domenica 19 novembre 2017

COS’È LA SCIENZA? – INDICE RAGIONATO DEGLI ARGOMENTI TRATTATI

In virtù dello spiccato senso pratico che è caratteristico delle donne, un’assidua lettrice di questo blog ha suggerito la creazione di una sorta di indice ragionato degli argomenti trattati nella serie dedicata alla scienza. Il suggerimento dell’amica lettrice è molto sensato.


Con cinque post dedicati a cercare l’essenza della scienza attraverso le definizioni che di essa si danno, cui si aggiungno tre post dedicati a capire se detta essenza è riducibile al metodo che la scienza impiega e un ulteriore post conclusivo sul discrimine tra scienza e non-scienza, la carne messa al fuoco è stata davvero tanta. Inoltre, chi capitasse su uno dei post intermedi farebbe una certa fatica a raccapezzarsi senza sapere cosa s’è detto prima e cosa s’è detto dopo. Eccomi quindi costretto ad un’operazione per cui sono negato: ridurre in estrema sintesi le lunghe e contorte argomentazioni sul tema: MA LA SCIENZA, CHE COS’È?


Pur venendo associata a concetti apparentemente chiari, la parola SCIENZA è alquanto vaga. Non ha un significato univoco e indiscutibile. Alla parola scienza vengono associate forme di ricerca della conoscenza di diverso genere. La classica suddivisione tra scienze esatte e scienze umane pone chiaramente i termini del problema. Con i miei ragionamenti mi ero riproposto di rispondere a due domande: 
1) esiste una definizione di scienza sufficientemente larga per includere tutte le forme di scienza che, con serietà e con rigore, ambiscono a costruire una forma di conoscenza del mondo, ma sufficientemente restrittiva per escludere quelle attività cognitive che non possono essere include nella categoria delle scienze? 
2) Ammesso e non concesso di individuare, attraverso definizioni o attraverso una serie di criteri che cosa è scienza e ciò che non lo è, come si distingue una scienza da una pseudoscienza o da una falsa scienza? Queste, le pseudosciene e le false scienze, costituiscono un vero e proprio pericolo sociale perché diffondono informazioni false o poco attendibili sulla cui base tutti noi effettuiamo scelte individuali e scelte politiche.
È con questi scopi in mente che ho scritto la serie di post dedicati alla natura della scienza e dei criteri per distinguerla dalla non scienza. Quello che segue è un indice ragionato degli argomenti e dei concetti che sono stati affrontati.

INDICE RAGIONATO DEI CONTENUTI


l post si apre con l’affermazione che l’idea che abbiamo della scienza è una “idea debole”: abbiamo bene in mente che cos’è la scienza ma se vogliamo darne una definizione “chiara e precisa” ci troviamo in difficoltà, la stessa difficoltà che i filosofi e i fisici hanno avuto (e hanno tuttora) con l’idea di “tempo”.
Per capire meglio come si possa definire la scienza in modo chiaro e univoco, riporto quattro definizioni paradigmatiche tra le centinaia che sono disponibili in rete. Nei post successivi, si analizzano criticamente le quattro definizioni, mettendo in luce le inesattezze, i luoghi comuni e le trappole che si trovano – direi quasi "necessariamente" – in tutte le possibili definizioni di scienza. Il problema emerge sostanzialmente dal fatto che "definire" significa "delimitare, accogliere o escludere". Alcune definizioni sono troppo larghe e troppo inclusive, altre hanno le maglie troppo strette, e finiscono con l’escludere troppo.

In questo secondo post metto me stesso in guardia dal pensare di poter facilmente trovare una soluzione al mio problema affidandomi alla definizione di scienza e ricordo che Darwin, nel pubblicare il suo famoso saggio sulle specie, si rifiutò di definire la specie affermando che sarebbe stato come cercare didefinire l’indefinibile”. 
La prima definizione che prendo in considerazione è la più classica delle definizioni, ed è quella fornita da Wikipedia che recitava:

 “Per scienza si intende un sistema di conoscenze ottenute attraverso un'attività di ricerca prevalentemente organizzata e con procedimenti metodici e rigorosi, allo scopo di giungere ad una descrizione verosimile, oggettiva e con carattere predittivo, della realtà e delle leggi che regolano l'occorrenza dei fenomeni”   


Nell’analizzare questa definizione mi soffermo criticamente su molti termini: “sistema di conoscenze” (e rivolgo la mia critica terminologica sia sul versante del “sistema” che su quello delle “conoscenze” e della “conoscenza” stessa). Altri termini su cui mi soffermo sono “ricerca”, “procedimenti”, “scopo”, “descrizione”, “vero”, “verosimile”, “oggettivo”, “realtà”, “leggi”. Sono tutti termini, questi, che rivestono una notevole importanza nell’universo terminologico e concettuale che ruota attorno all’idea di scienza. Su alcuni di questi termini ragionerò anche nei post successivi. Quanto alla definizione di scienza data da Wikipedia, pur con parecchie critiche esprimo un parere relativamente favorevole, per lo meno riguardo certi aspetti. Il problema è che in tutte le definizioni c’è del buono ma nessuna è in grado di fornire risposte complete e definitive alle mie domande.  

La seconda definizione che prendo in considerazione è la discutibile quanto superficiale definizione reperita su Yahoo Answers e giudicata dai richiedenti, ahimé, come “migliore risposta”. La definizione recitava:

"La scienza è quella disciplina che permette di comprendere in modo sicuro i meccanismi e i fenomeni della natura, permette l'evoluzione tecnologica dell'uomo e espande la conoscenza. Consiste nella ricerca e sperimentazione, con metodo empirico"  


Di questa definizione critico innanzitutto il termine “disciplina” usato come sinonimo di scienza. Critico il termine “comprendere”  – nella locuzione “permette di comprendere” – a causa dello sfacciato realismo ottimistico sotteso implicitamente alla locuzione medesima che è direttamente riferita a termini come “meccanismi” e “fenomeni”. Critico anche il concetto di “certezza” implicito nella locuzione “in modo sicuro”, e una certa quanto improvvida sovrapposizione tra i concetti di “utile” e di “vero”, due anime della scienza da tenere ben separate e distinte.

In questo post prendo in considerazione l’elementare e stringatissima definizione proposta in un blog indirizzato agli studenti e che si chiama, non a caso, SkuolaBlog:

La scienza è uno strumento per esplorare la realtà che ci circonda in modo profondo e accurato; descrive come è fatto il nostro mondo e come funziona

Nell’esaminare la definizione e la platea cui essa è rivolta non ho potuto esimermi dal giudicarla “semplice, chiara e leggera” e mi sono espresso anche in maniera favorevole all’idea di definire la scienza come uno “strumento”. Il pregio di tale termine è ancora più apprezzabile in quanto usato nella locuzione “strumento per esplorare”, ove l’uso del termine "esplorare" mi è parso quanto mai attinente all’idea (la mia, per lo meno) di scienza. Con tutti i limiti di una definizione essenziale, quella di SkuolaBlog è una buona definizione ed ha, per di più, il pregio di non introdurre termini restrittivi, tali da escludere dal novero delle scienze questa o quella disciplina.  

La quarta ed ultima definizione presa in considerazione è stata quella estrapolata dal sito della Enciclopedia Treccani online.

"La scienza é l'insieme delle discipline fondate essenzialmente sull’osservazione, l’esperienza, il calcolo, o che hanno per oggetto la natura e gli esseri viventi, e che si avvalgono di linguaggi formalizzati. 
Fu concepita inizialmente (principalmente con G. Galilei) come concezione del sapere alternativa alle conoscenze e alle dottrine tradizionali (relative al modello aristotelico-tolemaico), in quanto sintesi di esperienza e ragione, acquisizione di conoscenze verificabili e da discutere pubblicamente (e quindi libera da ogni principio di autorità). 
Successivamente il ruolo della scienza si è andato via via rafforzando dal punto di vista sia sociale e istituzionale, sia metodologico e culturale, e la scienza è diventata uno degli aspetti che meglio caratterizzano, anche per le innumerevoli applicazioni tecniche, il mondo contemporaneo e i valori culturali che esso esprime" 

A differenza di quella fornita da SkuolaBlog, la definizione data da Treccani è complessa, tripartita, lunga (quasi ridondante), colta, e che ambisce a rivolgersi a un pubblico colto ed esigente.
Definendo la scienza come “l’insieme delle discipline”, Treccani usa un termine – “disciplina” – che avevo criticato nella definizione data da Yahoo Answers ma, utilizzandolo al plurale, Treccani fornisce una giusta connotazione della scienza come impresa multipla. Tuttavia la definizione di Treccani tende a mescolare, e a non tenere ben distinti, i concetti di “scienza” (al singolare) e di “scienze” (al plurale). Quella di Treccani è una definizione che ho definito “prudente”: infatti, essa usa con misura – quasi con circospezione – termini come “osservazione”, “esperienza”, “calcolo”, “linguaggi formalizzati”, “verificabile”, “da discutere pubblicamente”, “sintesi di esperienza e ragione”, “sapere”, “applicazioni tecniche”, e non si impantana in questioni come quelle della “realtà” o della “verità”. Intelligentemente e prudentemente, anche la definizione tratta da Treccani non introduce termini o vincoli che possano escludere alcuna delle discipline umanistiche dal novero delle scienze.
L’excursus sulle definizioni NON mi ha consentito di individuare un discrimine tra “scienze” e “non scienze”. Nell’ipotesi che ragionare sul cosiddetto metodo scientifico potesse fornirmi gli strumenti di discrimine cercati, ho dedicato tre post a sviluppare un mio “discordo sul metodo” (ma non essendo Cartesio, l’ho fatto a modo mio).  

Nel primo post dedicato al METODO”, affronto un tema preliminare al metodo, vale a dire quello dello “scopo” per perseguire il quale applico un determinato metodo. Lo “scopo”, quindi, viene prima del “metodo”. Ma la questione diventa complessa fin da subito: a fronte di uno “scopo” generico che è quello di "capire qualcosa del mondo che ci circonda", il vero scopo della scienza si duplica in due scopi diversi e concettualmente molto diversi tra loro: uno è quello di acquisire una conoscenza vera e oggettiva”, mentre l’altro – più ragionevole – è di acquisireinformazioni sempre migliorabili”, che poi è il vecchio scontro tra “essenzialismo” e “nominalismo”. I metodi da applicare per il primo scopo non sono sempre necessariamente gli stessi da applicare per perseguire il secondo scopo. Lo scopo o gli scopi, poi, non appartengono alla scienza, ma alla Weltanschauung di chi la usa, di chi la fa, della società che ne trae i benefici o ne sopporta le conseguenze. La questione del metodo, quindi, non è riducibile al metodo: va molto più in là. Riguarda anche, l’oggetto sottoposto a indagine scientifica. E qui ci si inoltra negli ambiti divergenti costituiti dalle scienze esatte (dure) e delle scienze (umane (molli). I questi due ambiti distinti, la questione di base, quella che vede contrapposte la conoscenza oggettiva a quella utile, si fa ancora più complessa, ma potrebbe trovare una composizione nella mediazione fornita dal territorio neutro del “come se”: Facciamo come se questa conoscenza utile fosse anche una conoscenza vera e oggettiva…”.
Dopo questa introduzione che non induce all’ottimismo, passo a discutere del più classico e paradigmatico dei metodi scientifici: il metodo induttivo baconiano del quale racconto le virtù e i piccoli difetti   

Dopo aver discusso, nel post precedente, del metodo induttivo (quello più razionale e sperimentale, quello che – per semplificare – partendo dal particolare consente di formulare leggi dal valore generale), in questo post ci si occupa del metodo deduttivo (quello più logico, che partendo da considerazioni generali consente di fare predizioni particolari). Il ragionamento deduttivo che in origine era appannaggio dei logici e dei metafisici, assume valenza scientifica nel momento in cui viene associato all’esperimento.  
In questo post si discute anche di “approssimazione” e di “errore” e di come la scienza debba tener conto sempre e metodologicamente dall’errore il quale, di fatto, le appartiene strutturalmente e costitutivamente. Di per sè, ciò dovrebbe escludere automaticamente dalla scienza l’idea della “verità” certa e assoluta. Si ragiona inoltre  di “condivisione” e di come questa sia un necessario strumento di critica interna e di verifica per limitare l’errore.
Nel post si discute anche di “esperimento”, di “misurazione”, di “calcolo”, di "fatti”. Si discute della contrapposizione tra il “riduzionismo metodologico” di cui l’esperimento è una espressione, e della contemporanea esigenza di poter abbracciare con l’occhio dell’intelletto la visione di insieme che è forse qualcosa di più della sommatoria dei dettagli.  E si parla anche di “monismo metodologico”, vale a dire della pretesa di riunire “con la potenza oggettiva della misurazione e del calcolo, tutte le scienze in un’unica scienza”. Pretesa assurda, ovviamente.

L’ultimo post sul metodo, riagganciandosi alla questione della “condivisione”, affronta il tema della “comunicazione”, della “comprensione”, del “linguaggio”, dei “linguaggi iniziatici”. E ancora si parla di “rigore”, di “riproducibilità”, di “fatti”, di “dimostrazioni”. Si tenta, quindi, una distinzione metodologica tra il procedere “logico”, che segue prevalentemente una direzione “top-down” (ove la tesi da dimostrare viene prima della procedura per dimostrarla), e il procedere "scientifico", che segue prevalentemente un atteggiamento “bottom-up” (ove l’ipotesi viene prima di tutto, ma la procedura precede la dimostrazione o la formulazione di leggi generali).
Si nominano poi due elementi fondamentali nelle scienze (ma un po’ misconosciuti): il “caso” e il “dubbio”. Il “caso”, le cui contingenze devono essere sempre riconosciute e considerate; il “dubbio”, che è l’anima scettica della scienza, il suo vaccino contro la presunzione di sapere, il suo stimolo al controllo, alla verifica, alla ripetizione, alla condivisione. Ed è grazie al dubbio che la “verità”  viene esclusa metodologicamente dalle prospettive dell’operare scientifico. Ciò che ambisce a definirsi scienza deve assumere come “assunto metodologico” tale atteggiamento verso le conoscenze scientifiche. Si prende poi una netta posizione contro il “monismo metodologico” e si afferma testualmente che ogni disciplina ha i propri obiettivi, i propri metodi, le proprie caratteristiche costitutive. Pretendere l’eguaglianza ontologica e metodologica tra discipline diverse equivale a mettere in atto del tutto erroneamente un eccesso di egualitarismo normativo”. Il Post si conclude affermando che se nelle scienze umane gli obiettivi, i metodi, il rigore, e l’atteggiamento mentale nei confronti del vero, del dubbio, della condivisione, della dimostrabilità, della accuratezza, sono i medesimi applicati dalle cosiddette scienze esatte, allora, in questo caso, non si vedono motivi per negare lo statuto di scienza alle discipline umanistiche.  

Le conclusioni si riferiscono a due temi: il primo riguarda il saper distinguere ciò che è scienza da ciò che non lo è in modo particolare per quel che riguarda le discipline umanistiche nei confronti di quelle "esatte". Il secondo tema, socialmente ancora più rilevante, riguarda il saper distinguere le scienze vere da quelle false, le "pseudoscienze" che millantano un metodo e uno status, con scopi spesso ideologici o poco leciti.
Quanto al primo tema, nel post si afferma che a mano a mano che ci si allontana dal nocciolo duro delle scienze esatte e ci si inoltra in quello delle discipline umanistiche i criteri si sfumano e divengono più flessibili. Ciò non toglie che, badando alla sostanza ed abbandonando il terreno delle definizioni rigide, e applicando con rigore ed elasticità i criteri descritti nei vari post, non è per niente difficile riconoscere la scientificità di innumerevoli studi umanistici.
Quanto alle pseudoscienze, la situazione è più complicata perché esse spesso si adornano di criteri, mezzi, espressioni, linguaggi fortemente mimetici rispetto a quelli utilizzati dalle scienze e ne assumono quasi l’aspetto. Ma il mimetismo, in natura, nasconde spesso l’inganno. Ci vuole esperienza e accortezza per distinguere la pseudoscienza dalla scienza. Nella prima, la “verità” è costruita in laboratorio e non passa al vaglio verificatore della collettività scientifica. La pseudoscienza propone “verità esenti da dubbi”. La pseudoscienza traveste con l’abito dei “fatti” le “opinion”, i “desideri”, i “pregiudizi”, le “ideologie”, le “preferenze”, tutti articoli – questi – che lo scienziato lascia fuori dalla porta del laboratorio. Il post si conclude affermando che il saper distinguere tra scienza e pseudoscienza non consente solamente di fare scelte migliori ma è una grande responsabilità, individuale e politica, perché dalle scelte dipende il nostro presente e il nostro futuro.


venerdì 3 novembre 2017

CHE COSA È SCIENZA E CHE COSA NON LO È - Conclusioni

Dopo averci ragionato a lungo, non sono riuscito a trovare una definizione o un ordito metodologico che mi indicassero in modo univoco che cosa accomuna tutte le scienze oppure di segnare un confine preciso tra ciò che è scienza e ciò che non lo è. Non ho trovato una via semplice e univoca che mi indicasse se tutte le discipline che si fregiano dell’etichetta di “scienza” lo sono davvero, lo sono in parte, o non lo sono per niente. In fondo, il fallimento della mia ricerca era esattamente ciò che mi aspettavo. 


Capita sempre così quando si cerca di definire in modo semplice qualcosa che, per sua natura, semplice non è. Le definizioni circoscrivono e, nello stesso tempo, separano. Qualcosa rimane dentro, qualcos'altro viene lasciato fuori. Ciò che indichiamo col nome di scienza è una cosa troppo vasta, multiforme, e anche storicamente mobile e variabile per essere perfettamente racchiusa in una definizione, per quanto articolata. La sconfitta non mi sorprende e non mi affligge. Tuttavia, quando si dice scienza, nella testa di ognuno di noi si stagliano immagini ben definite di ciò che crediamo essa sia. Possediamo un concetto culturalmente formato di che cosa intendiamo per scienza. Un concetto che ne abbraccia il nocciolo duro costitutivo. A mano a mano che ci si allontana dal centro di tale immagine intuitiva, più si va in periferia, più i suoi confini diventano vaghi e l’immagine di scienza si sfuoca. In questo territorio lontano dal centro ideale, le caratteristiche di riferimento per distinguere tra scienza e non scienza diventano sempre più flessibili: alle certezze sostanziali si sostituiscono le gradazioni di colore, di valore, di consistenza. I giudizi non possono più essere tassativi; le opinioni e i preconcetti cominciano a giocare la loro parte. In prossimità del nocciolo duro, le definizioni e le demarcazioni metodologiche funzionano benone, ma funzionano sempre meno, a mano a mano che da tale nocciolo duro ci si allontana.
Così, piuttosto che cercare definizioni precise o imperativi metodologici, mi viene da definire la scienza in modo più impalpabile, centrando l’attenzione sull’atteggiamento mentale di chi fa scienza piuttosto che su criteri rigidi. E allora, sulla punta della lingua (o del cervello) mi si formano definizioni vaghe come le seguenti.

La scienza è nell’atteggiamento mentale e nella curiosità con cui si guarda alle cose … È nella procedura mentale con cui si affrontano i problemi… È nella ricerca di relazioni vere e controllabili tra le cose … Sta nel trasferire all’esplorazione delle cose il metodo comparativo con cui il cervello valuta i fenomeni del mondo…”.

La Scienza è un’Impresa umana collettiva ove il collettivo è fatto di individui volitivi, capaci, formati, competitivi (come un collettivo sportivo di successo) e animati da una inestinguibile curiosità che li porta a esplorare il mondo ben oltre la mera superficie, possibilmente fino agli estremi limiti cui può arrivare il limitato intelletto umano: idealmente alla radice delle cose”.

Sono definizioni soft, queste, che si adattano assai bene allo spirito della scienza ma rasentano l'inconsistenza e, inoltre, potrebbero adattarsi a qualunque cosa, oltre alla scienza, e non dirimano l’esigenza di distinguere ciò che è scienza da ciò che non lo è.  
Tuttavia, è importante poter fare tale distinzione: è importante poter accertare se determinate asserzioni sono sostenute o meno da presupposti scientifici che le rendono più o meno affidabili. La via che ho scelto per poter decidere in merito, vale a dire la ricerca di una definizione o di un ordito metodologico è, a quanto pare, una via metodologicamente sbagliata. Una via preferibile – dopo aver esaminato molte definizioni e dopo aver discusso delle varie procedure metodologiche di cui la scienza si avvale – potrebbe essere quella di badare alla sostanza della disciplina o della affermazione per le quali si vuole valutare lo statuto di scientificità, e utilizzare ad hoc e in maniera flessibile i criteri definitori precedentemente individuati. In questo modo, senza pretese di universalità ma badando al sodo, potremo essere in grado, anche nelle zone nebbiose e più periferiche dell’universo delle scienze, di esprimere un giudizio su ciò che la scienza è e su ciò che essa non è.
È chiaro che discipline come l’Astrologia, pur utilizzando elementi astronomici scientificamente determinati e prevedibili, nelle sue conclusioni e nelle sue predizioni non si avvale di alcuno dei criteri (misurazioni, sperimentazione, riproducibilità, ripetibilità, ecc.) che appartengono alla cassetta degli attrezzi dell’operare in maniera scientifica. D’altra parte, anche la Storia (in modo non diverso dall’Astrologia) manca di molti dei criteri tipicamente scientifici (ripetibilità delle osservazioni, traducibilità dei fenomeni in termini quantitativi, ecc.). Tuttavia, nello studio della Storia, i metodi per la ricerca di documenti e testimonianze, la ricerca di riscontri ottenibili da molteplici fonti, l’analisi anche quantitativa di molti fatti, l’interazione con elementi oggettivi e dimostrabili riguardanti le popolazioni, la geografia, la climatologia, le produzioni economiche, ecc., che fungono da causa, concausa o contorno dell’oggetto di studio, tutti questi elementi messi insieme fanno sì che la Storia possa essere inserita a pieno titolo tra le scienze, anche se, come scienza (e questo è del tutto evidente), essa differisce in modo sostanziale dalla fisica o dalla chimica.

Nelle scienze dure e in quelle umanistiche, la ricerca del vero (o del “più vero”, o di ciò che più vi assomiglia oltre ogni ragionevole dubbio) ha a che fare con requisiti tecnici, operativi ed etici non univoci, nel senso che ogni disciplina dispone di specifici requisiti propri e talora esclusivi e interpreta i “fatti” in base ad essi. A mano a mano che ci si allontana dal centro costituito delle scienze più “dure”, ci si avventura inevitabilmente in aree di crescente incertezza: il Diritto, l'Economia, la Sociologia, l'Antropologia, il Marketing, ecc. sono scienze? E se lo sono, fin dove si spingono le radici della loro scientificità? Qui bisogna rispondere volta per volta, caso per caso. Quando, come nel citato caso della Storia, vengono utilizzati strumenti e atteggiamenti scientifici per acquisire conoscenze, per verificare dati, per estrapolare modelli, per fare predizioni, non si può negare a queste discipline o, quantomeno, a determinate applicazioni di tali discipline, lo statuto di scientificità e non si può negare che le loro affermazioni non siano ottenute su base scientifica. Naturalmente, in certi casi bisogna andare con i piedi di piombo. Teniamo presente infatti, che, per esempio, gli antichi Alchimisti lavorano con intenti “scientifici” e i loro metodi non erano molto distanti da quelli della chimica sperimentale. Tuttavia, la loro disciplina era talmente intrisa di metafisica e di soprannaturale da non poter certamente richiamarsi alla scienza quale la intendiamo oggi. E ancora, i giocatori di Bridge e quelli di Scopone Scientifico, come pure i Bookmaker e gli Scommettitori, analizzano quantitativamente i dati, usano la matematica intuitiva e la statistica, ma non per questo fanno scienza.  


Detto ciò, se è importante distinguere la scienza dalla non scienza (non foss’altro per il fatto che la prima fornisce informazioni di norma assai più affidabili della seconda), ancora maggiore attenzione va prestata allo smascheramento delle pseudoscienze che sono socialmente pericolose. Le cosiddette pseudoscienze imitano il gergo, l’abito e il modo di presentarsi delle scienze ma non contemplano nel loro modo di fare quello può essere chiamato il nucleo centrale (l'anima) delle scienze: il mantenere le proprie affermazioni sotto il continuo e rigoroso controllo di qualificati meccanismi di verifica. La scienza non afferma “verità” ed è sempre disponibile a cambiare la propria posizione, se emergono elementi sufficientemente credibili per farlo. Le pseudoscienze, al contrario, sono per lo più travestimenti in abiti scientifici di opinioni e di desideri che non ammettono contraddittorio e negano rappresentanza ai “fatti” che contraddicono tali opinioni o vanificano tali desideri. Le pseudoscienze (e quelle che gli anglofoni chiamano BiasSciences, scienze della parzialità o del pregiudizio) negano la rilevanza, se non addirittura l’esistenza, dei fatti che non sostengono i loro assunti, mentre esaltano e glorificano altri “fatti”, a volte credibili altre volte del tutto destituiti di credibilità, a sostegno delle proprie opinioni e dei propri desideri. Opinioni, desideri, pregiudizi, ideologie, preferenze e altre cose simili, sono articoli umani che lo scienziato deve lasciar fuori dalla porta del suo laboratorio mentre il laboratorio dello pseudoscienziato è alimentato quasi esclusivamente con tali propellenti. Le “verità” proposte dalle pseudoscienze sono costruite in laboratorio mettendo insieme alcuni “fatti” coerenti con le opinioni e i desideri dello pseudoscienziato (istruendo anche pseudoesperimenti non controllati e pseudoprove costruite ad hoc) e guardandosi bene dall’adottare procedure (neutrali o terze) per testare la validità delle conclusioni tratte.  
Le BiasSciences, che incarnano l’essenza della pseudoscienza della parzialità, sono particolarmente insidiose, ingannevoli e pericolose, proprio perché manipolano dati “scientifici” o presunti tali per penetrare nelle coscienze indifese dei più. Così è accaduto con gli antivaccinisti, i quali per anni hanno ingannato la gente – e quel che è peggio anche molti giudici – sbandierando un unico articolo scientifico, ormai vecchio e destituito da ogni validità in quanto falso e prezzolato – che metteva in correlazione l’insorgere dell’autismo con episodi di vaccinazioni. In questo articolo, si mettevano in correlazione "le mele con le pere", fenomeni o eventi tra loro per nulla correlati (se non per il fatto di verificarsi entrambi nella primissima infanzia) ma che, accostati uno all’altro, venivano spacciati come causalmente correlati. Esempi – in questo caso divertenti – di correlazioni false (e illegittime dal punto di vista della tenuta scientifica) sono riportate nel sito http://tylervigen.com/spurious-correlations. Qui se ne riportano due casi paradigmatici. Il primo mette in correlazione il numero di lanci spaziali non commerciali effettuati in tutto il mondo (in rosso) con il numero di dottorati in sociologia conferiti negli Stati Uniti (in nero). Il secondo mette in correlazione l’età delle vincitrici del concorso di Miss America (in rosso) con il numero di assassinii nei quali l’arma del delitto era costituita da un oggetto rovente, un getto di vapore o simili (in nero). I dati messi a confronto sembrano fortemente correlati perché hanno lo stesso andamento e le curve che li descrivono sono quasi sovrapponibili. È chiaro come il sole, però, che i fenomeni confrontati sono troppo eterogenei per poter pensare a una loro eventuale interconnessione. È facile giocare con le statistiche e con i grafici: si scelgono andamenti simili e poi si gioca con gli ordini di grandezza dei due parametri confrontati, e il gioco è fatto. Quel che ne sortisce è un grafico accattivante, “significativo” e, in qualche modo, anche “vero”: peccato che sia solo il frutto di un gioco e di una manipolazione, e che ciò che rappresenta è del tutto privo di un qualsiasi significato.

http://tylervigen.com/spurious-correlations

http://tylervigen.com/spurious-correlations
 Non vi è chi non veda che grafici di questo genere, sotto un paludamento scientifico di forte impatto, sono assolutamente ingannevoli perché fanno credere che vi sia una forte correlazione tra elementi tra i quali non vi è alcun legame e che sono del tutto estranei l'uno con l'altro. È su questa base ingannevole che operano le BiasSciences, ed è su questa base che le persone non in possesso dei fondamentali strumenti di difesa cadono facilmente nelle loro trappole. Ciò è grave e pericoloso. Combattere questi fenomeni è etico, doveroso e necessario, per il bene di tutti.

Distinguere tra ciò che è scienza e ciò che non lo è, è davvero importante perché da una parte c’è l’esercizio, di norma serio, di produrre conoscenza, mentre dall’altra c’è l’esercizio, di norma mendace e truffaldino, di produrre nella gente opinioni errate di cui approfittarsi economicamente, ideologicamente, o politicamente.

Chi decide che cosa È scienza e che cosa non lo È?

In certe situazioni socialmente rilevanti, la responsabilità di decidere spetta ad autorità competenti e riconosciute, cui viene demandato un compito di difesa pubblica. In Italia, ciò è recentemente avvenuto nei casi, per esempio, del Metodo Di Bella, del Metodo Stamina o dell’ancora più recente caduta verticale della copertura vaccinale. È però senz’altro opportuno che ciascuno, nel suo piccolo e per quel che riguarda le sue proprie scelte individuali, possa decidere da sé: per poterlo fare deve però possedere gli strumenti cognitivi adatti.   
È questa, sostanzialmente, la ragione di fondo (tecnica ed etica) dei miei post.

È importante poter decidere con cognizione di causa tra che cosa è vero (con tutti i limiti da assegnare alla categoria del “vero”) e che cosa non lo è; che cosa è affidabile e che cosa non lo è; a che cosa si può credere e a che cosa sarebbe assai meglio non credere. 

Questa non è solo una questione di avere la possibilità di fare le scelte migliori, è anche una questione di responsabilità, un’enorme responsabilità, che riguarda le nostre vite, quelle dei nostri figli e dell'umanità intera (pensiamo alle scelte sulle biotecnologie, all’impatto delle nostre scelte sull’effetto serra, sull’avvelenamento dei mari da parte della plastica, sullo scioglimento dei ghiacciai e dei ghiacci polari, e chi più ne ha più ne metta). Conoscere come stanno le cose (e la scienza è un utile strumento per approssimarsi a tali conoscenze) è una delle più preziose risorse che l’umanità s’è conquistata: sarebbe un grande peccato (e un gesto di enorme stupidità) gettarla alle ortiche.

Il 19 dicembre, Piero Angela e Silvio Garattini discuteranno rispettivamente di Pseudoscienze e di Che cosa non è scienza (diretta streaming ore 15-17: https://www.fondazionescuola.it/). Da loro, non mi aspetto concetti particolarmente nuovi e profondi; mi aspetto parole semplici, parole “di parte” (ma dalla parte giusta), e parole chiare. Una buona ragione per darci un’occhiata. 

domenica 15 ottobre 2017

IL METODO SCIENTIFICO - terza e ultima parte

Nel post precedente, s’era concluso affermando che la condivisione è una caratteristica fondante del fare scienza e del metodo scientifico.

Condividere le conoscenze

Ci si potrebbe chiedere “con chi” lo scienziato deve condividere il suo sapere. La risposta più ovvia è “con tutti” anche se, di questi “tutti”, solo pochissimi sono in grado di capirci qualcosa e di partecipare all'impresa: gli altri, non capendo, facilmente traviseranno (un capitolo a parte di questa questione riguarda il difficile tema della divulgazione scientifica). Questo “tutti”, dunque, non solo è ingannevole ma è anche pericoloso. 

La questione, in fondo, è semplice: i destinatari precipui della condivisione scientifica sono gli scienziati medesimi, i quali comunicano tra loro attraverso canali istituzionali (convegni e letteratura dedicata) e, cosa di primaria importanza, condividendo un linguaggio tecnico. Questo, facilita la comunicazione tra adepti ma, al pari dei linguaggi iniziatici, costituisce un insuperabile ostacolo alla comprensione da parte di chi è estraneo non solo alla scienza, ma financo alla singola disciplina specifica.
La letteratura scientifica attraverso cui gli scienziati comunicano è relativamente pubblica e accessibile ma i contenuti di tale letteratura, per essere resi accessibili al grande pubblico, debbono venir tradotti e semplificati da esperti divulgatori capaci di adeguare al proprio pubblico il linguaggio e i concetti. Con ciò si soddisfa la richiesta civica e politica di una scienza pubblica e non segreta. 

Nell'ambito strettamente scientifico, la condivisione della conoscenza, delle procedure, e dei risultati – mettendo tutti gli altri nelle condizioni di replicare esperimenti e misurazioni – consente di valutare, collettivamente, la riproducibilità dei risultati medesimi. Tale riproducibilità dà ai risultati un’aura di universalità. Al contrario, la non riproducibilità è un indizio molto serio contro l'attendibilità dei risultati. In conclusione, la condivisione è un aspetto metodologico fondante dell’universalità della conoscenza scientifica ed è anche una sorta di dovere etico per chi fa scienza.
Vi è un atteggiamento mentale, proprio di chi fa scienza, che appartiene senza dubbio al cosiddetto metodo scientifico. Non si tratta tanto della pretesa di tendere alla conoscenza di come è fatto “veramente” il mondo: questo è un atteggiamento molto diffuso ma non fondamentale. L’atteggiamento cruciale che distingue chi fa scienza da chi, pur pretendendo di fare scienza fa qualcos’altro, ha a che fare con il rigore con cui si affrontano i problemi, un rigore che nel caso specifico della scienza è fortemente ancorato all’idea di dimostrabilità delle affermazioni, dei risultati sperimentali, delle relazioni causali, e di tutti quegli elementi che lo scienziato solitamente chiama “fatti”.
Apro una brevissima parentesi sul problema dei cosiddetti “fatti”. Tanto lo scienziato che l’uomo della strada chiama “fatto” un qualsiasi fenomeno evidente in sé. Una pietra che cade è un fatto. Lo scienziato, però, diversamente dall’uomo della strada, definisce “fatto” ogni fenomeno che, ai suoi occhi, risulta dimostrato e/o serialmente riproducibile e/o che consente di fare predizioni basate proprio su quel “fatto”. Tuttavia, in alcuni casi, i “fatti” altro non sono che “interpretazioni” di un fenomeno che viene analizzato all’interno di un paradigma, considerando il paradigma come il quadro di riferimento all’interno del quale i fenomeni sono analizzati. All’interno del paradigma tolemaico, il sole che gira attorno alla terra è un fatto evidente in sé, continuamente riproducibile e che consente di fare predizioni. All’interno del paradigma copernicano, la terra che gira attorno al sole è un “fatto” in sé del tutto evidente, continuamente riproducibile e che consente di fare predizioni. È il paradigma di riferimento che definisce il fenomeno e l’essenza dei fatti, i quali pertanto cessano di essere “fatti” per diventare – con sommo piacere di Nietzsche – “interpretazioni”. Chiusa parentesi.

Tornando alla questione del “rigore”, non si può certo affermare che il filosofo o il logico non applichino abitualmente un estremo rigore ai loro ragionamenti. Lo fanno eccome! Ma il loro rigore è una forma di consequenzialità formale del ragionamento logico: ogni affermazione discende come conseguenza logica di altre affermazioni che fungono da premessa, e ogni affermazione che nasce come conseguenza di premesse precedenti diventa a sua volta premessa delle conseguenze successive. Tutto ciò è perfettamente rigoroso ma non vi è dimostrazione alcuna che ogni premessa e ogni conseguenza sia “vera” o quantomeno empiricamente dimostrabile. Questo, vale a dire la dimostrazione empirica di ogni affermazione, è invece ciò che lo scienziato esige in modo assoluto e che fa parte costitutivamente del metodo scientifico. Mentre il logico o il filosofo procedono per passi logici talora autoreferenziali, lo scienziato esclude metodologicamente gli asserti che non riescono a trovare un sostegno empirico di qualche genere, sperimentale o altro, o conferme da parte di altri scienziati. In questo, il lavoro dello scienziato è metodologicamente collettivo, mentre quello del logico o del filosofo non si esercita obbligatoriamente come impresa collettiva, anzi, spesso si esercita come impresa solitaria in opposizione ad altri filosofi.
Il logico e il filosofo, inoltre, spesso intendono dimostrare una tesi, una tesi preconfezionata: per fare ciò, cercano premesse e percorsi logici deduttivi attraverso cui la propria tesi possa essere dimostrata. Si tratta in poche parole di un’operazione top-down: la tesi da dimostrare sta in alto e la procedura per dimostrala discende dalla necessità di dimostrare la tesi. Nelle scienze, la procedura è più frequentemente bottom-up. Diceva Einstein: Se sapessimo (esattamente) quel che stiamo facendo, non si chiamerebbe ricerca”. La tesi (ad esempio la legge generale che governa un fenomeno) sta alla fine del percorso, non all’inizio: prima vengono le teorie, il ragionamento induttivo, gli esperimenti, la condivisione, la riproducibilità delle esperienze, le confutazioni o le conferme. Anche questo modo di procedere (strumento e stato d’animo anch’esso) è parte del metodo scientifico.
Qualcuno afferma anche il caso, la stocasticità che eccita la creatività, faccia parte del metodo scientifico. Io non sono d’accordo. Se è vero che assai spesso il caso o l’evento imprevisto suscita l’attenzione e, perché no, anche la creatività del ricercatore, questo non può essere assunto a “metodo”, il quale è un qualcosa a cui ci si affida, per l’appunto, metodologicamente. Ciò che deve essere assunto in modo metodologico è una particolare attenzione all’imprevisto, alla nota dissonante, a ciò che non quadra perfettamente, all’eccezione che mette in crisi la regola. Questa particolare attenzione-tensione, e non il caso, fa parte del metodo scientifico.     


Requisito metodologico essenziale per fare scienza è certamente il dubbio. Lo scienziato deve necessariamente collocarsi tra coloro che dubitano. Per quanto gli scienziati siano lusingati dall’idea di cercare la verità, essi devono porsi nella posizione di chi metodologicamente dubita e metodologicamente rifiuta l’idea stessa di verità. Il già citato Richard Feynman afferma: Nella scienza il dubbio è obbligatorio. È assolutamente necessario riconoscere che l’incertezza gioca un ruolo fondamentale nel progresso scientifico. Per fare progredire la conoscenza dobbiamo essere costantemente modesti e ammettere di non sapere. Nulla è assolutamente certo al di là di ogni dubbio [...] A mano a mano che si acquisiscono nuove informazioni nelle scienze, non si sta pian piano trovando la verità, si sta solo stabilendo che questo o quello è più o meno probabile (Il Piacere di scoprire. Adelphi 2002 – Ed. originale: The Pleasure of Finding Things Out, 2000).
Lo stesso concetto espresso da Feynman, lo ritroviamo nelle parole di Piero Angela, il più famoso divulgatore di scienze del nostro paese:In che modo dunque dovrebbe comportarsi lo scienziato? A giudicare dalla pratica quotidiana in ambito scientifico, una qualità essenziale è saper dubitare: chi ha troppe certezze sulle proprie idee e sui propri risultati rischia infatti di smarrirsi. Diversamente da quanto accade nelle ideologie e nelle religioni, il punto di partenza è rovesciato: non esistono verità assolute, ma piccole verità transitorie, da superare al più presto per raggiungerne altre, che attendono di essere scoperte. I dati acquisiti sono sempre da considerarsi provvisori(da Piero Angela. Che cos’è la scienza. Vedi al LINK). 

Piero Angela
Se, da una parte, il metodo scientifico indica il dovere di saper dubitare, specularmente esso indica la necessità escludere la verità dalle proprie prospettive. Le affermazioni della scienza, per quanto tendano alla generalizzazione e alla universalità, debbono essere considerate sempre confutabili o verificabili, mai “vere”. Questo atteggiamento verso le conoscenze scientifiche deve essere preso come assunto metodologico anche perché le affermazioni della scienza si riferiscono ai modelli con cui la scienza rappresenta mentalmente la realtà, non necessariamente alla realtà stessa, qualunque cosa si voglia intendere con questo termine. A questo proposito, Bruno de Finetti (1906-1985), da perfetto scettico affermava che il nostro spirito non può pensare nulla che non sia un suo pensiero, non può concepire nulla che non sia una sua concezione, non può ragionare di nulla che non sia un suo ragionamento…" (De Finetti B. Probabilismo. 1931: p. 87-88. Vedi al LINK). Questo pensiero ricalca alla perfezione quel che già Kant affermava riferendosi non soltanto alla rappresentazione mentale della realtà ma anche ai condizionamenti culturali, ai pre-convincimenti (pregiudizi), e ai punti di riferimento di ciascun pensatore: la ragione vede solo ciò che lei stessa produce secondo il proprio disegno…” (dalla prefazione alla Critica della Ragion Pura).
A pagina 28 del suo bestseller L’ordine del tempo”, il fisico Carlo Rovelli dà una fortissima coloritura a ciò che io chiamo propensione metodologica al dubbio: egli parla di propensione alla ribellione come possibile presupposto metodologico del fare scienza. Le sue parole sono: Una radice profonda delle scienze è la ribellione: non accettare l’ordine delle cose presenti”. Il termine è un po’ forte, ma ci può stare.

Tutto ciò fa riferimento ai meccanismi cognitivi universali cui tutti gli uomini attingono, scienziati e non scienziati che siano. Tali meccanismi che includono, appunto, l’operare su rappresentazioni mentali della realtà e riempire con pre-giudizi i vuoti tra un “fatto” e l’altro, tra un’esperienza e l’altra, una dimostrazione e l’altra, sono assunti nella loro universalità anche da Marcell Proust, che non è uno scienziato ma è pur sempre un esploratore: un esploratore dell’umano pensare. In più punti della Recherce, egli sottolinea questi aspetti: è solo attraverso il pensiero che prediamo possesso delle cose (da: Albertina scomparsa); la stessa testimonianza dei sensi è un’operazione dell’intelletto, in cui la convinzione crea l’evidenza (da: La prigioniera);abbiamo dell’universo solo visioni informi, frammentarie, che completiamo con arbitrarie associazioni d’idee(da: Albertina scomparsa) (vedi al LINK).

Marcel Proust: esploratore
Da scienziato e da pensatore qual è, Carlo Rovelli, sempre nel suo L’ordine del tempo, oltre a usare parole forti come ribellione, usa parole delicate come poesia, intendendo con ciò la capacità di saper vedere al di là del visibile”. Questa caratteristica che la scienza condivide con l’arte è una cosa molto diversa dalla propensione, di cui s’è detto sopra, a percepire la nota dissonante o l’evento che non quadra. Qui si tratta di avere (o di sviluppare) l’istinto di intravedere (almeno come possibilità teorica) che le cose stiano in modo diverso da come appaiono o che dietro all’apparenza, ci possono essere stratificazioni di “realtà” non ancora concepite e che, per essere scoperte, devono essere prima immaginate. Di queste immagini del possibile bisogna fare modelli e, poi, cercare di dimostrare ciò che si crede di avere intuito. È ciò che Rovelli chiama la capacità di comprendere prima di vedere”.
La capacità di vedere al di là del visibile, la poesia della scienza nel lessico di Carlo Rovelli, corrisponde allo sguardo fiabesco del bambino il quale, giocando o ascoltando una storia, vede mondi inaccessibili, che egli stesso costruisce e all’interno dei quali egli agisce e scopre cose. Anche l’infantile sguardo fiabesco potrebbe entrare a buon diritto tra i requisiti metodologici del fare scienza. Questa impegnativa affermazione (che sottoscrivo al cento per cento) viene dal premio Nobel (1903) Marie Curie: Io sono tra quelli che pensano che le scienze possiedano una grande bellezza. Uno scienziato nel suo laboratorio non è soltanto un tecnico: è anche un bambino posto di fronte a fenomeni naturali che lo appassionano come un racconto di fiabe”.

Lo sguardo incantato di Lisa Simpson
Si sono fin qui visti svariati componenti del cosiddetto metodo scientifico. Fra le tante cose che restano da capire ce ne sono due che emergono con forza. La prima domanda che viene in mente è: questi requisiti – o presunti tali – del metodo scientifico devono essere sempre tutti contemporaneamente presenti per poter dire che quel che si sta facendo in un certo momento è scienza e non altro?”. La domanda immediatamente successiva è: il metodo scientifico, considerato come sommatoria degli specifici requisiti sopra indicati, vale per tutte le scienze o solo per alcune? Vale per le scienze esatte, per quelle naturali, per quelle umane?”. 
La seconda domanda – che ha a che fare col cosiddetto monismo metodologico (uno stesso metodo per tutte le scienze) – è forse quella a cui si può rispondere più facilmente. Una cosa che va immediatamente detta è che, formulata in questo modo, tale domanda mette in moto un circolo vizioso da cui non si può uscire. Infatti, se chiamo “scienze” le diverse discipline, do per scontato che esse applicano il metodo scientifico ma, per definire se una disciplina è una scienza, devo prima identificare il metodo scientifico e dimostrare successivamente che quel metodo viene applicato in modo corretto in quella specifica disciplina. Posta così com’è stata posta e senza aver risposto alla prima domanda, la domanda sul monismo metodologico è priva di senso: è una domanda sbagliata, una falsa domanda.
D'altro canto, rispondere alla prima domanda è difficilissimo. Dei vari prerequisiti sopra indicati, alcuni sono o possono sembrare antitetici: il riduzionismo metodologico non va tanto d’accordo con una visione olistica; il ragionamento induttivo e quello deduttivo sono spesso considerati antitetici; l’attenzione alle regolarità e l’altrettanto necessaria attenzione alle irregolarità appaiono atteggiamenti contrapposti. D’altra parte, tutto ciò è parte integrante e costitutiva del lavoro, per esempio, del direttore d’orchestra che deve stare attento al suono complessivo ma anche ai singoli dettagli dei singoli strumenti da cui emerge il suono complessivo: il direttore d'orchestra costruisce un insieme derivato da una scomposizione. Ritengo che tutti gli elementi sopra indicati (e forse anche altri) entrino a far parte costitutivamente del cosiddetto metodo scientifico. Ma affermo anche che non è necessario che tutti i detti elementi siano contemporaneamente presenti  in ogni momento, in ogni situazione e con la medesima valenza. C’è un tempo per la costruzione del modello, per l’analisi dei dati, per la pianificazione e l’esecuzione degli esperimenti; c’è il tempo della sintesi e c’è un tempo per la comunicazione, la condivisione, la discussione ecc., ecc. L’agire scientifico consta di momenti diversi e di menti diverse: l’agire scientifico, anche quello individuale, è un’impresa collettiva e si riconosce in una metodologia da mettere in atto collettivamente.    
Detto ciò, bisogna vedere disciplina per disciplina, se queste si sono costituite, vengono esercitate e stanno progredendo in virtù dell’applicazione collettiva delle regole, delle procedure, degli atteggiamenti mentali e dei prerequisiti di spirito sopra elencati. Così facendo si potrà dire non tanto se la fisica o la storia siano scienze, ma se quella teoria fisica o quella ricostruzione storica siano state affrontate scientificamente. Naturalmente, ci sono discipline per le quali certe categorizzazioni sono più facili, e altre per le quali sono più difficili, se non quasi impossibili.

Ci sono poi asserzioni e questioni di fondo da cui tutta questa diatriba nasce. Esistono questioni di credibilità”, di reputazione”, di autorevolezza e, non ultime, di finanziamento. Se una disciplina si può vestire con l’abito della scienza, è (o diventa, si spaccia, o è percepita) come seria, autorevole, credibile, affidabile. Su di essa si può contare. Se un’altra disciplina fa fatica a darsi una bella verniciata di scientificità, per ciò stesso viene percepita come meno affidabile, aleatoria, poco credibile. Difficile giustificare l’allocazione di risorse su una disciplina poco credibile.
Per certi versi giustamente, nella nostra società la scienza si è conquistata una nomea di efficacia e di credibilità. I risultati sono davanti agli occhi di tutti. Per una naturale contrapposizione delle cose, si dà però per scontato che se una procedura ha qualche difficoltà a porsi in modo inequivocabile nell’ambito delle scienze, allora questa disciplina è meno credibile e, sostanzialmente, meno importante. Il problema non è nuovo. I positivisti del XIX secolo (ad esempio Auguste Comte e John Stuart Mill) sostennero che grazie alla logica induttiva certe scienze (quelle esatte, che oggi chiamiamo “dure”) in quanto a potere cognitivo e predittivo sono superiori alle scienze “morali” (quelle che oggi chiamiamo scienze “molli”).


I dibattiti odierni non sembrano aver fatto molta strada rispetto al XIX secolo. Di fatto, il dibattito si è impantanato su alcune storture: storture di sistema che hanno a che vedere con gli obiettivi e col modo di ricercare e agire da parte degli operatori di questa o quella disciplina. Quanto agli obiettivi, non si può non distinguere tra gli obiettivi di alcune branche del “sapere” (per esempio della chimica, della farmacologia o della geologia) e gli obiettivi di altre branche (per esempio del diritto, della storia o dell’economia). Non si può, come ci dicevano a scuola, mescolare le pere con le mele. Ogni disciplina ha i propri obiettivi, i propri metodi, le proprie caratteristiche costitutive. Pretendere l’eguaglianza ontologica e metodologica tra discipline diverse equivale, secondo me, a mettere in atto del tutto erroneamente un eccesso di egualitarismo normativo: le differenze ci sono, sono importanti, vanno valorizzate e non vanno svilite da preconcetti.

Egualitarismo
L’altra stortura di sistema è voler omologare a un non meglio precisato metodo scientifico i comportamenti e le procedure di ricerca attinenti alle diverse discipline. Anche qui è evidente un eccesso di egualitarismo normativo. Stando così le cose, per una contrapposizione istintiva a tale egualitarismo normativo, viene quasi da dirla con le parole del filosofo Ludwig Wittgenstein:Il mio scopo [...] è diverso da quello dell'uomo di scienza, il corso del mio pensiero è diverso dal suo […] Non c'è un metodo della filosofia, ma ci sono metodi (Ricerche filosofiche, 1930) o con le parole ancora più provocatorie di Paul Feyerabend: l'anarchismo, pur non essendo forse la filosofia politica più attraente, è senza dubbio una eccellente medicina per l'epistemologia e per la filosofia della scienza (Contro il metodo, 1975). Quello che conta è la serietà degli operatori, la loro attitudine mentale a cercare, a controllare, a verificare, a scegliere e verificare le fonti per tradurre, ove è possibile, la descrizione in comprensione e in spiegazione, e farlo con metodi che abbiano i requisiti e le caratteristiche generali di quelli sopra descritti.
L’egualitarismo normativo e il monismo metodologico, oltre a non essere in grado di rendere evidente il discrimine tra scienza e non scienza, nuocciono, soprattutto, alla scienza stessa che trae, invece, sostentamento e vitalità da un molto più opportuno complementarismo metodologico.

Complementarismo metodologico
A che cosa serve, poi, la domanda sulla “vera” natura della scienza e, conseguentemente, sull’essenza del metodo scientifico? Lo scopo utile della domanda è riuscire a distinguere l’erba buona dalla gramigna costituita dalle cosiddette “pseudoscienze”, quelle attività che si spacciano per scienze e millantano il rigore dell’agire scientifico per vendere ai palati buoni false verità su cui speculare. Forse, però, per identificare il millantatore pseudoscientifico è sufficiente una certa dose di senso critico e non è strettamente necessario ricorrere a precise, specifiche quanto improbabili definizioni di scienza o di metodo scientifico. Succede però, che la più che giustificata lotta alla pseudoscienza fraudolenta finisca per sconfinare nell’identificazione di avversari sbagliati. In una lotta senza quartiere contro le pseudoscienze fraudolente, il nemico appare ovunque: nelle tradizioni, nelle superstizioni, nella filosofia, e anche nelle cosiddette scienze umane, colpevoli, queste, di non essere scienze a tutti gli effettima scienziucole che non rispettano tutti i criteri delle “scienze scienze”. Sulle tradizioni e sulle superstizioni non mi soffermo: sono argomenti troppo vasti e non direttamente correlati all’argomento che sto affrontando. Sulla filosofia e sulle scienze umane due parole sono necessarie. Quanto alla filosofia, la quale ovviamente non è per nulla esente da critiche, essa non deve essere vista come il male, il nemico della verità, per il solo fatto di basarsi più sulla logica che sui fatti sperimentali. La scienza, che un tempo si chiamava Filosofia della Natura, è una costola della filosofia. Esse sono parenti stretti: entrambe procedono secondo logica e confrontano modelli. Ad un certo punto, con i vari Bacone, Galileo, Cartesio, Newton ecc. una parte della filosofia ha posto al centro del proprio operare l’esperienza, la misurazione, la sperimentazione, mentre un’altra parte è rimasta ancorata ai modelli teorici, logici e metafisici cui era abituata. Non ostante queste importanti differenze, le due entità rimangono strutturalmente apparentate e il loro legame di fondo resta indissolubile. A mano a mano che la scienza è maturata come tale, la filosofia ha cominciato a discuterne i metodi, gli scopi e i risultati, formando la disciplina della filosofia della scienza, spina critica nel fianco della scienza. La filosofia, inoltre, attinge a piene mani dai risultati della scienza, per costruire nuovi modelli e nuove cattedrali speculative nell’ambito della filosofia teoretica, della filosofia morale e così via. Dal canto suo, talora senza averne piena consapevolezza, la scienza attinge dalla filosofia problemi e modelli teorici per decidere che cosa misurare, che cosa sottoporre a verifica o a sperimentazione. Quando la scienza smantella i vecchi paradigmi e ne costruisce di nuovi sa di offrire alla filosofia materiale da costruzioni per nuovi modelli e nuove speculazioni teoriche. Se queste basi, contrapporre scienza e filosofia è inutile oltre che sbagliato perché entrambe – anche se spesso lo negano – si sostengono e si aiutano, anche contrapponendosi, l’una con l’altra. Entrambe, alla fine, hanno l’ambizione di tendere al “vero” e si alimentano del “verosimile”.
Quanto alle scienze umane, già nel medioevo si faceva una netta distinzione tra le Arti del Quadrivio (che oggi chiameremo scienze esatte, o dure) e le Arti del Trivio (scienze umane, o molli). Ma nel medioevo (che non fu un’epoca culturalmente così buia come oggi spesso si vuol far credere), entrambe le arti facevano parte delle Arti Liberali, quelle arti (o scienze) indispensabili tutte per chi fosse impegnato in attività intellettuali. Sarebbe ridicolo affermare che tra le scienze esatte e quelle umane non vi sono sostanziali differenze costitutive, strutturali, normative e metodologiche. Ma sarebbe meno che intelligente, nel XXI secolo, negare alle scienze umane lo statuto di scienza. Questo non dipende dal fatto di poter applicare alle scienze umane tutti i metodi che vengono applicati alle scienze esatte, bensì dagli obiettivi (per esempio, quello della conoscenza e quello della sua trasmissione culturale), dal rigore metodologico, e dalla capacità di identificare i fatti rilevanti all’interno delle proprie discipline e così via. In definitiva, lo statuto di scienza, piuttosto che con specifici metodi applicativi, ha più a che fare con l’approccio mentale e col rigore del processo con cui gli argomenti vengono sottoposti a indagine. Quando si cercano differenze e si pongono distinguo, bisogna cercare di badare più alla sostanza che non alle parole con cui nominiamo detta sostanza. Scienza, in fondo, è una parola, ma quel che conta è la sostanza che ci sta dietro.  

sabato 30 settembre 2017

IL METODO SCIENTIFICO (seconda parte)

Nel post precedente s’è parlato dello scopo dell’agire scientifico, di Weltanschauung (visione del mondo), di scienze dure e molli. Ci si è domandati in quale rapporto queste cose stiano con il metodo scientifico e si è iniziato un percorso ricognitivo per comprendere meglio in che cosa consista il metodo scientifico e se questo sia effettivamente lo strumento che consente di discriminare tra ciò che è scienza e ciò che non lo è. 

Alla fine del precedente post s’era parlato del metodo induttivo e s’era constatato – con la storiella del tacchino induttivista – che il metodo principe dell’agire scientifico ha anch’esso i suoi limiti. Qui si riprende l'analisi di quello che, con termine generico, si chiama Metodo Scientifico.


Sul METODO SCIENTIFICO (parte II)
Nelle scienze, altro metodo principe è il metodo deduttivo.
I filosofi e gli epistemologi (i filosofi della scienza) sono soliti contrapporre – come se si trattasse di una competizione – il metodo deduttivo e il metodo induttivo, come se uno fosse l’antagonista, l’opposto, il nemico dell’altro. Tale contrapposizione ideologica si ritrova anche nel modo con cui tali metodi vengono generalmente descritti. Nel metodo induttivo, si dice, il ragionamento va dal particolare al generale”, mentre nel metodo deduttivo il ragionamento va dal generale al particolare”. Chi fa scienza non si appassiona alle contrapposizioni filosofiche e terminologiche e, badando al sodo, scivola insensibilmente da un metodo all’altro, usandoli entrambi in maniera sinergica. In che cosa consista il metodo deduttivo è presto detto.  
Il prototipo semplificato del metodo deduttivo è il già citato classico sillogismo in cui a partire da due assunti di carattere generale, per esempio: a) i frutti maturi che stanno sui rami, prima o poi cadono a terra e b) tutte le mele maturano sui rami, è possibile trarre una conclusione particolare, per esempio, c) questa mela matura, prima o poi cadrà dal ramo. Se il ragionamento si limita alla pura logica, ovvero se il ragionamento non implica sperimentazioni o verifiche fattuali ma si limita a conclusioni teoriche tratte dalla pura consequenzialità delle asserzioni, allora questo non può essere considerato un metodo scientifico ma un puro sillogismo. Ovviamente, la logica non esclude la scienza e la scienza non esclude la logica. Anzi, quando si pongono ipotesi, la logica è essenziale. Il ragionamento deduttivo diventa un metodo scientifico quando ad esso si associano procedure sperimentali atte a verificare la veridicità degli assunti e/o delle conclusioni dedotte logicamente. Quanto all'esempio sopra riportato, la presunta universalità e veridicità degli assunti può essere sostenuta da un largo numero di osservazioni sui tempi di maturazione dei frutti, sulla effettiva caduta dei frutti maturi e sulla relazione tra il grado di maturazione e la caduta a terra dei frutti medesimi. La veridicità della previsione (o della conclusione logica) può essere dimostrata dalla registrazione dei dati riguardanti la maturazione e l’effettiva caduta della mela. Poiché, tuttavia, non tutti i frutti e non tutte le mele del mondo possono essere tenute sotto osservazione, è evidente che l’universalità del fenomeno è solamente presunta. Inoltre, potrà succedere che qualcuno a cui piacciono le mele acerbe, passando di lì stacchi la mela e se la mangi prima che questa maturi e si stacchi dal ramo. La situazione del tacchino induttivista si può ripetere anche per il ragionamento deduttivo che riguarda la mela. Cosa significa ciò per il metodo deduttivo? Significa che se la mela non cade, la teoria non può essere confermata. E se la mela cade? Se i fatti confermano che la mela cade, questi fatti NON dimostrano con certezza assoluta che la teoria sia stata confermata ma solo che la teoria non è stata smentita dai fatti medesimi.
Il metodo scientifico abbina il metodo induttivo a quello deduttivo in un loop di ipotesi, esperimenti, verifiche, conferme e nuove ipotesi. Un loop che richiama metaforicamente la funzione della “vite senza fine” di Leonardo da Vinci, uno strumento che consente di procedere all’infinito da un’ipotesi alla successiva, attraverso le necessarie conferme e smentite.

La leonardesca vite senza fine
Questo non garantisce la perfezione del risultato. Non consente nemmeno di conoscere il “vero”. È un approccio che consente di fare progressi e di limitare l’errore che, però, può nascondersi in innumerevoli dettagli.
Il metodo scientifico riconosce all’errore un fondamentale valore euristico: ciò significa che la scienza tiene in conto l’errore, “metodologicamente”. L’errore e l’approssimazione sono elementi costitutivi della scienza e lo scienziato sa che uno dei compiti è proprio quello di stanare l’errore e di correggerlo con uno di minore entità. Questo, in fondo, non è altro che il principio di falsificazione (o principio della confutabilità) proposto da Karl Popper: la scienza non può mai essere certa di dimostrare qualcosa ma può esercitare il suo potere confutando di volta in volta le teorie che contengono errori, cercando di correggerle. Il principio della confutabilità, così come s’era detto per il metodo, può essere considerato uno strumento e, insieme, uno stato d’animo o un habitus mentale.
L’esperimento (l’osservazione critica, governata e misurata del fenomeno) è una componente essenziale del metodo scientifico. L’esperimento (eventualmente anche l’esperimento mentale) è il braccio armato che consente di sottrarre il ragionamento logico-ipotetico al dominio della metafisica e di associarlo inscindibilmente all’approccio induttivo che tende a cercare le regole generali che governano o descrivono il fenomeno. L’esperimento consente di inserire nell’ambito delle esperienze empiriche (concrete, verificate, fattuali) anche le cosiddette scienze teoriche, perché ogni teoria richiede una qualche dimostrazione, non foss’altro per non essere falsificata o sconfessata (e se così fosse, per poter essere sostituita da una meno falsificabile). L’esperimento consente di rendere “scientifico” il procedimento ipotetico-deduttivo che nasce come procedimento di natura esclusivamente logica.
L’esperimento non è semplice osservazione e misurazione dei fatti che riguardano un fenomeno, un’ipotesi, una teoria. L’esperimento è un processo mentale piuttosto articolato. Innanzitutto è necessario concettualizzare il fenomeno (o l’ipotesi) che si intende verificare: la concettualizzazione ha lo scopo di anticipare e prevedere caratteristiche, modalità, varianti e conseguenze misurabili di ciò che si intendere mettere sperimentalmente sotto osservazione. La concettualizzazione serve anche a individuare, e in qualche modo ad isolare, alcuni specifici elementi (ritenuti cruciali) da osservare, da testare in modo particolare e su cui effettuare le misurazioni. Già di per sé, questo momento concettuale dell’esperimento introduce variazioni sperimentali al fenomeno o alla teoria generale perché impone limiti artificiosi e circoscrive l’osservazione ad alcuni specifici elementi. La concettualizzazione comprende le osservazioni preliminari del fenomeno; la raccolta delle informazioni ritenute pertinenti e rilevanti; la formulazione di ipotesi circoscritte agli specifici elementi da sottoporre a verifica sperimentale; l’individuazione – all’interno delle verifiche sperimentali che si eseguiranno – delle conseguenze sul fenomeno che si intendono osservare, misurare, confrontare; e infine la definizione dei parametri da misurare, dei tempi e dei modi con cui effettuare le misurazioni.
Alla fase concettuale dell’esperimento segue la messa a punto delle condizioni sperimentali vere e proprie: la messa in opera dei dispositivi operativi, tecnici e tecnologici di supporto all’esperimento, la realizzazione di un numero di osservazioni/esperimenti congrui con le ipotesi o gli elementi da verificare, l’analisi dei risultati e delle misurazioni effettuate nel corso dell’esperimento, la conferma o la confutazione delle ipotesi che si volevano valutare e la riformulazione di nuove ipotesi e/o di nuovi esperimenti. Quando si parla di esperimento, si parla sostanzialmente di tutto ciò e, a volte, tutto ciò è particolarmente complicato, sia da concettualizzare sia da realizzare empiricamente.  

Benché talora qualche giornalista o qualche sprovveduto divulgatore parli di esperimento “conclusivo” – con ciò intendendo che quell’esperimento comprova una certa teoria una volta per tutte – il termine conclusivo non si addice allo spirito più profondo dell’esperimento scientifico se non nel caso in cui i risultati dell’esperimento decretino una volta per tutte la falsificazione di una certa teoria. Ci sono certamente esperimenti “cruciali” (uno dei più recenti è stato quello che ha confermato l’esistenza del bosone di Higgs, fino ad allora postulato su basi teoriche) i quali sono in grado di sostenere fortemente un’ipotesi ma mai di verificarla in modo definitivo, anche perché la scienza non considera mai del tutto definitiva e non ulteriormente migliorabile nessuna delle sue affermazioni.


L’esperimento si colloca obbligatoriamente in una visione “riduzionistica” della ricerca scientifica. Si parla qui del riduzionismo metodologico, che è uno degli approcci (operativi e mentali) tipici del fare scienza. Fondamentalmente, l’idea che il riduzionismo metodologico persegue è di studiare l’intero (troppo complesso per essere analizzato nel suo insieme) riducendolo in frammenti più piccoli e più semplici, presumendo: a) che il piccolo sia più semplice dell’intero; b) che l’essenza dell’intero possa essere ottenuta dalla ricongiunzione di tutte le informazioni ottenute sui singoli frammenti. Entrambe le presunzioni, pur verosimili, sono lontane dall’essere vere: il “piccolo” non è necessariamente più semplice dell’intero e la complessità dell’intero emerge dal suo essere “intero” e non dalla sommatoria delle sue frazioni. Detto ciò per amore della precisione, queste due presunzioni, pur essendo relativamente grossolane, nulla tolgono al fatto che il riduzionismo metodologico si sia sempre rivelato uno strumento assai utile per aggiungere nuove conoscenze all’insieme delle vecchie conoscenze. Uno strumento con dei limiti non necessariamente dev’essere considerato uno strumento inutile o fallace. Nelle attività economico-produttive esiste un analogo di quello che per le scienze è il riduzionismo metodologico. Si tratta del taylorismo, dal nome di Frederick Taylor che, a metà ottocento in piena rivoluzione industriale, scoprì che la produzione industriale poteva aumentare se le attività complesse venivano suddivise in attività più semplici assegnate, ripetitivamente, ai singoli operai. In parole povere, se un gruppo di operai eseguiva, dall’inizio alla fine, un’attività complessa, la produzione era inferiore a quella dello stesso gruppo di operai se a ciascuno di essi era assegnata una sola attività semplice da eseguire in modo ripetitivo. La catena di montaggio è più produttiva (ma non necessariamente di migliore qualità) dell’attività “olistica”. I vantaggi produttivi sono evidenti se ci si può permettere di perdere la visione d’insieme. Se questo è accettabile in attività produttive ove la visione d’insieme compete ai piani alti dell’organizzazione, nelle scienze, perdere la visione d’insieme o di quegli aspetti cruciali da cui emergono le funzioni “superiori” dell'intero, può essere un serio limite allo sviluppo della conoscenza.
Ecco spiegata la relazione tra esperimento e riduzionismo metodologico. L’esperimento, essendo sempre limitato a qualche aspetto empirico dei fenomeni e delle teorie sotto indagine, ha senso solo all’interno del quadro di riferimento del riduzionismo metodologico. Questo, a sua volta, è contenuto nel paradigma meccanicista, quel modo di vedere molto caro alle scienze in cui l’universo è assimilato metaforicamente a una macchina e nel quale le cause e gli effetti sono legati in maniera deterministica.
Tutto ciò, con i suoi evidenti limiti, è sempre stato e rimane un modo proficuo per analizzare e per spiegare i fenomeni naturali.
L’esperimento presuppone implicitamente la misurazione. La misurazione (il peso, la velocità, la massa, la grandezza, ecc., ecc.) non è solo una procedura tecnica per cercare, per quanto possibile e ove possibile, di tradurre in “fatti” alcune caratteristiche di un fenomeno. La misurazione è un atteggiamento mentale: è un tradurre elementi fenomenici compositi in un linguaggio numerico che consenta confronti e manipolazioni quantitative (dati) di aspetti qualitativi. L’attitudine alla misurazione (che include l’attitudine al confronto, alla verifica e, quindi, anche alla critica circostanziata) è un elemento tipico dell’agire scientifico. Questa attitudine ha molto a che fare con la chiave misteriosa che Cartesio affermava essersi presentata a lui in forma di visione nella notte del 10 novembre 1619. Questa chiave avrebbe consentito – in un’ottica fortemente orientata al monismo metodologico – di riunire con la potenza oggettiva della misurazione, tutte le scienze in un’unica scienza. La chiave era, appunto, l’applicazione della matematica alla geometria e, in maniera più generale, alle procedure per indagare e spiegare i fenomeni naturali. Su questa stessa falsariga, con un certo trionfalismo Lagrange affermava: Fino a quando l’algebra e la geometria avanzarono su sentieri separati il loro progresso fu lento e le loro applicazioni limitate. Ma quando queste due scienze unirono le loro forze, esse trassero l’una dall’altra fresca vitalità e da allora in poi marciarono a rapidi passi verso la perfezione (1795).

Oltre a quanto detto fin qui, il cosiddetto metodo scientifico include altri requisiti. Uno di questi, di nuovo, potrebbe essere catalogato nella categoria della predisposizioni d’animo”. Si tratta della predisposizione a condividere ciò che si fa e ciò che si ottiene con gli altri. In altre parole, una predisposizione a non chiudersi nel segreto del proprio gabinetto di studio. Intendiamoci: non che non si possa fare una scienza “segreta”: in ambito militare non si fa altro e, negli ambiti in cui brevettare per primi è di importanza vitale, anche qui si fa scienza in modo molto, molto riservato. Tuttavia, consuetudine vorrebbe che la scienza, ovvero l’agire dello scienziato, condivida saperi, procedure, e risultati. Tale condivisione servirebbe per mantenere le conoscenze scientifiche nei limiti dell’oggettività.Oggettività è un termine impegnativo e sdrucciolevole perché presuppone tutta una serie di impliciti assunti filosofici (realtà, verità, assolutezza, ecc.) su cui ci sarebbe molto da discutere. Escluderò pertanto dal mio ragionare il termine oggettività anche se questo termine si trova assai spesso associato alla dizione metodo scientifico”. Oggettività a parte, la condivisione e lo spirito con cui si accetta (e lo si desidera) di condividere il proprio sapere e il proprio agire con gli antri è una componente metodologica costitutiva del fare scienza. D’altra parte, fare scienza approfittando di ciò che gli altri condividono con noi e negando agli altri i nostri risultati e le nostre conoscenze, sarebbe un modo alquanto disdicevole di porsi nella comunità scientifica. Purtroppo sarebbe illusorio attendersi una piena e totale condivisione perché assai spesso chi fa scienza (termine allargato in cui includo scienziati professionisti, università, investitori) non desidera spianare del tutto il terreno ai concorrenti, col rischio che questi arrivino per primi al risultato eccellente o al brevetto milionario. Bisogna trovare un compromesso umanamente accettabile. Si sa, per esempio, che Galileo e Keplero corrispondevano e si scambiavano un certo numero di informazioni. Tra i due, però, Galileo faceva un po’ il difficile e talvolta, per mettere in difficoltà Keplero, per rallentarlo (e anche per divertirsi alle sue spalle), condivideva con lui certi risultati ma glieli forniva in forma enigmatica, di sciarada o di indovinello. La condivisione è importante perché la scienza basa molta parte della sua autorevolezza sulla possibilità della contraddizione e della falsificabilità oltre che, naturalmente, della riproducibilità dei risultati. La scienza è una società aperta in cui si condivide il sapere sia per renderlo disponibile sia per renderlo verificabile: questo modo di fare aumenta esponenzialmente la possibilità di crescita della conoscenza rispetto a un’ipotetica scienza chiusa e segreta. La condivisione è quindi una caratteristica fondante del fare scienza e, quindi, del metodo scientifico.

Nel prossimo post si riprenderà esattamente da questo punto.