sabato 17 agosto 2019

IL RAZZISMO (E IL SESSISMO) INNOCENTE DEGLI ALGORITMI


Molte delle nostre attività quotidiane beneficiano del lavoro invisibile degli algoritmi. Sono loro che cercano per noi le immagini che chiediamo a Google o a Instagram. Sono loro che cercano per noi (o ci propongono “spontaneamente”) la nostra musica preferita su YouTube. Sono loro che selezionano per noi i contenuti di Facebook. 

Sono loro l’anima dei navigatori che ci conducono quasi per mano nei luoghi ove vogliamo andare. Sono loro che ci propongono le pagine web quando eseguiamo una qualunque ricerca. Invisibili ma concreti, danno forma al nostro modo di vivere.

L'algoritmo invisibile
Un algoritmo, dicono gli informatici, è la soluzione che i medesimi informatici offrono ai nostri problemi. Si tratta sostanzialmente di formule matematiche (istruzioni) che, attraverso un numero finito di passaggi, forniscono risultati utili e risposte immediate ai problemi che chiediamo loro di risolvere. Diciamo le cose come stanno: gli algoritmi sono una fantastica invenzione e ci facilitano la vita.   

Là dove gli algoritmi più semplici non risolvono adeguatamente i nostri problemi (per esempio in situazioni caratterizzate da una mole di dati troppo grande e dinamica per essere gestita in modo semplice e rigido), attraverso sistemi di intelligenza artificiale gli algoritmi vengono resi capaci di modificare se stessi e di diventare più efficenti, imparando direttamente dai dati che elaborano o dalle scelte effettuate in precedenza dagli utenti. Questa abilità prende il nome di apprendimento automatico. Questi algoritmi intelligenti sono utilizzati dai motori di ricerca, dai sistemi di filtraggio antispam della posta elettronica, dai sistemi di riconoscimento facciale, e via di seguito.

Apprendimento automatico
Detto tutto il bene possibile degli algoritmi e della loro capacità di adattarsi, previo apprendimento, alle necessità dell’utente, va anche detto che nella loro capacità adattativa si nasconde un lato oscuro, molto oscuro, dietro al quale si nasconde ahimè il lato oscuro dell’umanità.

Prendiamo, per esempio, il razzismo.
È stato notato che i motori di ricerca, a fronte di determinate richieste da parte dell’utente, possono proporre risposte, pagine, immagini il cui contenuto suona (o può essere interpretato come) razzista. La domanda che ci si pone è se gli algoritmi possano essere razzisti, ovvero se le informazioni e le formule che costituiscono la loro “mente” siano improntate al razzismo. Pur non potendosi escludere in alcuni casi che ciò avvenga in modo pianificato, gli algoritmi NON sono razzisti in sé ma lo diventano nel momento in cui rispecchiano i pregiudizi umani dei programmatori e, soprattutto, i dati presenti nella rete che gli algoritmi elaborano. Detto ciò a proposito del razzismo, questo è altrettanto vero per il sessismo, il maschilismo e altre amenità del genere che animano i pregiudizi umani e che abbondano tra i contenuti della rete. Il peccato e il difetto stanno quindi nella componente umana, e non nel povero e del tutto inconsapevole algoritmo

Prendiamo il caso di un algoritmo dedicato alla selezione del personale per un impiego. Nelle grandi compagnie e anche nelle grandi agenzie di collocamento non vi è più nessuno che legge il curriculum del candidato. Lo fanno le macchine, gli algoritmi. Attraverso semplici formule che elaborano dati e parole chiave, gli algoritmi fanno la “scrematura”, ovvero selezionano i pochi che, se il caso, verranno esaminati dagli addetti umani alla selezione del personale, i veri e propri recruiter, per i quali l’elemento umano può ancora avere valore. Chi si affida a questi sistemi ne parla bene in termini di efficienza, velocità, costi (vai alLINK).  

Si è dimostrato che là dove i sentimenti razzisti o maschilisti sono ampiamente rappresentati nella popolazione generale (i dati sono prevalentemente riferiti agli Stati Uniti ma ogni paese ha i propri problemi specifici) gli algoritmi dedicati alla selezione del personale tendono a selezionare preferibilmente maschi bianchi, anche là dove il sesso, il colore della pelle o la provenienza etnica non dovrebbero in alcun caso rappresentare un motivo di preferenza. L’algoritmo, quindi, in quanto solutore di un problema, si porta evidentemente dietro, all’interno dei suoi diagrammi di flusso e delle sue formulette, pregiudizi umani non facilmente eradicabili.  

Un algoritmo può essere razzista?
Negli Stati Uniti (in Italia non ancora) per valutare la pericolosità di un criminale e comminare pene restrittive in carcere piuttosto che agli arresti domiciliari, il sistema giudiziario si serve di algoritmi che valutano la pericolosità e il rischio di recidiva: inutile dire che la restrizione della libertà viene comminata ai neri molto più che ai bianchi. Può essere che l’algoritmo svolga alla perfezione il proprio compito o, per lo meno, non in modo molto diverso da quanto farebbe un giudice umano di carnagione chiara, ma può anche essere che l’algoritmo si porti dietro i pregiudizi di chi ne ha compilato le istruzioni e quelli di chi ha redatto i "precedenti" del criminale.
Il pregiudizio che l’algoritmo “eredita” dal programmatore può essere corretto rivedendo le informazioni programmate. Il problema è molto più complicato quando si ha a che fare con algoritmi dotati di autoapprendimento: questi infatti “assorbono” i pregiudizi dalla montagna di dati che analizzano e che rappresentano i pregiudizi striscianti presenti nella popolazione e nei dati di riferimento da cui essi apprendono.

E che dire del maschilismo?
Mafalda e il maschilismo
In questo caso non si tratta "solo" di pregiudizi: a generare distorsioni possono contribuire anche altri elementi. Uno piuttosto infido può essere legato alla lingua.  Per esempio, se i dati di riferimento cui l'agoritmo accede per le proprie analisi sono scritti in una lingua in cui la parola “ingegnere” (o programmatore) è un sostantivo di genere maschile, l’algoritmo potrà associare più facilmente “ingegnere” (o programmatore) a “maschio” che non a “femmina” e nel caso della selezione del personale l’algoritmo potrebbe selezionare in maggioranza maschi che non femmine. Di per sé questo determina disequilibri, distorsioni, iniquità: pensiamo per esempio al fatto che la professione “infermiere” (sostantivo maschile usato di regola nei formulari per la ricerca del personale) è esercitato in Italia più dalle femmine che non dai maschi. 

A tutto si può porre rimedio. È chiaro però che il problema va prima percepito (cosa che sembra di là da venire), poi analizzato nella sua complessità e quindi affrontato in tutte le sue sfaccettature, da quelle sociologiche, a quelle psicologiche, a quelle linguistiche, a quelle di programmazione informatica, a quelle del monitoraggio dei risultati. La vedo dura.  


mercoledì 31 luglio 2019

LA STRANA E POCO NOTA ORIGINE DEL TERMINE DARWINISMO


Oggi non vi è persona che leggendo o ascoltando la parola darwinismo non pensi alla teoria dell’evoluzione, resa famosa da Charles Darwin con le sue più famose opere sull'argomento: L’Origine delle Specie (1859) e L'Origine dell'Uomo e la selezione sessuale (1871). 

L'espressione darwinismoriassume in un unico termine tutto ciò che fa capo alla teoria sviluppata da Darwin e agli ulteriori sviluppi apportati alla teoria originale in seguito alle successive scoperte. Sorprendentemente però, l'espressione nasce in un contesto differente, un contesto poetico, e di questa storia ben pochi sono al corrente.

Samuel T. Coleridge
Tutto comincia con Samuel Taylor Coleridge (1772-1834), il famoso poeta che assieme a William Wordsworth (1770-1850) diede vita al movimento romantico nella poesia inglese. A questo movimento aderiranno molti nomi inglesi famosi (John Keats, Percy e Mary Shelley, William Blake, George Byron): nell’Ottocento, il romanticismo diverrà il movimento poetico dominante in tutto l’Occidente. Coleridge coniò il termine Darwinizing” (darwinizzante) in riferimento allo stile poetico di Erasmus Darwin, il poliedrico nonno di Charles. In breve tempo, il termine Darwinism (darwinismo) sostituì il più complicato “darwinizzante”, ma sempre in riferimento alla poetica di nonno Erasmus.

Erasmus Darwin
Tutto ciò richiede una spiegazione.
Erasmus Darwin (1731-1802) fu uno dei maggiori rappresentanti del pensiero illuministico in Inghilterra. Medico di professione, era anche un valente naturalista, appassionato di fossili, sostenitore delle tesi trasformistiche che anticipavano quelle evoluzionistiche. Fu anche un attivo sostenitore dei movimenti a sostegno del diritto alla scolarizzazione delle donne, e un convinto attivista per l'abolizione dello schiavismo.

Icona simbolo della Società Inglese contro la Schiavitù
Fu anche un fervido inventore ed inventò, tra le altre cose, due dispositivi che fanno di lui un visionario antesignano: una macchina “parlante” con “laringe” meccanica, e una sorta di fotocopiatrice in grado di riprodurre documenti. Fu amico di Benjamin Franklin, simpatizzò per la rivoluzione americana e per quella francese.

Oltre a tutto ciò, Erasmus fu anche poeta e pubblicò alcuni saggi naturalistici in forma di poema epico. Il poema scientifico di maggior successo fu The Botanic Garden (Il Giardino Botanico), un’opera monumentale in rima baciata, il cui scopo era la divulgazione scientifica a livello enciclopedico, includendo la botanica e le scienze naturali, le più recenti scoperte scientifiche (tra cui l'elettromagnetismo), la storia del cosmo. Il frammento qui riportato (sulle forze geologiche) ne è un minuscolo esempio.

The Giant-Power that forms earth's remotest caves
Lifts with strong arm her dark reluctant waves.
Each cavern'd rock, and hidden den explores,
Drags her dark Coals, and digs her shining ores.[1]

Samuel Coleridge che considerava Erasmus “il più inventivo dei filosofi della natura” aveva quindi coniato un termine, Darwinizing, per descrivere il particolare talento poetico (più tecnico che lirico) di Erasmus. Un altro poeta romantico, Percy Shelley (1792-1822), prendeva un po’ in giro lo stile artificioso e ampolloso di Erasmus che egli non apprezzava gran che, e definiva il suo successo editoriale come il vortice popolare del Darwinismo” (the popular vortex of Darwinism).[2] Al contrario, la moglie di Percy, Mary Shelley (1797-1851), ricorreva volentieri ad alcune immagini “romantiche” evocate nei poemi di Erasmus, e ricorse ai suoi scritti divulgativi e agli esperimenti sul galvanismo effettuati dallo stesso Erasmus per creare un appiglio “scientifico” alla forza vitale che avrebbe dato vita e forma a Frankenstein, il moderno Prometeo (1818).
Nella prefazione al suo Frankenstein, la Shelley recita infatti: «Il caso di cui tratta questo romanzo è stato giudicato non impossibile a verificarsi dal dottor Darwin e da alcuni fisiologi tedeschi». Con Frankenstein, Mary Shelley diede origine a un genere letterario: quello della fantascienza. Si può pertanto affermare che gli scrittori di genere che di lì a poco seguiranno (Robert Stevenson, Bram Stoker, Edgar Allan Poe, Oscar Wilde, George Herbert Wells) affondano in qualche modo le proprie radici narrative nella popolare e immaginifica divulgazione scientifica di Erasmus.
Verso gli anni ’40 dell’Ottocento, il Romanticismo come rivoluzione letteraria e la Rivoluzione Industriale come sconvolgimento socioeconomico sfumano in altri movimenti letterari e sociopolitici. Nasce l’era vittoriana, con la sua letteratura, la sua economia, le sue contrapposizioni ideologiche, la sua scienza. E a questa nuova era appartiene il giovane nipote di Erasmus, Charles. Le sue idee rivoluzionarie sconvolsero l'immagine che l’uomo aveva di se stesso, che passa dalla somiglianza a Dio a quella di un cugino non troppo lontano delle scimmie. Molti non accetteranno mai tale ipotesi. Da allora, il termine “Darwinismo” passa di mano, non più ad indicare lo stile poetico del nonno, ma ad indicare le ben più eterodosse idee del nipote.  

Charles Darwin



[1] L'enorme potenza che forma le grotte più remote della terra / solleva con braccio forte le sue onde scure e riluttanti. / Ogni caverna di roccia, e la tana nascosta esplora, / trascina i suoi carboni scuri, e scava i suoi minerali lucenti.
[2] James T. Costa. Wallace, Darwin, and the Origin of Species. Harvard University Press, 2014. ebook Kindle. Posizione del Kindle: 4678.

martedì 16 luglio 2019

RAZZA E SCIENZIATI - Quando la scienza sposa cause sbagliate


Esattamente ottantuno anni fa, il 14 luglio 1938, Il Giornale d’Italia pubblicava il Manifesto della Razza. Era l’inizio di una strategia studiata a tavolino per diffondere un forte sentimento di Italianità che avrebbe dovuto sostenere i tempi bui, quelli della guerra, che si stavano avvicinando a passi veloci. 

Il tema della razza fa il suo esordio in Italia
Il manifesto era il primo momento di una strategia di coesione nazionale necessaria a far sopportare i sacrifici che sarebbero stati richiesti per fare di nuovo Grande l’Italia (Donald Trump, come si vede, non ha inventato niente). Dopo pochi giorni, il 5 agosto, si trovava in edicola il primo numero della rivista La Difesa della Razza. Il 6 ottobre la Dichiarazione sulla Razza fu votata dal Gran Consiglio del Fascismo e le Leggi Razziali furono emanate il 15 novembre.
La propaganda fa della razza un problema nazionale
Scienziati e studiosi italiani furono i complici dell’operazione politica. Infatti, il Manifesto della Razza portava in calce la firma di autorevoli e meno autorevoli studiosi che servivano a rendere credibile e scientificamente dimostrato il concetto di Razza, un concetto cui la propaganda si sarebbe preoccupata di associare in modo inestricabile i concetti di “inferiorità” e di “superiorità”, i cui destinatari erano chiaramente gli Ebrei da una parte e gli Italiani dall’altra.
Il progetto era stato abilmente orchestrato dai vertici del Partito Nazionale Fascista, tra cui Achille Starace (Segretario del Partito) e Dino Alfieri (Ministro della Cultura Popolare). Essi affidarono a un gruppo di “scienziati” il compito di redigere un Manifesto dotato di “credibilità scientifica” e che potesse avere facile presa sugli ingenui animi italiani. Preferisco consegnare al dimenticatoio i nomi dei dieci accademici che si sono assunti la responsabilità di sottoscrivere il documento. Tra loro, docenti e assistenti universitari di varia formazione: patologi, antropologi, zoologi, fisiologi, pediatri, neuropsichiatri: uno di loro ricopriva l’incarico di direttore dell'Istituto Nazionale di Biologia presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche.

Il Manifesto adottava criteri eterogenei per definire le razze: demografici, culturali, antropometrici e, soprattutto, biologici: questi ultimi avevano la pretesa di esser i più “obiettivi e scientificamente dimostrabili”. I criteri del cosiddetto Razzismo Biologico, già inconsistenti allora, nei decenni successivi si sarebbero dimostrati del tutto privi di fondatezza. La pochezza di questi cosiddetti criteri scientifici va individuata soprattutto nell'utilizzo ideologico dei criteri medesimi, ove i pregiudizi anticipavano le prove (o le pseudoprove), tradendo in tal modo il rigore e il senso del "metodo scientifico". La pretesa era quella di anteporre l’ideologia al riscontro scientifico e di addurre elementi riguardanti la varietà biologica fra le popolazioni (varietà che è elemento costitutivo in ogni organismo vivente) come elemento probante di pretese differenze di qualità, associando a tali differenze trattamenti differenziati in merito ai diritti fondamentali degli esseri umani. In poche parole, si tratta di un metodo menzognero e di un crimine ideologico contro l’umanità, niente di più niente di meno. Come se non bastasse, gli accademici italiani non si erano avvalsi di ricerche proprie, ma si erano rifatti alle opere di antropologi tedeschi (Hans Günther e Ludwig Clauss) i quali si erano messi di impegno nel tentativo, anch’esso menzognero, di identificare scientificamente differenze tra i tedeschi e altre popolazioni pregiudizialmente definite come “inferiori”.

Pensavamo che sotto i ponti fosse passata sufficiente acqua per confinare queste idee nella discarica delle idee nocive e dei metodi traditi. Invece, a varie riprese, tutto ciò riemerge dal fondo, sollevato e riportato in superficie dai moti convettivi di un razzismo ideologico destinato a sopravvivere alle epoche.

Discarica per le idee nocive
Nel 2007, James Watson, uno dei destinatari del premio Nobel per la scoperta della struttura del DNA, aveva dichiarato che gli africani sono “geneticamente” meno intelligenti di altre razze. Watson si riferiva al fatto che il QI (quoziente intellettivo) misurato in un campione di africani risultava più basso di quello misurato in un campione di americani. Poiché le due popolazioni differiscono anche per assetto genico, Watson aveva legato in maniera causale le due cose ed era balzato alla conclusione: i neri sono geneticamente meno intelligenti degli americani. James Watson rimane oggi della sua idea, nonostante il ricercatore neozelandese James Flynn abbia dimostrato che lo sviluppo socioeconomico delle popolazioni cui era stato attribuito un basso QI ha fatto sì che quelle stesse popolazioni, col tempo, abbiano raggiunto gli stessi punteggi di QI delle popolazioni progredite, dimostrando che non esistono chiare e dirette associazioni fra genetica e quoziente intellettivo. Questa dimostrazione ha fatto sì che il guadagno di Quoziente Intellettivo in relazione allo sviluppo socioeconomico ha preso il nome di Effetto Flynn. [1]

Il razzismo scientifico che risorge dalle sue ceneri come razzismo genetico
Ma la questione non è finita qui e i rigurgiti di razzismo biologico, o di razzismo genetico, come l’araba fenice risorgono dalle proprie ceneri.
In un suo recente scritto sulla brutta aria che tira in fatto di libertà d’espressione (Effetto Trump) in alcune Università americane, Francesco Ranci – sociologo che di quegli ambienti se ne intende – cita le affermazioni di Robert Plomin, professore di Genetica Comportamentale presso il King’s College di Londra, il quale, buon ultimo, afferma che molti geni, forse migliaia – ciascuno di modesto effetto individuale – possono essere coinvolti nel predeterminare l’intelligenza”. In due recenti pubblicazioni, egli avrebbe scoperto 1016 geni correlati all’intelligenza (definita come capacità di imparare, ragionare e risolvere problemi), corrispondenti a qualcosa come il 20-50% dell’intelligenza ereditabile.[2]
Anche Plomin, come quelli che prima di lui hanno tradito il metodo scientifico, ha fatto "uno più uno uguale a due", confrontando l’assetto genico di popolazioni diverse non solo per indice intellettivo ma anche per condizioni sociali, culturali, economiche. Tutto ciò, senza considerare il fatto che il QI è un indice tipicamente elaborato per misurare capacità specifiche e coerenti con le esigenze della cultura che lo ha messo a punto. Tipicamente, il QI dovrebbe misurare lo sviluppo cognitivo di un individuo in confronto ad altri individui appartenenti alla stessa comunità, vale a dire immersi in un contesto informativo coerente. Utilizzarlo per confrontare contesti culturali differenti è un nonsenso metodologico.


Vale la pena di ricordare che già nel 1981 il famoso biologo evoluzionista Stephen J. Gould aveva pubblicato un libro, Intelligenza e Pregiudizio: contro i fondamenti scientifici del razzismo (il Saggiatore, 2006), in cui definiva razzismo scientifico l’uso strumentale della valutazione del QI in popolazioni eterogenee e differenti dal punto di vista socio-economico.

Che dire di questa araba fenice che ogni tanto riemerge dalle proprie ceneri? Chi voleva rendere l’Italia Grande, chi vuole rendere di nuovo l’America Grande, e tutti gli epigoni di uno scientismo asservito alle peggiori ideologie, altro non fanno che dimostrare la grandezza della propria inconsistenza scientifica e morale.

______________
[1] James R. Flynn. Tethering the elephant: Capital cases, IQ, and the Flynn effectPsychology, Public Policy, and Law, 2006, 12: 170-189.
[2] Savage EJ et al.Genome-wide association meta-analysis in 269,867 individuals identifies new genetic and functional links to intelligenceNature Genetics 2018; 50: 912–919; Plomin R. The new genetics of intelligence. Nature Reviews Genetics 2018; 19: 148–159.


sabato 22 giugno 2019

DNA: l'oro nella spazzatura (seconda parte)


Nella prima parte di questo post s’era detto che, in seguito ai riscontri ottenuti nel corso del Progetto Genoma Umano, al 98% del DNA presente nelle nostre cellule era stato attribuito l’appellativo non troppo simpatico di DNA spazzatura



Oltre a ciò s'erano dette altre cose: a) che tale appellativo era specchio dell’ignoranza sulla funzione di tutto questo DNA; b) che un sistema che produce così tanta spazzatura non è un sistema ben congeniato, pertanto il riscontro di tutta questa “spazzatura” aveva indotto gli scienziati a pensare che qualcosa doveva essere sfuggito loro; c) che riconoscere ciò  (il proprio errore di interpretazione) era un nuovo potente stimolo per continuare la ricerca e che in questo atteggiamento vi è l'essenza della scienza; d) infine, s’è detto che all’appellativo di DNA spazzatura gli scienziati hanno presto sostituito la dizione di DNA non codificante, riconoscendo implicitamente che andavano ricercate altre funzioni del DNA oltre a quella di costituire geni contenenti specifiche istruzioni sulla sintesi delle proteine.

Ben presto, è stata riconosciuta la funzione "strutturale" di una parte del DNA non codificante. Pensiamo per esempio ad una automobile e alla sua funzione “nobile” che è quella di farmi andare da qui a lì. Per fare ciò, la componente "nobile" dell’automobile è costituita dal motore, dalle ruote, dal volante, vale a dire ciò che consente al veicolo di muoversi e di portarmi dove voglio. Tuttavia, senza il telaio, le portiere, il cofano, il cambio, i freni, il differenziale, lo spinterogeno, la batteria, i sedili, il parabrezza, il tergicristalli, la leva del cambio, la radio e il navigatore, la mia automobile non sarebbe quello che è. Tutte le cose non direttamente correlate alla funzione del movimento della mia automobile non sono “spazzatura” ma elementi collegati alla struttura, alla funzionalità generale, e alle funzioni accessorie nelle quali risiede gran parte della qualità globale della mia automobile. Con questa analogia si intende dire che in quel 98% di DNA spazzatura vanno ricercati elementi strutturali e funzionali non meno nobili e necessari dei geni deputati alla codifica della sintesi proteica. È in quella “spazzatura” che vanno ricercate le capacità del genoma umano, con un numero di geni quasi simile quello dei vermi, di codificare un numero cinque volte superiore di proteine e di costruire un essere vivente, cosciente, pensante, e parlante discretamente più complesso del verme medesimo. Nel genoma umano, pertanto, parte di quella spazzatura fornisce ai geni un’alta versatilità nel produrre proteine e strutture.

Di tutta questa spazzatura, dunque, una parte ha funzioni strutturali e un’altra parte ha funzioni modulatorie”, intendendo con questo termine la complessa modulazione dell’attività e della funzione del DNA codificante (i geni).

Uno dei campi in cui si sta lavorando alacremente e con grande entusiasmo ha a che vedere con un aspetto dell'organizzazione del DNA relativamente poco compreso fino a non molto tempo fa, vale a dire il suo impacchettamento all’interno del nucleo e come fanno i singoli geni impacchettati in un groviglio di DNA a rendersi disponibili per venir letti e decodificati dai meccanismi della sintesi proteica. Consideriamo il fatto che la sequenza del DNA, se disposta idealmente lungo un filo, sarebbe lunga quasi due metri. Tutto questo DNA sta raggomitolato e strettamente impacchettato all’interno del nucleo della cellula.

Figura 1. Illustrazione che esemplifica il raggomitolamento del DNA all'interno del nucleo cellulare
Recentemente si è scoperto che il groviglio di DNA all’interno del nucleo è molto dinamico, vibra e muta assetto in continuazione facendo sì che i geni “giusti” (e non altri) entrino in attività nel momento giusto e si rendano disponibili al momento giusto all’apparato che avvia la loro trascrizione per sintetizzare le proteine. Si è scoperto che una considerevole parte di DNA ha proprio la funzione di organizzare spazialmente il groviglio di geni (in termine tecnico folding e unfolding) e di attivare o silenziare i geni che devono essere “accesi” o “spenti” al momento giusto.
Nella stessa costituzione lineare del filamento di DNA, i geni sono costituiti da elementi codificanti (detti esoni) separati da elementi non codificanti (detti introni) e che questi ultimi hanno funzione di modulazione, accendendo e spegnendo i geni, vale a dire consentendo o impedendo loro di essere trascritti, e di essere trascritti in modo da poter avviare una sintesi proteica piuttosto che un’altra (vedi figura 2).

Figura 2. Rappresentazione della struttura e della trascrizione dei geni
Un’altra scoperta recentissima sta gettando luce sui cosiddetti geni regolatori e sull’effetto della loro attività addirittura sull’evoluzione delle specie, ivi compresa la specie umana. È forse in questi geni regolatori che si nasconde la diversa “qualità” che attribuiamo all’uomo nei confronti dei vermetti, dei moscerini della frutta, e degli scimpanzé
In tutte le specie esistono geni il cui prodotto è costituito da proteine che, legandosi a specifiche sequenze di DNA, accendono o spengono l’attività dei geni cui si legano. Si pensava che tali proteine svolgessero la loro funzione di modulazione nello stesso modo in tutte le specie, sia che si trattasse del moscerino della frutta o si trattasse dell’uomo. Ricercatori dell’Università di Toronto hanno confermato che questo gruppo di proteine esercita funzioni simili nelle diverse specie, ma hanno anche scoperto che vi sono dozzine di questi fattori che esercitano funzioni diverse nelle diverse specie, attivando e spegnendo geni diversi nel moscerino della frutta, nello scimpanzé, o nell’uomo.1 Si viene quindi a scoprire che nelle varie specie, tratti simili di DNA possono essere modulati in modo diverso. Si potrebbe quindi pensare che siano alcuni di questi fattori a generare differenze che, assommandosi nel corso di milioni di anni, possano avere ingenerato nelle diverse specie differenze fisiologiche, anatomiche e funzionali, dando vita a specie di differente aspetto e complessità.
A poco a poco, dunque, scavando nella spazzatura si sta trovando nuova conoscenza: pagliuzze d’oro, da maneggiare però con l’umiltà di chi cerca e non con l'arroganza di chi presume di aver trovato la Verità.

1 Samuel A. Lambert et al. Similarity regression predicts evolution of transcription factor sequence specificity. Nature Genetics, May 27, 2019. https://www.nature.com/articles/s41588-019-0411-1

mercoledì 5 giugno 2019

DNA: l’oro nella spazzatura (prima parte)

Negli anni ’90 del secolo scorso le tecniche di biologia molecolare avevano raggiunto una qualità e una diffusione sufficiente per far balenare nella mente di Scienziati e di Istituti di Ricerca la possibilità di ottenere la mappatura completa di tutti i singoli geni da cui il genoma umano è costituito: nasceva il Progetto Genoma Umano

Progetto Genoma Umano
La mentalità rigidamente meccanicistica di molti scienziati coltivava l’idea che, conosciuta la sequenza di tutti i geni, l’umanità avrebbe compiuto uno dei passi definitivi, se non il definitivo, per comprendere tutto (o tutto l’essenziale) della natura umana, della sua biologia, della sua evoluzione, delle sue malattie, delle sue tendenze. Questo salto cognitivo avrebbe consentito di curare o prevenire un gran numero di malattie e, nei più visionari, di poter costruire in laboratorio, con i mattoncini che rappresentano il codice della vita, l’uomo nuovo.

Il progetto era costoso e, come molti progetti nella scienza, ottimista e visionario. Conoscendo la quantità di DNA presente in ogni cellula umana e la quantità di DNA di cui ogni gene è mediamente costituito, si riteneva che i geni dell’uomo fossero 100.000 e qualcuno ipotizzava fino a 140.000. Un numero così grande di geni sembrava rappresentativo della complessità e della perfezione di cui noi uomini andiamo giustamente fieri.

In meno di una quindicina d’anni il genoma umano fu interamente sequenziato, vale a dire che la sequenza lineare delle singole basi che costituiscono i singoli geni era stata caratterizzata. Il gioco sembrava fatto: da lì in poi sarebbe toccato alla “manipolazione” il compito di sistemare le cose nel caso dei geni sbagliati se non addirittura nel caso si volessero migliorare (eugeneticamente?) alcune caratteristiche umane, così come si fa per migliorare alcune caratteristiche del mais o dei pomodori.

La brutta notizia fu che il numero dei geni non si avvicinava nemmeno lontanamente alla superba e gloriosa cifra di 100.000, ma rimaneva sgradevolmente bassa, di poco superiore a 30.000. Pochi mesi fa un “riconteggio” dei geni ha indicato in 46.832 il numero totale dei geni umani (Science News: Vol. 194, No. 7, 13 ottobre, 2018, p. 5).

Un’altra brutta notizia destinata a frustrare i nostri umanissimi sensi di grandezza ci è arrivata dall’analogo lavoro effettuato dai genetisti sul genoma di altre specie. I Nematodi (un gruppo che contiene circa 20.000 specie di lombrichi) vivono la loro oscura vita di lombrichi utilizzando quasi 20.000 geni (19.900 per la precisione). L’idea che un lombrico possieda la metà dei geni di un uomo appare a dir poco “vergognoso”.

Nematode del terreno
E che dire del famoso moscerino della frutta (Drosophila melanogaster) che ne ha 13.600. E che dire del mais (che si dà da mangiare alle galline e col quale si fa la polenta) che ne possiede ben 32.000? E il topo, si chiederà qualcuno, quanti geni ha? Bene, il piccolo mammifero ha il nostro stesso numero di geni (per la precisione 300 in meno).

Le nude cifre sono stupefacenti. Tuttavia, di fronte a eventi inquietanti come questi, l’uomo ha subito pronta la risposta: la quantità non conta, ciò che conta è la qualità. Bene, se le cose stanno così allora diventa interessante sapere che lo scimpanzé condivide con noi il 99% dell’intero genoma. Vale a dire che tra noi e lo scimpanzé vi è una differenza quantificabile in 1%.

Un’altra notizia inquietante (buona o cattiva non si sa) è che tutti i nostri 46.831 geni messi insieme concorrono appena per il 1.5% dell’intero genoma. E il restante 98.5%? Anche in questo caso, la natura umana è tale che, a fronte del proprio non sapere, l’uomo trova un’immediata risposta consolatoria: Quel 98.5% non serve a nulla, è DNA spazzatura.

DNA spazzatura
Che il 98.5% del nostro DNA sia spazzatura è ovviamente poco credibile, perché un qualsiasi sistema che produce così tanta spazzatura ha qualcosa che non va: non è progettato bene, tantomeno per la “perfetta complessità” che attribuiamo a noi stessi. I genetisti, spaventati dalla parola Spazzatura da essi stessi attribuito a quella enorme quantità di DNA presente in ciascuna delle nostre cellule, lo hanno ridefinito con un termine più scientifico e tranquillizzante: DNA non codificante. Non conoscendone la funzione, si è andati sul sicuro, definendolo (curiosamente) in base alle proprietà che non possiede: quello di trascrivere RNA e, attraverso questo, fornire il codice per la sintesi delle proteine.

La buona notizia di tutte queste cattive notizie è che la messa in evidenza di tanta ignoranza su una questione che col Progetto Genoma davamo per risolta una volta per tutte, ha messo in moto ciò che l’ignoranza da sempre fa nella mente del filosofo e dello scienziato: il desiderio di saperne di più. Ma di questo si parlerà in un prossimo post. Per il momento, accontentiamoci di citare il buon vecchio Shakespeare:
Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia. (Amleto, atto I, scena IV).

mercoledì 27 marzo 2019

CERVELLI DI GENERE, GENERE DI CERVELLI

L'opinione che l’uomo e la donna differiscano negli interessi e che pensino o si comportino in modi diversi è diffusa al punto tale da rasentare il luogo comune. A mettere in evidenza tali diversità ci sono parecchi esempi. 

È vero però – e questo riguarda il cosiddetto “metodo scientifico” – che chi sottolinea le differenze spesso si guarda bene dal rimarcare ed enumerare le similarità di pensiero e di comportamento, che certamente ci sono.   

L’opinione che uomini e donne pensino e agiscano in modo diverso viene spesso ridotta a pochi essenziali assunti: gli uomini sono portati all'azione e alla razionalità, le donne sono empatiche e si lasciano governare dall'intuito; gli uomini sono più abili nei compiti di tipo visuale, le donne nell'elaborazione verbale e linguistica.  Le differenze percepite sono tali che la vulgata afferma che gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere. Venendo da luoghi così lontani essi sono diversi nelle fattezze non meno che nel modo di pensare.

Venere e Marte: diversi nell'aspetto e nel comportamento
Ammesso che tali differenze esistano – e vi sono ragionevoli motivi per crederlo – bisogna ammettere che che ciò rappresenta una risorsa per il genere umano poiché modi diversi di affrontare i problemi garantiscono una pluralità di soluzioni. A dire il vero, però, chi sottolinea le differenze lo fa spesso con l’intenzione di evocare l'implicita superiorità di un modo di fare rispetto a un altro modo di fare. Da sempre, nella storia dell’Occidente non meno che in quella dell’Oriente, il modello sociale maschilista considera superiore il ragionamento razionale e l’azione.

Le persone comuni non fanno alcuna fatica ad immaginare che l’uomo e la donna, esteriormente diversi per natura, possano o debbano essere diversi anche per struttura mentale e per ruolo sociale, tanto evidente è il fatto che solo la donna è madre e che da ciò discendono per via naturale anche i differenti ruoli dei due sessi. Questa spiegazione, così facile ed esaustiva per l'uomo comune, risulta talmente “ovvia” ed “esaustiva” anche per un buon numero di scienziati, neurobiologi, psicologi e quant'altro, i quali compiono rimarchevoli sforzi, sperimentali e teorici, per dimostrare che detta "ovvietà" è anche “scientificamente dimostrabile”.

Vi sono numerosi studi di imaging cerebrale funzionale (tecniche che rendono visibile l’attivazione di zone del cervello mentre queste vengono utilizzate per risolvere specifici compiti) che mostrano in modo “inconfutabile” che in determinate situazioni gli uomini e le donne utilizzano il cervello in maniera diversa. Se gli uomini sono più abili ad effettuare certe operazioni mentali e le donne sono più abili ad effettuarne altre, e se gli uomini e le donne usano zone del cervello diverse per eseguire i medesimi compiti, ciò potrebbe significare che i cervelli degli uni sono diversi dai cervelli delle altre.

Imaging cerebrale funzionale ironica del cervello femminile 
Una delle moltissime dimostrazioni di questa diversità è data da un esperimento che illustra come le donne usino il lobo frontale di entrambi gli emisferi quando eseguono compiti linguistici mentre gli uomini usano solo l’emisfero sinistro; d’altra parte, gli uomini usano entrambi gli emisferi parietali quando eseguono compiti di tipo visuale mentre le donne usano soltanto l’emisfero destro. Il gioco è fatto, dunque: uomini e donne hanno cervelli diversi. Punto e a capo.

Va detto, però, che anche in questi esperimenti si possono trovare rilevanti difetti metodologici”. Per esempio, se tali esperimenti vengono effettuati su adulti le differenze sono assai più marcate che non sui bambini. Lavorando sui cervelli dei neonati le differenze risultano ancora più sfumate. Ovviamente, esistono moltissimi esperimenti effettuati sugli adulti e pochissimi effettuati sui neonati ai quali, considerazioni etiche a parte, è impossibile assegnare alcun tipo di compito. Ciò significa che le differenze evidenziate su cervelli di uomini e donne adulti (i cui cervelli sono condizionati dall'esperienza) dimostrano qualcosa che non è necessariamente vera per i neonati (i cui cervelli sono assai poco condizionati dall'esperienza). Ciò significa che l'affermazione che il cervello maschile è diverso "per natura" da quello femminile non è necessariamente vera.

Bisogna stare attenti quando si parla di “scienza” e di “esperimenti che dimostrano che”. Ammesso che certe differenze funzionali tra il cervello degli uomini e quello delle donne esistano (e ci sono ben pochi dubbi che alcune differenze esistano) queste stesse differenze vanno tuttavia prese con le pinze e maneggiate con cura, e soprattutto può essere pericoloso e fuorviante generalizzare il discorso a partire da elementi particolari. Ma si può dire anche di più: certi risultati sperimentali, senza adeguati controlli, senza un adeguato supporto statistico, senza accurate analisi delle relazioni di causa-effetto, e soprattutto se gli studi sono pre-condizionati da pregiudizi ideologici o culturali (vale a dire esperimenti privi dei più elementari requisiti metodologici), si trasformano in men che non si dica da “risultato scientifico” a “scienza spazzatura”. 

Una volta stabilito che uomini e donne, a livello cerebrale, manipolano in maniera differente certe informazioni (o anche che i cervelli dell’uomo e della donna sono cablati in maniera relativamente diversa), la domanda successiva è se gli uomini e le donne ragionino in maniera diversa perché nascono biologicamente diversi o lo fanno perché sono immersi in una cultura e in reti sociali che condizionano i loro comportamenti e segregano i loro interessi e le loro occupazioni.

A partire dagli anni ’90 del secolo scorso le teorie della Psicologia Evoluzionistica hanno avuto uno straordinario consenso in tutto il mondo e tutt'ora vengono considerate esplicative da molti scienziati e psicologi. Gli esponenti più rilevanti di tale movimento di pensiero sono l’antropologo John Tooby e la psicologa Leda Cosmides (che sono marito e moglie nonché fondatori del Centro di Psicologia Evolutiva presso l'Università della California) i quali, dando per scontate e assodate le differenze cerebrali e comportamentali tra uomo e donna (che evidentemente constatano quotidianamente in famiglia), attribuiscono tale diversità all'evoluzione biologica della specie umana. Essi affermano che, poiché nel Pleistocene (periodo che va da 2.5 milioni di anni fa fino a 13.000 anni fa) le prime società umane adottavano strategie e comportamenti tipici del cacciatore (per i maschi) e del raccoglitore (per le femmine), la selezione naturale favoriva negli uni e nelle altre tratti psicologici, modalità di pensiero e di comportamento, e programmi cognitivi idonei alla divisione del lavoro e alle rispettive necessità di cooperazione. Tutto, secondo i due ricercatori americani, in maniera indipendentemente e svincolata da qualsiasi processo culturale. L’uomo e la donna di oggi, dunque, avrebbero conservato nella loro biologia i tratti psicologici e attitudinali degli uomini e delle donne del Pleistocene: in parole povere, gli uomini e le donne attuali non sarebbero altro che cavernicoli in giacca e cravatta o in tailleur, a seconda del sesso.

Questa idea che espropria la cultura dalle differenze di ruolo attribuendole per intero a differenze biologiche dovute alla selezione naturale è ancora estremamente diffusa. Bisogna dire che questa posizione così radicalmente contraria al ruolo della cultura, funge da meraviglioso alibi a mantenere le differenze di ruolo tra maschio e femmina, e supporta assai convenientemente l'operazione – consapevole o non consapevole – di non alterare in alcun modo lo status quo dei rapporti di potere tra gli uni e le altre.

Status quo relazioni di potere
Tutto ciò andrebbe radicalmente rivisto e per farlo si potrebbe partire dal concetto di autopoiesi elaborato tra di anni ’70 e ’80 del secolo scorso da due biologi cileni, entrambi con propensione a sviluppare il proprio pensiero in senso sociologico e filosofico: Humberto Maturana e Francisco Varela. Ridotto ai minimi termini, il concetto di autopoiesi di Maturana e Varela applicato agli organismi viventi significa che gli organismi viventi hanno la capacità intrinseca di auto-organizzare le relazioni fra i propri costituenti fisici (modificandone struttura, organizzazione, relazioni): questa capacità consente loro di mantenersi in vita e di perfezionare l’interazione con gli altri organismi e con l’ambiente. Scendendo a un livello meno teorico e guardando alla fisicità del cervello come strumento cognitivo che funge da interfaccia operativa tra ogni singolo individuo e il sistema organico e inorganico nel quale esso è immerso, il processo di autopoiesi può essere ricondotto al ben noto fenomeno della plasticità cerebrale. Questa non è altro che la capacità del cervello di modificare la propria struttura e le proprie funzioni in relazione agli stimoli esercitati sul cervello medesimo dai propri neuroni nell'atto di rispondere adeguatamente agli stimoli che provengono dall'esterno (esperienze) e anche dall'interno (per esempio gli ormoni). In maniera non troppo dissimile da quella dell’allenamento muscolare, i neuroni stimolati sviluppano maggiori connessioni con neuroni vicini e lontani e, in base alla richiesta, arruolano a determinate funzioni i neuroni delle zone confinanti. Ne consegue che, in seguito a stimoli ripetuti, determinate aree cerebrali si ingrandiscono e si associano ad altre aree cerebrali migliorando specifiche prestazioni funzionali. È noto, per esempio, che i taxisti delle grandi città (alcuni studi sono stati effettuati sui taxisti di Londra) hanno un maggiore sviluppo delle aree cerebrali (chiamate ippocampo) che elaborano informazioni topografiche e tali aree sono tanto più sviluppate quanto più tempo essi hanno passato al volante (il che significa che l’aumento è secondario all'impiego di tali aree cerebrali e non è “innato” in chi si è evoluto per guidare il taxi). È noto anche che nei pittori alcune aree visive sono più grandi e più connesse con altre aree rispetto a chi non esercita il mestiere di pittore. I musicisti elaborano le informazioni uditive correlate alla musica con entrambi gli emisferi, mentre l’ascoltatore non professionale elabora tali informazioni prevalentemente nell'emisfero destro. Differenze del cervello sono quindi ampiamente dimostrate fra taxisti e non taxisti, musicisti e non musicisti, pittori e non pittori, e l’elenco potrebbe proseguire. Non si può certo pensare che i pittori di oggi abbiano ereditato per selezione naturale i loro cervelli “diversi” dai predecessori umani del Pleistocene che decoravano le pareti delle caverne.

Imaging cerebrale funzionale ironica del cervello maschile 
Ora, nulla vieta che la selezione naturale e la selezione sessuale abbiano in qualche modo influenzato il prevalere di certe strutture nei cervelli maschili e in quelli femminili. Tuttavia, in un animale culturale come l’uomo negare alla cultura qualsiasi relazione con lo sviluppo di particolari aree e funzioni cerebrali sembra decisamente assurdo, oltre a negare consolidate evidenze scientifiche. Al contrario, il condizionamento culturale fornito a tutti gli uomini e a tutte le donne dai rispettivi e consolidati ruoli di genere probabilmente gioca un ruolo assai importante nel determinare le differenze tra il cervello della donna e quello del maschio. Purtroppo, serie indagini scientifiche in questa direzione latitano. Al contrario si moltiplicano le ricerche che tendono a consolidare la vulgata che l’uomo viene da Marte la donna da Venere.

L'uomo viene da Marte, la donna da Venere
Solo pochi mesi fa, per esempio, sono stati pubblicati su una importante rivista scientifica americana (PNAS) i risultati di un studio eseguito da ricercatori dell’Università della California.1 Lo studio, effettuato su ben 670.000 individui (possedendo quindi la robustezza dei numeri), “dimostra”, come si suol dire, "l’acqua calda", vale a dire che le donne sono più empatiche e i maschi più razionali. Non solo, ma, "dati scientifici alla mano", gli autori affermano chetutto suggerisce che le pressioni di selezione evolutiva hanno favorito la specializzazione del cervello nel campo culturalmente associato a quel sesso”. Guarda caso, però, leggendo le noterelle in piccolo, ci si accorge che l’articolo è stato redatto a cura dalla sopra citata Leda Cosmides, che presiede il Centro di Psicologia Evolutiva della stessa Università californiana presso la quale lavorano gli autori dello studio. Ciò è quanto meno sospetto. Di nuovo, questo studio che impressiona per i grandi numeri dei soggetti sottoposti a valutazione, risulta metodologicamente scorretto perché, oltre a essere sponsorizzato da sostenitori di un certo pregiudizio scientifico-ideologico, non tiene in minimo conto le variabili culturali individuali, vale a dire il ruolo sociale e l’educazione degli individui sottoposti a test: inoltre il test è stato somministrato online agli individui studiati, senza alcun controllo sugli elementi condizionanti le risposte al test quali, appunto, il ruolo sociale e l’educazione.   

A questo punto rimane ineludibile la domanda: perché non si vuole studiare “per davvero” quale ruolo hanno la cultura, l’educazione, il condizionamento sociale sulle differenze nel modo di pensare e di agire dei due sessi? Si temono forse ripercussioni ingovernabili sulla stabilità dei rispettivi ruoli? La risposta, parafrasando Bob Dylan, is blowin' in the wind ... aleggia nel vento-

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David M. Greenberg, Varun Warrier, Carrie Allison, and Simon Baron-Cohen. Testing the Empathizing–Systemizing theory of sex differences and the Extreme Male Brain theory of autism in half a million people. PNAS, 2018: 115: 12152-12157.

giovedì 28 febbraio 2019

DOMANDE E RISPOSTE SU L'EVOLUZIONE - XXI^ e ultima parte

In questa puntata il professor Rugarli risponde a una domanda sul tema della unicità dell'uomo e come questa sia venuta realizzandosi attraverso l'evoluzione biologica e culturale.

Ogni specie è nel contempo unica, frutto di variazioni e fenomeni di selezione che hanno prodotto discontinuità in una catena continua di organismi. Le specie esistenti sono quindi uniche ma in qualche modo anche contigue.  Troppo spesso, però, guardando alla propria unicitàl'uomo, sentendosi dotato di attributi unici, è anche portato a sentirsi speciale. É in questo territorio che quest'ultima domanda si muove.


Alla radice dell'unicità della specie umana


Domande e Risposte
# 30

Domanda 30. Che cosa ha fatto la natura per creare l’uomo quale organismo che, a quanto ci è dato di sapere, sembra essere in grado di possedere numerosi attributi unici che gli consentono di fare cose che nessun altro organismo è capace di fare? E se la natura ha fatto ciò attraverso i meccanismi dell’evoluzione, come e quando l’ha fatto? (il “perché” l’abbia fatto è una domanda sbagliata e non può essere posta).

C’è chi dice che l’uomo è l’unico organismo che possiede la libertà consapevole di essere quel che decide di essere (l’esistenza precede l’essenza di Heidegger e di Sarte), mentre tutti gli altri organismi sono quello che sono (e si comportano in base a quel che sono) fin dalla nascita o, come categoria, fin da prima della loro nascita (l’essenza precede l’esistenza di Platone).
C’è chi dice che l’uomo è l’unico organismo a fare della cultura un prerequisito ambientale indispensabile per la propria esistenza, ma molti etologi hanno molto da obiettare su questa pretesa unicità dell’uomo.
C’è chi dice che l’uomo è l’unico organismo in grado di comportarsi in modo consapevolmente buono o cattivo perché è l’unico a saper distinguere tra bene e male. Tuttavia, se il bene e il male sono quei comportamenti che possono essere rispettivamente vantaggiosi o svantaggiosi per il gruppo o la comunità, allora l’uomo non è unico, e la differenziazione etica con altri animali è più di natura quantitativa che qualitativa.
C’è chi dice che l’uomo è unico grazie alla sua razionalità e al suo linguaggio (o ai suoi linguaggi). Tuttavia, anche per queste due caratteristiche l’uomo non può asserire di essere unico: può solo affermare di essere diverso per ragioni più quantitative che qualitative.
C’è chi dice che l’unicità dell’uomo risiede nel libero arbitrio. Tuttavia il libero arbitrio è un attributo del comportamento che discende da razionalità e competenza etica che abbiamo visto non essere esclusivi dell’uomo ma solo relativisticamente più espressi nell’uomo che negli altri animali.
C’è chi dice che l’uomo è l’unico animale consapevole del fatto di dover morire, ma anche questa è una conseguenza dello sviluppo in termini quantitativi e non qualitativi della sua razionalità.
C’è chi dice che l’unicità dell’uomo è quella di produrre arte, ma questa è una capacità che consegue allo sviluppo quantitativo di specifici linguaggi e, per determinate arti, di un particolare sviluppo della manualità fine.
C’è chi dice che l’unicità dell’uomo è quella di saper amare, ma questa è una caratteristica correlata alle dinamiche del gruppo e che includono la selezione del partner e le cure parentali, aspetti che l’uomo condivide con altre specie.
C’è chi dice che l’unicità dell’uomo è quella di comprendere la natura e l’essenza della felicità, ma la felicità è uno stato d’animo di cui sappiamo veramente troppo poco per presumere di esserne gli unici detentori.

Sono certo di avere omesso molti altri elementi distintivi che determinano la presunta unicità dell’uomo e che ci separano da tutti gli altri organismi.
Su ciascuno degli elementi di unicità si può discutere (inutilmente) all’infinito, ma è comunque ravvisabile un comune denominatore. Ciascuno di questi elementi sembra essere presente – in forma quantitativamente meno evidente rispetto all’uomo – in tutti quanti gli animali a noi più prossimi. Poiché sembra quantomeno improbabile (nonché antieconomico) che la Natura si sia sforzata di introdurre modificazioni di tutta una serie di strutture per fornirci in modo esclusivo di eticità, razionalità, spiritualità, competenza estetica ed artistica, ecc., dovremo domandarci se esiste un qualche particolare elemento strutturale datoci in dono dalla Natura cui tutte queste caratteristiche facciano capo, e dovremo domandarci anche quali vantaggi selettivi derivino alla specie dal possedere o meno una coscienza, una libertà di arbitrio, un senso estetico, una spiritualità e così via. Se troviamo risposte a queste due domande dovremo infine chiederci perché così spesso l’uomo si comporti in modo tanto istintivo, bruto e animalesco, annullando e facendo volentieri a meno dei presunti vantaggi selettivi di una corteccia cerebrale più contorta di quella degli animali selvatici. 

La corteccia cerebrale umana (la prima a sinistra) confrontata con quella dello scimpanzé, del babbuino, del mandrillo, del macaco e dell'orso  

Risposta 30. 
 Non penso che la natura, grazie all’evoluzione biologica, abbia creato l’uomo, ma piuttosto solo le strutture materiali perché nascesse l’uomo. In una parola, un cervello adatto perché partisse e potesse svilupparsi l’evoluzione culturale. A me pare che senza cultura, intesa nel senso lato della parola, anche per la specie umana non ci sarebbe altro che vita biologica.
Nella formulazione della domanda molto interessante è la serie di proposizioni che iniziano con le parole C’è chi dice”. Ho notato che tranne che per il primo “C’è chi dice”, per tutti gli altri è riportata anche una precisazione che lo mette in dubbio. Mi pare che, a parte la libertà consapevole per l’uomo di essere ciò che decide di essere, per tutti gli altri “C’è ci dice” si adombri il dubbio che le differenze tra gli umani e animali superiori siano piuttosto di tipo quantitativo che qualitativo.
Su questo punto non sono d’accordo. Le differenze culturali tra gli umani, non solo a livello individuale, ma anche tra diverse popolazioni tenute a lungo spazialmente segregate, possono essere abissali, ma non lo sono le strutture dei loro cervelli. Certo, possono esserci delle predisposizioni culturali geneticamente selezionate in funzione delle condizioni di vita. Forse una popolazione che ha dovuto lottare a lungo per l’esistenza in condizioni ambientali sfavorevoli ha favorito la selezione dei caratteri più adatti a fronteggiare questo ambiente (più forza fisica, più resistenza al freddo o al caldo e così via). Ma la scintilla da cui è partita l’evoluzione culturale è probabilmente scoccata per caso, ma, una volta scoccata, ha dato origine a un processo di inarrestabile espansione, quell’altro tipo di evoluzione di cui abbiamo parlato nelle prime di questa serie di domande.

All'origine della cultura umana e della sua evoluzione
Non credo che gli aborigeni australiani abbiano un cervello molto diverso dal nostro, se non per dettagli. Si può supporre che anche tra le popolazioni che hanno una storia e sono il frutto di una progredita evoluzione culturale i geni creativi possano avere dei cervelli straordinari, particolarmente dotati.  Ma l’espansione dei loro conseguimenti non avviene mediante accoppiamenti selettivi, come negli allevamenti animali, ma mediante la comunicazione delle loro idee. Chi può escludere che anche tra popolazioni culturalmente arretrate possano per caso emergere individui con strutture cerebrali particolarmente creative? Ma questi non possono lasciare traccia, perché nella popolazione cui appartengono non esistono strutture comunicative che permettono lo sviluppo e la riproduzione dei frutti culturali di queste potenzialità, che vanno perciò perdute.
Ma voglio dire di più. Nella risposta alla domanda n. 28, a proposito della libertà ho scritto che questa è la selezione darwiniana tra varie possibilità emerse casualmente come frutti della immaginazione, nella quale la parte della necessità è svolta dalla identità di chi fa la scelta. Ma per identità non ho inteso solo la sopravvivenza, o il benessere fisico, o il piacere, ma anche, e più ancora, il nucleo culturale che si è costituito a strutturare una persona libera. Molti animali possono sacrificare la loro vita per la sopravvivenza fisica della comunità cui appartengono, ma solo gli umani possono farlo per le loro idee. Perciò, concordo con Popper nel considerare il mondo della cultura umana dotato di una sua autonoma esistenza per la quale il mondo fisico non può dare altro che un supporto biologico.

Questa è l’ultima domanda di una serie di trenta. Il lungo cammino tra domande e risposte è stato interamente condotto a cavallo tra nozioni scientifiche e speculazione filosofica, aspetti che il professor Rugrali e io consideriamo del tutto inscindibili nel processo conoscitivo nell’ambito delle scienze della vita non meno che in quello delle scienze umane. Leggendo le domande, si sarà certamente notato che in molte di queste si nascondevano velate provocazioni e ambiguità palesi. Leggendo le risposte, si saranno certamente notate concordanze e differenze d’opinione tra chi domandava e chi rispondeva. E in ciò, nel compiacimento per la concordanza d’opinioni come nel doveroso rispetto per le opinioni altrui da cui nascono sempre nuove occasioni di conoscenza e comprensione, sta l’essenza del dialogo. Poiché, da Socrate e da Platone in poi, la forma del dialogo è strumento di approfondimento e conoscenza, io mi sento arricchito dalle risposte ricevute e vorrei illudermi che chi ci ha seguito fin qui ne abbia ricavato diletto e, se possibile, nutrimento per la mente.
Un sentito ringraziamento al professor Rugarli per la sua disponibilità ad intavolare con me tale dialogo.

Il dialogo presso l'Accademia di Platone