mercoledì 27 marzo 2019

CERVELLI DI GENERE, GENERE DI CERVELLI

L'opinione che l’uomo e la donna differiscano negli interessi e che pensino o si comportino in modi diversi è diffusa al punto tale da rasentare il luogo comune. A mettere in evidenza tali diversità ci sono parecchi esempi. 

È vero però – e questo riguarda il cosiddetto “metodo scientifico” – che chi sottolinea le differenze spesso si guarda bene dal rimarcare ed enumerare le similarità di pensiero e di comportamento, che certamente ci sono.   

L’opinione che uomini e donne pensino e agiscano in modo diverso viene spesso ridotta a pochi essenziali assunti: gli uomini sono portati all'azione e alla razionalità, le donne sono empatiche e si lasciano governare dall'intuito; gli uomini sono più abili nei compiti di tipo visuale, le donne nell'elaborazione verbale e linguistica.  Le differenze percepite sono tali che la vulgata afferma che gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere. Venendo da luoghi così lontani essi sono diversi nelle fattezze non meno che nel modo di pensare.

Venere e Marte: diversi nell'aspetto e nel comportamento
Ammesso che tali differenze esistano – e vi sono ragionevoli motivi per crederlo – bisogna ammettere che che ciò rappresenta una risorsa per il genere umano poiché modi diversi di affrontare i problemi garantiscono una pluralità di soluzioni. A dire il vero, però, chi sottolinea le differenze lo fa spesso con l’intenzione di evocare l'implicita superiorità di un modo di fare rispetto a un altro modo di fare. Da sempre, nella storia dell’Occidente non meno che in quella dell’Oriente, il modello sociale maschilista considera superiore il ragionamento razionale e l’azione.

Le persone comuni non fanno alcuna fatica ad immaginare che l’uomo e la donna, esteriormente diversi per natura, possano o debbano essere diversi anche per struttura mentale e per ruolo sociale, tanto evidente è il fatto che solo la donna è madre e che da ciò discendono per via naturale anche i differenti ruoli dei due sessi. Questa spiegazione, così facile ed esaustiva per l'uomo comune, risulta talmente “ovvia” ed “esaustiva” anche per un buon numero di scienziati, neurobiologi, psicologi e quant'altro, i quali compiono rimarchevoli sforzi, sperimentali e teorici, per dimostrare che detta "ovvietà" è anche “scientificamente dimostrabile”.

Vi sono numerosi studi di imaging cerebrale funzionale (tecniche che rendono visibile l’attivazione di zone del cervello mentre queste vengono utilizzate per risolvere specifici compiti) che mostrano in modo “inconfutabile” che in determinate situazioni gli uomini e le donne utilizzano il cervello in maniera diversa. Se gli uomini sono più abili ad effettuare certe operazioni mentali e le donne sono più abili ad effettuarne altre, e se gli uomini e le donne usano zone del cervello diverse per eseguire i medesimi compiti, ciò potrebbe significare che i cervelli degli uni sono diversi dai cervelli delle altre.

Imaging cerebrale funzionale ironica del cervello femminile 
Una delle moltissime dimostrazioni di questa diversità è data da un esperimento che illustra come le donne usino il lobo frontale di entrambi gli emisferi quando eseguono compiti linguistici mentre gli uomini usano solo l’emisfero sinistro; d’altra parte, gli uomini usano entrambi gli emisferi parietali quando eseguono compiti di tipo visuale mentre le donne usano soltanto l’emisfero destro. Il gioco è fatto, dunque: uomini e donne hanno cervelli diversi. Punto e a capo.

Va detto, però, che anche in questi esperimenti si possono trovare rilevanti difetti metodologici”. Per esempio, se tali esperimenti vengono effettuati su adulti le differenze sono assai più marcate che non sui bambini. Lavorando sui cervelli dei neonati le differenze risultano ancora più sfumate. Ovviamente, esistono moltissimi esperimenti effettuati sugli adulti e pochissimi effettuati sui neonati ai quali, considerazioni etiche a parte, è impossibile assegnare alcun tipo di compito. Ciò significa che le differenze evidenziate su cervelli di uomini e donne adulti (i cui cervelli sono condizionati dall'esperienza) dimostrano qualcosa che non è necessariamente vera per i neonati (i cui cervelli sono assai poco condizionati dall'esperienza). Ciò significa che l'affermazione che il cervello maschile è diverso "per natura" da quello femminile non è necessariamente vera.

Bisogna stare attenti quando si parla di “scienza” e di “esperimenti che dimostrano che”. Ammesso che certe differenze funzionali tra il cervello degli uomini e quello delle donne esistano (e ci sono ben pochi dubbi che alcune differenze esistano) queste stesse differenze vanno tuttavia prese con le pinze e maneggiate con cura, e soprattutto può essere pericoloso e fuorviante generalizzare il discorso a partire da elementi particolari. Ma si può dire anche di più: certi risultati sperimentali, senza adeguati controlli, senza un adeguato supporto statistico, senza accurate analisi delle relazioni di causa-effetto, e soprattutto se gli studi sono pre-condizionati da pregiudizi ideologici o culturali (vale a dire esperimenti privi dei più elementari requisiti metodologici), si trasformano in men che non si dica da “risultato scientifico” a “scienza spazzatura”. 

Una volta stabilito che uomini e donne, a livello cerebrale, manipolano in maniera differente certe informazioni (o anche che i cervelli dell’uomo e della donna sono cablati in maniera relativamente diversa), la domanda successiva è se gli uomini e le donne ragionino in maniera diversa perché nascono biologicamente diversi o lo fanno perché sono immersi in una cultura e in reti sociali che condizionano i loro comportamenti e segregano i loro interessi e le loro occupazioni.

A partire dagli anni ’90 del secolo scorso le teorie della Psicologia Evoluzionistica hanno avuto uno straordinario consenso in tutto il mondo e tutt'ora vengono considerate esplicative da molti scienziati e psicologi. Gli esponenti più rilevanti di tale movimento di pensiero sono l’antropologo John Tooby e la psicologa Leda Cosmides (che sono marito e moglie nonché fondatori del Centro di Psicologia Evolutiva presso l'Università della California) i quali, dando per scontate e assodate le differenze cerebrali e comportamentali tra uomo e donna (che evidentemente constatano quotidianamente in famiglia), attribuiscono tale diversità all'evoluzione biologica della specie umana. Essi affermano che, poiché nel Pleistocene (periodo che va da 2.5 milioni di anni fa fino a 13.000 anni fa) le prime società umane adottavano strategie e comportamenti tipici del cacciatore (per i maschi) e del raccoglitore (per le femmine), la selezione naturale favoriva negli uni e nelle altre tratti psicologici, modalità di pensiero e di comportamento, e programmi cognitivi idonei alla divisione del lavoro e alle rispettive necessità di cooperazione. Tutto, secondo i due ricercatori americani, in maniera indipendentemente e svincolata da qualsiasi processo culturale. L’uomo e la donna di oggi, dunque, avrebbero conservato nella loro biologia i tratti psicologici e attitudinali degli uomini e delle donne del Pleistocene: in parole povere, gli uomini e le donne attuali non sarebbero altro che cavernicoli in giacca e cravatta o in tailleur, a seconda del sesso.

Questa idea che espropria la cultura dalle differenze di ruolo attribuendole per intero a differenze biologiche dovute alla selezione naturale è ancora estremamente diffusa. Bisogna dire che questa posizione così radicalmente contraria al ruolo della cultura, funge da meraviglioso alibi a mantenere le differenze di ruolo tra maschio e femmina, e supporta assai convenientemente l'operazione – consapevole o non consapevole – di non alterare in alcun modo lo status quo dei rapporti di potere tra gli uni e le altre.

Status quo relazioni di potere
Tutto ciò andrebbe radicalmente rivisto e per farlo si potrebbe partire dal concetto di autopoiesi elaborato tra di anni ’70 e ’80 del secolo scorso da due biologi cileni, entrambi con propensione a sviluppare il proprio pensiero in senso sociologico e filosofico: Humberto Maturana e Francisco Varela. Ridotto ai minimi termini, il concetto di autopoiesi di Maturana e Varela applicato agli organismi viventi significa che gli organismi viventi hanno la capacità intrinseca di auto-organizzare le relazioni fra i propri costituenti fisici (modificandone struttura, organizzazione, relazioni): questa capacità consente loro di mantenersi in vita e di perfezionare l’interazione con gli altri organismi e con l’ambiente. Scendendo a un livello meno teorico e guardando alla fisicità del cervello come strumento cognitivo che funge da interfaccia operativa tra ogni singolo individuo e il sistema organico e inorganico nel quale esso è immerso, il processo di autopoiesi può essere ricondotto al ben noto fenomeno della plasticità cerebrale. Questa non è altro che la capacità del cervello di modificare la propria struttura e le proprie funzioni in relazione agli stimoli esercitati sul cervello medesimo dai propri neuroni nell'atto di rispondere adeguatamente agli stimoli che provengono dall'esterno (esperienze) e anche dall'interno (per esempio gli ormoni). In maniera non troppo dissimile da quella dell’allenamento muscolare, i neuroni stimolati sviluppano maggiori connessioni con neuroni vicini e lontani e, in base alla richiesta, arruolano a determinate funzioni i neuroni delle zone confinanti. Ne consegue che, in seguito a stimoli ripetuti, determinate aree cerebrali si ingrandiscono e si associano ad altre aree cerebrali migliorando specifiche prestazioni funzionali. È noto, per esempio, che i taxisti delle grandi città (alcuni studi sono stati effettuati sui taxisti di Londra) hanno un maggiore sviluppo delle aree cerebrali (chiamate ippocampo) che elaborano informazioni topografiche e tali aree sono tanto più sviluppate quanto più tempo essi hanno passato al volante (il che significa che l’aumento è secondario all'impiego di tali aree cerebrali e non è “innato” in chi si è evoluto per guidare il taxi). È noto anche che nei pittori alcune aree visive sono più grandi e più connesse con altre aree rispetto a chi non esercita il mestiere di pittore. I musicisti elaborano le informazioni uditive correlate alla musica con entrambi gli emisferi, mentre l’ascoltatore non professionale elabora tali informazioni prevalentemente nell'emisfero destro. Differenze del cervello sono quindi ampiamente dimostrate fra taxisti e non taxisti, musicisti e non musicisti, pittori e non pittori, e l’elenco potrebbe proseguire. Non si può certo pensare che i pittori di oggi abbiano ereditato per selezione naturale i loro cervelli “diversi” dai predecessori umani del Pleistocene che decoravano le pareti delle caverne.

Imaging cerebrale funzionale ironica del cervello maschile 
Ora, nulla vieta che la selezione naturale e la selezione sessuale abbiano in qualche modo influenzato il prevalere di certe strutture nei cervelli maschili e in quelli femminili. Tuttavia, in un animale culturale come l’uomo negare alla cultura qualsiasi relazione con lo sviluppo di particolari aree e funzioni cerebrali sembra decisamente assurdo, oltre a negare consolidate evidenze scientifiche. Al contrario, il condizionamento culturale fornito a tutti gli uomini e a tutte le donne dai rispettivi e consolidati ruoli di genere probabilmente gioca un ruolo assai importante nel determinare le differenze tra il cervello della donna e quello del maschio. Purtroppo, serie indagini scientifiche in questa direzione latitano. Al contrario si moltiplicano le ricerche che tendono a consolidare la vulgata che l’uomo viene da Marte la donna da Venere.

L'uomo viene da Marte, la donna da Venere
Solo pochi mesi fa, per esempio, sono stati pubblicati su una importante rivista scientifica americana (PNAS) i risultati di un studio eseguito da ricercatori dell’Università della California.1 Lo studio, effettuato su ben 670.000 individui (possedendo quindi la robustezza dei numeri), “dimostra”, come si suol dire, "l’acqua calda", vale a dire che le donne sono più empatiche e i maschi più razionali. Non solo, ma, "dati scientifici alla mano", gli autori affermano chetutto suggerisce che le pressioni di selezione evolutiva hanno favorito la specializzazione del cervello nel campo culturalmente associato a quel sesso”. Guarda caso, però, leggendo le noterelle in piccolo, ci si accorge che l’articolo è stato redatto a cura dalla sopra citata Leda Cosmides, che presiede il Centro di Psicologia Evolutiva della stessa Università californiana presso la quale lavorano gli autori dello studio. Ciò è quanto meno sospetto. Di nuovo, questo studio che impressiona per i grandi numeri dei soggetti sottoposti a valutazione, risulta metodologicamente scorretto perché, oltre a essere sponsorizzato da sostenitori di un certo pregiudizio scientifico-ideologico, non tiene in minimo conto le variabili culturali individuali, vale a dire il ruolo sociale e l’educazione degli individui sottoposti a test: inoltre il test è stato somministrato online agli individui studiati, senza alcun controllo sugli elementi condizionanti le risposte al test quali, appunto, il ruolo sociale e l’educazione.   

A questo punto rimane ineludibile la domanda: perché non si vuole studiare “per davvero” quale ruolo hanno la cultura, l’educazione, il condizionamento sociale sulle differenze nel modo di pensare e di agire dei due sessi? Si temono forse ripercussioni ingovernabili sulla stabilità dei rispettivi ruoli? La risposta, parafrasando Bob Dylan, is blowin' in the wind ... aleggia nel vento-

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David M. Greenberg, Varun Warrier, Carrie Allison, and Simon Baron-Cohen. Testing the Empathizing–Systemizing theory of sex differences and the Extreme Male Brain theory of autism in half a million people. PNAS, 2018: 115: 12152-12157.

giovedì 28 febbraio 2019

DOMANDE E RISPOSTE SU L'EVOLUZIONE - XXI^ e ultima parte

In questa puntata il professor Rugarli risponde a una domanda sul tema della unicità dell'uomo e come questa sia venuta realizzandosi attraverso l'evoluzione biologica e culturale.

Ogni specie è nel contempo unica, frutto di variazioni e fenomeni di selezione che hanno prodotto discontinuità in una catena continua di organismi. Le specie esistenti sono quindi uniche ma in qualche modo anche contigue.  Troppo spesso, però, guardando alla propria unicitàl'uomo, sentendosi dotato di attributi unici, è anche portato a sentirsi speciale. É in questo territorio che quest'ultima domanda si muove.


Alla radice dell'unicità della specie umana


Domande e Risposte
# 30

Domanda 30. Che cosa ha fatto la natura per creare l’uomo quale organismo che, a quanto ci è dato di sapere, sembra essere in grado di possedere numerosi attributi unici che gli consentono di fare cose che nessun altro organismo è capace di fare? E se la natura ha fatto ciò attraverso i meccanismi dell’evoluzione, come e quando l’ha fatto? (il “perché” l’abbia fatto è una domanda sbagliata e non può essere posta).

C’è chi dice che l’uomo è l’unico organismo che possiede la libertà consapevole di essere quel che decide di essere (l’esistenza precede l’essenza di Heidegger e di Sarte), mentre tutti gli altri organismi sono quello che sono (e si comportano in base a quel che sono) fin dalla nascita o, come categoria, fin da prima della loro nascita (l’essenza precede l’esistenza di Platone).
C’è chi dice che l’uomo è l’unico organismo a fare della cultura un prerequisito ambientale indispensabile per la propria esistenza, ma molti etologi hanno molto da obiettare su questa pretesa unicità dell’uomo.
C’è chi dice che l’uomo è l’unico organismo in grado di comportarsi in modo consapevolmente buono o cattivo perché è l’unico a saper distinguere tra bene e male. Tuttavia, se il bene e il male sono quei comportamenti che possono essere rispettivamente vantaggiosi o svantaggiosi per il gruppo o la comunità, allora l’uomo non è unico, e la differenziazione etica con altri animali è più di natura quantitativa che qualitativa.
C’è chi dice che l’uomo è unico grazie alla sua razionalità e al suo linguaggio (o ai suoi linguaggi). Tuttavia, anche per queste due caratteristiche l’uomo non può asserire di essere unico: può solo affermare di essere diverso per ragioni più quantitative che qualitative.
C’è chi dice che l’unicità dell’uomo risiede nel libero arbitrio. Tuttavia il libero arbitrio è un attributo del comportamento che discende da razionalità e competenza etica che abbiamo visto non essere esclusivi dell’uomo ma solo relativisticamente più espressi nell’uomo che negli altri animali.
C’è chi dice che l’uomo è l’unico animale consapevole del fatto di dover morire, ma anche questa è una conseguenza dello sviluppo in termini quantitativi e non qualitativi della sua razionalità.
C’è chi dice che l’unicità dell’uomo è quella di produrre arte, ma questa è una capacità che consegue allo sviluppo quantitativo di specifici linguaggi e, per determinate arti, di un particolare sviluppo della manualità fine.
C’è chi dice che l’unicità dell’uomo è quella di saper amare, ma questa è una caratteristica correlata alle dinamiche del gruppo e che includono la selezione del partner e le cure parentali, aspetti che l’uomo condivide con altre specie.
C’è chi dice che l’unicità dell’uomo è quella di comprendere la natura e l’essenza della felicità, ma la felicità è uno stato d’animo di cui sappiamo veramente troppo poco per presumere di esserne gli unici detentori.

Sono certo di avere omesso molti altri elementi distintivi che determinano la presunta unicità dell’uomo e che ci separano da tutti gli altri organismi.
Su ciascuno degli elementi di unicità si può discutere (inutilmente) all’infinito, ma è comunque ravvisabile un comune denominatore. Ciascuno di questi elementi sembra essere presente – in forma quantitativamente meno evidente rispetto all’uomo – in tutti quanti gli animali a noi più prossimi. Poiché sembra quantomeno improbabile (nonché antieconomico) che la Natura si sia sforzata di introdurre modificazioni di tutta una serie di strutture per fornirci in modo esclusivo di eticità, razionalità, spiritualità, competenza estetica ed artistica, ecc., dovremo domandarci se esiste un qualche particolare elemento strutturale datoci in dono dalla Natura cui tutte queste caratteristiche facciano capo, e dovremo domandarci anche quali vantaggi selettivi derivino alla specie dal possedere o meno una coscienza, una libertà di arbitrio, un senso estetico, una spiritualità e così via. Se troviamo risposte a queste due domande dovremo infine chiederci perché così spesso l’uomo si comporti in modo tanto istintivo, bruto e animalesco, annullando e facendo volentieri a meno dei presunti vantaggi selettivi di una corteccia cerebrale più contorta di quella degli animali selvatici. 

La corteccia cerebrale umana (la prima a sinistra) confrontata con quella dello scimpanzé, del babbuino, del mandrillo, del macaco e dell'orso  

Risposta 30. 
 Non penso che la natura, grazie all’evoluzione biologica, abbia creato l’uomo, ma piuttosto solo le strutture materiali perché nascesse l’uomo. In una parola, un cervello adatto perché partisse e potesse svilupparsi l’evoluzione culturale. A me pare che senza cultura, intesa nel senso lato della parola, anche per la specie umana non ci sarebbe altro che vita biologica.
Nella formulazione della domanda molto interessante è la serie di proposizioni che iniziano con le parole C’è chi dice”. Ho notato che tranne che per il primo “C’è chi dice”, per tutti gli altri è riportata anche una precisazione che lo mette in dubbio. Mi pare che, a parte la libertà consapevole per l’uomo di essere ciò che decide di essere, per tutti gli altri “C’è ci dice” si adombri il dubbio che le differenze tra gli umani e animali superiori siano piuttosto di tipo quantitativo che qualitativo.
Su questo punto non sono d’accordo. Le differenze culturali tra gli umani, non solo a livello individuale, ma anche tra diverse popolazioni tenute a lungo spazialmente segregate, possono essere abissali, ma non lo sono le strutture dei loro cervelli. Certo, possono esserci delle predisposizioni culturali geneticamente selezionate in funzione delle condizioni di vita. Forse una popolazione che ha dovuto lottare a lungo per l’esistenza in condizioni ambientali sfavorevoli ha favorito la selezione dei caratteri più adatti a fronteggiare questo ambiente (più forza fisica, più resistenza al freddo o al caldo e così via). Ma la scintilla da cui è partita l’evoluzione culturale è probabilmente scoccata per caso, ma, una volta scoccata, ha dato origine a un processo di inarrestabile espansione, quell’altro tipo di evoluzione di cui abbiamo parlato nelle prime di questa serie di domande.

All'origine della cultura umana e della sua evoluzione
Non credo che gli aborigeni australiani abbiano un cervello molto diverso dal nostro, se non per dettagli. Si può supporre che anche tra le popolazioni che hanno una storia e sono il frutto di una progredita evoluzione culturale i geni creativi possano avere dei cervelli straordinari, particolarmente dotati.  Ma l’espansione dei loro conseguimenti non avviene mediante accoppiamenti selettivi, come negli allevamenti animali, ma mediante la comunicazione delle loro idee. Chi può escludere che anche tra popolazioni culturalmente arretrate possano per caso emergere individui con strutture cerebrali particolarmente creative? Ma questi non possono lasciare traccia, perché nella popolazione cui appartengono non esistono strutture comunicative che permettono lo sviluppo e la riproduzione dei frutti culturali di queste potenzialità, che vanno perciò perdute.
Ma voglio dire di più. Nella risposta alla domanda n. 28, a proposito della libertà ho scritto che questa è la selezione darwiniana tra varie possibilità emerse casualmente come frutti della immaginazione, nella quale la parte della necessità è svolta dalla identità di chi fa la scelta. Ma per identità non ho inteso solo la sopravvivenza, o il benessere fisico, o il piacere, ma anche, e più ancora, il nucleo culturale che si è costituito a strutturare una persona libera. Molti animali possono sacrificare la loro vita per la sopravvivenza fisica della comunità cui appartengono, ma solo gli umani possono farlo per le loro idee. Perciò, concordo con Popper nel considerare il mondo della cultura umana dotato di una sua autonoma esistenza per la quale il mondo fisico non può dare altro che un supporto biologico.

Questa è l’ultima domanda di una serie di trenta. Il lungo cammino tra domande e risposte è stato interamente condotto a cavallo tra nozioni scientifiche e speculazione filosofica, aspetti che il professor Rugrali e io consideriamo del tutto inscindibili nel processo conoscitivo nell’ambito delle scienze della vita non meno che in quello delle scienze umane. Leggendo le domande, si sarà certamente notato che in molte di queste si nascondevano velate provocazioni e ambiguità palesi. Leggendo le risposte, si saranno certamente notate concordanze e differenze d’opinione tra chi domandava e chi rispondeva. E in ciò, nel compiacimento per la concordanza d’opinioni come nel doveroso rispetto per le opinioni altrui da cui nascono sempre nuove occasioni di conoscenza e comprensione, sta l’essenza del dialogo. Poiché, da Socrate e da Platone in poi, la forma del dialogo è strumento di approfondimento e conoscenza, io mi sento arricchito dalle risposte ricevute e vorrei illudermi che chi ci ha seguito fin qui ne abbia ricavato diletto e, se possibile, nutrimento per la mente.
Un sentito ringraziamento al professor Rugarli per la sua disponibilità ad intavolare con me tale dialogo.

Il dialogo presso l'Accademia di Platone

   

venerdì 15 febbraio 2019

DOMANDE E RISPOSTE SU L'EVOLUZIONE - XX^ parte

In questa puntata il professor Rugarli risponde a una domanda sul tema del "bello" e sul suo ruolo nell'evoluzione.

I canoni estetici più astratti - come il godimento per certe opere d'arte concettuale o per la bellezza di una formula matematica (vedi per esempio Paul Dirac: La bellezza come metodo) - hanno qualcosa a che fare coi canoni estetici correlati alla scelta del partner e alla selezione sessuale?


La Primavera (Sandro Botticelli)
Domande e Risposte
# 29

Domanda 29. In una domanda precedente s’era fatto riferimento all’etica dove i concetti di utile, giusto e bene sono correlati ad un processo evolutivo dell’uomo in quanto animale sociale. Qui vorrei ragionare sul tema del bello”.

A partire dagli ornamenti personali fino al godimento della vista di un cielo stellato, di un tramonto, di un’opera d’arte o al piacere che si può provare ascoltando una cantata di Bach, il bello ha attratto i singoli individui del genere umano. L’attrazione per il bello è una cosa naturale e stupisce che solo con Alexander Baumgarten, a metà del XVIII secolo, l’estetica sia diventata un argomento filosofico. Non c’è ombra di dubbio che una certa accezione del “bello”, quella strettamente collegata alla riproduzione sessuale e alla selezione del partner, abbia valenza selettiva: bello non è solamente il partner sessuale che ricerchiamo, ma ci appaiono belli anche i cuccioli di mammiferi. Questo senso del bello ha certamente una valenza evolutiva. Ma vi sono altre accezioni del bello: più astratte, più mentali e concettuali. Anche queste accezioni hanno a che vedere con la selezione e con l’evoluzione?

Bello e perfezione sono concetti tra loro strettamente imparentati come se ci fosse (o si ritenesse debba esserci) una corrispondenza diretta tra armonia di forme, strutture, colori, funzioni e valore estetico. Ciò che è perfetto (un cerchio, un fiore, il perenne sorgere e tramontare del sole, l’armonia delle sfere) è anche intrinsecamente bello. In un animale sociale e culturale come l’uomo, condividere alcuni aspetti nella sfera del “bello” (una bella poesia, un bel quadro, una bella musica, un bel paesaggio) è un plus nella selezione del partner sessuale o un vantaggio selettivo per la prole? La facoltà di categorizzare il bello può essere interpretata come un meccanismo che si è sviluppato per produrre, selezionare e mantenere gruppi omogenei di individui all'interno dei quali la condivisione estetica possa giocare un ruolo attivo nei processi evolutivi?       

Marie Therese Walter con ghirlanda (Pablo Picasso)

Risposta 29.  Questa è una bella domanda che suggerisce interessanti riflessioni. Per cominciare, il bello come fattore di attrazione sessuale ha certamente importanza per l’evoluzione biologica, considerando belle quelle caratteristiche somatiche che attirano il sesso opposto. Ma perché lo attirano? È facile constatare che in questo senso il bello, ai fini dell’accoppiamento, è diverso tra le varie specie viventi. Si devono perciò, sia pure con cautela, ammettere due cose: la prima è che la riproduzione sessuata si è accompagnata alla selezione di geni che consentono di essere attratti da forme diverse dalle proprie; la seconda è che la corrispondenza tra condizionamento genetico e forme è avvenuta per caso. Mi spiego meglio: supponiamo che nei precursori di una specie vivente siano emersi per caso in diversi individui più assetti genetici che facessero apprezzare ai fini riproduttivi certe particolari forme somatiche diverse dalle proprie (e perciò più facili a trovarsi nel sesso opposto). Gli individui con la tendenza più forte a questo apprezzamento estetico avrebbero avuto maggiore discendenza e perciò il carattere corrispondente ai loro geni si sarebbe fissato poi nella specie. È anche comprensibile che sarebbero più facilmente selezionate le attrazioni più favorevoli alla riproduzione della specie, come l’aspetto della forza nel maschio e della fertilità nella femmina. Per gli umani, poi, questa evoluzione sarebbe passata a livello culturale, e questo spiega le differenze tra le veneri delle sculture primitive e quelle della scultura classica e della pittura rinascimentale o l’aspetto di molte dive cinematografiche moderne (ma di questo ho già parlato).

Ma mi spingerò più oltre. Si può supporre che per gli umani anche il bello che prescinde dalla attrazione sessuale è derivato da questo. Infatti, è proprio degli umani lo sviluppo di una dimensione sentimentale nelle relazioni intersessuali e da ciò sarebbe nata l’esigenza di comunicarla, rappresentandola, il che potrebbe spiegare l’origine dell’arte. E l’arte, come un bel paesaggio, sarebbe apprezzata perché comunica sentimenti che vanno al di là di quelli amorosi. In conclusione, sto supponendo che tutta l’estetica non sia altro che una derivazione lontana dell’attrazione sessuale.

Monna Lisa (Fernando Botero)

martedì 5 febbraio 2019

ALGORITMI E INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Ma, come funzionano gli algoritmi? 

Come funziona questa intelligenza artificiale? 

Come vengono analizzati i profili online?


Omero: profilo online n° 1

Omero: profilo online n° 2

Confesso la mia abissale ignoranza in materia, un’ignoranza che potrebbe configurarsi come “colpa grave” in un momento storico nel quale gli algoritmi e le varie applicazioni della cosiddetta Intelligenza Artificiale hanno già cominciato a intercettare la nostra vita, le nostre abitudini, i nostri desideri e il modo col quale noi e gli altri ci interfacciamo vicendevolmente.



Le domande sul funzionamento degli algoritmi mi sono sorte in tutta la loro urgenza quando, qualche giorno fa, sulla mia posta elettronica personale ho ricevuto il seguente messaggio:

A:p_borzini@.......                    21 gen alle ore 05:57
Buongiorno ,
mi chiamo L……  e sono il responsabile Area Professionisti del portale dei professionisti numero uno in Italia. In questo momento stiamo ricevendo numerose richieste per Disinfestazioni e cerchiamo nuovi professionisti per soddisfarle. Dal vostro profilo online emerge che siete in linea con ciò che i nostri clienti si attendono in termini di qualità e professionalità. Per scoprire come aiutiamo i professionisti a trovare nuovi clienti, lasci qualche informazione a questo link. Rimango a sua disposizione per eventuali dubbi o domande. Buona giornata e buon lavoro.

Disinfestatore professionale
Bene, chi ha la ventura di conoscermi personalmente o anche attraverso la rete sa bene che nel mio profilo professionale, o in quello online, tra i miei interessi e nel mio passato professionale non c’è nulla che assomigli neppure lontanamente al concetto di “Disinfestazione”. Nei miei profili online compaio prevalentemente armato di libri. 

Foto da un mio profilo online 
Come è possibile, quindi, che l'algoritmo usato dal Sig. L abbia potuto prendere un così colossale abbaglio? Esiste poi il problema di come il Sig. L abbia potuto entrare in possesso del mio indirizzo di posta elettronica personale. Su quest’ultima questione – che ha dei possibili risvolti giudiziari – evito per il momento di esprimermi. Rimane il problema degli algoritmi, che mi affascina assai di più.

Chi usa la rete sa che ogni dato personale che inserisce, ogni ricerca che effettua in rete, ogni documento che legge, carica o scarica può essere letto e utilizzato da terzi con le migliori o le peggiori intenzioni del mondo. Sapendo ciò, è raccomandabile una certa prudenza. Ma sapendo come funzione la rete non si possono incolpare terzi di leggere, interpretare, o utilizzare i dati che noi stessi inseriamo. Le pubblicità mirate sui nostri interessi possono essere un effetto che noi stessi invochiamo dalla rete. Violazioni della privacy a parte (grande e insoluto problema) quello che più mi interessa è capire come funzionano questi benedetti algoritmi e quanto affidabili ed efficaci essi siano. La simpatica storia del disinfestatore mi fa sospettare che possano talora essere ben poco affidabili.

Algoritmi e informazioni sul traffico
Ci sono Intelligenze Artificiali a cui vengono somministrate informazioni specifiche (milioni e milioni di informazioni) in modo tale da consentire a macchine di eseguire per noi numerosi compiti. Google Traffic, per esempio, leggendo posizioni e movimenti degli smartphone che tutti hanno in tasca, ci informa sulle condizioni del traffico e di possibili ingorghi. Ottimo. Ci sono algoritmi, per esempio IBM Watson, che può spalleggiare il medico nel processo diagnostico. Ce ne sono altri, per esempio quelli di riconoscimento facciale, che setacciano aree sensibili alla caccia di noti malintenzionati. Ce sono alcuni, in uso presso strutture giudiziarie americane, che valutano la pericolosità dei reclusi che richiedono la libertà condizionale. Ce ne sono altri, sempre in uso nel sistema giuridico americano, che sono in grado, nel caso di alcuni crimini, di comminare assoluzioni o condanne, supportando il lavoro di giudici umani. La domanda è: se questi algoritmi sono affidabili come quello che mi ha etichettato come “disinfestatore”, non è possibile che io possa patire qualche serio danno qualora una macchina si occupasse della mia salute, della mia pericolosità, della mia sicurezza?

Ci possono essere errori grossolani, ma a questi si può forse porre rimedio facilmente. Ma ce ne sono altri assai più sottili e subdoli. Un allarmante esempio in questo senso è stato recentemente lanciato da VOX, una testata giornalistica americana online. In un articolo intitolato “Si, l’Intelligenza Artificiale può esse Razzista” (LINK), articolo ripreso in Italia da Scienza in Rete (LINK), si mostrano i rischi non tanto delle elaborazioni delle informazioni fornite scientemente alle machine da operatori umani, ma piuttosto delle elaborazioni compiute da macchine le cui reti neurali assorbono informazioni direttamente dalla rete, quell’enorme deposito incontrollato e incontrollabile di informazioni in cui tutti noi quotidianamente immettiamo dati. I problemi, con le macchine che imparano da sole attingendo al grande supermercato della rete, sono soprattutto due. Il primo riguarda la “bontà” (tecnica e morale) dell’informazione elaborata. Poiché la rete è piena zeppa di informazioni sbagliate (l’esempio dei NoVax è solo uno dei mille possibili), false, a contenuto razzistico o di odio (religioso, sociale, politico, di genere) e così via, una macchina che impara dalla rete può prendere per buone una quantità di informazioni che non aiutano certo a prendere “decisioni sagge”. Il secondo problema, ancora più sottile, è quello delle "relazioni tra parole" - elaborate come "associazioni fattuali tra cose" - che la macchina utilizza come “informazioni” necessarie per decidere. Un esempio molto interessante riportato da VOX è quello della associazione tra le parole ingegnere, infermiera, maschio, e femmina. Poiché tra i miliardi di dati disponibili in rete la parola “infermiera” è molto più frequentemente associata alla parola “femmina” che non a “maschio” e, viceversa, la parola “ingegnere” è molto più frequentemente associata alla parola “maschio” che non a “femmina”, l’algoritmo “deciderà” di associare ingegnere a maschio e infermiera a femmina. Così facendo l’algoritmo imparerà a elaborare spontaneamente differenze di genere che un operatore umano dovrebbe considerare sbagliate. Ragionamenti analoghi possono essere fatti a proposito di discriminazioni razziali, religiose, culturali di ogni genere. La conclusione è che, in assenza di filtri adeguati, gli algoritmi elaboreranno informazioni assorbendo direttamente dalla rete i pregiudizi (razziali, religiosi, di genere e altri) di cui la rete pullula.


La conclusione è che l’Intelligenza Artificiale, pur fornendo applicazioni sempre più utili, deve comunque essere presa con le molle e valutata con prudenza senza tralasciare il fatto che, come afferma Marc Mézard (direttore della École Normale Supérieure di Parigi), non essendo capaci di elaborare processi creativi, gli algoritmi non possono essere chiamati “intelligenti”, per lo meno se si attribuisce alla parola intelligenza lo stesso valore che diamo all’intelligenza umana. Quanto alla stupidità o al pregiudizio … se ne può discutere.  

venerdì 25 gennaio 2019

JAMES WATSON - IL PREGIUDIZIO E LA COLPA

UN IMROPRIO USO DELLA SCIENZA PER GIUSTIFICARE I PROPRI PREGIUDIZI.

Questo l'inesorabile giudizio affibbiato a James Watson (ex-premio Nobel per la scoperta della struttura del DNA) da ABC News, giornale online australiano.

Sulla pochezza morale dello scienziato americano mi sono già ampiamente espresso in precedenza: vedi La Doppia Elica e l'Ultima Omissione di Watson e Crick (LINK) e Rosalind Franklin è in scena  (LINK).


Oggi, il vecchio biologo americano (90 anni) torna all’onore delle cronache insistendo nel giudicare i neri meno intelligenti dei bianchi e basando il proprio assunto su basi genetiche da tutti negate. Nel caso di Watson, dunque, il pregiudizio razziale ha avuto la meglio sulle evidenze scientifiche. La comunità scientifica si è trovata compatta e il premio Nobel conferitogli nel 1962 gli è stato revocato. Ritengo che tale decisione sia stata tardiva e che avrebbe dovuto essere stata adottata nel momento in cui sono emerse le prove che la scoperta sulla struttura a doppia elica del DNA era stata fatta anche col contributo di altri (Rosalind Franklin, Jamesl Creeth, Erwin Chargaff), mai nominati e nemmeno ringraziati al momento dell’assegnazione dell’ambito premio.  

Su questo fatto hanno scritto in molti. Fra tutti, cito senz’altro il post di Andrea Bellelli, Professore di Biochimica all’Università La Sapienza, intitolato Il caso James Watson e la psiche degli scienziati che si lanciano in affermazioni stupide al quale rimando senz’altro (LINK), invitando tutti a leggere l’articolo col quale concordo in tutto e per tutto.

Il tema della superiorità dei bianchi sui neri e quello della maggiore civiltà dei bianchi rispetto alle popolazioni cosiddette “selvagge” ha una lunga storia. A complemento della invereconda faccenda di James Watson mi piace qui riportare il passo conclusivo di L’Arcipelago Malese, il dettagliato resoconto (naturalistico ma non solo) della permanenza di otto anni nel suddetto arcipelago di Alfred Russel Wallace, coautore con Darwin della Teoria della Selezione Naturale. Pubblicate nel 1869, queste parole – pur nelle mutate condizioni socioeconomiche rispetto all’Ottocento – conservano ancora il loro pregnante significato.

Credo che l’uomo civilizzato possa imparare qualcosa dal selvaggio. Molti fra noi credono che, in quanto primi tra le razze, noi siamo progrediti e stiamo ancora progredendo. Deve esserci quindi uno stato di perfezione massima – una sorta di punto d’arrivo – che non potremo mai raggiungere ma verso il quale il continuo progresso ci farà appropinquare sempre più. Ma qual è quello stato sociale idealmente perfetto verso il quale tendiamo? I nostri migliori pensatori affermano che sia uno stato nel quale la libertà individuale e l’autogoverno, reso possibile da uno sviluppo equanime in cui il nostro istinto morale, le nostre capacità intellettive, e la componente fisica della nostra natura umana – uno stato in cui ciascuno di noi, conoscendo ciò che è giusto e allo stesso tempo sentendo un impulso irresistibile a fare ciò che sentiamo sia giusto fare – sarà perfettamente adattato alla vita sociale, al punto che le leggi e le sanzioni non saranno più necessarie.

Va sottolineato però che, tra la gente che si trova ancora in uno stato molto basso di civilizzazione, noi possiamo vedere un qualche genere di avvicinamento a tale stato di perfezione sociale. In Sudamerica e in Oriente ho vissuto in comunità selvagge che non hanno leggi e nemmeno tribunali ma nelle quali viene pienamente espresso il senso condiviso di società. Ciascuno rispetta scrupolosamente i diritti dei propri compagni e succede assai raramente che tali diritti vengano infranti. In queste comunità esiste una quasi totale parità tra individui. Non ci sono quelle grandi differenze di istruzione o di ignoranza, di ricchezza e povertà, o tra padroni e servi, che sono il prodotto della nostra civilizzazione. Non c’è quell’ampia suddivisione del lavoro che, a mano a mano che la ricchezza aumenta, produce conflitti di interessi. Non c’è quella dura competizione e quella lotta per l’esistenza (o per la ricchezza) che viene inevitabilmente a crearsi nelle regioni civilizzate in cui la popolazione si addensa. Tra queste popolazioni selvagge non esistono grandi crimini e i piccoli reati vengono puntualmente repressi in parte a causa del sentire comune ma soprattutto in virtù di un naturale senso di giustizia e di rispetto per i diritti altrui che sembra essere, in qualche modo, inerente ad ogni razza umana.

Rispetto a queste popolazioni selvagge, noi siamo progrediti enormemente per ciò che riguarda le capacità intellettuali e, allo stesso modo, per ciò che riguarda gli aspetti morali. Ma ciò è vero solo per quelle classi i cui bisogni possono essere facilmente soddisfatti e tra le quali le opinioni e i diritti degli altri sono pienamente rispettati. Questo è così vero che è stato possibile estendere enormemente la sfera dei diritti includendoli tutti sotto l'ampio concetto di fratellanza umana. Ma va detto, però, che la gran massa della nostra popolazione non è affatto progredita oltre i codici morali dei selvaggi, anzi, in molte occasioni è ben al di sotto di questi. La carenza di moralità è la grande vergogna della moderna civilizzazione, ed è il vero freno ad un autentico progresso. Durante l’ultimo secolo, e specialmente durante gli ultimi trent’anni, i risultati che abbiamo ottenuto sono stati più rapidi degli effettivi benefici di cui abbiamo potuto godere. La nostra capacità di governare le forze della natura ha portato a una rapida crescita della popolazione e a grandi accumuli di ricchezze, ma questi risultati hanno portato con sé una tale quantità di povertà e di crimini e una tale quantità di passioni e di sordidi pensieri che il livello mentale e morale della popolazione si è abbassato e i benefici non controbilanciano i cattivi effetti. Confrontato con gli enormi progressi nelle scienze fisiche e con le loro applicazioni pratiche, il nostro sistema di governo e di amministrazione della giustizia, così come l’intera organizzazione sociale e la dimensione morale, rimane ad un livello pressoché barbarico.


Dobbiamo riconoscere il fatto che la ricchezza, la conoscenza e la cultura di pochi non costituisce di per sé civilizzazione e non ci porta, di per sé, verso un “perfetto stato sociale”. Il nostro grande sistema produttivo, il nostro gigantesco commercio, le nostre città sovrappopolate, sostengono e producono una quantità di povertà e di crimine che non s’era mai vista prima … Il nostro totale disinteresse per lo sviluppo delle relazioni simpatetiche fra le persone e per lo sviluppo delle facoltà morali insite nella nostra natura umana, impedendo a queste virtù di penetrare maggiormente nella nostra legislazione, nelle dinamiche dei commerci e nell’organizzazione sociale, ci ha impedito, considerando l’intera nostra comunità, di realizzare una reale e concreta superiorità rispetto alle migliori espressioni dei selvaggi … [In definitiva] noi ci troviamo ancora in una condizione di barbarie. Questa è la lezione che ho ricavato dalle osservazioni presso le popolazioni non civilizzate. 
Da: The Malay Archipelago, pp. 594-598 (edizione Mac Millan, 1872).



domenica 13 gennaio 2019

DOMANDE E RISPOSTE SU L'EVOLUZIONE - XIX^ parte

In questa puntata il professor Rugarli risponde a una articolata domanda sul tema del "caso", del suo ruolo nell'universo e nell'evoluzione e della sua coesistenza con un ordine rigidamente deterministico. 

Il tema non si limita alle leggi che regolano l'universo ma sfiora anche questioni d'ordine filosofico, quali l'essenza stessa della libertà e della responsabilità, che non esisterebbero senza un certo margine di casualità all'interno di un mondo regolato da relazioni rigidamente deterministiche.

Domande e Risposte
# 28

Domanda 28. In L'Origine delle Specie e nell’Origine dell’Uomo Darwin ha trattato con grandissima circospezione la parola “caso” e il concetto di casualità.  Nelle versioni informatiche dei due testi [vedi ai rispettivi link: Origine delle Specie e Origine dell'Uomo] ho ricercato le parole casual, casualness, chance, fortuity, fortuities, fortuituous, accident, accidental, incidentalrandom, contingentcontingency, hazard, luck, stochastic. Le parole random, stochastic, luck (rispettivamente a caso, stocastico, fortuna) non sono mai citate mentre nelle sue varie accezioni la parola chance (possibilità) è la più frequente, comparendo in 89 occasioni. Le parole sopra riportate vengono citate complessivamente 134 volte. In 14 casi Darwin fa riferimento (si direbbe a malincuore) ad eventi di natura casuale,nota 1 mentre in 28 egli nega con estrema decisione un eventuale ruolo del caso a proposito di eventi che possano avere a che fare con la selezione. Le rimanenti 92 citazioni contemplano accezioni estranee al concetto di caso o casualità. I contemporanei di Darwin che come lui non avevano una visione statica e fissista del mondo, si saranno certamente interrogati sui motivi e sui meccanismi del verificarsi di lente modificazioni nei caratteri delle specie sulle cui variazioni opera, secondo Darwin, la selezione naturale. Dubito che nell’Inghilterra vittoriana - ma anche in tutto il resto del mondo in cui l’immanenza di Dio era messa in discussione da pochi - la parola caso appartenesse al repertorio delle risposte ammissibili. Pertanto, se anche si fossero posti domande scomode sull'origine della variazione, i contemporanei di Darwin avranno preferito mantenere un rassicurante silenzio su questo punto. Sarà con l’irruzione della genetica, della statistica probabilistica sulla trasmissione mendeliana dei caratteri, sulla genetica delle popolazioni, sulla deriva genetica, e in seguito alle evidenze sulla natura stocastica delle mutazioni genetiche che il CASO ha fatto irruzione nell’evoluzionismo. Jaques Monod, con Il Caso e la Necessità, ha formalizzato un ruolo del caso che ha spaventato il mondo.nota 2

Chi ha paura del caso?
Chi e perché ha paura del caso?

Il Caso ha due grandi nemici: lo scienziato moderno e riduzionista (da Cartesio a Newton, giù giù fino a noi stessi), secondo il quale non esiste fatto o evento che non abbia una causa, ancorché non conosciuta: tutto avviene in un ambito di causalità per cui tutto, se adeguatamente indagato, può essere previsto. A questo ambito appartengono tutti i rami della scienza (con alcune sfumature dissonanti nell’ambito della meccanica quantistica), teoria del Caos deterministico inclusa. Il secondo nemico del Caso è Dio. E non si tratta solo del Dio onnicreatore e onnipresente che ha tutto sotto controllo in ogni momento. Nemico del Caso è anche il Dio che ha creato il tutto e poi lo ha lasciato a se stesso, consentendo che si evolvesse "liberamente"  nel tempo (creato anch'esso insieme a tutto il resto) secondo precise ancorché imperscrutabili regole create contestualmente, in modo che le cose non potessero andare in modo diverso da come era stato previsto. Una siffatta evoluzione non è “libera” ma è costretta dalle regole divine (o di natura). Se questa pre-determinazione fosse davvero la tipica condizione in cui si muove la natura, allora non ci sarebbe alcuna libertà, non esisterebbe nessun Caso e nessun libero arbitrio: tutto ciò che ci sembra libero e tutto ciò che ci sembra casuale è una illusione dovuta all’ignoranza delle regole prestabilite. La scienza riduzionista lavora appunto per portare a poco a poco alla luce queste leggi di natura.

Il Caso fa paura a tutti. Fa paura perché le regole, anche se spesso vengono deliberatamente infrante, sono molto più rassicuranti della mancanza delle regole. Fa paura anche perché la libertà stessa genera paura, in quanto implica necessariamente responsabilità individuale e collettiva rispetto alle decisioni che si assumono e agli atti che si compiono. L’azione non libera (ovvero esercitata sotto una qualsivoglia coercizione) è rassicurante perché abolisce la responsabilità. Forse è per questo che la consapevolezza (o la presunzione) dell’essere qui per caso (vedi per esempio la posizione filosofica dell'esistenzialismo) determina una condizione spiritualmente angosciante. 

D’altra parte, pur ammettendo che le cose dell’universo stiano tra loro in una sorta di equilibrio dinamico e che si muovano in modo prevedibile secondo regole definibili in modo relativamente accurato dai nostri metodi di calcolo, perché escludere la possibilità che una certa parte (anche piccola) degli accadimenti possa essere davvero casuale, ovvero senza una causa diretta che ne determini in modo assoluto la necessità? Perché privarsi della possibilità che nella fisica, come nella biologia e nella nostra mente, qualcosa possa davvero muoversi o accadere in modo non strettamente predeterminato? Se ci priviamo di queste minime possibilità ci priviamo della libertà di qualsiasi scelta, di qualsiasi giudizio, di qualsiasi azione libera e volontaria.

Rappresentazione delle soluzioni di un'equazione facente riferimento alla
Teoria del Caos Deterministico 
Si può ritenere che un temporale o un terremoto possono accadere in un certo luogo e in un certo istante perché rappresentano l'esito inevitabile di una determinata serie di eventi che si susseguono in modo causale (i sistemi dinamici non lineari come questi sono oggetto di studio nell'ambito della Teoria del Caos Deterministico). Ma possiamo dire lo stesso del luogo e dell'istante in cui cadrà un fulmine? Possiamo dire lo stesso dell’esito di una battaglia e del capovolgimento di fronte che potrebbe intervenire se sui contendenti si scatenasse un temporale? E di una gara automobilistica? E di una corsa ciclistica? Possiamo dire lo stesso della posizione del DNA, di una certa cellula, di un certo organismo in cui avviene, in un certo momento della vita di quell’organismo, una mutazione? Se ci lasciamo un certo margine di casualità all’interno di un universo in gran parte causale possiamo ammettere che l’evoluzione dell’uomo (come di tutto il resto) abbia una componente di casualità. È proprio intollerabile ammettere un certo ruolo ontogenetico del Caso?  

Risposta 28. Personalmente non sono turbato dall’ammettere che il Caso è un ingrediente della natura. Dal punto di vista scientifico l’ammissione di un ruolo del caso ha permesso di elaborare teorie con un forte potere esplicativo. Prima ancora che alla meccanica quantistica penso alla termodinamica e alla stessa evoluzione biologica. Comprendo che questo pone problemi con l’idea della divina provvidenza, e della onnipotenza di Dio. I manichei sostenevano che Dio non può essere allo stesso tempo infinitamente buono e onnipotente. Se infinitamente buono non riuscirebbe a evitare il male nel mondo e perciò non sarebbe onnipotente, se onnipotente non proibirebbe il verificarsi del male e quindi non sarebbe infinitamente buono. Penso che questo sia un ragionamento ingenuo che deriva da una visione antropomorfica della divinità. Io credo che la divina provvidenza, se così vogliamo chiamarla, si svolga nella ispirazione delle azioni umane.
La domanda tocca anche un punto molto importante, quando assimila il caso alla libertà umana. Io credo che nella libertà ci sia una componente casuale, ma che in sostanza non dipenda solo da questo. Quando bisogna decidere per un’azione tra varie possibili, entra in gioco l’immaginazione, nel senso che bisogna immaginare l’esito delle varie azioni e sceglierne una. Il processo immaginativo può essere diverso da una persona a un’altra e ha una componente casuale (quante volte si dice: non mi è venuto in mente!), ma poi penso che la selezione tra le varie decisioni avvenga con un meccanismo darwiniano, nel quale la necessità è rappresentata dalla più profonda identità della persona che fa la scelta. 

Rappresentazione dell'Emergenza della Complessità
In conclusione, penso che il Caso, e non una tendenza intrinseca nella materia, abbia consentito l’emergenza della complessità. Si può riflettere che nell’universo esiste un numero sterminato di pianeti e che certamente ve ne deve essere un buon numero con caratteristiche ambientali compatibili con la vita. Eppure, non è detto che dovunque ci sia vita debba esserci l’uomo o qualche essere equivalente. Non trovo nulla di male ad ammettere che il Caso ci ha favorito.
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Note
1 In riferimento all’impollinazione, ai ritrovamenti e alla conservazione dei fossili, all’apprendimento di comportamenti, o di evenienze accidentali con qualche possibile riflesso sulla selezione.
2 Ma ha affascinato molti giovani e li ha indirizzati allo studio della biologia.