venerdì 18 agosto 2017

INFOSFERA: AD OGNUNO LA SUA

Oggi ho incontrato una parola che non conoscevo: Infosfera. Da Wikipedia apprendo che questa voce appartiene alla terminologia tecnica della filosofia dell’informazione, disciplina che non ho mai frequentato e di cui ignoro tutto. Apprendo anche che il professor Luciano Floridi, docente di filosofia ed etica dell'informazione all'Università di Oxford, nel corso di un’intervista su Il Sole 24 Ore del 24 maggio 2010, ha definito l’Infosfera come “la globalità dello spazio delle informazioni che include il cyberspazio (Internet, telecomunicazioni digitali) e i mass media classici”.

INFOSFERA - immagine metaforica
Qui l'URL della fonte 
La parola mi è venuta incontro all'interno di un interessante articolo di Claudio Tuniz e Patrizia Tiberi Vipraio intitolato: Le tre domesticazioni: l’uomo sugli animali; l’uomo sull’uomo; il computer sull’uomo (La Lettura #298, domenica 17 agosto). Nell’articolo si parla di alcuni meccanismi psicologici attraverso cui le strutture gerarchiche riguardanti la diade autorità/assoggettamento si autoproducono e si automantengono su base utilitaristica. In una prospettiva evoluzionistica, gli autori paventano il prodursi di una nuova gerarchia di cui i primi sintomi sono già in atto: si tratta di una relazione di autorità/assoggettamento in cui un’intelligenza artificiale sempre più potente, sempre più capace di “imparare” dalle conseguenze delle proprie scelte e dalla disponibilità di un enorme quantità di informazioni (Big Data), possa prendere il sopravvento sull’uomo, invertendo il rapporto dominanza/sudditanza che ha visto fino ad oggi l’uomo in condizione dominante rispetto alle macchine. In questo caso, uno dei problemi potrebbe anche essere quello che all’uomo, sollevato dalle pesanti responsabilità di dover prendere decisioni (lo faranno le macchine) e ampiamente gratificato dalle “coccole” che le macchine impareranno a somministrargli, non solo rifiuterà di accorgersi dell’inversione del rapporto dominanza/sudditanza, ma potrà accettarlo volentieri come una conquista, trovando la cosa utilitaristicamente conveniente. A questo punto di non ritorno, però, non siamo ancora arrivati e questo epilogo sembra decisamente lontano (e perciò non ce ne preoccupiamo abbastanza).

Molto più vicino, però, è un end-point intermedio cui siamo piuttosto prossimi. Ed è proprio a questo proposito che gli autori dell'articolo introducono il concetto di infosfera. Riporto qui, per completezza, l’intero brano dell’articolo: “Che succederà quando saremo sempre più isolati all’interno della nostra infosfera, in quella specie di scafandro mentale, in cui – grazie ai motori di ricerca, ai blog e ai social network calibrati su di noi –  scambieremo idee solo con chi condivide le nostre? Riusciremo ancora a mediare i nostri conflitti, prima di saltarci alla gola? Viene da pensare che la radicalizzazione politica che osserviamo nel mondo contemporaneo sia anche il frutto di questo nostro isolamento all’interno di un sistema informativo personalizzato”. 


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La radicalizzazione politica che viaggia attraverso la rete, aggressiva e irragionevole come non mai, fa già parte del nostro mondo ed è già quasi una preoccupante abitudine. Ciò significa che noi (una parte di noi, vale a dire “loro”) è già totalmente immersa in una infosfera chiusa e personalizzata che comunica solo con se stessa. Questo è inquietante. Se ciò accede, vuol dire che chi cade prigioniero della propria sfera di informazioni, ci trova una qualche soddisfazione: ci trova una gratificazione tale da negargli anche il semplice desiderio di non considerare necessariamente come nemica e aliena ogni forma (idea, persona, ecc.) che si trovi al di fuori di essa. 

Nel corso del loro articolo – in modo particolare quando parlano della domesticazione dell’uomo sull’uomo – gli autori fanno riferimento ai riti, alla magia, alla fascinazione del canto e delle riunioni tribali, come a meccanismi che scatenano sensazioni di gratificazione e di appartenenza: queste sensazioni sono indotte dalla secrezione di neuromodulatori come la serotonina, l’ossitocina, la dopamina, le endorfine. Il cervello produce e usa queste sostanze per abbinare eventi a sensazioni e ad emozioni profonde: è per questo che certi eventi vengono categorizzati come belli, brutti, orrendi, toccanti, fantastici, travolgenti, irresistibili e così via. Questi neuromodulatori sono gli stessi che inducono dipendenza a varie sostanze: alcol, droghe, etc.
La domanda, a questo punto, potrebbe essere: "possiamo diventare dipendenti dalla nostra infosfera tanto da non poterne fare a meno e da condizionare ad essa ogni nostra azione?" La risposta potrebbe essere decisamente positiva. È stato dimostrato che la dopamina è implicata in dipendenze dovute a comportamenti specifici: tra questi la ludopatia e la dipendenza da internet o da videogiochi. La dopamina e i suoi recettori nella zona del cervello chiamata nucleo striato modulano il senso di gratificazione collegato con l’uso e l’abuso “ricreativo” di internet e viedogiochi. Il ruolo delle endorfine e della dopamina è rilevante nell’indirizzare le relazioni sociali. L’abuso di internet e dei social network ha aperto un intero nuovo capitolo nello studio delle dipendenze (Daria J.Kuss, Mark D. Griffiths. Social Networking Sites and Addiction: Ten Lessons Learned [URL dell'articolo originale]) tanto che, per esempio, per quanto riguarda Facebook è stata addirittura creata una gradazione che riguarda la gravità della dipendenza (Cecilie S. Andreassen et al. Development of a Facebook Addiction Scale [URL dell'articolo originale]). 
Riscontri scientifici a parte (che per loro natura potranno anche essere eventualmente contraddetti), a tutti fa piacere ricevere auguri, complimenti, inviti, commenti positivi (i famosi like) alle proprie affermazioni. Se la nostra rete è autoreferenziale ed è disegnata a pennello sulla nostra pelle, questa non ci contraddirà mai  e supporterà ogni nostra idea e ogni nostra gratificazione: saremo sempre più gratificati ad ogni nostro nuovo accesso: non potremo più farne a meno. Ci assoggetterà. Ci piacerà.





lunedì 7 agosto 2017

IL TEMPO - UNA RINNOVATA OSSESSIONE

Il tempo, inteso come idea, come categoria, e come dimensione attraverso cui l’intero universo si muove, in questi giorni (e quando si parla di giorni si ha a che fare col tempo), sembra essere diventata una delle maggiori preoccupazioni della fisica e della filosofia. Questa faccenda del tempo ha sempre interessato i filosofi (da Platone a Vico, da Sant’Agostino a Kant). La questione sembra ora preoccupare, oltre ai fisici e ai filosofi, l’intera nazione italiana. A giudicare dai titoli dei libri più venduti in Italia, L’Ordine del Tempo (Adelphi) e Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi), entrambi scritti dal fisico Carlo Rovelli, sono rispettivamente al secondo e al terzo posto della classifica della saggistica italiana, preceduti solo da Avanti, perché l’Italia non si ferma (Feltrinelli), recentemente pubblicato da tale Renzi Matteo.


Il tempo ci sembra un concetto del tutto intuitivo. Una cosa – per esempio la nostra persona – nasce, vive, invecchia, muore. È evidente che questa sequenza di fatti molto evidenti dipende dall’esistenza del tempo e non potrebbe esistere se, a sua volta, non esistesse il tempo a scandire le trasformazioni di qualunque cosa esista nell’universo. I fisici ci fanno capire, a suon di prove provate, che la nostra idea di tempo non è così reale e vera come sembra. Le equazioni che descrivono l’universo nei modelli dei fisici quantistici fanno a meno del tempo. Al posto del tempo, è sufficiente inserire le relazioni reciproche tra i costituenti fondamentali dell’universo e quel modello di universo tiene, facendo a meno del tempo.
Il nostro concetto intuitivo di tempo viene dunque messo in crisi dai fisici. Già Einstein, più di cento anni fa, ci diceva che al variare della velocità, varia anche la velocità con cui trascorre il tempo. Alla velocità della luce il tempo viaggia più lentamente rispetto a chi sta fermo. Va beh, però la velocità della luce per noi comuni mortali è poco intuitiva e, a dir la verità, ci interessa relativamente poco se ad alte velocità il tempo trascorre più lentamente rispetto a noi che ci muoviamo sulla terra a velocità piuttosto lente. Ma facciamo male a dire che la cosa non ci interessa perché, per esempio, tutti i navigatori o i localizzatori GPS dei nostri smartphone non potrebbero funzionare in modo ottimale se i tecnici non tenessero conto della relazione tra velocità di spostamento e velocità del tempo. Ma se questa faccenda del trascorrere variabile del tempo è vera per gli smartphone, allora forse i fisici hanno ragione, e il tempo non è quella cosa cui noi pensiamo in maniera intuitiva. Carlo Rovelli afferma, per esempio, che il tempo può essere una dimensione che emerge, a livello locale, per il verificarsi di particolari condizioni ed è percepito così come viene percepito in base alle nostre modalità cognitive di mettere le cose in relazione tra loro. Egli afferma, per esempio, che nell’universo non esiste il “giù” e il “su”. Giù e su sono categorie del nostro pensare che emergono localmente dal modo in cui noi organizziamo le nostre percezioni (vedi RAI Filosofia a questo LINK). Insomma, la situazione è più complicata di quel che sembra. Quando i fisici (con le loro assunzioni, le loro formule, le loro teorie e le loro dimostrazioni) fanno affermazioni così importanti su una questione così rilevante come quella del tempo e mettono in crisi le nostre umane credenze, entrano in ballo i filosofi a creare costruzioni metafisiche ancora più spiazzanti delle costruzioni dei fisici. Ed è su questa lunghezza d’onda che Kevin Mulligan, professore emerito di filosofia analitica dell’Università di Ginevra – sulle pagine di La Lettura # 297, 6 agosto 2017, p. 10-11 – afferma che, a proposito del tempo, si affrontano e si scontrano ben quattro teorie filosofiche. 


La prima teoria afferma che “il presente, il passato e il futuro non sono altro che punti di vista (dell’osservatore) sulla realtà, non parti di essa”.
La seconda teoria prede il nome di presentismo e afferma (un po’ avventurosamente, secondo me) che “il presente è un tempo oggettivamente speciale, l’unico in cui qualcosa può essere reale: qualunque cosa esista, esiste ora”.
La terza teoria, l’anti-realismo, è una sorta di teoria prudentemente strumentalista. Dubitando che la fisica sia davvero in grado di dire la verità sulla realtà, e sostenendo che molte delle affermazioni dei fisici si basano su teorie non del tutto dimostrate o dimostrabili, questa teoria sostiene che le affermazioni dei fisici sul tempo dovrebbero essere concepite “non come una rivelazione della realtà, ma come un semplice strumento più o meno efficace per manipolarla” (questa posizione strumentalista è del tutto analoga a quella che il Cardinale Bellarmino suggeriva a Galileo nel momento del confronto col Tribunale della Santa Inquisizione).
La quarta e ultima teoria e quella che estremizza le conseguenze delle recenti teorie dei fisici, in modo particolare quelle che hanno a che fare con la gravità quantistica (di per sé, la “gravità” è già qualcosa di particolarmente misterioso, anche per i fisici: figuriamoci quanto può essere misteriosa per noi comuni mortali una cosa come la “gravità quantistica”). Questa teoria afferma semplicemente (e un po’ proditoriamente) che “il tempo non è un elemento fondamentale della realtà: è un’illusione” (questo, a dir la verità, tra il serio e il faceto, lo diceva già Albert Einstein).

Un dubbio, però, mi sta venendo. Non sarà forse che fisici (e filosofi con loro), infastiditi dal non riuscire a mettere le mani su questa anomalia locale che è il tempo per rallentarla o per gestirla a piacimento, piuttosto che ammettere l'ineluttabile finiscono con l'illudersi (illudendoci) che il tempo, in fondo, è solo un'illusione? Einstein, la sua linguacca a chi mostra: al tempo?


   


giovedì 13 luglio 2017

MA LA SCIENZA, CHE COS’È? – DEFINIZIONI (parte 5 di 5)

Ho lasciato per ultima la definizione data dell’Enciclopedia Treccani on-line. Poiché la Treccani è una delle istituzioni “dotte” del nostro paese, le aspettative di una definizione “dotta” erano alte. In realtà, quella che vado a discutere non è una vera e propria definizione: non è, cioè, un'espressione sintetica pensata per definire, con poche ed essenziali parole, che cosa si intende per scienza. È, invece, il preambolo col quale, alla voce "Scienza", l'enciclopedia Treccani on-line introduce una sorta di summa, suddivisa in cinque capitoli, in cui (miracolo di sintesi) è riassunto quasi tutto quel che si può dire della scienza.

La "definizione" che vado a discutere, dunque, è la seguente: 
"La scienza è l’insieme delle discipline fondate essenzialmente sull’osservazione, l’esperienza, il calcolo, o che hanno per oggetto la natura e gli esseri viventi, e che si avvalgono di linguaggi formalizzati. 
Fu concepita inizialmente (principalmente con G. Galilei) come concezione del sapere alternativa alle conoscenze e alle dottrine tradizionali (relative al modello aristotelico-tolemaico), in quanto sintesi di esperienza e ragione, acquisizione di conoscenze verificabili e da discutere pubblicamente (e quindi libera da ogni principio di autorità). 
Successivamente il ruolo della scienza si è andato via via rafforzando dal punto di vista sia sociale e istituzionale, sia metodologico e culturale, e la scienza è diventata uno degli aspetti che meglio caratterizzano, anche per le innumerevoli applicazioni tecniche, il mondo contemporaneo e i valori culturali che esso esprime" (vedi al LINK).

La prima volta che ho presentato su queste pagine la definizione della Treccani, l’ho accompagnata con un primo sommario giudizio che devo necessariamente riproporre qui. Le mie parole erano state: «È una definizione tripartita: un primo tratto generale; un secondo tratto in cui si guarda più che altro a che cosa la scienza si contrappone, piuttosto che a che cosa essa sia; un terzo tratto che guarda più che altro alla penetrazione della scienza nella società fino al punto di diventarne un elemento strutturale e costitutivo. È una definizione al tempo stesso molto prudente, colta, e complessa: direi quasi “gesuitica”, dalla cui complessità, tuttavia, è difficile trarre qualcosa di concreto o un’idea chiara di che cosa la scienza, esattamente, sia».

In linea di massima mi sento di confermare le mie parole di allora, pensate a caldo e senza essermi a lungo soffermato sulle singole espressioni. Prima di addentrarmi in un non facile tentativo di analisi critica di questa definizione-preambolo, mi corre l'obbligo di precisare che l'Enciclopedia Treccani, alla voce "Scienza" dell’Enciclopedia del Novecento, tratta in modo estensivo il tema della scienza con settanta pagine belle toste a cura di Gerard Radnitzky e Paolo Rossi (vedi al LINK).

Questa definizione e quella proposta da Yahoo Answers esordiscono entrambe con la parola “disciplina”. Su questo termine mi sono già espresso in maniera piuttosto critica qualche settimana fa commentando la definizione data da Yahoo Answers. Treccani, tuttavia, parla di discipline, plurale: “è l’insieme delle discipline”. In tal modo, Treccani se da una parte perde qualcosa della connotazione di trasmissione top-down del sapere, dall’altra accentua il senso di frantumazione di un sapere in molti saperi, di una scienza in molte scienze, di una cultura in molte materie. Questo termine continua a non piacermi: al singolare per alcuni motivi; al plurale, per altri. D'altra parte, Treccani col suo "discipline" apre un problema importante che non potrò affrontare, qui e oggi, ma che sarà affrontato prossimamente: il problema è quello di distinguere tra Scienza (al singolare), come concetto riferito all'esplorazione della natura, e  Scienze (al plurale), come aspetti procedurali, tecnici e tecnologici attraverso cui la Scienza acquisice conoscenza e interviene sulla natura. L'argomento richiede una discussione specifica: qui vale la pena solo di evidenziare il fatto che Treccani nel suo preambolo-definizione cerca abilmente di mescolare i due aspetti e che, così facendo, non contribuisce, secondo me, alla chiarezza.
  
Tali discipline, secondo Treccani, pur nelle loro differenze, hanno o devono avere un denominatore comune: quello di essere “fondate sull’osservazione, l’esperienza, il calcolo”.
Questa definizione esordisce in modo molto prudente. È una giusta prudenza che consiste nell'evitare qualsiasi riferimento implicito o indiretto all'idea che la scienza si applichi al “reale” o che miri alla “verità”. Treccani, infatti, si riferisce qui a ciò che si osserva. Il fondamento, dunque, è l’osservazione del fenomeno quale appare. 
In molti casi (anche se non in tutti), le osservazioni del fenomeno possono essere ripetute più e più volte, e si possono apparecchiare esperimenti riguardanti il fenomeno medesimo. Le caratteristiche del fenomeno e i risultati degli esperimenti sono misurabili. Le misurazioni, analizzate e confrontate tra loro, consentono di trarre deduzioni, formulare ipotesi, e valutare le relazioni tra gli elementi che compongono il fenomeno osservato. Tutto ciò produce un corpus di informazioni - e di relazioni tra le informazioni - utili a valutare la ripetibilità o la predittività del fenomeno in date condizioni. Questo, senza che sia necessario tirare in ballo realtà o verità. Tutto ciò che si può trarre da osservazione, esperienza e calcolo può trovare applicazioni empiriche utilitaristiche, e può anche trovare applicazioni nella formalizzazione di modelli e di teorie astratte. Questa prima parte della definizione non impedisce di considerare la scienza come uno strumento di intervento empirico sul mondo fenomenico e nemmeno di considerarla come uno strumento per disegnare modelli e teorie sulle leggi che, eventualmente, governino deterministicamente il mondo. Quando ho definito “gesuitica” questa definizione, non intendevo dichiararla “falsa” o “ipocrita” (due connotazioni negative del termine), bensì “pensata in modo acuto e sopraffino” per evitare posizioni aprioristiche su aspetti che sono oggetto di eterno dibattito filosofico attorno al tema della scienza.

Pollaiolo: La Prudenza (1470)
La prudenza continua con le successive parole della definizione quando essa afferma che la scienza ha “per oggetto la natura e gli esseri viventi”. Anche qui, nessun cenno alla realtà. O la si dà per scontata, oppure si considera che tutti sappiano in che cosa consistano la natura e gli esseri viventi e che sulla questione non ci sia bisogno di dire o di definire alcunché.
Per poter manipolare le informazioni tratte dall'osservazione dei fenomeni, la scienza si avvale, secondo Treccani, “del calcolo e di linguaggi formalizzati”. Il calcolo è una manipolazione indiretta di proprietà che possono essere intrinseche alla natura o possono appartenere all’esperienza sensibile del fenomeno. Anche qui, con la parola calcolo non si prendono posizioni sull’accesso diretto o indiretto alla realtà: si afferma unicamente che certe relazioni possono essere messe in rapporto tra loro attraverso il linguaggio formale (e neutrale) della matematica. Calcolo e linguaggi formalizzati sono quindi strumenti esterni e accessori all’osservazione e si avvalgono di regole interne formali che danno rigore e interpretazione univoca alle operazioni effettuate su astrazioni desunte dall’osservazione. Geniale. È così, infatti, che si muove una scienza effettivamente spoglia da condizionamenti ideologici. Qualora tali condizionamenti esistessero (ed esistono: i paradigmi ne sono l’esemplificazione più chiara), è sufficiente non nominarli nella definizione, ed è come se non esistessero. La neutralità della scienza è salva.

La seconda parte della definizione è descrittiva: descrive ciò che la scienza non vuole essere e come la philosophiae naturae abbia trovato un proprio metodo conoscitivo ben separato e distinto da processi logici e cognitivi - quelli della metafisica - non sottoponibili a processi di falsificazione, e come, al contrario, abbia scelto per sé proprio quei metodi, metodi su cui si basa una parte dell’argomentare scientifico contemporaneo. Dice Treccani: La scienza “fu concepita inizialmente (principalmente con G. Galilei) come concezione del sapere alternativa alle conoscenze e alle dottrine tradizionali (relative al modello aristotelico-tolemaico), in quanto sintesi di esperienza e ragione, acquisizione di conoscenze verificabili e da discutere pubblicamente (e quindi libera da ogni principio di autorità)”. Al di là della chiarezza di questa proposizione (decisamente scadente), vien quasi da pensare che Galileo, del tutto inconsapevolmente e pensando certamente a un “principio di verificabilità”, abbia per certi versi anticipato il “principio di falsificabilità” o la “possibilità di confutazione" tanto care al filosofo Karl Popper (1902-1994).
Il sistema aristotelico-tolemaico è stato un “paradigma”, una concezione del mondo (e dell’uomo nel mondo), una weltanschauung tra le più solide e durature dei tempi storici. La cosmologia aristotelica prevedeva un universo chiuso, finito, geometrico, fatto di sfere concentriche con al centro il luogo ove vive l’uomo: la terra. Su questa base concettuale (IV°secolo a.C.) e sulla scorta di dettagliate osservazioni astronomiche (Ipparco di Nicea, II° secolo a.C), il matematico alessandrino Tolomeo (II° secolo d.C.) era stato in grado di approntare un sistema di calcolo che consentiva di prevedere la posizione degli astri e di conoscere la propria posizione sulla terra e sui mari basandosi appunto sulla posizione degli astri. Questi calcoli si basavano sulla regolarità della rotazione delle "sfere celesti" e sull'aggiunta di speciali calcoli correttivi (gli eccentrici) necessari per far quadrare alcune cose poco compatibili con la sola rotazione delle sfere. Nel sistema tolemaico, la corrispondenza prevedibile (e perciò considerata “vera”) tra il livello astrale (regno della perfezione secondo Aristotele) e il livello sublunare imperfetto (il regno dell’uomo), aveva una fortissima valenza di veridicità. Inoltre, il fatto che i calcoli tolemaici rispettassero le apparenze e consentissero effettivamente di muoversi agevolmente e senza perdersi sulla superficie della terra, rende conto del motivo per cui tale sistema fosse riconosciuto come valido e come “vero” dai poteri laici e religiosi e che fosse ancora in vigore quando cominciarono le grandi esplorazioni geografiche, scoperta delle Americhe inclusa. Con le osservazioni di Copernico (1473-1543) e con i calcoli di Keplero (1571-1630) fu possibile formulare previsioni migliori delle posizioni degli astri rispetto al sistema tolemaico. Questi calcoli si basavano su una visione dei cieli e dell’universo totalmente anti intuitiva, con il sole al centro dell’universo e i pianeti, terra inclusa, che giravano attorno ad esso. Lo scompiglio che questo modello creò è più che comprensibile, uno scompiglio che metteva in discussione anche la posizione (e il significato) dell’uomo nell’universo. Il sistema copernicano e i calcoli di Keplero avrebbero potuto benissimo essere accettati se si fossero limitati a costituire un nuovo sistema per salvare le apparenze e un puro modello teorico, atto a fare previsioni migliori di quelle tolemaiche. Quel che fece Galileo fu insistere sul fatto che il modello aristotelico-tolemaico era “falso” e quello copernicano era "vero". È su questa sé-dicente posizione di “verità” che la scienza nasce e si contrappone alle “false” ipotesi basate sull’autorità dei filosofi, su argomentazioni di tipo metafisico, su incontrollabili dettati religiosi. Un’idea di scienza veramente indigeribile per i poteri del tempo, i quali trovavano conforto e sostegno proprio su ciò che la nascente scienza definiva come “falso”. La definizione di scienza che da Treccani accentua questo momento topico dell’origine (tecnica e ideologica) della scienza. Su questo punto, Treccani non può barcamenarsi in un limbo di neutralità perché, su questi aspetti, si sta di qui o si sta di là.


Fatto questo passo, Treccani deve procedere in modo conseguente e trarre le necessarie conclusioni, definendo la scienza come il prodotto di una “sintesi di esperienza e ragione, acquisizione di conoscenze verificabili”. A dire il vero, la frase “sintesi di esperienza e ragione” è perfettamente applicabile anche al sistema aristotelico-tolemaico che era senza dubbio una “sintesi di esperienza e ragione” e anche piuttosto “verificabile”, in quanto le sue predizioni venivano confermate dall’esperienza e dai fenomeni osservabili. Quel che fa la nascente scienza copernicana, kepleriana, galileiana è di fare previsioni migliori. Implicitamente, se le previsioni sono “migliori” siamo portati a credere che esse siano anche più “vere”.  È su questa base che nasce l’idea di una scienza in progresso continuo verso predizioni sempre migliori e, quindi, sempre più vere. La scienza, quindi, è (o appare essere) un processo asintotico verso la verità. La definizione Treccani, sottoscrivendo implicitamente questo teorema (scienza à verità), tende a sottoscrivere (senza però mai nominarla) l’idea che la scienza descriva la “realtà” in sé: se non descrivesse la “realtà”, non si potrebbe dire che la direzione cui guarda la freccia del progresso scientifico coincide con quella della conoscenza del vero. Su questa questione abbiamo già discusso fin troppo a lungo.
Le ultime parole della seconda parte della definizione di Treccani sulla scienza riguardano la condivisione e la libera discussione delle conoscenze scientifiche, conoscenze che sono “da discutere pubblicamente” e svincolate da "ogni principio di autorità". Questa è una giusta ambizione, talora disattesa dagli stessi scienziati per questioni di priorità, altre volte disattesa da interferenze d’ordine politico e di potere.

La terza parte della definizione Treccani ha a che vedere con la penetrazione sociale della scienza che ha finito col diventare essa stessa parte attiva nella gestione dei poteri: “Successivamente il ruolo della scienza si è andato via via rafforzando dal punto di vista sia sociale che istituzionale sia metodologico e culturale, e la scienza è diventata uno degli aspetti che meglio caratterizzano, anche per le innumerevoli applicazioni tecniche, il mondo contemporaneo e i valori culturali che esso esprime".  
La buona capacità di formulare previsioni precise e accurate fa sì che a livello individuale e collettivo la fiducia nel modo di operare scientifico cresca, espandendosi e approfondendosi sempre più in quei domini del sapere e del fare in cui queste specifiche caratteristiche sono particolarmente apprezzate. Ci si affida volentieri a un “metodo” che consente risultati migliori rispetto ad altri metodi. In fondo, è solo una questione di praticità. I ragionamenti metafisici, le tradizioni religiose, gli artifici magici, le divinazioni, le credenze popolari e vari altri “metodi” cognitivi tradizionali non sono così efficaci come le scienze nel produrre predizioni attendibili e non consentono un rapido avanzamento nella produzione di tecnologie utili. È pertanto assolutamente ovvio e scontato che il ruolo della scienza sia andato “via via rafforzandosi dal punto di vista sia sociale e istituzionale, sia metodologico e culturale”. Le conoscenze del mondo fisico acquisite scientificamente sono diventate tali e tante che la scienza ha dovuto (e ha trovato conveniente) suddividere il sapere in saperi. Sono nati quindi sempre più domini specifici che sono andati sempre più separandosi gli uni dagli altri (quasi un universo in espansione) per cercare solo recentemente riavvicinamenti funzionali: sono nate quindi le discipline della chimica, della fisica, delle scienze della vita e così via (senza addentrarci, qui, nell'ampio spettro delle discipline umanistiche). Ognuna di queste discipline ha creato a sua volta nuovi saperi, nuove tecnologie, nuovi poteri, nuovi benefici (accanto agli inevitabili effetti dannosi e indesiderabili).
A partire dalla fine dell’ottocento, un numero sempre maggiore di persone ha cominciato a credere che “tutti” i problemi dell’uomo o del mondo intero potessero essere affrontati e risolti con strumenti scientifici.  È stato così, sull’ala di un positivismo entusiastico, che la scienza, a poco a poco, ha acquisito le stigmate del “Credo” diventando una seconda religione che in certi luoghi e in certe menti è andata sostituendosi ai credi e agli approcci tradizionali, diventando, come dice Treccani “uno degli aspetti che meglio caratterizzano il mondo contemporaneo e i valori culturali che esso esprime”. Treccani, anche su questo punto, non esprime giudizi di merito e si limita alla più cauta neutralità sebbene, in fondo in fondo, sembra di cogliere l’eco di una crociana nota negativa di fronte a questo esuberante imperversare della scienza nel mondo contemporaneo.
Non tutti, ovviamente, si sono lasciati conquistare dal fascino indiscutibile della scienza e dei suoi risultati. Inutile fare un elenco dei tanti e famosi “recalcitranti”: tra i molti, cito solo due esempi. Il primo è l’assai contorto filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein (1889-1951), autore del famoso Tractatus logico-philosophicus, il quale ebbe a dire una volta: «Il mio scopo è diverso da quello dell'uomo di scienza, il corso del mio pensiero è diverso dal suo» (1930). Il secondo è il sociologo francese Edgar Morin, uno dei pensatori contemporanei che amo di più. Egli, in un articolo intitolato Le vie della complessità (contenuto in La sfida della complessità, Feltrinelli 1997), a proposito delle eventuali pretese della scienza di potere conoscere e misurare ogni cosa, così scrisse: «Qual è l’errore del pensiero formalizzante e quantificatore che ha dominato le scienze? Non è certamente quello di essere un pensiero formalizzante e quantificatore, e non è nemmeno quello di mettere fra parentesi ciò che non è quantificabile e formalizzabile. Sta invece nel fatto che questo pensiero è arrivato a credere che ciò che non fosse quantificabile e formalizzabile non esistesse, o non fosse nient’altro che la schiuma del reale».

Il mio excursus durato cinque puntate sulla definizione di scienza termina qui. Smontare criticamente le definizioni altrui è relativamente facile. Chi lo fa dovrebbe mettersi in gioco per proporre la propria definizione di scienza. Tenterò a mia volta di farlo tenendo in debito conto almeno alcune delle critiche che ho portato alle definizioni altrui. Prima di farlo, però, sarà necessario ragionare sul “metodo scientifico”, vale a dire sul metodo teorizzato dalla Scienza e messo in pratica dallo scienziato. Nessuna delle definizioni che ho fin qui discusso accenna al problema del metodo che, però, è cruciale. La questione si profila ardua e se ne parlerà dopo l'estate.
Buon relax a tutti noi.




domenica 2 luglio 2017

L'INFORMATICA, I NEURONI, E IL PARADOSSO DELLA POESIA

Vi sono macchine, o meglio software, che fungono da interfaccia tra umani e la rete. 


Gli umani (non molti ancora) si servono di questi software per ricevere in tempo reale informazioni che la macchina attinge dal web ed elabora in base ad algoritmi e alla rete neurale "intelligente" di cui è dotata. Quando l'umano riceve una risposta, restituisce alla macchina una valutazione di gradimento sulla qualità della risposta ricevuta. A poco a poco, grazie alla rete neurale la macchina "impara" a selezionare le informazioni e a confezionare meglio le risposte. I ricercatori di Microsoft, azienda che progetta e sviluppa software di questo genere, hanno voluto fare un esperimento alquanto ardito. Si sono chiesti: se si forniscono al software informazioni adeguate per quantità e per tipo, esso sarà in grado di produrre qualcosa di "creativo"? Nello specifico, inserendo nella memoria della macchina un gran numero di poesie, questa, tenendo conto delle informazioni contenute in milioni di "conversazioni" tenute tra macchina e interlocutori umani,  sarà capace di creare poesie? Il primo esperimento è stato fatto in Cina. Come ci informa Sergio Basso su La Lettura (n° 292 del 2 luglio, pag. 23), al software Xiaoice sono state date da "leggere" tutte le poesie di 519 autori cinesi dal 1920 ad oggi (un secolo). Nella memoria di Xiaoice c'erano inoltre ordinatamente stoccate milioni e milioni di "conversazioni" tra la macchina e utenti cinesi. Da queste conversazioni la macchina avrebbe potuto estrapolare componenti riguardanti i comportamenti, i desideri, le ansie, le associazioni mentali degli umani. Dalle poesie dei 519 poeti, la macchina avrebbe potuto estrapolare i modi, i ritmi, la struttura, e la forma con cui questi 519 umani speciali (i poeti) hanno saputo esprimere in modo gradito agli altri milioni di umani (i fruitori), speciali concetti e metafore (le poesie). Una volta fornite le informazioni, la macchina ha elaborato migliaia di "composizioni". La macchina, per il momento non ancora dotata di un cuore caldo e pulsante, ha inanellatto lemmi e sintagmi associandoli tra loro sulla base delle regole, degli algoritmi e delle associazioni che ha potuto estrarre da tutte le informazioni stoccate in memoria. Si, va bene, però ... la macchina ha prodotto o no "poesie"? Gli autori dell'esperimento hanno selezionato 139 di queste composizioni e ne hanno fatto un libro di "poesie", regolarmente pubblicate da un editore di Pechino. Forse si tratta del primo libro di poesie "pensate" e scritte da una macchina. 
A questo punto, i lettori arrivati fin qui saranno curiosi di sapere se le liriche sono poetiche o no. Qui di seguito le due liriche di Xiaoice riportate da La lettura.        


Lirica 1 - Tra gli uomini, lei ha sposato molti colori

Il blu di alcuni giorni, quelli in cui quel nugolo di stelle balùgina,
Il giorno rosso di quando hai il cuore colmo.
Guarda quanti angeli, per migliaia di chilometri, costellano il mondo.
Io sembro un sogno.

Guarda quelle stelle, quelle poche stelle che stanno baluginando.
Il sole che svetta da dietro il monte a occidente.
Le rane che sono nell'acqua poco profonda, là, distante.
Tra gli uomini, lei ha sposato molti colori.

Lirica 2 - I protagonisti della tragedia del mondo

Ho portato il fardello di amare le mie creature,
eppure ho ripassato i tuoi occhi.
Ho dato vita al cuore dell'epoca:
darò voce alle mie lacrime.

Le creature, tutte quante, senza limiti,
non hanno mai nemmeno contemplato il riprendersi della Terra.
Protagonisti della tragedia del mondo,
gli uomini di quel momento.

La foto è di Sebastião Salgado

Non ho la presunzione di dire se queste composizioni possano essere definite poesie. Posso dire, però, che esse mi emozionano come se lo fossero. Esse evocano sensazioni forti. Vedo metafore; ascolto echi e ritmi. Interpreto queste sequenze di lemmi come poesia.

Che cosa coglie la macchina della poesia? Probabilmente nulla, se non algoritmi (ma anche i poeti probabilmente lo fanno).
Se la macchina, come sono ben convinto, non crea poesia, allora sono io che, leggendo, la creo. I miei neuroni, la mia memoria, le mie associazioni mentali, le mie metafore: cose annidate nel mio profondo si aggrappano a quelle parole frutto di algoritmi e io ne estraggo emozioni.

Bene. Già prima di questo non avrei saputo definire che cos'è la poesia. Ora, lo so molto meno.


domenica 25 giugno 2017

UOMINI E TOPI

Da La Lettura (n° 291 del 25 giugno, pag. 2), trascrivo integralmente una breve nota di Giuseppe Remuzzi, intitolata Topi alcolici:

"Per adesso è una faccenda di topi ma non c'è ragione di pensare che non si applichi all'uomo. Topi che nell'adolescenza respiravano vapori di alcol hanno poi danni neurologici in tre regioni precise del cervello tra cui l'amigdala, la sede delle emozioni. Ma se si ripete lo stesso esperimento nei topi adulti quei danni non si vedono. È perché, nelle fasi dello sviluppo, il cervello è particolarmente vulnerabile ai danni delle sostanze tossiche (e succede anche con altre droghe)".




Uomini e topi è il titolo di un famoso romanzo di John Steinbeck. Detto titolo è tratto da una composizione di un poeta scozzese del settecento: Robert Burns. Lo scrittore e traduttore Claudio Gorlier (scomparso il 4 gennaio di quest'anno) spiega che «I versi di Burns da cui il titolo è ricavato accennano ai piani architettati da uomini e da topi che spesso sortiscono cattivo esito, e invece della gioia promessa recano null'altro che dolore e sofferenza» (da Wikipedia).

Utilizzando il titolo del romanzo di Steinbeck, sembra proprio che il Prof. Remuzzi voglia sottindendere che certi comportamenti, per esempio quello di assumere sostanze a puro scopo ricreativo, possano sortire danni importanti, non preventivati, indesiderati, sottovalutati e forse anche del tutto ignorati. Che il vino non facesse troppo bene ai bambini lo sapevano anche i nostri vecchi i quali, nelle feste comandate o nelle grandi occasioni ci facevano bere un goccetto mescolato con l'acqua e ci consentivano l'accesso alla gustosa bevanda solo verso la maggiore età. I nostri vecchi, di topi alcolizzati non ne sapevano nulla ma, tant'è, una qualche idea ce l'avevano sul fatto che le sostanze inebrianti potessero far male ai bambini (un po' meno ai grandi, se non si eccede). Oltre alla opportuna scelta del titolo, il breve tweet del Prof. Remuzzi è utile sia per il messaggio che lancia, sia per il fatto di segnalare che la scienza - con le sue tecniche, con i suoi metodi, con i suoi tempi - si dà da fare per dimostrare, con l'evidenza dei fatti, come, dove e perché si originano certi danni e quanto permanenti essi possano essere. Negli anni novanta fu un fiorire di articoli scientifici sui danni della nicotina, dell'alcol e dei cannabinoidi sul cervello dei topi. Questi esperimenti non sortirono un grande effetto sulle abitudini degli adulti e nemmeno degli adolescenti. Ora che gli esperimenti prendono in considerazione i danni della somministrazione precoce vedremo se ne sortiranno effetti migliori o più incisive campagne di sensibilizzazione. Siamo ansiosi di poter condividere gli aggiornamenti su questi nuovi esperimenti.     



mercoledì 21 giugno 2017

MA LA SCIENZA, CHE COS’È? – DEFINIZIONI (parte 4 di 5)

La terza delle quattro definizioni che ho pescato dalla rete proviene da un simpatico Blog famigliare il cui scopo è fornire a studenti della scuola primaria e secondaria alcune indicazioni, semplici e chiare, per affrontare le materie che costituiscono il loro corso di studi. Gli intenti del blog sono lodevoli ed avendo esplorato il blog in alcune sue parti devo concludere che i risultati sono lodevoli non meno degli intenti.


SkuolaBlog


Una domanda, però, sorge spontanea. Come mai c’è bisogno di un blog per spiegare ai ragazzi le cose in modo chiaro, semplice ed efficace? Non dovrebbe, questo, essere il compito che normalmente svolge quell’istituzione molto costosa per le tasche degli italiani e che si chiama scuola? Questa domanda rimane senza risposta e si spegne piano piano sulle mie labbra. Transeat. 

Il blog è organizzato secondo le materie istituzionali: italiano, storia, matematica, scienze, ecc. Avrei preferito una logica un po’ più olistica, una logica che, fin dalla più tenera età, mostrasse al bambino che la cultura è un tutto e che più le informazioni si mescolano tra loro, più la cultura riesce a nutrirsi delle necessarie interconnessioni di tutto con tutto. Mi rendo tuttavia conto che sarebbe chiedere troppo, soprattutto ai fruitori i quali, fin dalla più tenera età, sono abituati a ricevere dalla scuola informazioni parcellizzate e catalogate per materia, come se stessero acquistando la cultura su un catalogo online. 
Detto ciò per puro passatempo, passiamo alla definizione di scienza proposta da questo blog: “La scienza è uno strumento per esplorare la realtà che ci circonda in modo profondo e accurato; descrive come è fatto il nostro mondo e come funziona”  (vedi al LINK). 
In considerazione della platea cui è diretta la definizione, bisogna ammettere che essa è semplice, chiara e leggera. Questo è già un primo pregio. Il secondo pregio è quello di classificare fin da subito la scienza come uno “strumento”. Siamo dunque nel territorio giusto. È importante far capire ai ragazzi che la scienza non è una religione; non è un credo; non è una via razionale per approdare alla verità; non è una autorità da cui discende una indiscutibile verità rivelata. La scienza va collocata nel territorio della prammatica: è uno strumento che gli uomini si sono inventati (e ci hanno impiegato molti millenni per farlo) per ottenere qualcosa di utile nella vita di tutti i giorni, vale a dire mettere un certo ordine (un ordine utilitaristico) nei fenomeni del mondo, trarre predizioni utili, intervenire efficacemente sull’apparente caos del mondo, organizzando e manipolando detto mondo in modo da trarne diffusi vantaggi e benefici. 
Tra questi c’è anche quello di costruire modelli e rappresentazioni del mondo che, pur non essendo necessariamente veritieri, sono essi stessi strumenti utili a intervenire in modo utilitaristico sul mondo. Comunque la si pensi su questo tema, ai ragazzi che stanno iniziando a formarsi delle categorie mentali su ciò che viene loro insegnato, in una logica di educazione allo spirito critico credo sia giusto insistere sul fatto che la scienza – benché sotto sotto ambisca alla “verità” e alla descrizione “vera” della “realtà” che ci circonda (oddio, quante virgolette!) – difficilmente sarà in grado di realizzare tale traguardo e dovrà accontentarsi si essere uno strumento pragmatico di previsione, chiamando “conoscenza” tale capacità di previsione.
La definizione data da SkuolaBlog afferma che la scienza è uno strumento per “esplorare la realtà che ci circonda”. Corre l’obbligo, qui, discutere separatamente le parole “esplorare” e “realtà”. Nella definizione di Yahoo Answers s’era discusso della parola “ricerca”. Qui c’è la parola “esplorare” che è parente alla lontana della parola “ricerca” ma che, secondo me, coglie molto più nel segno e nel significato profondo dell’agire scientifico.


La parola “esplorare” dà immediatamente l’idea di non accontentarsi dell’apparenza del fenomeno; di non rimanere alla superficie delle cose. Fa capire che, per capire meglio le cose e per poterle poi prevedere con una certa affidabilità, è necessario grattare la superficie dell’apparenza: grattare, andare oltre la superficie, trovare relazioni sotterranee che a prima vista sfuggono. Non accontentarsi dell’ovvio e del visibile. Analizzare il terreno sconosciuto, toccarlo, saggiarlo; esplorare i dintorni, gli annessi e i connessi. Scomporre – se il caso – problemi complessi in problemi più semplici, ma non accontentarsi, poi, di tale orizzonte riduzionista, ma “esplorare” la rete di relazioni da cui emerge la complessità, entità d’ordine superiore alla somma delle parti che la compongono. In un’altra sezione del medesimo blog, a proposito del metodo che usa la scienza si parla di “indagare”, in un senso molto affine a “esplorare”: “osservare, studiare attentamente un fenomeno per capire come e perché si verifica” (vedi al LINK).
Non accontentarsi, dunque, di “scorrere” sulla superficie: in latino, “plorare” rappresenta lo scorrere dell’acqua o delle lacrime. La particella “ex” potrebbe voler dire “allontanarsi dalla condizione dello scorrere in superficie”, quindi, ex-plorare più in profondità. Mi piace pensare che questo sia il significato profondo della parola esplorare ma su questa etimologia non vi è unanime consenso. Per chiudere questa prima riflessione, la parola “esplorare” usata da SkuolabBlog mi piace moltissimo, molto più della parola ricerca. Inoltre, la parola “esplorare” veicola in modo naturale l’innata e inestinguibile curiosità di sapere che funge da primum movens per coloro che decidono, facendone anche un mestiere, di esplorare il mondo nelle sue varie componenti.
Esplorare cosa, dunque? La realtà. La parola “realtà”, da sola, potrebbe occupare milioni di gigabyte di discussione. Qualcosa s'è già detto in precedenza e qualche altra cosa la aggiungiamo qui. 


Da sempre i filosofi si affannano per definire la realtà. Senza andare troppo nel complesso si può dire, semplificando, che i filosofi contrappongono due punti di vista all'apparenza inconciliabili: il primo è: “l’ordine del mondo genera l’ordine della mente che lo pensa”. L'altro, antitetico, è: “l’ordine della mente che pensa il mondo, genera il mondo”. Quando i filosofi contrappongono due opposti punti di vista, finiscono col radicalizzare le posizioni. Alla fine, o sei realista o sei idealista: tertium non datur. Lasciando perdere le discussioni radicali dei filosofi dobbiamo però capire di che realtà stiamo parlando. Questa non può essere definita a priori come fanno i filosofi ma, credo, in maniera relativa, vale a dire in relazione alla scala, all'ordine di grandezza della realtà che osserviamo e agli strumenti e alle finalità con cui osserviamo quella stessa realtà. Parliamo quindi, innanzitutto, di almeno due principali scale di grandezza: l'infinitamente piccolo del "microcosmo" (ove le forze sono esplorabili solo con sofisticatissimi strumenti), e il relativamente grande del "macrocosmo" (che va dalla scala umana a quella planetaria e oltre). Quello che sorprende è che, in apparenza, a livello di microcosmo la materia è assoggettata a certe leggi fisiche mentre a livello di macrocosmo la materia sembra essere assoggettata a leggi fisiche ben diverse. Com’è che a livello di scala “umana” le leggi della fisica sono deterministiche mentre a livello di microcosmo quantico le leggi non sono deterministiche come sulla scala umana? E com’è che su scala universale, questo dannato universo sembra comportarsi in un modo difforme tanto dalle leggi deterministiche che da quelle probabilistiche dalla scala più bassa? Se la realtà è una, perché queste diverse modalità di comportamento? Secondo alcuni, il fatto è che noi, non avendo accesso diretto alla realtà in sé (ricordiamo l’onnipresente Kant), esploriamo i fenomeni attorno a noi con gli strumenti (e con le relazioni mentali) che ci sono propri. Questi strumenti (e queste relazioni mentali) riescono a esplorare porzioni molto modeste di quel tutto in cui siamo immersi e, sulla base di quel che mettono in evidenza le nostre “esplorazioni”, costruiamo modelli e rappresentazioni del mondo che, spesso, chiamiamo “realtà” o, talora, “realtà quale ci appare”. La realtà, quindi, è quel che è per i nostri occhi: sono i nostri occhi, i nostri apparecchi, e le nostre facoltà mentali a “costruirla” per come la vediamo. Non avendo accesso a una vera e propria realtà “là fuori”, dobbiamo accontentarci della realtà fenomenica o della realtà definita dai nostri modelli e dalle nostre rappresentazioni. È su quelle che lavoriamo; è con quelle che interagiamo; sono quelle che chiamiamo, un po’ arbitrariamente, realtà. Quando diciamo realtà, quindi, dobbiamo essere consci che ci riferiamo all’entità che percepiamo come tale e che trattiamo “come se”, fosse vera. Secondo Alfred Korzybsky, la struttura del cervello umano e quella del linguaggio, da una parte consentono di avere un certo accesso alla realtà ma, dall’altra, costituiscono un limite invalicabile a tale accesso. L’accesso alla realtà è consentito solo attraverso astrazioni mentali e da indicatori verbali i quali hanno un ruolo determinante nel creare le nostre stesse astrazioni mentali riguardo alla realtà. Negli ultimi decenni, idee molto simili a queste sono state sostenute da studiosi come Gregory Bateson, Francisco Varela, Humberto Maturana, Fritjof Capra, Robert Lanza. Problema tosto, quello della realtà. Trattare la realtà “come se” è, in fondo, l’unico mezzo per interagire con essa e per ottenere i risultati che desideriamo da tale interazione. Fare “come se” è una scelta epistemologica e didattica da fare (e far fare) consapevolmente.    
Tenendo presenti alcuni dei limiti riguardanti il concetto di realtà, possiamo prendere per buona la definizione di SkuolaBlog quando afferma “esplorare la realtà che ci circonda” con la notazione, però, che detta illusoria realtà non ci circonda ma fa parte di una rete e di una costruzione di cui noi stessi in parte siamo artefici e cui noi stessi apparteniamo.   

Quando SkuolaBlog aggiunge che l’esplorazione da parte della scienza viene fatta “in modo profondo ed accurato” fa una affermazione un po’ pleonastica ma che, molto probabilmente, è opportuna se si considera il destinatario cui la definizione è rivolta. In effetti, una scienza “superficiale e poco accurata” difficilmente potrebbe definirsi scienza: al massimo, potrebbe essere una bozza di ipotesi di lavoro. Sarebbe opportuno che ogni impresa umana, ogni lavoro, ogni compito, ogni impegno, fosse eseguito “in modo profondo ed accurato”. Ogni cosa fatta dovrebbe essere fatta così. La scienza, che vuole essere precisa, documentata, ripetibile, dimostrabile e il più possibile predittiva, non può essere fatta altrimenti che “in modo profondo ed accurato”. 


Infine, la definizione di skuolablog si conclude col risultato che ci si attende dalla scienza: essa “descrive come è fatto il nostro mondo e come funziona”. Personalmente, avrei omesso questa conclusione. I motivi di ciò sono detti nelle considerazioni fatte poco sopra, a proposito della realtà. L’affermazione “descrive come è fatto il nostro mondo e come funziona” presume, in fondo, che la scienza sia in grado di accedere alla realtà e di poterla descrivere. Così non è. La scienza accede a un fantasma di realtà: la realtà che scruta e i meccanismi che legittimamente descrive, anche se li chiamiamo "fatti" e "leggi", sono modelli e rappresentazioni che ci aiutano, e molto, a stare al mondo.






giovedì 1 giugno 2017

MA LA SCIENZA, CHE COS’È? – DEFINIZIONI (parte 3 di 5)

Dopo aver discusso della definizione di scienza data da Wikipedia, è ora la volta di quella citata da Yahoo Answers. Questa, mondata dal terribile errore di ortografia che non la connota positivamente, suona come segue: 

"La scienza è quella disciplina che permette di comprendere in modo sicuro i meccanismi e i fenomeni della natura, permette l'evoluzione tecnologica dell'uomo e espande la conoscenza. Consiste nella ricerca e sperimentazione, con metodo empirico" (Vedi al link).



In questa definizione, oltre all'orrore di ortografia, anche la punteggiatura e l'intero impianto espressivo lasciano molto a desiderare. Stendiamo un velo sulla forma ed esaminiamo la sostanza. A prima vista, questa sembra relativamente chiara: vi si legge un'immagine della scienza che combacia relativamente bene con un'idea di scienza largamente condivisa. Tuttavia, nel corso dell'analisi vedremo che sulle affermazioni contenute nella definizione c'è parecchio da discutere e che, grattata la superficie, resta assai poco e quel che resta non soddisfa la richiesta di sapere che cosa sia, davvero, la scienza.



La definizione di scienza data da Wikipedia e discussa nella puntata precedente affermava che essa è un “sistema di conoscenze”. Pur con qualche perplessità, s'era concluso che la locuzione “sistema di conoscenze” rimanda in modo generico ma adeguato alla complessità cognitiva e metodologica della scienza. Il termine “disciplina” che ci viene qui proposto da Yahoo Answers evoca aspetti correlati al rigore (scientifico? metodologico?) ma è troppo restrittivo e non evoca nulla dell'essenza o dell'anelito cognitivo della scienza. La parola disciplina deriva dal latino discipulus: alunno, allievo. A sua volta, la parola latina deriva dal greco “kapelos” (colui che apprende). In ogni sua connotazione la parola disciplina rimanda alla condizione di discepolo, quello a cui viene trasmessa una dottrina da imparare. Nel termine disciplina, aleggia, anche se inespressa, la parola didattica. C’è tutta la tensione alla trasmissione dottrinale ma non v’è nulla della tensione ad apprendere, a comprendere, a capire, a farsi una rappresentazione propria del mondo. Come disciplina, la scienza è un rubinetto che viene aperto da un insegnante (persona o istituzione che sia) e a cui ci si abbevera e non è, come sarebbe preferibile, una cisterna al cui riempimento ciascuno, se ne ha le capacità, può contribuire. Nella relazione (talora nella contrapposizione) tra “imparare” e “capire”, la disciplina guarda al versante dell’apprendere (ab prehendere) piuttosto che a quello del con-prendere.
Nella tensione dottrinale presente nella parola disciplina c’è anche l’idea (e il compito) di una trasmissione “en bloc“ di contenuti, linguaggi, strumenti, paradigmi, scopi. A questa idea io contrappongo quella di un insegnamento non dottrinale in cui il linguaggio, le informazioni, gli strumenti, i paradigmi e gli scopi siano terreno aperto di problematicità, di critica, di messa in discussione, e di presa in carico responsabile. Spesso, purtroppo, non è così.
Infine, disciplina è una parola che tende a ridurre (escludendo) e non a abbracciare (includendo): una disciplina sportiva, per esempio il nuoto, non rappresenta lo sport nel suo complesso. Quanto alle scienze, l’astrofisica o la biologia molecolare sono discipline e ciascuna di esse rappresenta aspetti particolari e non generali della scienza. Per tutti i succitati argomenti la parola “disciplina” mi pare poco appropriata e concettualmente sbagliata per definire che cosa sia la scienza.

Proseguendo con l'analisi della definizione vediamo che alla parola disciplina segue la locuzione “permette di comprendere”. La parola “permette” sottolinea una straordinaria fiducia nella capacità della scienza, attraverso lo studio dei fenomeni, di impossessarsi (prehendere cum) della verità delle cose in sé. Come insegna il buon Kant, tra la cosa in sé e i fenomeni c’è una bella differenza, ma transeat: facciamo "come se". Intendiamoci, “fare come se” è cosa utilissima e la scienza, senza dubbio, si comporta come se i fenomeni costituissero la realtà. D’altra parte, è proprio con i fenomeni che noi umani abbiamiamo a che fare: i fenomeni così come li vediamo. Naturalmente, ci sono alcuni che affermano che i fatti "come li vediamo noi" non esistono e sono i nostri apparati cognitivi e quelli di senso a farceli vedere come tali. Per qualcuno questa differenza tra "ciò che sembra" e "ciò che è" è di fondamentale importanza per invalidare il senso che si attribuisce al termine verità. Per altri, poichè non c'è alcun modo per accedere direttamente a "ciò che è", dobbiamo farci una ragione di questa limitatezza, accontentandoci della conoscenza fenomenica che possiamo trarre da ciò che appare. In questa prospettiva – quella di accontentarci delle apparenze fenomeniche – la parola “permette” ha qualche pretesa di troppo: ha un che di saccente, di presuntuoso, di positivistico. Tuttavia, poiché normalmente la gente è abituata a ritenere che i fatti siano proprio così come appaiono, il termine "permette" è conforme a questa visione del mondo e della scienza. D'altra parte, noi "vediamo" chiaramente che la scienza interviene proprio su ciò che "vediamo". Vediamo una scienza che, nei fenomeni, coglie quelle relazioni e quei nessi causali che "ci fanno convinti" di poter comprendere come stanno le cose – e poco importa se quelle relazioni e quei nessi causali, in sé, forse non esistono proprio, ma sono costruzioni operate dalla mente dell'uomo nello sforzo di trovare un ordine (e una ragione) nelle cose del mondo. Diciamo quindi, per non farla troppo lunga su questo punto, che, nella sua ingenua superbia, la locuzione “permette di comprendere” è una onesta rappresentazione di come, nel sentire comune, la gente (quella fiduciosa nella razionalità) percepisce i compiti che la scienza si dà e quel che essa ci consente di fare.

La scienza, dunque, secondo il sentire comune, che cosa ci permette di comprendere? Secondo chi si sente soddisfatto della risposta di Yahoo Answers, la scienza ci permette di comprendere “i meccanismi e i fenomeni della natura”. Queste parole lascerebbero intendere che i meccanismi siano inerenti alla natura costituiva dei fenomeni. Su questo di potrebbe discutere. Comprendere i fenomeni – così come s’è detto sopra – equivale a farsi una rappresentazione intellettuale di ciò che appare. Il nostro intelletto è, per sua natura, riduzionista. Per farsi una rappresentazione di un fenomeno, l'intelletto riduzionista deve, per prima cosa, frazionarlo in fasi separate per poi ri-comporre nella mente l'interezza del fenomeno. Il processo di de-costruzione e ri-costruzione comprende anche la nominazione e la reificazione mentale del fenomeno e delle sue fasi: è così che il fenomeno diventa "reale". La rappresentazione del fenomeno in singole fasi rende l'intero (il fenomeno) separabile in premesse o cause (le fasi che vengono prima) e in conseguenze o effetti (le fasi che vengono dopo). L’atto di comprendere, dunque, è un processo complesso in cui un intero, suddiviso in elementi separati, viene assoggettato al senso del tempo (il prima e il poi) che consente di mettere in relazione le cause con gli effetti. A queste relazioni (temporali, spaziali, chimiche, fisiche, ecc.) diamo il nome di "meccanismi". Le cause e gli effetti sono nomi e astrazioni della nostra mente (anche se effettivamente certi fenomeni ne precedono o ne seguono altri). Già Jung (La Sincronicità, 1952) affermava che noi vediamo ovunque solo relazioni causali per il semplice fatto che i nostri sistemi cognitivi non sono capaci di fornirci rappresentazioni di relazioni non causali. Se osserviamo una grande regolarità tra il fenomeno che viene prima e il fenomeno che viene dopo, allora parliamo (la scienza parla) di “leggi”. Sulla base delle “leggi”, la scienza effettua previsioni. Quando le previsioni sono costantemente confermate dai fenomeni, allora si parla di “fatti”. Il problema, con i meccanismi, è che, in natura, essi (e tutto ciò che ne consegue logicamente) come tali non esistono: sono una nostra rappresentazione mentale. Intendo dire che tutta questa faccenda dei fenomeni e dei meccanismi è il frutto della suddivisione mentale di un continuum in frammenti di spazio e in momenti di tempo, in cause ed effetti, in meccanismi. Quando si dice, dunque, “comprendere i meccanismi e i fenomeni della natura” si dice una cosa ragionevole e coerente col comune sentire, purché non si vada ad indagare la cosa troppo da vicino perché, allora, i dubbi sostituiscono le certezze. D'altra parte, però, qualcuno potrebbe dire: "per osservare un panorama, non si può guardare troppo da vicino, bisogna stare a una certa distanza".    


Nella definizione di Yahoo Answers, alla locuzione “comprendere i meccanismi e i fenomeni” seguono le parole “in modo sicuro”. Queste parolette sono importanti. Sono anch’esse un po’ troppo superbe (suppongono che la certezza sia una categoria dell'indiscutibile, dimenticando che è solo una categoria del possibile). D’altra parte, questa “certezza” (almeno fino all’avvento della meccanica quantistica) è sempre stata la categoria paradigmatica in virtù della quale ciò che appartiene alla scienza è separato e distinto da ciò che appartiene ai domini della metafisica, dei miracoli, della magia. La certezza, intesa come la più alta probabilità immaginabile, è l'attributo costitutivo della scienza, un attributo che si regge su leggi stabilite sulla ripetitività di eventi controllabili e/o misurabili.
Se lascio cadere un sasso, questo cade “sempre” “giù”, a meno che il sasso non venga lasciato cadere in situazioni in cui esistono dimostrabili ragioni fisiche che ne impediscono la caduta. Se le conseguenze di un fenomeno non fossero prevedibili “in modo sicuro” non si tratterebbe di scienza.  Definire la scienza in base all'attributo certezza ("in modo sicuro") è una tautologia, vale a dire spiegare la scienza con la scienza. La fisica quantistica, nel momento in cui si è accorta che certi fenomeni non si accordavano con le certezze della comune fisica newtoniana (che è poi, grosso modo, la realtà fisica intuitiva della nostra scala spazio-temporale) ha dovuto venire a patti con il concetto di “certezza” addivenendo, per i fenomeni che essa studia, al concetto di “certezza probabilistica”.     

Nella definizione che stiamo esaminando, il fatto di comprendere in modo sicuro i meccanismi e i fenomeni della natura “permette l'evoluzione tecnologica dell'uomo e espande la conoscenza”. Quanto al problema della “conoscenza” – vale a dire sulla differenza tra vero e utile – s’è già detto a sufficienza nella puntata precedente. Se lo scopo della scienza non è quello di conoscere la verità ma è quello più limitato (come sembra voler affermare questa definizione) di migliorare la vita dell’uomo a livello pratico, allora ci si può accontentare di una conoscenza pratica, una conoscenza dell’intelletto che costruisce rappresentazioni e modelli “utili” a migliorare le applicazioni tecnologiche che ci facciano vivere meglio, più a lungo, più coccolati e più felici. Il progresso consiste nel fatto che le conoscenze e le tecnologie migliorino in continuazione e ci permettano di vivere SEMPRE meglio, più a lungo, più coccolati e felici. Il problema è se, e fino a che punto, la scienza si voglia limitare a una conoscenza pratica che si accontenti di un progresso "utile", o non necessiti di una propulsione interna nella direzione di un allettante quanto improbabile "vero".  Su questo tema si può ripensare, per esempio, al passaggio dal modello tolemaico a quello copernicano. I due modelli funzionavano altrettanto bene quando si trattava di andare da qui a lì, per navigare o per muoversi con le carovane lungo la via della seta. Per queste applicazioni, la scienza di Copernico non era più utile della scienza di Tolomeo. Con quest'ultima, però, mandare un robotino su Marte sarebbe stato alquanto complicato. D’altra parte, se dobbiamo arrivare puntuali all’appuntamento col dentista, regolarci in base all’entanglement quantistico non ci sarà di grande utilità. In questa definizione di Yahoo Answers,  l'utile e il vero  corrispondono rispetivamente alla “evoluzione tecnologica" e alla "espansione della conoscenza”. Questi sono aspetti relativi che, pur guardando entrambi a un continuo progresso, sono da tenere ben separati e distinti. Queste due anime della scienza –  l'aspetto pragmatico-tecnologico e l'ambizione a conoscere il vero – rappresentano in certo qual modo l'evoluzione cognitiva dell'uomo, in cui sembra quasi di percepire due differenti nature fuse in un unico organismo. Da una parte c'è l'anima dell'animale che, come tutti gli animali, tende all'utile e al confortevole. Dall'altra, c'è l'anima dell'intelletto simbolico e autocosciente, che ambisce a farsi dio onnisciente ("Dovrò pur prendere un modello a cui ispirarmi, no?", Woody Allen, Manhattan, 1979). 

La definizione di Yahoo Answers non si accontenta di dirci che cos’è la scienza, ci fornisce anche informazioni sul come la scienza procede, vale a dire sul metodo: la scienza "consiste nella ricerca e sperimentazione, con metodo empirico".
Sulla questione del metodo spenderemo qualche parola a tempo debito. Qui annotiamo solamente che vengono proposte tre parole importanti (ricerca – sperimentazione  – metodo empirico), e forse ne manca una, altrettanto importante: osservazione.
Se con la parola “ricerca” si intende (come comunemente si intende) “ricerca scientifica”, vale a dire “attività svolta dagli scienziati”, si ricade in una perfetta tautologia dove la parola ricerca definisce se stessa e non se ne ricava nulla. Senso diverso potrebbe avere se al termine ricerca si attribuisse un significato più lato. Si tratterebbe in questo caso di pensare alla ricerca come allo studio, alla condotta di indagini, a osservazioni tese a evidenziare particolari proprietà della cosa osservata o delle relazioni che essa ha con altre cose. In questa accezione, la parola ricerca potrebbe essere utilizzata sia per quanto attiene alle scienze dure sia per quanto attiene alle scienze umane, filosofiche, morali, storiche, fino ad arrivare al senso lato della “recherche” proustiana: una ricerca a tutto spessore sull’uomo – il suo spazio fisico, il suo tempo reale e quello immaginario, la sua anima, i suoi slanci e i suoi deliri.
Quanto alla sperimentazione, questo è un termine che si addice solo alle discipline che riguardano il “qui e ora”: in paleontologia, in cosmologia, o nelle scienze storiche e filosofiche, sperimentare è una questione un po’ complicata. Altrettanto dicasi per quanto attiene al concetto di “metodo empirico”.

In conclusione, la definizione citata da Yahoo Answers si è rivelata più complessa di quanto non apparisse a prima vista, proprio a causa della sua eccessiva superficialità. La definizione è criticabile là dove la scienza è chiamata "disciplina". Là dove parla di meccanismi, essa rimane in superficie e non scava nell'anima della scienza. Quando la definizione nomina la ricerca e l’evoluzione tecnologica essa sfiora inavvertitamente, e senza farvi cenno, temi che certamente appartengono all’impresa scientifica (l’utilitarismo, il relativismo, l’esplorazione finalizzata) senza tuttavia fornire nessuna spiegazione e nessuna cornice interpretativa.