giovedì 22 marzo 2018

CHI HA PAURA DELLA SCIENZA E PERCHÉ

CHI HA PAURA DELLA SCIENZA? 

Chi non la capisce. Chi si rifiuta o ha paura di capirla o chi, faticando a comprenderla, semplicemente la allontana da sé con sospetto. Eppure, tutto ciò che ci rende la vita più lunga e sicura rispetto a secoli fa, più confortevole e meno gravosa, viene proprio di là: dalla scienza e dalla tecnologia, sua stretta parente. A giustificazione di chi ha paura della scienza, non si può e non si deve negare che essa può anche generare incubi: ma di chi è la colpa? Della scienza in quanto tale, o di eventuali scriteriati utilizzi?


È una paura antica, quella che taluno ha nei confronti della scienza, molto antica. Credo di non sbagliare affermando che essa è nata con la scienza stessa. Una paura nata assieme a Prometeo: col timore della punizione per un atto di intollerabile superbia, quello di rubare agli Dei il fuoco e la conoscenza. E come non pensare anche ad Adamo e a Eva e all'irrefrenabile desiderio di conoscenza che sarà all'origine di tanti guai! Meglio lasciarla perdere, dunque, la conoscenza e anche la scienza, il cui scopo è conoscere.

In ogni tempo, c'è stato chi ha associato la conoscenza all'idea del Demonio, a Mefisto: in molti roghi sono stati bruciati alambicchi, libri, elisir, maghi, streghe e anche gatti. Sempre la stessa paura. Quel che è curioso, oggi, è osservare questa stessa paura viaggiare alla velocità della luce, associata all'idea di complotti e cospirazioni, lanciata sulle ali veloci della fibra ottica, attraverso smartphone d’ultima generazione, come se chi teme maggiormente la scienza fosse proprio colui il quale maggiormente se ne serve.   

Ad ulteriore giustificazione di chi teme la scienza, bisogna ammettere che – con le dovute eccezioni – gran parte degli scienziati non sa, o non vuole perché questo costa molta fatica, comunicare il senso stesso della scienza. Accade così che in assenza di spiegazioni chiare sul senso e sul rigore della scienza, anche in un'epoca in cui tutti comunicano con tutti (o forse proprio per questo), la platea dei dubbiosi e dei sospettosi si allarga anziché assottigliarsi. E ciò è male.

Sono molte le ragioni per le quali si ha paura della scienza. Sono ragioni profonde, radicate nel fondo della psicologia umana, là dove tutte le paure covano. Ma prima di cercare in quegli anfratti della psicologia, va detta una cosa di una banalità sconcertante che fa da volano moltiplicativo a tutte le paure più profonde. Chi proclama verità, chi proclama di possedere la Verità, chi si arroga il diritto di accesso alla Verità attira inevitabilmente su di sé antipatia e odio. Non può essere altrimenti. È per questo che molti santi sono martiri, come fu lo stesso Gesù. Non si proclama impunemente la Verità.
Tralasciamo le Inquisizioni, i Savonarola, i Cromwell, i Puritani e tutti gli altri nemici ideologici della scienza, compresi ignoranti e retrogradi di professione. Diamo uno sguardo a ciò che cova laggiù, dove albergano le umane paure. Non si tratta di lanciare crociate contro gli infedeli e gli analfabeti scientifici: ogni guerra di religione – fede contro fede – è del tutto infruttuosa: si tratta, se mai, di capirne i motivi vicini e lontani.

Fonte: Associazione Luca Coscioni
Qui di seguito esporrò alcuni di quelli che ritengo i motivi più importanti. Li esporrò alla rinfusa perché, tra questi, non vedo un ordine gerarchico in quanto la paura è una questione individuale, che nasce dalle esperienze e dalla cultura di ciascuno.

Un timore nasce, paradossalmente, dalla stessa natura della scienza: quella di essere un sistema aperto”. Il fatto che essa, per definizione, metta in discussione ogni propria proposizione, ogni nuova conoscenza, ogni nuova verità, lascia – soprattutto in chi la conosce poco e male – non solo ampi margini di dubbio sulle pretese verità scientifiche”, ma una vera e propria giustificazione al dubbio. E quando il dubbio diviene sistematico (come giustamente è nella scienza più pura), questo genera a sua volta nell’interlocutore poco esperto un timore parimenti sistematico.  Nel proprio intimo, l’uomo è insicuro e ha bisogno di certezze: se non fosse così, come si giustificherebbe l’adesione di gran parte dell’umanità a fedi poggiate su dogmi che possono fare a meno della ragione? A fronte di un bisogno così forte di certezze, la scienza, con le sue verità mai complete e con gli inevitabili limiti della ragione, non è in grado di offrire saldi appigli, a meno di non trasformarsi essa stessa in apparato fideistico, cosa che è contraria alla sua ragion d’essere. Una Verità variabile è una verità dimezzata, il frutto di un relativismo che, se pur accettabile dalla ragione, lascia insoddisfatto il cuore, o lo stomaco, di chi ha bisogno di certezze.

Un altro motivo di messa in crisi della fiducia nella scienza è da ricercarsi in quella che è stata chiamata, metaforicamente, la perduta alleanza tra Dioniso e Apollo. Negli anni venti del secolo scorso, Oswald Spengler, nella sua monumentale opera ideologica Il tramonto dell’Occidente, si richiamava esplicitamente alla crisi tra la visione dionisiaca e quella apollinea della vita tratteggiata da Friedrich Nietzsche in La Nascita della TragediaApollo è razionale, misurato, equilibrato. È la parte razionale dell’uomo: è l’arte, lo schema, la filosofia, la scienza. Dioniso è la parte animale, selvatica, viscerale, dalle pulsioni e dal sentire irrefrenabile e indomabile. Egli è il cuore, lo stomaco, ma anche la musica, l’ebbrezza, l’entusiasmo. Prima di Nietzsche, anche Goethe aveva contrapposto due interpretazioni metaforiche del mondo: quella del meccanismo e quella dell’organismo. Il mito vorrebbe che all’origine del mondo Apollo e Dioniso fossero alleati e che l’uomo godesse dei frutti di tale alleanza. Quando tale alleanza cessò lo spirito dell’uomo ne risultò dilaniato, senza essere capace di trovare un equilibrio tra ragione e sentimento, tra cervello e cuore (o stomaco). Per Spengler, la crisi dell’Occidente sta nell’aver dato maggior credito alla ragione. Personalmente, io ribalterei la visione di Spengler e attribuirei lo smarrimento contemporaneo a un ritorno in grande spolvero dello stomaco nei confronti del cervello o, per usare i concetti di Goethe, del destino nei confronti della causalità. A me sembra che queste divisioni del mondo e delle sue interpretazioni non siano vecchiume filosofico”, ma appartengano costitutivamente all’uomo, fungendo da poli alternati di uno dei motori della civilizzazione, e come tali influenzando profondamente il modo di pensare anche dell’uomo contemporaneo. Chi teme la scienza e non è molto convinto delle sue verità parziali, lo fa anche perché la ragione non infiamma a sufficienza la sua anima dionisiaca. Questo è uno dei motivi per cui, in molte sfide, invece di risultare vincente a mani basse come sarebbe lecito aspettarsi, la scienza viaggia assai spesso ai margini della sconfitta latente.

In una società che da più parti manifesta delusione e scontento, Dioniso sembra avere maggior potere attrattivo rispetto ad Apollo. Quasi che il sentimento e il cuore sentano il richiamo di una perduta quanto inesistente Età dell’Oro, data dalla certezza del Destino contro l’incertezza di un sapere relativo. Si assiste, a quanto pare, a una rinascita della forza attrattiva dell’antimodernismo.

Apollo e Dioniso: la ragione e il cuore
Un altro comprensibile quanto banale motivo di timore, specie nelle persone che hanno esperienza di vita, deriva dalla scarsa fiducia che molto spesso l’uomo nutre nei confronti dell’uomo medesimo. Il cittadino mal governato, che è stato imbrogliato dai suoi pari – e non solo dai nemici, ma anche da amici e parenti – diventa vigile e sospettoso. Persa la virginale fiducia, egli diffida dei governi, delle istituzioni e dei poteri che queste rappresentano. E non è difficile scorgere, anche dietro la scienza più pura, la mano avida di poteri e istituzioni. La scienza stessa, così, finisce inglobata nel dubbio e nel sospetto cosmico e, a questo punto, non c’è più purezza che conti. Il danno è fatto per sempre. Quanto alla politica (vale a dire i politici) essa mostra spesso una tale incapacità a distinguere saggiamente il grano dal loglio (il buono dal cialtronesco), che questo non favorisce certo la fiducia nelle istituzioni e, a seguire, nella scienza.

Qui si dovrebbe aprire una piccola parentesi. Paura della scienza o paura degli scienziati? È come domandarsi se fanno paura le automobili, gli automobilisti indisciplinati, o gli ubriachi al volante? Se per scienza si intende l’insieme delle procedure e delle persone che studiano i meccanismi che sottostanno a ciò che della Natura abbiamo nozione, non credo che la scienza debba o possa far paura: e nemmeno se per scienza si intendono le nozioni ricavate dallo studio e i risultati pratici che sono stati resi possibili dalle nozioni medesime. Se per scienza intendiamo gli scienziati, allora è lecito – come accade talora con l’uomo – temere usi discutibili del sapere e del potere ad esso connesso. In tal caso, però, generalizzare è sbagliato: bisogna sorvegliare e giudicare i singoli casi. Tra l’altro, un dubbio e un sospetto generalizzato non fa che indebolire gli anticorpi sani propri della scienza, vale a dire quei meccanismi di verifica e di controllo che la scienza stessa è abituata a mettere in atto contro i cialtroni e i troppo scriteriati. Dubitare troppo della scienza diminuisce il potere di autocontrollo. Questo è un male.    

Il sospetto nei confronti della scienza non può che farsi più forte quanto lo scienziato, sentendosi sospettato e tante volte non essendo in grado di spigare la scienza in parole povere (e, in effetti, la scienza è davvero difficile da spiegare a chi non ne conosce i modi e il linguaggio), finisce per arroccarsi altezzosamente in quelle classiche torri d’avorio che offendono, suscitano odio e insospettiscono ancora di più. Chi guarda alla scienza con sospetto, e la teme, la accusa anche, non sempre a torto, di autoreferenzialità.

Ma chi, e come, e secondo quali parametri può giudicare la scienza? Ci sono due metri, separati e distinti, per giudicarne meriti e demeriti. Il primo, a disposizione di tutti, è giudicarne i risultati attraverso i vantaggi che ciascuno ne trae, direttamente o indirettamente. I vantaggi pratici conseguenti alle conoscenze scientifiche sono sotto gli occhi di tutti: se è vero che in linea teorica si può dubitare di tutto, non è molto onesto denigrare i vantaggi di cui si gode personalmente. Il secondo metro è riservato agli agenti chiamati in causa, gli scienziati stessi. Chi meglio di loro – esperti dei metodi, dei modi, dei processi, degli assiomi, delle procedure, dei limiti, e del linguaggio – può entrare nel merito e farsi giudice? È qui che entra, certamente, una certa autoreferenzialità. D’altra parte, sono proprio gli specialisti – l’agricoltore, il falegname, il meccanico, lo storico, il fisico, il pittore, e via di questo passo – a possedere il know-how e gli strumenti specifici per giudicare dell’operato dei propri simili. Tutti gli altri debbono accontentarsi di valutare i risultati. Certamente, qui c’è autoreferenzialità (e non può essere altrimenti). Chi è autoreferenziale, tuttavia, deve imparare a gestire egli stesso in modo equo e limpido i limiti alla propria autoreferenzialità usando, nei limiti del possibile, linguaggio e argomenti accessibili ai più. E qui entra in gioco la difficile questione della democraticità.


Una dichiarazione che ha suscitato dubbi, perplessità e, in taluno, indignazione, è stata l’affermazione da parte del medico Roberto Burioni il quale ha infranto un usurato tabù affermando che “la scienza non può essere democratica”. L’affermazione ha suscitato clamore soprattutto, credo, per i modi decisi con cui è stata posta: quanto alla sua essenza, invece, il clamore mi sembra ingiustificato. Se l’idraulico mi dice che il mio rubinetto è da cambiare, posso riunire la famiglia e decidere, a maggioranza, che il rubinetto non sia da cambiare ma, forse, l’opinione dell’idraulico - se onesto, ed eventualmente avvalorata da quella di altri idraulici di riconosciuta onestà - è più giusta di quella di tutta la mia famiglia messa insieme. Nella scienza funziona così. Le conoscenze acquisite (sempre migliorabili e, in quanto conoscenze, neutrali) si prendono per buone, fungono da punto di partenza per ulteriori ragionamenti, e ha poco senso - pur nel rispetto della libertà d'opinione - che vengano negate o contestate da chi non conosce in modo approfondito il tema specifico. Se mai, il processo democratico entra in gioco in seconda battuta, quando sulla base dei migliori dati possibili messi a disposizione degli specialisti, vengono assunte decisioni politiche di rilevanza sociale: è questo il campo in cui la democrazia esercita le proprie prerogative. In questa fase, il processo democratico dovrebbe e potrebbe avvalersi grandemente di una maggiore competenza e consapevolezza dei meccanismi sottesi alla scienza. Una scelta democratica e politica esercitata in condizioni di analfabetismo scientifico potrebbe avere conseguenze gravi. Una società democratica più competente e consapevole richiederebbe un’ampia revisione della formazione scolastica che non trascuri – ancora sull’onda di un'impostazione risalente a Benedetto Croce – la competenza d’ordine scientifico. Bisogna che l’educazione – nella scuola ma non solo – recuperi quel che c'è di essenziale nell'antica alleanza tra Apollo e Dioniso. Le due anime dell'uomo, le sue due nature, devono tornare a coesistere. L’equilibrio, la ragione e la misura di Apollo devono ricongiungersi con il cuore, l’ebbrezza e l’entusiasmo di Dioniso. È sbagliato disgiungere forma e sostanza, cuore e cervello, classico e scientifico: la separazione acuisce i limiti di ciascuna parte separata dall'altra e previene i compensi e gli stimoli reciproci. Nel numero # 329 di La Lettura del 18 marzo 2018, riferendosi ad una presunta narrazione mitologica – e pertanto poetica – sull’origine dell’uomo sviluppata dai primi rappresentanti di Homo sapiens, il fisico Guido Tonelli concepisce un legame profondo tra poesia, osservazione del cosmo, e cosmogonia; tra linguaggio poetico e il linguaggio formale delle scienze, sostenendo che proprio nella sintesi delle sue due nature consista il vero, autentico, e unico spirito dell’uomo.

domenica 11 marzo 2018

Esercizi di epistemologia applicata: DOMANDE E RISPOSTE SULL'EVOLUZIONE – VI^ parte

In questa sesta puntata di Domande e Risposte sull’Evoluzione, si affronta un tema dai contorni epistemologici arditi: ci si domanda – e si risponde – sull’eventualità che elementi puramente mentali e trasmessi per via culturale, nella fattispecie la spiritualità e la religione, abbiano un qualche ruolo nella storia evolutiva di Homo sapiens. 



Domande e Risposte
# 11

Domanda 11. Per quel che ne sappiamo, religione e spiritualità sono elementi connaturati a tutte le culture che si sono sviluppate nella specie umana. Questi elementi sembrano avere avuto un rilevantissimo ruolo di coesione sociale (anche con fenomeni di costrizione e condizionamento all’agire).
La coesione sociale indotta dalla religione (o dalla necessità universalmente diffusa di doversi riconoscere in una forma di religione che potesse rispondere alle domande considerate fondamentali) è una forma di socializzazione (o un’estensione delle cure parentali) con una qualche rilevanza nel determinare scelte o comportamenti adattativi di qualche valenza nell’ambito della selezione?

Risposta 11. Alcuni aspetti di questo problema sono considerati da Giorgio Cosmacini nel suo libro La religiosità della medicina. Dall’antichità a oggi (Laterza 2008), citando le parole del Premio Nobel Christian de Duve, che ha scritto: Il sentimento religioso è profondamente radicato nella nostra stessa natura, forse inciso in essa dalla selezione naturale”. “La religiosità antropologicacommenta perciò Cosmacini – sarebbe dunque un carattere primario e originario, un vero e proprio distintivo connaturato all’uomo di ogni tempo e ogni luogo: lo proverebbe la valorizzazione dell’homo religiosus oggi messa in atto da più parti. È una valorizzazione condivisibile se intesa come rivalutazione piena di un alto e sublime sentire e non come riaffermazione egemonica delle religioni rivelate o di questa o di quell’altra tra esse”.



Mi sembra, perciò, che de Duve abbia detto qualcosa di rilevante per questa domanda quando afferma che il sentimento religioso potrebbe essere inciso nella selezione naturale. Se si considerano le cose dal punto di vista della sopravvivenza della specie umana, è chiaro che il sentimento religioso ha dato un importante contributo alla coesione sociale e alla affermazione di gruppi di individui, anche a scapito della sopravvivenza dei singoli. Ma, se facciamo una valutazione sulla base del numero di membri della specie umana nelle varie tappe della storia, è dubbio se il numero di individui salvati grazie alla coesione sociale abbia compensato o no quelli deceduti nelle guerre di religione. La popolazione della terra è considerevolmente aumentata nell’ultimo secolo, certamente più per merito della scienza che della religione. E, tuttavia, è vero che una giustificazione materialistica, o fisicalistica, non basta a dar conto di tutto questo, dato che principi etici, che presuppongono, anche negli atei dichiarati, una connotazione comunque religiosa, si sono fatti strada considerando i progressi della scienza, dal postulato di obiettività di Monod all’ispirazione internazionale e pacifista della comunità scientifica.
La mia conclusione è che non è vero che la religiosità sia importante per l’uomo perché conferisce coesione sociale, e quindi come attributo vantaggioso nel corso della evoluzione biologica, ma che sia un attributo fondamentale della umanizzazione, della nascita del mondo 3 di Popper (per il mondo 3 di Popper, vedi al post precedente).
Questo è un caso particolare di quella che mi sembra una regola generale. L’evoluzione culturale agisce anche in contrasto con l’evoluzione biologica, sacrificando gli individui a favore delle idee. Ci si è spesso domandati perché la specie umana è l’unica a combattere vere e proprie guerre. La mia risposta è perché quella umana è l’unica specie che ha una cultura, e i contrasti tra le idee sono più importanti dei contrasti per i bisogni elementari degli individui in carne ed ossa
Perciò, dal punto di vista della selezione biologica degli umani non mi pare che la religione abbia importanza, mentre ne ha moltissima dal punto di vista dell'evoluzione culturale. L’affermazione di quei principi di solidarietà, altruismo e carità che possono salvare la vita ai più deboli, potrebbe esercitare un’influenza sull'evoluzione della specie umana, analoga a quella delle cure parentali. Ma, anche in questo caso, nella storia dell’umanità spesso questi principi sono stati sopraffatti dall’intolleranza e dal fanatismo degli integralisti, che hanno scatenato guerre nelle quali i morti sono stati i più giovani e robusti.

Domande e Risposte
# 12

Domanda 12. Religione, spiritualità (e, forse, le ideologie) possono essere considerati come fenotipi aleatori e impermanenti ma trasmissibili (non necessariamente come carattere dominante) ad ereditarietà di tipo lamarckiano con una qualche valenza adattativa?

Risposta 12. Rispondendo alla domanda precedente, ho affermato che va distinta la religione, come fattore di coesione di gruppi sociali, dalla sua dimensione spirituale. Ribadisco che considero che l’evoluzione culturale ha luogo con un meccanismo darwiniano. Perciò credo che la religiosità e la cosiddetta “spiritualità” siano pulsioni antropologiche fondamentali, connesse con l’identità stessa della specie umana, che perciò rappresentano un fortissimo fattore di selezione. Diverso è il caso delle ideologie politiche, che sono generalmente selezionate da esigenze che tendono a mutare nel tempo, così come fa l’ambiente sulla terra nei riguardi delle specie biologicamente definite.
Prendiamo l’esempio del marxismo, che fu selezionato con entusiasmo dai lavoratori in un’epoca di sfruttamento inumano del cosiddetto proletariato. Nel tempo, anche per merito dei movimenti politici ispirati al marxismo, le condizioni dei lavoratori sono molto migliorate. Per di più, a causa della sua logica lamarckiana, la teoria ha prodotto regimi che hanno tradito le sue promesse. Perciò, al giorno d’oggi, anche nei movimenti politici di sinistra il marxismo non è affermato come ideologia principale di riferimento e anche la sinistra più radicale, che non lo ripudia, sostiene che in passato sia stato male interpretato. Mi pare che esista una analogia stretta con il meccanismo darwiniano della emergenza di una specie e della sua decadenza. E comunque, se è vero che l’esistenza di movimenti politici di ispirazione marxista ha portato a un miglioramento delle condizioni dei lavoratori anche in paesi nei quali questi movimenti non si sono affermati, e quindi alla riproduzione di più persone appartenenti a questa classe sociale, credo che sia lecito dire che questa teoria, come altre, ha avuto una valenza adattativa sulla specie umana.


Si rifletta sul fatto che Marx ed Engels enunciarono una teoria molto originale, analoga a una mutazione, frutto largamente della loro immaginazione creativa. E il successo del marxismo non avvenne tanto perché fosse privilegiato nella comunicazione (anzi, si può supporre che la propagazione della teoria fosse ostacolata da coloro che la avversavano), ma perché molti, e in vaste parti della terra, furono profondamente persuasi dal suo messaggio, in analogia con la riproduzione dei geni.
Si può contestare la componente libera e immaginativa che fu all’origine del marxismo, che fu preceduto da un lato dal socialismo utopistico e dall’altro dalla filosofia hegeliana. Ma anche nell’evoluzione biologica i geni mutati non emergono dal nulla e derivano da altri geni. Perciò ribadisco il mio convincimento che l’evoluzione culturale sia darwiniana.
Qualche parola sulle ideologie, che sono menzionate nella domanda. Oggi è di moda prendersela con le ideologie considerate generalmente ispiratrici di cattive azioni. È certamente vero che un sistema di idee “chiuso”, da accettare o rifiutare in blocco, è un ostacolo a quella libertà di pensiero che è fondamentale perché abbia luogo la evoluzione culturale. Ma spesso, in questa polemica contro le ideologie affiora un’ostilità verso le idee, che vengono considerate superflue e da sostituire con il senso comune o con l’aderenza alla tradizione (da qui la scarsa popolarità degli intellettuali). A parte il fatto che anche questa è un’ideologia, sono convinto che senza idee l’umanità non possa avere un’evoluzione culturale e non possa sviluppare la sua fondamentale caratteristica distintiva.




venerdì 2 marzo 2018

Esercizi di epistemologia applicata: DOMANDE E RISPOSTE SULL'EVOLUZIONE – V^ parte

In questa puntata di Domande e Risposte sull’Evoluzione, il professor Claudio Rugarli risponde a una domanda che sta a metà strada tra la domanda vera e la provocazione, e che rientra in un dibattito che dà per scontato che si possano individuare reali analogie tra l’evoluzione biologica e quella culturale. Molto appropriatamente, il Prof. Rugarli mette in guardia dall’avventurarsi in analogie troppo strette tra due entità così diverse e, richiamandosi agli scritti di Popper e Eccles, puntualizza che le due evoluzioni riguardano mondi diversi.  



Domande e Risposte
# 10

Domanda 10. Ammettendo che la cultura (ad esempio le cure parentali) possa avere un ruolo nell’evoluzione dell’uomo, quanto c’è di darwiniano nella cultura che possa intervenire sui meccanismi selettivi e quanto c’è di lamarckiano nella trasmissione verticale e nella diffusione orizzontale di elementi acquisiti?

Risposta 10. Bisogna distinguere tra i meccanismi di evoluzione della cultura e quanto la cultura influenzi l’evoluzione biologica. Per ora considererò il primo aspetto del problema, convinto come sono che l’evoluzione culturale è darwiniana e non lamarckiana. Ritorno su una raccomandazione già fatta: non bisogna forzare troppo le analogie tra cultura e biologia. Quello che è importante è il meccanismo del caso (la libertà per la cultura) e la necessità. Questo permette di rifiutare meccanismi deterministici in ogni tipo di evoluzione e di superare in questo campo una visione ristretta del principio di causalità. Ma le differenze tra le due evoluzioni restano importanti e forse per questo i cultori delle scienze umane si interessano poco a queste analogie.
Per cominciare, l’evoluzione biologica riguarda regioni definite del mondo fisico, mentre l’evoluzione culturale non appartiene allo stesso mondo. Non oso avventurarmi in una discussione filosofica, ma, per comodità di discorso, ricordo una affermazione di Karl Popper in un libro scritto a quattro mani insieme con Sir John Eccles, neurofisiologo e Premio Nobel per la Medicina (L’io e il suo cervello, Armando, 1982). Sostiene Popper che, in realtà, esistono tre mondi: il mondo 1 è quello fisico, oggetto della scienza; il mondo 2 è quello delle disposizioni umane, oggetto della psicologia; e il mondo 3 è quello dei prodotti della cultura umana. È chiaro che l’evoluzione biologica si svolge nel mondo 1, mentre quella culturale ha luogo nel mondo 3.


Questa differenza deve mettere in guardia contro analogie troppo strette tra le strutture elementari che evolvono in due mondi tanto diversi. Nel mondo 1 è facile individuarle in segmenti di acidi nucleici, che sono i geni, ma nel mondo 3 è impossibile fare un’operazione analoga. L’evoluzione in questo caso può riguardare tanto espressioni complesse quanto semplici parole, quello che conta è che siano comunicabili e trasferibili ad altri che le acquisiscono. Da qui il sospetto, che mi sembra implicito nella domanda, che alla fine l’evoluzione culturale sia lamarckiana, dato che il più popolare principio del pensiero di Lamarck è la trasmissione ereditaria dei caratteri acquisiti. Ma il punto sta nelle modalità di acquisizione: nel lamarckismo sta in una azione causale dell’ambiente, nel darwinismo nella selezione tra varianti derivate casualmente da errori nella replicazione dei geni. Se vogliamo azzardare un’analogia per quanto riguarda l’evoluzione culturale, possiamo dire che le idee, per limitarci a queste, si replicano in quanto non solamente sono trasmesse, ma anche sono liberamente accettate. È l’accettazione che è l’equivalente della riproduzione dei geni, e non la sola conoscenza. Per fare un esempio che viene a proposito, io sono benissimo a conoscenza della teoria del creazionismo, che sostiene che il mondo è stato creato circa 10.000 anni fa, più o meno come è adesso, inclusi i reperti fossili che sembrano dimostrare il contrario, ma non accetto questa idea, che perciò in me, e nella quasi totalità di coloro che sanno di scienza, non si riproduce. Perciò affermo che l’evoluzione culturale è darwiniana.

Questo non significa che non vi siano persone che credono nel lamarckismo culturale. Non si deve dimenticare che l’essenza della teoria di Lamarck sta in una ricerca metafisica di perfezione da parte di tutti gli organismi, che li induce a trasformarsi sotto la spinta di fattori ambientali.  Con un’ispirazione analoga, i regimi totalitari del secolo scorso si sono illusi di plasmare l’evoluzione culturale, limitando la libertà di giudizio di coloro cui veniva trasmesso il loro verbo. L’idea sottintesa a questa tecnica è che, in assenza di idee alternative, la sola idea comunicata finirà anche per essere accettata. Invece, se l’accettazione avviene in queste condizioni, non è autentica e può essere facilmente smentita dai fatti. Noi abbiamo avuto l’esperienza del regime fascista e possiamo giudicare bene quanto questa idea fosse sbagliata e quanto abbia fallito. Dopo venti anni in cui non si è fatto altro che imprimere idee bellicose nelle teste degli italiani, si è visto come sono andate le cose quando si è fatta veramente una guerra importante. A proposito delle disavventure italiane nella guerra contro la Grecia, Gerhard L. Weinbergnella sua monumentale storia della seconda guerra mondiale (A world at arms. A global history of world war II, Cambridge University Press, 1994), ha scritto: "Chiunque abbia visto il terreno sul quale i soldati italiani avevano combattuto durante la prima guerra mondiale riconoscerà che essi sono del tutto capaci di battersi valorosamente nelle circostanze più difficili; ma in un esercito nel quale l’intelligenza e il rango gerarchico erano distribuiti in proporzione inversa, non ci si poteva aspettare niente se non un completo disastro. Due volte i comandanti del fronte italiano furono sostituiti, ma tutto questo non servì a niente. Due decenni di regime fascista avevano lasciato l’Italia con un esercito peggio guidato, equipaggiato e addestrato rispetto a quello del 1915" (pag. 210, la traduzione è mia). Si può ribattere che Hitler e i tedeschi furono meno inefficienti, ma fecero anche cose orribili e della ideologia nazista non è rimasto niente.

Meno lamarckiani, e su scala più modesta, sono i tentativi di influenzare le idee della gente in regimi liberi e democratici nei quali i mezzi di comunicazione di massa siano nelle mani di pochi e si adottino mezzi di propaganda che abbiano mutuato le tecniche della pubblicità. Ma questi, anche se convenienti nel breve periodo per coloro che li mettono in atto, sono solo accidenti minori nell'evoluzione culturale.  





giovedì 22 febbraio 2018

PUNTO, LINEA, SUPERFICIE

“Questo lavoro conduce a delle rivelazioni interiori”. 

Non sono parole mie, ma di Wassily Kandisky, e appartengono alla frase conclusiva del suo Punto, linea, superficie, splendido saggio di teoria pittorica pubblicato nel 1926 ed edito in Italia da Adelphi nell’anno di grazia 1968.  Nella prefazione Max Bill afferma che il saggio va oltre il fatto pittorico e “abbraccia problemi generali dell’attività creativa”. Quanto a me, non faccio che riallacciarmi in modo strumentale e iconografico a questa affermazione, per parlare - come mio solito - di tutt’altro. Lo scopo è di “illustrare” (anche in forma grafica) come io vedo, ultra-semplificandolo, il modo di ragionare dell’essere umano.


Punto, linea, superficie 
Illustrazione della copertina, edizione Adelphi (1968)
Avvertenza importante: questo articolo non ha alcuna pretesa di verità e non si ricollega ad alcun particolare riscontro delle scienze psicologiche o neurobiologiche.  

L’idea di questo post mi è venuta mentre leggevo (La Lettura #324, 11 febbraio 2018) un articolo intitolato L’uomo è meno intelligente di quello che crede, un’intervista di Alessandra Rastelli a Steven Sloman, autore di un saggio in uscita in questi giorni, intitolato L’illusione della Conoscenza (Raffaello Cortina Editore). Il tema del libro (che non ho ancora letto ma che si profila interessante) ha a che vedere con i meccanismi con cui l’uomo ragiona e con il fatto, come si afferma nell’articolo, che il pensiero non si è evoluto per accumulare dettagli ma per scegliere le azioni con cui operiamo nel mondo, cogliendo ciò che è più utile e tralasciando il resto”. In altre parole, nel momento in cui facciamo l’operazione di scegliere”, non utilizziamo tutte le potenziali informazioni cui potremmo accedere, ma solo alcune, quelle che noi (vale a dire il nostro cervello) reputiamo più importanti.  
Detto ciò a titolo introduttivo, procedo a illustrare come “vedo” agire il nostro cervello.

Supponiamo di avere a disposizione un numero davvero scarso di informazioni: diciamo – al limite – di averne una sola (figura A). Se la nostra informazione è il puntino ROSSO (l’unica informazione che abbiamo), avremo un infinito numero di possibilità di scelta: potremo agire in modo estremamente vario, come rappresentato da ciascuna delle rette NERE disegnate nella figura. Ciascuna delle opzioni che scegliamo può tener conto dell'informazione in modo esatto (a sinistra) o approssimato (a destra).

Figura A
Se le informazioni raddoppiano (figura B, a sinistra), le possibilità di scelta si riducono in numero, ma diventano più coerenti con le informazioni disponibili. Di nuovo, la scelta può essere più o meno aderente all’informazione. Se le informazioni aumentano e se sono coerenti tra loro, la scelta può raffinarsi ulteriormente (figura B, a destra). 

Figura B
Ma se le informazioni NON sono tra loro coerenti, come spesso purtroppo accade nella vita reale? Allora bisogna scegliere. Se si attribuisce un uguale valore a ciascuna delle informazioni di cui si è in possesso e se si vuole fare una scelta mediana e prudenziale che tenga conto in modo paritetico di tutte le informazioni, si finisce con l’essere di fronte a numerose scelte, in gran parte contrastanti le une con le altre (figura C). Quando si è in possesso di due informazioni, la scelta è facile: un’informazione in più, non coerente con le prime due, rende la scelta più problematica.  

Figura C
Se, invece, a ciascuna delle informazioni è possibile attribuire un valore informativo specifico, le possibilità di scelta si spostano in relazione alla mediana del peso specifico di ciascuna informazione (figura D, a sinistra). Se ciò non accade, allora può essere il nostro cervello che, autonomamente, in base a precedenti esperienze o a pregiudizi o a semplici preferenze, attribuisce un peso diverso alle varie informazioni (figura D, a destra, con il peso dell’informazione autonomamente modificato indicato in giallo). In parole povere, il cervello riduce la conoscenza effettiva o potenziale per agevolare o indirizzare la scelta.    

Figura D
Se le informazioni sono troppe, il cervello entra in seria difficoltà: le opzioni diventano ingestibili e le scelte possibili sono tutte in contrasto le une con le altre (figura E).

Figura E
Eliminando le informazioni che ci sembrano meno rilevanti (alcuni dei punti della figura precedente senza cambiare nulla negli altri), la scelta viene enormemente facilitata (figura F).

Figura F
E infine, che cosa accade se il cervello è costretto a cercare soluzioni unitarie a un nuovo insieme di informazioni complesse? Messo di fronte a questo compito, esso sembra trovare un certo disagio nel dover creare nuove interpretazioni e acquisire “nuova” conoscenza o nuovi pattern di conoscenza (figura G).

Figura G
In situazioni come queste, esso preferisce trovare riparo e conforto nel già visto e nel già conosciuto, sovrapponendo il noto al all’ignoto (figura H).

Figura H - Orsa Maggiore
Ecco, dunque, come mi figuro - semplicisticamente - che il cervello gestisca le informazioni e come, da solo e previlegiando la scelta alla conoscenza, esso riduca la propria “intelligenza” per non restare paralizzato da una eccessiva mole di dati. Sarà per questo che Shakespeare afferma che L'azione è più rara nella virtù che nella vendetta”? Chissà!






venerdì 16 febbraio 2018

Esercizi di epistemologia applicata: DOMANDE E RISPOSTE SULL'EVOLUZIONE – IV^ parte

In questa puntata di Domande e Risposte sull’Evoluzione, il professor Claudio Rugarli risponde a un’unica sollecitazione. Questa riguarda l’eventuale ruolo evolutivo – nel senso del progresso o dell’involuzione – della Medicina, tenendo conto che la pratica medica – quando ha successo – molto spesso si oppone in maniera evidente a uno dei meccanismi fondamentali dell’evoluzione: la selezione naturale. 


Domande e Risposte
# 9

Domanda 9. La medicina e la farmacologia sono chiaramente elementi che contrastano la selezione negativa degli individui deboli e introducono elementi di selezione dei microrganismi (patogeni e non patogeni). Questa interferenza con i meccanismi selettivi “naturali” altera i rapporti con l’ambiente e con le altre specie. D’altra parte, medicina e farmacologia sono espressioni delle facoltà e della cultura della specie e sono conseguenze “naturali” dello sviluppo delle capacità della specie di relazionarsi con l’ambiente. Può il continuo sviluppo delle potenzialità terapeutiche della medicina alterare i rapporti tra l’uomo e la biosfera al punto tale da rappresentare un fattore di rischio per la sopravvivenza della specie umana?

Risposta 9. L’idea che i progressi della medicina possano rappresentare un rischio per la sopravvivenza della specie umana sarebbe piaciuta ad Ivan Illich, Questo austriaco, notevole come filosofo, sociologo e teologo, scrisse un libro, La nemesi medica. L’espropriazione della salute(Mondadori, 1977) nel quale sosteneva che la medicina moderna, lungi dal giovare all’uomo, gli fa solo del male. Coerentemente, quando Illich sviluppò un tumore al viso, curabile con un intervento chirurgico che avrebbe potuto fargli perdere la voce, rifiutò questo trattamento e morì.
La mia risposta a questa domanda è ben diversa da quella che avrebbe potuto dare Ivan Illich. Io penso che per la medicina moderna si possa dire lo stesso di quanto già affermato per il welfare, e cioè che essa permette la sopravvivenza, e la riproduzione, di individui somaticamente più deboli, ma questo, in un mondo dominato dall’evoluzione culturale, non ha importanza. E poi, la medicina potrà in futuro avere anche un ruolo nella modificazione in senso positivo del patrimonio genetico dell'umanità, eliminando i geni responsabili di molte malattie ereditarie. Questo è possibile già adesso, proprio in forza dei suoi conseguimenti conoscitivi, quando segnala alle coppie i rischi di generare figli con gravi malattie ereditate. La soluzione, per lo più un aborto provocato, o l’eliminazione di embrioni generati con la fecondazione artificiale, resta affidata alla libera scelta dei potenziali genitori e questo pone, comunemente, problemi di coscienza, perché esistono orientamenti etici e religiosi che possono essere conflittuali. Tuttavia, è già iniziata l’era del trapianto di geni, inaugurato con successo nel campo delle immunodeficienze. Per ora questa tecnica terapeutica non ha ancora risolto tutte le sue difficoltà, ma quando tutte queste fossero superate, resterebbe il fatto che i malati trapiantati con successo potrebbero avere una vita normale, ma sarebbe consigliabile che non si riproducessero, per evitare che i loro geni difettosi fossero trasmessi alla discendenza. Tuttavia, è teoricamente possibile che i geni sani, trapiantati nelle cellule germinali, siano trasmessi alla prole, consentendo la procreazione da parte di coloro nei quali si era corretta la malattia genetica, ma eliminando in questo modo la propagazione dei geni difettosi.[nota 1]  

Procedura per tentativi ed errori
Naturalmente, la stessa medicina scientifica procede per tentativi ed errori, il che la rende particolarmente simile all’evoluzione biologica, ma non si può negare che abbia avuto un ruolo importante nel prolungare la vita umana e nel risparmiare molte sofferenze. Si potrebbero citare molti esempi di questa progressione della medicina per correzioni successive, ma vorrei limitarmi a ricordare un problema che si è reso evidente già da qualche tempo a proposito dell’allergia e delle malattie autoimmuni. Studi epidemiologici hanno, infatti, dimostrato un significativo aumento di queste malattie nelle società con il più elevato livello igienico. Ne è derivata la cosiddetta ipotesi dell’igiene”, e cioè l’idea che tenere i bambini troppo lontani dai microbi porti come conseguenza una distorsione del loro sistema immunitario che li rende, in seguito, più suscettibili alle malattie allergiche o autoimmuni. Esistono presupposti teorici che confortano questa ipotesi, ma occorreranno più evidenze immunologiche per accettarla incondizionatamente. Si potrebbe indicare questo come un esempio della fallibilità della medicina, che per anni ha raccomandato la pulizia e l’igiene, ma si potrebbe anche aggiungere che questo è un modello di evoluzione culturale darwiniana. Infatti, tra le due idee lo sporco è cattivoe lo sporco può anche essere buono”, grazie alle osservazioni imparziali e al metodo scientifico sta per essere selezionata la seconda idea ed eliminata la prima.




[Nota 1] Gli sviluppi più recenti in fatto di manipolazione genica a scopo terapeutico non tolgono nulla al senso di queste parole, pronunciate qualche anno or sono, che restano più attuali che mai e suonano, in un certo senso, quasi profetiche.

venerdì 9 febbraio 2018

Esercizi di epistemologia applicata: DOMANDE E RISPOSTE SULL'EVOLUZIONE – III^ parte

In questa terza parte della serie dedicata alle Domande e Risposte sull’Evoluzione, il professor Claudio Rugarli risponde alle mie provocazioni sull’eventuale ruolo evolutivo – in senso biologico – di aspetti culturali come per esempio ideologie che vanno a braccetto con certe  pulsioni dell’animo umano, talune delle quali culturalmente giudicate come riprovevoli. 


Domande e Risposte
# 7

Domanda 7. Molte domande relative all’evoluzione culturale dell’uomo considerano fenomeni che si manifestano in un arco temporale molto più ristretto di quello mediamente considerato necessario per dar luogo a fenomeni di speciazione biologica. Mentre per la speciazione biologica si è calcolato che possa essere necessario un numero minimo di generazioni attorno a 30.000, quasi tutti gli aspetti dell’evoluzione culturale sono riconducibili a un numero di generazioni estremamente basso, fino a un minimo di una-due. Si deve pertanto escludere che l’evoluzione culturale, di per sé e da sola, possa determinare condizioni che intervengono sulla specie determinando fenomeni di speciazione biologica. La domanda è se si possano determinare condizioni evolutive di diverso genere e di diverso impatto (su un determinato fenotipo, adattando di volta in volta la definizione di fenotipo) considerando cause ed effetti su scala temporale lunga, media, breve.
Si può considerare la cosa nel seguente modo. 
Gli infiniti aspetti culturali (che sono un prodotto della specie umana) costituiscono un’importante parte dell’ambiente in cui l’uomo vive, e l’ambiente – il contesto in cui l’uomo si trova a vivere – influisce sul suo comportamento. Non c’è dubbio che la cultura influenzi e condizioni la vita l’essere umano, i suoi atteggiamenti, le sue scelte. La domanda, quindi, è: l’ambiente culturale è in grado di influenzare l’evoluzione della specie? Se la cultura è ambiente, in linea teorica questa ha la possibilità di influenzarne l’evoluzione. Tuttavia, i mutamenti del contesto culturale sono molto rapidi. Assistiamo a importanti eventi o a correnti di pensiero (illuminismo; comunismo-nazismo-fascismo; colonialismo; lo stesso evoluzionismo; l’ecologismo) che dominano rilevanti spazi culturali per due-dieci generazioni (il condizionamento culturale in assoluto più duraturo potrebbe essere la religione ebraica che si estende su un arco temporale di circa 2500 anni, ovvero 100 generazioni di 25 anni ciascuna). È difficile credere che in tempi così rapidi si possano attivare, a partire da aspetti culturali, meccanismi di carattere selettivo. Invece, è intuitivo ritenere che la cultura possa agire nell’ambito dell’adattamento: sia nel senso di un adattamento dell’individuo o del gruppo all’ambiente, sia nel senso di un adattamento dell’ambiente alle esigenze del gruppo. In conclusione, si può ritenere che le dinamiche culturali influenzino l’evoluzione dell’uomo agendo essenzialmente sugli aspetti adattativi? Oppure, quando si utilizzano espressioni come evoluzionismo biologico e evoluzionismo culturale non si rischia di mescolare elementi tra loro irriducibili o incommensurabili (sia per una questione di tempi d’azione che per una questione di meccanismi d’azione)? Non sarebbe più opportuno risolvere l’incommensurabilità tra termini, adottando termini diversi per l’evoluzionismo culturale?

Da: Goethe - Teora dei Colori
Infine (come Goethe nella sua Teoria dei Colori raccomandava – riferendosi a presunti errori di Newton – di non confondere i fenomeni primari con quelli secondari, attribuendo a questi ultimi importanza maggiore che non ai primi), non sarà forse che quando ci riferiamo a determinati aspetti culturali (es. comunismo) rischiamo di confondere epifenomeni (ovvero forme) con i fenomeni (sostanza)? Non sarà forse che distinguere fenomeni chiamati “comunismo”, “nazismo”, “razzismo”, “pacifismo”, ci fa considerare più rilevanti le diverse forme specifiche con cui si manifestano elementi culturali soggiacenti più generali e decisamente più significativi (da considerare, questi sì, ai fini dell’evoluzione dell’uomo), come per esempio lo spirito gregario dell’uomo, di cui i vari ismi sono solo un’espressione temporanea?     

Risposta 7. Penso che non si debba forzare troppo l’analogia tra la evoluzione biologica e quella culturale. In campo biologico è ben noto che cosa è una specie, ma in campo culturale che cosa è? Dal punto di vista scientifico si potrebbero considerare analoghi alle specie i paradigmi di Thomas Samuel Kuhn, ossia dei punti di riferimento culturale che sono prevalenti per periodi più o meno lunghi nella comunità scientifica. Ma i paradigmi di Kuhn si susseguono nel tempo, mentre nell’evoluzione biologica varie specie coesistono, competono, si esauriscono o emergono. Il modello si attaglia di più alle scienze umane, dove nella filosofia, nella storiografia e nell’arte, punti di vista diversi si confrontano nel tempo.
Certamente vi sono idee che sembrano tramontate definitivamente. Per esempio, fino alla rivoluzione francese era largamente accettata l’idea che i regnanti fossero tali per diritto divino. Questa idea era molto utile per la stabilizzazione del potere e per regolarne la trasmissibilità ereditaria. Questo era molto efficace ed evitava che una buona parte dei regnanti morisse di morte violenta, come accadde nell’impero romano. Ma oggi nessuno più sostiene questo e, se vi è qualche uomo politico che dice di se stesso di essere l’unto del Signore, dobbiamo intendere che parla metaforicamente. Ma vi sono anche idee che hanno resistito nell’arco di molti secoli, come alcune fondamentali della filosofia greca. Ho sentito da alcuni esperti del ramo dire che, dopo gli antichi greci, nella storia del pensiero non vi è stato nulla di veramente nuovo. Questa è certamente un’esagerazione, ma sospetto che contenga una buona dose di verità. Perciò cercare nell’evoluzione culturale una speciazione analoga a quella della evoluzione biologica, e meravigliarsi per la sua rapidità, mi sembra un esercizio inutile.
Più interessante mi sembra la seconda parte della domanda, se, cioè, l’evoluzione culturale può attivare meccanismi di carattere selettivo (si suppone in campo biologico). A partire dal neolitico questo è certamente vero per le piante e per gli animali, ma non per l’uomo. In campo umano ho già citato i tentativi del nazismo, dei quali si può avere una buona idea non solo leggendo i libri di storia, ma anche il romanzo di Jonathan Litten, Le benevole (Einaudi, 2007). Non ci si lasci ingannare dal titolo, perché le Benevole sarebbero le Eumenidi, alle quali nella tradizione culturale dell’occidente, da Eschilo in poi, non è attribuito un ruolo positivo.
Come ho già detto, l’idea di selezionare una razza umana superiore (i nazisti non si spingevano fino a una specie, anche se forse a loro non sarebbe dispiaciuto) va contro i principi dell’evoluzione culturale ed è in sé contraddittoria.
Infine, mi sembra sottile l’interrogativo finale, e cioè se alcune ideologie si affermino preferenzialmente in campo umano perché concordanti con alcune attitudini (geneticamente determinate?) che ad esse sono sottese e prendono varie forme a seconda dell’affacciarsi di idee nuove. Ricordo che già nel 1975 il biologo di Harvard Edward Wilson pubblicò un libro intitolato Sociobiology. The new synthesis (The Belknap Press of Harvard University Press), nel quale sosteneva che tendenze quali il razzismo, l’egoismo, la discriminazione di casta e altre (e si può aggiungere lo spirito gregario) erano nell’uomo geneticamente determinate, come reliquati ancestrali di atteggiamenti dimostrabili nel mondo animale. Il libro di Wilson provocò grande scandalo perché sembrò che l’autore giustificasse in questo modo attitudini umane riprovevoli. Forse non era così, anche se Wilson si guardò bene dal precisare che quelle da lui segnalate erano pulsioni animali, contro le quali era doveroso combattere per affermare i valori più propriamente umani. Penso che il razzismo sia una risorsa dei mediocri, che almeno in questo modo si possono sentire superiori a qualcun altro. Ripensiamo al bel film di Robert Mulligan del 1962, Il buio oltre la siepe, (dal romanzo To Kill a Mockingbird, della scrittrice statunitense Harper Lee) e alla contrapposizione tra la figura di Atticus, l’avvocato difensore dell’accusato nero, un indimenticabile Gregory Peck, e la spregevole sostanza umana di chi lo denunciava.  Ma il desiderio di sentirsi superiore a qualcuno (si noti, indipendentemente dall’essere superiore in assoluto) è geneticamente determinato o è un frutto della evoluzione culturale? Non so rispondere.

Gregory Peck interpreta Atticus Finch in Il buio oltre la siepe
# 8

Domanda 8. Mogli e buoi dei paesi tuoi, è un modo di dire naive ma molto efficace che lascia intuire difficoltà generate da un eccessivo rimescolamento della biologia e della cultura. Il rapporto tra biologia e cultura, o meglio tra evoluzione culturale ed evoluzione biologica, è già stato affrontato nella domanda precedente. Qui si vuole considerare se, nonostante le già considerate differenze di carattere temporale, ci possa essere un nesso tra i due tipi di evoluzione. Che un nesso tra cultura e biologia possa esserci, e che l’influenza dell’una (la cultura) sull’altra (la biologia) possa esercitarsi in tempi impensabilmente brevi, viene suggerito da una ricerca pubblicata nel 2009 sulla prestigiosa rivista Science (numero 323, pp: 1605-1607). Secondo questa ricerca, le femmine dei fringuelli dalla testa rossa (Erythrura gouldiae) decidono il sesso della prole a seconda che la femmina dalla testa rossa si accoppi con un fringuello dalla testa rossa (geneticamente compatibile) o dalla testa nera (varietà geneticamente più lontana). Nel primo caso, la prole è equamente distribuita tra maschi e femmine; nel secondo caso, i maschi rappresentano circa l’80% della prole. Questo rappresenta un vantaggio, perché le femmine nate da questi incroci hanno una frequenza di sopravvivenza più bassa rispetto a quella dei maschi. In questo caso, probabilmente si ha a che fare con una situazione limite, dove le varietà (rossa e nera) non sono più così vicine da rappresentare una sola specie, ma neppure così lontane da rappresentare specie separate. I ricercatori hanno dimostrato che la determinazione del sesso della prole non è un fatto biologicamente determinato da una differenza biologica ma è un fatto culturale: la risposta biologica è identica quando la femmina si accoppia con un maschio dalla testa nera o con un maschio dalla testa rossa che è stata dipinta di nero da parte del ricercatore. Volgendoci all’uomo, e volendo – forse molto impropriamente – generalizzare, l’evoluzione culturale dell’uomo può influenzare da vicino la sua evoluzione biologica?


Fringuelli: dalla testa gialla, rossa e nera

Risposta 8. L’esempio del fringuello sarà piaciuto molto a Danilo Mainardi che, anni fa, scrisse un libro intitolato L’animale culturale (BUR 1974). D’altro canto, i fringuelli sembrano particolarmente adatti a studiare l’evoluzione, come testimoniato dal libro di Jonathan Weiner, Il becco del fringuello. Giorno per giorno l’evoluzione delle specie (Mondadori, 1994). Che fattori culturali possano modificare caratteristiche somatiche umane ereditabili è certamente vero. Se un modello culturale influenza l’assortimento delle coppie e la loro progenie, la prevalenza nella popolazione delle caratteristiche somatiche favorite dal modello culturale sarà assicurata. Per esempio, in tempi nei quali i matrimoni avvenivano puramente per motivi di convenienza, l’avvenenza fisica non aveva alcuna importanza e abbondavano le persone “brutte”. Questo valeva a livello delle case regnanti (si pensi al mento asburgico o al naso borbonico), come tra i più umili. In una popolazione mondiale fatta prevalentemente di contadini, quello che contava era di trovare un coniuge robusto e adatto ai lavori pesanti, e l’aspetto passava in secondo piano. Ma da quando, almeno nei paesi ricchi, i matrimoni avvengono anche secondo le predilezioni personali e si parla di matrimoni (o di coppie di fatto) d’amore, è probabile che l’umanità sia divenuta più “bella”.
Naturalmente, anche la bellezza è giudicata tale in base ai canoni della evoluzione culturale. Le prime figure femminili scolpite dai primitivi rappresentavano donne con fianchi e cosce molto sviluppati. Ancora fino alla fine dell’impero ottomano, che è meno di un secolo fa, in Oriente le donne considerate belle erano decisamente sovrappeso per i canoni occidentali odierni. D’altro canto, nel nostro mondo attuale, una donna che fosse la copia perfetta della Venere di Prassitele o di quella dipinta da Tiziano non sarebbero ammesse a sfilare su una passerella, e nemmeno avrebbero accesso al mondo del cinema.

Tiziano (~1488-1576): Venere di Urbino
Questi cambiamenti somatici, e cioè del pool di geni dell’umanità, almeno in certe regioni della terra, sono certamente dovuti all’evoluzione culturale, ma rappresentano esempi di evoluzione biologica? Ne dubito, perché non potranno mai condurre a nuove specie. Se gli umani belli e brutti, almeno per i canoni attuali, si accoppiano tra di loro, non c’è alcun ostacolo alla fecondità e perciò non sono specie diverse. Si potrebbe ipotizzare che, divergendo sempre più nel tempo, alla fine di un periodo inevitabilmente molto lungo, due specie di umani potrebbero segregarsi. Ma, nel mondo animale questo avviene quando c’è una separazione spaziale, cosa impossibile tra gli umani, soprattutto nell’epoca attuale di grande mobilità e di facilità di comunicazioni in tutto il mondo. Anzi, si può prevedere che, proprio in grazia di questa mobilità, non solo gli umani non si separeranno in diverse specie, ma anche le razze spariranno. In fondo, le razze sono proprio il frutto della separazione spaziale e di una selezione differente nelle diverse regioni geografiche. Differente per ragioni materiali, ma anche culturali, che tenderanno ad omogeneizzarsi con l’intensificarsi dei viaggi e degli scambi d’idee e di informazioni.
E poi va ricordato che l’idea dell’uguaglianza tra gli uomini deve essere considerata uno dei frutti più maturi dell’evoluzione culturale