se fanno paura le automobili, gli automobilisti indisciplinati, o gli ubriachi al volante? Se per scienza si intende l’insieme delle procedure e delle persone che studiano i meccanismi che sottostanno a ciò che della Natura abbiamo nozione, non credo che la scienza debba o possa far paura: e nemmeno se per scienza si intendono le nozioni ricavate dallo studio e i risultati pratici che sono stati resi possibili dalle nozioni medesime. Se per scienza intendiamo gli scienziati, allora è lecito – come accade talora con l’uomo – temere usi discutibili del sapere e del potere ad esso connesso. In tal caso, però, generalizzare è sbagliato: bisogna sorvegliare e giudicare i singoli casi. Tra l’altro, un dubbio e un sospetto generalizzato non fa che indebolire gli “anticorpi sani” propri della scienza, vale a dire quei meccanismi di verifica e di controllo che la scienza stessa è abituata a mettere in atto contro i cialtroni e i troppo scriteriati. Dubitare troppo della scienza diminuisce il potere di autocontrollo. Questo è un male.    

Il sospetto nei confronti della scienza non può che farsi più forte quanto lo scienziato, sentendosi sospettato e tante volte non essendo in grado di spigare la scienza in parole povere (e, in effetti, la scienza è davvero difficile da spiegare a chi non ne conosce i modi e il linguaggio), finisce per arroccarsi altezzosamente in quelle classiche “torri d’avorio” che offendono, suscitano odio e insospettiscono ancora di più. Chi guarda alla scienza con sospetto, e la teme, la accusa anche, non sempre a torto, di autoreferenzialità.

Ma chi, e come, e secondo quali parametri può giudicare la scienza? Ci sono due metri, separati e distinti, per giudicarne meriti e demeriti. Il primo, a disposizione di tutti, è giudicarne i risultati attraverso i vantaggi che ciascuno ne trae, direttamente o indirettamente. I vantaggi pratici conseguenti alle conoscenze scientifiche sono sotto gli occhi di tutti: se è vero che in linea teorica si può dubitare di tutto, non è molto onesto denigrare i vantaggi di cui si gode personalmente. Il secondo metro è riservato agli agenti chiamati in causa, gli scienziati stessi. Chi meglio di loro – esperti dei metodi, dei modi, dei processi, degli assiomi, delle procedure, dei limiti, e del linguaggio – può entrare nel merito e farsi giudice? È qui che entra, certamente, una certa autoreferenzialità. D’altra parte, sono proprio gli specialisti – l’agricoltore, il falegname, il meccanico, lo storico, il fisico, il pittore, e via di questo passo – a possedere il know-how e gli strumenti specifici per giudicare dell’operato dei propri simili. Tutti gli altri debbono accontentarsi di valutare i risultati. Certamente, qui c’è autoreferenzialità (e non può essere altrimenti). Chi è autoreferenziale, tuttavia, deve imparare a gestire egli stesso in modo equo e limpido i limiti alla propria autoreferenzialità usando, nei limiti del possibile, linguaggio e argomenti accessibili ai più. E qui entra in gioco la difficile questione della democraticità.


Una dichiarazione che ha suscitato dubbi, perplessità e, in taluno, indignazione, è stata l’affermazione da parte del medico Roberto Burioni il quale ha infranto un usurato tabù affermando che “la scienza non può essere democratica”. L’affermazione ha suscitato clamore soprattutto, credo, per i modi decisi con cui è stata posta: quanto alla sua essenza, invece, il clamore mi sembra ingiustificato. Se l’idraulico mi dice che il mio rubinetto è da cambiare, posso riunire la famiglia e decidere, a maggioranza, che il rubinetto non sia da cambiare ma, forse, l’opinione dell’idraulico - se onesto, ed eventualmente avvalorata da quella di altri idraulici di riconosciuta onestà - è più giusta di quella di tutta la mia famiglia messa insieme. Nella scienza funziona così. Le conoscenze acquisite (sempre migliorabili e, in quanto conoscenze, neutrali) si prendono per buone, fungono da punto di partenza per ulteriori ragionamenti, e ha poco senso - pur nel rispetto della libertà d'opinione - che vengano negate o contestate da chi non conosce in modo approfondito il tema specifico. Se mai, il processo democratico entra in gioco in seconda battuta, quando sulla base dei migliori dati possibili messi a disposizione degli specialisti, vengono assunte decisioni politiche di rilevanza sociale: è questo il campo in cui la democrazia esercita le proprie prerogative. In questa fase, il processo democratico dovrebbe e potrebbe avvalersi grandemente di una maggiore competenza e consapevolezza dei meccanismi sottesi alla scienza. Una scelta democratica e politica esercitata in condizioni di analfabetismo scientifico potrebbe avere conseguenze gravi. Una società democratica più competente e consapevole richiederebbe un’ampia revisione della formazione scolastica che non trascuri – ancora sull’onda di un'impostazione risalente a Benedetto Croce – la competenza d’ordine scientifico. Bisogna che l’educazione – nella scuola ma non solo – recuperi quel che c'è di essenziale nell'antica alleanza tra Apollo e Dioniso. Le due anime dell'uomo, le sue due nature, devono tornare a coesistere. L’equilibrio, la ragione e la misura di Apollo devono ricongiungersi con il cuore, l’ebbrezza e l’entusiasmo di Dioniso. È sbagliato disgiungere forma e sostanza, cuore e cervello, classico e scientifico: la separazione acuisce i limiti di ciascuna parte separata dall'altra e previene i compensi e gli stimoli reciproci. Nel numero # 329 di La Lettura del 18 marzo 2018, riferendosi ad una presunta narrazione mitologica – e pertanto poetica – sull’origine dell’uomo sviluppata dai primi rappresentanti di Homo sapiens, il fisico Guido Tonelli concepisce un legame profondo tra poesia, osservazione del cosmo, e cosmogonia; tra linguaggio poetico e il linguaggio formale delle scienze, sostenendo che proprio nella sintesi delle sue due nature consista il vero, autentico, e unico spirito dell’uomo.