giovedì 24 ottobre 2019

NO, NON SONO UN ROBOT


Prima che Walt Disney le addolcisse rendendole caramellose, le fiabe avevano il compito di educare, ridurre all’obbedienza e ammaestrare i bimbi attraverso la paura. 

Ne sono una testimonianza le fiabe dei fratelli Grimm (pensiamo a un Pollicino abbandonato nel bosco dai genitori o ad Hänsel e Gretel consegnati alla strega del bosco affinché se li mangiasse) o quelle di Heinrich Hoffmann, con Pierino Porcospino e, peggio ancora, La tristissima storia degli zolfanelli, nella quale la disubbidente Paoletta muore nell’incendio da lei stessa provocato giocando con i proibitissimi fiammiferi e di lei rimangono solo le scarpette e un mucchietto di cenere.

Frontespizio di Pierino Porcospino
Forse con l’intento di ammaestrarmi, a metà degli anni '50 (avevo sei-sette anni), i miei genitori mi portarono a veder un film intitolato L’invasione degli Ultracorpi (di Don Siegel). Vi si narrava di persone che durante il sonno venivano rimpiazzate da replicanti, copie identiche alle persone di cui prendevano il posto. I replicanti maturavano in enormi, orrendi baccelli schiumosi. Per questa fiaba nessun lieto fine: il film lasciava intendere che i pochi che si rendevano conto delle sostituzioni e si opponevano all'invasione sarebbero stati rapidamente sopraffatti dalla legione dei nuovi umanoidi (non pochi lessero nei replicanti la metafora del pericolo comunista, dove le persone finiscono con diventare non persone). Il pianeta sarebbe stato invaso da esseri che, sostituendosi a noi, avrebbero preso in mano le redini del mondo e, quel che è peggio, pur accorgendosi che qualcosa di strano stava accadendo, l’umanità sembrava trascurare il pericolo, quasi un deliberato non voler vedereCome tutti i bimbi, non ero in grado di distinguere una "fiaba" dal "reale: rimasi sconvolto, e quell’impressione di terrore riemerge ancora adesso mentre ne riparlo a sessant’anni di distanza.

L'invasione degli ultracorpi: un replicante emerge dal baccello schiumoso 
Più in là negli anni, era il 1988, vidi al cinema un’altra favola: Essi vivono (di John Carpenter). In questa fiaba i replicanti (una sorta di robot umanoidi) assumono una forma perfettamente umana ma il loro vero e terrificante aspetto è reso visibile da uno speciale tipo di occhiali da sole. Anche in questo caso sono ben pochi gli umani che vogliono davvero vedere e cercano di resistere all’invasione. La gran massa degli altri si disinteressa del problema, lascia correre, come se la cosa proprio non li riguardasse. I pochi eroi che resistono all’invasione verranno tutti sopraffatti. Ormai adulto, non mi spaventai come da bambino, ma l’idea che la gran parte della gente preferisca non vedere il pericolo quando questo assume forme suadenti mi è rimasta nella mente come un piccolo tarlo.

Essi vivono: un invasore in panni umani come appare visto con gli speciali occhiali
Queste sono tutte fiabe, si dirà: è un genere di cassetta, la fantascienza. Consoliamoci pure così.
Peccato che, fantascienza a parte, ci siano già tra noi milioni e milioni di robottini invisibili, i bots, che traggono il rassicurante nomignolo dalla parola ROBOT, termine usato per la prima volta nel 1920 dal commediografo ceco Karel Čapek. I bots sono piccole strisce di informazioni: piccoli simpatici e utilissimi mostri creati dalle tecnologie informatiche. Sono semplici algoritmi capaci di svolgere compiti semplici: possono rilevare e correggere errori sintattici, valutare la corrispondenza degli indirizzi URL (htpp://…) con gli oggetti cui fanno riferimento, e altre cose del genere. Ma poiché possono essere legati a strumenti di intelligenza artificiale, possono anche riconoscere elementi o frasi sulla cui base aggiungere un “like” sui social network, possono inviare commenti più o meno standardizzati in risposta a notizie o a nomi che trovano in rete, possono assumere i connotati di “account” e, quindi di persone. È a questo punto che, incontrando dei bots sulla nostra strada, sul nostro computer, sul nostro smartphone, non sapremmo più dire se abbiamo a che fare con un “chi” o con un “che cosa”. Questo, di per sé, è inquietante, così come è inquietante quando, per esempio, comperando un biglietto ferroviario online ti viene posta la domanda: «Sei un Robot?», e devi immediatamente dimostrare, trascrivendo un codice alfanumerico deformato, che … «NO, non sono un robot: io, no, ma tu sì, accidenti!».

Milioni e milioni di questi robottini-account hanno interferito con l’opinione politica degli americani (e che lo fanno tuttora con quella degli italiani) tanto che Facebook ha dovuto recentemente rimuovere due miliardi (sì, 2.190.000.000) di falsi bot-account (vedi al LINK). Questo è e rimane inquietante, anzi inquietantissimo.

Facebook ha dovuto rimuovere due miliardi di falsi profili
Alla voce Bot (informatica) (vedi al LINK), Wikipedia spiega tutto quello che c’è da sapere su questi algoritmi, ma la cosa più inquietante è che, se si va a cliccare sulla voce “cronologia” della pagina di Wikipedia, ci si accorge che alcuni degli account che hanno contribuito alla voce Bot, sono essi stessi dei bots, e ciò avviene per un grandissimo numero di pagine di Wikipedia o di altre pagine di pubblica costruzione. Una volta si sarebbe parlato di autoreferenzialità, circolarità, tautologia: concetti forse superati dai tempi. Tutto ciò è inquietante.

In conclusione, pur ammettendo che questi strumenti sono utilissimi perché in grado di effettuare senza errori e in tempo reale operazioni che sarebbero lunghe e noiose per qualunque operatore umano, questa invisibile invasione dovrebbe risvegliare le coscienze ad alzare il livello di guardia sul loro uso, visto e considerato che il loro utilizzo è già stato in grado di manipolare su larga scala attenzione, opinioni, tendenze, orientamenti, preferenze, sentimenti. Tuttavia, così come nelle fantasiose storie narrate in L’invasione degli ultracorpi ed Essi vivono, pare che i più preferiscano rimanere nello stato della beata incoscienza. Se questa fosse una fiaba (e purtroppo non lo è), dovrebbe fare paura per ammaestrare, educare, rendere consapevoli, ma ai più questa favola sembra non fare alcuna paura. Dove porterà tutto ciò? La prospettiva distopica è l’unica che mi viene in mente.

POSTSCRIPTUM: 

a proposito, 



giovedì 3 ottobre 2019

Greta Thunberg e gli scienziati – Questione di linguaggio


Nel rapporto tra scienza e società, non c’è oggi argomento più caldo di quello che riguarda il clima. In questo delicato rapporto, nel quale la politica e l’economia giocano un ruolo determinante, è entrato il fenomeno Greta Thunberg a sparigliare completamente le carte.


Greta Thunberg
Non intendo affrontare il tema dei denigratori per professione o per diletto: non è un tema, questo, per persone serie. E comunque, a scanso di equivoci, affermo di stare dalla parte di Greta, non foss’altro per l’ondata a livello globale che il suo intervento (ovviamente supportato da chi ha interessi anche economici nella soluzione dei temi climatici) è riuscita a sollevare tra i giovani i quali manifestano l’intenzione di appropriarsi del proprio domani.

Milano, 27 settembre 2019 - manifestazione per il clima

Quello che mi interessa è mettere in luce la questione del linguaggio. Tra le decine di migliaia di commenti che intasano giornali e social media mi sono soffermato pochi giorni fa sull'intervento di 
Roberto Battiston, (fisico ed ex Presidente dell'Agenzia Spaziale Italiana) pubblicato da Huffington Post intitolato "Perché io, scienziato, credo che Greta abbia ragione". Battiston afferma che Greta è nel giusto in quanto per risolvere il problema la ragazza svedese si affida alla scienza affermando non ascoltate me, ascoltate la scienza (vai al LINK). Un'affermazione singolarmente simile viene da parte di alcuni denigratori di Greta: Che ce ne facciamo delle parole di una ragazzina dato che gli scienziati parlano del rischio climatico da cinquant’anni!”. Il Prof. Battiston fa seguire alle proprie affermazioni un articolo esaustivo e scientificamente ineccepibile che, non ostante le lodevoli intenzioni divulgative, immagino sia risultato poco comprensibile per una enorme fetta della popolazione italiana. Non c’è da stupirsi. La scienza è difficile non solo da fare ma anche da spiegare. Gli scienziati, eccellenze comprese, faticano a rendersi conto di quanto il loro linguaggio spaventi e allontani la gente. É difficilissimo tradurre in parole semplici argomenti complessi ma per farsi capire da tutti è necessario sacrificare i dettagli e semplificare il linguaggio. 
Greta utilizza messaggi brevi e diretti, che giungono allo stomaco prima di risalire al cervello. Per lo più, gli scienziati parlano al cervello ma molti dei loro messaggi finiscono col perdersi prima di arrivare al cuore e allo stomaco di chi li legge. I messaggi di Greta, al contrario, hanno la purezza quasi ingenua delle accuse che da sempre gli adolescenti gettano in faccia agli adulti. C’è chi ha scritto che il suo linguaggio è populista. Questa, che sembra una accusa, contiene un seme di verità se si vuole dare al termine populista la connotazione di un messaggio semplice e immediato che veicola significati che giungono senza mediazioni alle persone comuni e le coinvolgono profondamente. Sappiamo bene come, in politica, i messaggi populisti siano straordinariamente efficaci, coinvolgenti e molto spesso pericolosi. Per una volta che un linguaggio “populista” veicola messaggi utili e alti, sarebbe forse il caso di considerarli con maggiore benevolenza.

Greta non è “la soluzione. L'adolescente svedese è diventata l’icona di un risveglio che non poteva attendere oltre. Non si può pretendere che Greta sia diventata un’icona solo con la farina del suo sacco. Certamente ci sono investitori, capitali, politici ed esperti di marketing dietro all'icona (pochi che l’hanno sostenuta fin dall'inizio e i soliti molti che si sono accodati dopo che ha avuto successo). D’altra parte, non solo gli hamburger più tossici, ma anche le merendine più sane hanno bisogno di marketing, packaging, e pubblicità. Da sempre, per diffondersi, le idee hanno avuto bisogno del sostegno di icone, di simboli, di bandiere, il cui minimo comun denominatore è la semplicità e l'immediatezza del linguaggio. La difesa del pianeta non ha forse bisogno dello stesso sostegno? Un linguaggio alla portata di tutti, come quello di Greta, è di fondamentale importanza per creare il dovuto sostegno, aprendo la strada a chi (scienziati, politici, imprenditori, e noi stessi con i nostri comportamenti individuali) potrà mettere in atto le giuste soluzioni.  

Politici che discutono di riscaldamento globale - Installazione, Berlino 2019



sabato 7 settembre 2019

ADDENDUM SUI ROBOT (robot da intrattenimento)


Di seguito al post intitolato LA PRIMA VOLTA DEL ROBONAUTA segnalo un altro interessante evento che riguarda l’avanzata dei robot, un’avanzata che questa volta vede gli umani come partner interessati ed attivi, molto attivi.

Si tratta di un convegno, interessante quanto inquietante, svoltosi nei primi giorni di luglio a Bruxelles. Per lo scienziato o per l’informatico il tema può certo risultare interessante, l’aspetto inquietante riguarda la componente umana, i clienti che costituiranno il “mercato” delle innovazioni tecnologiche discusse nel corso del convegno. 

Rivisitazione robotica di: La creazione di Adamo (Michelangelo)
Dimenticavo: il titolo del convegno è il seguente:

4° INTERNATIONAL CONGRESS ON LOVE AND SEX WITH ROBOTS
(4° congresso internazionale sull’amore e sul sesso coi robot)

Gli argomenti in discussione sono i seguenti: 

le emozioni dei robot; robot umanoidi; cloni robot; robot da intrattenimento; personalità robotica; teledildonica (tecnologia per il sesso a distanza e le interfacce che rendono possibile la “condivisione” delle esperienze tattili); componenti per il sesso elettronico intelligente; approcci di genere; approcci affettivi; approcci psicologici; approcci sociologici; roboetica; approcci filosofici.

Per il momento mi astengo da ogni commento, ritenendo che gli argomenti in discussione rappresentino un motivo sufficiente di approfondita riflessione per gli affezionati lettori.

Al momento non sono ancora disponibili i testi delle relazioni ma questi verranno prossimamente pubblicati su due riviste specializzate in robotica, ciascuna delle quali pubblicherà un numero speciale dedicato al convegno medesimo,
Paladin, the Journal of Behavioral Robotics (LINK) e Journal of Multimodal Technologies and Interaction (LINK)  cui si rimanda.

Locandina di Paladin, Journal of Behavioral Robotics

Commenti su questa interessante evoluzione della robotica saranno i benvenuti.
L'icona del congresso di Bruxelles


domenica 1 settembre 2019

LA PRIMA VOLTA DI UN ROBONAUTA - KOSMONAUT FEDOR


Pochi giorni fa si è aperta ufficialmente una nuova era nelle imprese spaziali: quella della coabitazione fisica tra esseri umani e robonauti. Il 27 agosto, alla 1.08 ora italiana, ha infatti messo piede nella stazione orbitante internazionale il primo robonauta umanoide: il suo nome FEDOR.

Solo pochi giorni fa si è spenta l’eco della celebrazione di un altro inizio d’epoca, il cinquantenario dello sbarco sulla luna di un uomo (anzi due) in carne e ossa. A cinquant’anni di distanza da quel momento epocale, ne viviamo un altro di non minore importanza, cui la stampa, però, distratta da disastri naturali e da crisi morali e politiche un po' ovunque, dà poca enfasi.


Il robonauta FEDOR (con un fratellino sullo sfondo)
Tanto per cominciare, in russo FEDOR è un nome maschile e questo, a voler leggere tra le righe, potrebbe voler dire qualcosa. A scusante del signor Dmitry Rogozin, l’uomo politico a capo dell’Agenzia Spaziale Russa che ha scelto il nome, va detto che FEDOR è l’acronimo di "final experimental demonstration object research", che potrebbe essere tradotto come dimostrazione sperimentale finale sulla ricerca dei manufatti”. Questa dicitura è talmente assurda (alle mie orecchie suona comeguardate di che cosa siamo capaci noi Russi) da far ritenere che il nome FEDOR sia stato dato per primo e che poi, in un secondo tempo, si sia cercato di costruirgli sopra una dicitura che paresse avere un qualche senso. Va rimarcato, tra l’altro, che il termine “final” (finale) non ha cittadinanza nel vocabolario scientifico, mentre ha invece una forte (e angosciosa) connotazione politica. Tralasciamo però le piccolezze semantiche della natura umana e veniamo alla questione epocale.
La gara spaziale e tecnologica fra le grandi potenze ha sempre avuto come meta quella di mandare un uomo da qualche parte. Il vero successo, per la Russia, non era stata la cagnetta Laika, ma il cosmonauta Jurij Gagarin (a volere dirla tutta un grande successo politico fu per la Russia mandare in orbita – facendola tornare – la prima cosmonauta femmina, Valentina Tereškova). E il grande successo degli americani furono i primi passi sulla luna di Neil Armstrong e Buzz Aldrin. Poi si cominciò a parlare di mandare i primi uomini su Marte. Tuttavia, ora che i cinesi hanno inviato una sonda a lavorare per proprio conto sulla faccia nascosta della luna e che anche gli indiani hanno inviato la loro macchinetta a scavare buche sulla luna, è diventato molto più interessante dare dimostrazione di potere tecnologico inviando robot: e qui la Russia ha fatto il primo punto nella nuova partita.
È pur vero che FEDOR non è granché autonomo in quanto si limita quasi esclusivamente a replicare in remoto i movimenti di un operatore umano terrestre, ma bisogna considerare che questo è soltanto il primo passo, poiché FEDOR è il primo esemplare prodotto da una piattaforma che dovrà mettere in opera robot sempre più autosufficienti e in grado di operare scelte. Nell'immagine di apertura si vede sullo sfondo che FEDOR ha già dei fratellini.

La questione epocale si gioca sulla robotica, sull’intelligenza artificiale e su tutti i vantaggi che i robot hanno sull'uomo: lavorano H24, non si stancano, consumano relativamente poca energia, non respirano, non inquinano e non emettono escrementi, ecc, ecc.
Mi metto nei panni degli astronauti Luca Parmitano, Andrew Morgan e Alexander Skvortsov che hanno accolto FEDOR nella stazione orbitale. Si saranno sentiti come le cassiere dei supermercati (specie in via d’estinzione) quando hanno visto comparire nel loro supermercato la prima cassa automatica?

Casse automatiche in un supermercato
O come un operaio dell’Alfa (specie praticamente estinta) quando i primi robot sono comparsi sulle linee di montaggio? Mi aspetterei che una qualche sensazione del genere sia fugacemente passata nella loro mente.

Robot su una linea di montaggio auto
Prima o poi, gli astronauti umani dovranno essere dotati di un supporto psicologico a distanza. Come si fa a lavorare, a fare esperimenti, a far di conto quando vicino a te c’è un umanoide che non dorme, non mangia, fa la passeggiata nello spazio senza tuta e respiratore e ti surclassa in ogni cosa tu faccia? Nello spazio, il lavoro umano è a una svolta.
C’è una speranza, però, in questa svolta epocale. Quando FEDOR e i suoi fratelli dotati di acutissimi occhi elettronici e di intelligenza artificiale volgeranno lo sguardo al pianeta Terra, rendendosi conto dello scempio che avviene là sotto, potranno dire agli umani: «Vediamo ridursi le calotte polari. Vediamo le foreste bruciare. Vediamo scomparire gli atolli. Il pianeta va di male in peggio. Se non vi decidete subito a fare qualcosa, dovremmo occuparcene NOI, e non è detto che questa per voi sia una gran buona notizia».

sabato 17 agosto 2019

IL RAZZISMO (E IL SESSISMO) INNOCENTE DEGLI ALGORITMI


Molte delle nostre attività quotidiane beneficiano del lavoro invisibile degli algoritmi. Sono loro che cercano per noi le immagini che chiediamo a Google o a Instagram. Sono loro che cercano per noi (o ci propongono “spontaneamente”) la nostra musica preferita su YouTube. Sono loro che selezionano per noi i contenuti di Facebook. 

Sono loro l’anima dei navigatori che ci conducono quasi per mano nei luoghi ove vogliamo andare. Sono loro che ci propongono le pagine web quando eseguiamo una qualunque ricerca. Invisibili ma concreti, danno forma al nostro modo di vivere.

L'algoritmo invisibile
Un algoritmo, dicono gli informatici, è la soluzione che i medesimi informatici offrono ai nostri problemi. Si tratta sostanzialmente di formule matematiche (istruzioni) che, attraverso un numero finito di passaggi, forniscono risultati utili e risposte immediate ai problemi che chiediamo loro di risolvere. Diciamo le cose come stanno: gli algoritmi sono una fantastica invenzione e ci facilitano la vita.   

Là dove gli algoritmi più semplici non risolvono adeguatamente i nostri problemi (per esempio in situazioni caratterizzate da una mole di dati troppo grande e dinamica per essere gestita in modo semplice e rigido), attraverso sistemi di intelligenza artificiale gli algoritmi vengono resi capaci di modificare se stessi e di diventare più efficenti, imparando direttamente dai dati che elaborano o dalle scelte effettuate in precedenza dagli utenti. Questa abilità prende il nome di apprendimento automatico. Questi algoritmi intelligenti sono utilizzati dai motori di ricerca, dai sistemi di filtraggio antispam della posta elettronica, dai sistemi di riconoscimento facciale, e via di seguito.

Apprendimento automatico
Detto tutto il bene possibile degli algoritmi e della loro capacità di adattarsi, previo apprendimento, alle necessità dell’utente, va anche detto che nella loro capacità adattativa si nasconde un lato oscuro, molto oscuro, dietro al quale si nasconde ahimè il lato oscuro dell’umanità.

Prendiamo, per esempio, il razzismo.
È stato notato che i motori di ricerca, a fronte di determinate richieste da parte dell’utente, possono proporre risposte, pagine, immagini il cui contenuto suona (o può essere interpretato come) razzista. La domanda che ci si pone è se gli algoritmi possano essere razzisti, ovvero se le informazioni e le formule che costituiscono la loro “mente” siano improntate al razzismo. Pur non potendosi escludere in alcuni casi che ciò avvenga in modo pianificato, gli algoritmi NON sono razzisti in sé ma lo diventano nel momento in cui rispecchiano i pregiudizi umani dei programmatori e, soprattutto, i dati presenti nella rete che gli algoritmi elaborano. Detto ciò a proposito del razzismo, questo è altrettanto vero per il sessismo, il maschilismo e altre amenità del genere che animano i pregiudizi umani e che abbondano tra i contenuti della rete. Il peccato e il difetto stanno quindi nella componente umana, e non nel povero e del tutto inconsapevole algoritmo

Prendiamo il caso di un algoritmo dedicato alla selezione del personale per un impiego. Nelle grandi compagnie e anche nelle grandi agenzie di collocamento non vi è più nessuno che legge il curriculum del candidato. Lo fanno le macchine, gli algoritmi. Attraverso semplici formule che elaborano dati e parole chiave, gli algoritmi fanno la “scrematura”, ovvero selezionano i pochi che, se il caso, verranno esaminati dagli addetti umani alla selezione del personale, i veri e propri recruiter, per i quali l’elemento umano può ancora avere valore. Chi si affida a questi sistemi ne parla bene in termini di efficienza, velocità, costi (vai alLINK).  

Si è dimostrato che là dove i sentimenti razzisti o maschilisti sono ampiamente rappresentati nella popolazione generale (i dati sono prevalentemente riferiti agli Stati Uniti ma ogni paese ha i propri problemi specifici) gli algoritmi dedicati alla selezione del personale tendono a selezionare preferibilmente maschi bianchi, anche là dove il sesso, il colore della pelle o la provenienza etnica non dovrebbero in alcun caso rappresentare un motivo di preferenza. L’algoritmo, quindi, in quanto solutore di un problema, si porta evidentemente dietro, all’interno dei suoi diagrammi di flusso e delle sue formulette, pregiudizi umani non facilmente eradicabili.  

Un algoritmo può essere razzista?
Negli Stati Uniti (in Italia non ancora) per valutare la pericolosità di un criminale e comminare pene restrittive in carcere piuttosto che agli arresti domiciliari, il sistema giudiziario si serve di algoritmi che valutano la pericolosità e il rischio di recidiva: inutile dire che la restrizione della libertà viene comminata ai neri molto più che ai bianchi. Può essere che l’algoritmo svolga alla perfezione il proprio compito o, per lo meno, non in modo molto diverso da quanto farebbe un giudice umano di carnagione chiara, ma può anche essere che l’algoritmo si porti dietro i pregiudizi di chi ne ha compilato le istruzioni e quelli di chi ha redatto i "precedenti" del criminale.
Il pregiudizio che l’algoritmo “eredita” dal programmatore può essere corretto rivedendo le informazioni programmate. Il problema è molto più complicato quando si ha a che fare con algoritmi dotati di autoapprendimento: questi infatti “assorbono” i pregiudizi dalla montagna di dati che analizzano e che rappresentano i pregiudizi striscianti presenti nella popolazione e nei dati di riferimento da cui essi apprendono.

E che dire del maschilismo?
Mafalda e il maschilismo
In questo caso non si tratta "solo" di pregiudizi: a generare distorsioni possono contribuire anche altri elementi. Uno piuttosto infido può essere legato alla lingua.  Per esempio, se i dati di riferimento cui l'agoritmo accede per le proprie analisi sono scritti in una lingua in cui la parola “ingegnere” (o programmatore) è un sostantivo di genere maschile, l’algoritmo potrà associare più facilmente “ingegnere” (o programmatore) a “maschio” che non a “femmina” e nel caso della selezione del personale l’algoritmo potrebbe selezionare in maggioranza maschi che non femmine. Di per sé questo determina disequilibri, distorsioni, iniquità: pensiamo per esempio al fatto che la professione “infermiere” (sostantivo maschile usato di regola nei formulari per la ricerca del personale) è esercitato in Italia più dalle femmine che non dai maschi. 

A tutto si può porre rimedio. È chiaro però che il problema va prima percepito (cosa che sembra di là da venire), poi analizzato nella sua complessità e quindi affrontato in tutte le sue sfaccettature, da quelle sociologiche, a quelle psicologiche, a quelle linguistiche, a quelle di programmazione informatica, a quelle del monitoraggio dei risultati. La vedo dura.  


mercoledì 31 luglio 2019

LA STRANA E POCO NOTA ORIGINE DEL TERMINE DARWINISMO


Oggi non vi è persona che leggendo o ascoltando la parola darwinismo non pensi alla teoria dell’evoluzione, resa famosa da Charles Darwin con le sue più famose opere sull'argomento: L’Origine delle Specie (1859) e L'Origine dell'Uomo e la selezione sessuale (1871). 

L'espressione darwinismoriassume in un unico termine tutto ciò che fa capo alla teoria sviluppata da Darwin e agli ulteriori sviluppi apportati alla teoria originale in seguito alle successive scoperte. Sorprendentemente però, l'espressione nasce in un contesto differente, un contesto poetico, e di questa storia ben pochi sono al corrente.

Samuel T. Coleridge
Tutto comincia con Samuel Taylor Coleridge (1772-1834), il famoso poeta che assieme a William Wordsworth (1770-1850) diede vita al movimento romantico nella poesia inglese. A questo movimento aderiranno molti nomi inglesi famosi (John Keats, Percy e Mary Shelley, William Blake, George Byron): nell’Ottocento, il romanticismo diverrà il movimento poetico dominante in tutto l’Occidente. Coleridge coniò il termine Darwinizing” (darwinizzante) in riferimento allo stile poetico di Erasmus Darwin, il poliedrico nonno di Charles. In breve tempo, il termine Darwinism (darwinismo) sostituì il più complicato “darwinizzante”, ma sempre in riferimento alla poetica di nonno Erasmus.

Erasmus Darwin
Tutto ciò richiede una spiegazione.
Erasmus Darwin (1731-1802) fu uno dei maggiori rappresentanti del pensiero illuministico in Inghilterra. Medico di professione, era anche un valente naturalista, appassionato di fossili, sostenitore delle tesi trasformistiche che anticipavano quelle evoluzionistiche. Fu anche un attivo sostenitore dei movimenti a sostegno del diritto alla scolarizzazione delle donne, e un convinto attivista per l'abolizione dello schiavismo.

Icona simbolo della Società Inglese contro la Schiavitù
Fu anche un fervido inventore ed inventò, tra le altre cose, due dispositivi che fanno di lui un visionario antesignano: una macchina “parlante” con “laringe” meccanica, e una sorta di fotocopiatrice in grado di riprodurre documenti. Fu amico di Benjamin Franklin, simpatizzò per la rivoluzione americana e per quella francese.

Oltre a tutto ciò, Erasmus fu anche poeta e pubblicò alcuni saggi naturalistici in forma di poema epico. Il poema scientifico di maggior successo fu The Botanic Garden (Il Giardino Botanico), un’opera monumentale in rima baciata, il cui scopo era la divulgazione scientifica a livello enciclopedico, includendo la botanica e le scienze naturali, le più recenti scoperte scientifiche (tra cui l'elettromagnetismo), la storia del cosmo. Il frammento qui riportato (sulle forze geologiche) ne è un minuscolo esempio.

The Giant-Power that forms earth's remotest caves
Lifts with strong arm her dark reluctant waves.
Each cavern'd rock, and hidden den explores,
Drags her dark Coals, and digs her shining ores.[1]

Samuel Coleridge che considerava Erasmus “il più inventivo dei filosofi della natura” aveva quindi coniato un termine, Darwinizing, per descrivere il particolare talento poetico (più tecnico che lirico) di Erasmus. Un altro poeta romantico, Percy Shelley (1792-1822), prendeva un po’ in giro lo stile artificioso e ampolloso di Erasmus che egli non apprezzava gran che, e definiva il suo successo editoriale come il vortice popolare del Darwinismo” (the popular vortex of Darwinism).[2] Al contrario, la moglie di Percy, Mary Shelley (1797-1851), ricorreva volentieri ad alcune immagini “romantiche” evocate nei poemi di Erasmus, e ricorse ai suoi scritti divulgativi e agli esperimenti sul galvanismo effettuati dallo stesso Erasmus per creare un appiglio “scientifico” alla forza vitale che avrebbe dato vita e forma a Frankenstein, il moderno Prometeo (1818).
Nella prefazione al suo Frankenstein, la Shelley recita infatti: «Il caso di cui tratta questo romanzo è stato giudicato non impossibile a verificarsi dal dottor Darwin e da alcuni fisiologi tedeschi». Con Frankenstein, Mary Shelley diede origine a un genere letterario: quello della fantascienza. Si può pertanto affermare che gli scrittori di genere che di lì a poco seguiranno (Robert Stevenson, Bram Stoker, Edgar Allan Poe, Oscar Wilde, George Herbert Wells) affondano in qualche modo le proprie radici narrative nella popolare e immaginifica divulgazione scientifica di Erasmus.
Verso gli anni ’40 dell’Ottocento, il Romanticismo come rivoluzione letteraria e la Rivoluzione Industriale come sconvolgimento socioeconomico sfumano in altri movimenti letterari e sociopolitici. Nasce l’era vittoriana, con la sua letteratura, la sua economia, le sue contrapposizioni ideologiche, la sua scienza. E a questa nuova era appartiene il giovane nipote di Erasmus, Charles. Le sue idee rivoluzionarie sconvolsero l'immagine che l’uomo aveva di se stesso, che passa dalla somiglianza a Dio a quella di un cugino non troppo lontano delle scimmie. Molti non accetteranno mai tale ipotesi. Da allora, il termine “Darwinismo” passa di mano, non più ad indicare lo stile poetico del nonno, ma ad indicare le ben più eterodosse idee del nipote.  

Charles Darwin



[1] L'enorme potenza che forma le grotte più remote della terra / solleva con braccio forte le sue onde scure e riluttanti. / Ogni caverna di roccia, e la tana nascosta esplora, / trascina i suoi carboni scuri, e scava i suoi minerali lucenti.
[2] James T. Costa. Wallace, Darwin, and the Origin of Species. Harvard University Press, 2014. ebook Kindle. Posizione del Kindle: 4678.

martedì 16 luglio 2019

RAZZA E SCIENZIATI - Quando la scienza sposa cause sbagliate


Esattamente ottantuno anni fa, il 14 luglio 1938, Il Giornale d’Italia pubblicava il Manifesto della Razza. Era l’inizio di una strategia studiata a tavolino per diffondere un forte sentimento di Italianità che avrebbe dovuto sostenere i tempi bui, quelli della guerra, che si stavano avvicinando a passi veloci. 

Il tema della razza fa il suo esordio in Italia
Il manifesto era il primo momento di una strategia di coesione nazionale necessaria a far sopportare i sacrifici che sarebbero stati richiesti per fare di nuovo Grande l’Italia (Donald Trump, come si vede, non ha inventato niente). Dopo pochi giorni, il 5 agosto, si trovava in edicola il primo numero della rivista La Difesa della Razza. Il 6 ottobre la Dichiarazione sulla Razza fu votata dal Gran Consiglio del Fascismo e le Leggi Razziali furono emanate il 15 novembre.
La propaganda fa della razza un problema nazionale
Scienziati e studiosi italiani furono i complici dell’operazione politica. Infatti, il Manifesto della Razza portava in calce la firma di autorevoli e meno autorevoli studiosi che servivano a rendere credibile e scientificamente dimostrato il concetto di Razza, un concetto cui la propaganda si sarebbe preoccupata di associare in modo inestricabile i concetti di “inferiorità” e di “superiorità”, i cui destinatari erano chiaramente gli Ebrei da una parte e gli Italiani dall’altra.
Il progetto era stato abilmente orchestrato dai vertici del Partito Nazionale Fascista, tra cui Achille Starace (Segretario del Partito) e Dino Alfieri (Ministro della Cultura Popolare). Essi affidarono a un gruppo di “scienziati” il compito di redigere un Manifesto dotato di “credibilità scientifica” e che potesse avere facile presa sugli ingenui animi italiani. Preferisco consegnare al dimenticatoio i nomi dei dieci accademici che si sono assunti la responsabilità di sottoscrivere il documento. Tra loro, docenti e assistenti universitari di varia formazione: patologi, antropologi, zoologi, fisiologi, pediatri, neuropsichiatri: uno di loro ricopriva l’incarico di direttore dell'Istituto Nazionale di Biologia presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche.

Il Manifesto adottava criteri eterogenei per definire le razze: demografici, culturali, antropometrici e, soprattutto, biologici: questi ultimi avevano la pretesa di esser i più “obiettivi e scientificamente dimostrabili”. I criteri del cosiddetto Razzismo Biologico, già inconsistenti allora, nei decenni successivi si sarebbero dimostrati del tutto privi di fondatezza. La pochezza di questi cosiddetti criteri scientifici va individuata soprattutto nell'utilizzo ideologico dei criteri medesimi, ove i pregiudizi anticipavano le prove (o le pseudoprove), tradendo in tal modo il rigore e il senso del "metodo scientifico". La pretesa era quella di anteporre l’ideologia al riscontro scientifico e di addurre elementi riguardanti la varietà biologica fra le popolazioni (varietà che è elemento costitutivo in ogni organismo vivente) come elemento probante di pretese differenze di qualità, associando a tali differenze trattamenti differenziati in merito ai diritti fondamentali degli esseri umani. In poche parole, si tratta di un metodo menzognero e di un crimine ideologico contro l’umanità, niente di più niente di meno. Come se non bastasse, gli accademici italiani non si erano avvalsi di ricerche proprie, ma si erano rifatti alle opere di antropologi tedeschi (Hans Günther e Ludwig Clauss) i quali si erano messi di impegno nel tentativo, anch’esso menzognero, di identificare scientificamente differenze tra i tedeschi e altre popolazioni pregiudizialmente definite come “inferiori”.

Pensavamo che sotto i ponti fosse passata sufficiente acqua per confinare queste idee nella discarica delle idee nocive e dei metodi traditi. Invece, a varie riprese, tutto ciò riemerge dal fondo, sollevato e riportato in superficie dai moti convettivi di un razzismo ideologico destinato a sopravvivere alle epoche.

Discarica per le idee nocive
Nel 2007, James Watson, uno dei destinatari del premio Nobel per la scoperta della struttura del DNA, aveva dichiarato che gli africani sono “geneticamente” meno intelligenti di altre razze. Watson si riferiva al fatto che il QI (quoziente intellettivo) misurato in un campione di africani risultava più basso di quello misurato in un campione di americani. Poiché le due popolazioni differiscono anche per assetto genico, Watson aveva legato in maniera causale le due cose ed era balzato alla conclusione: i neri sono geneticamente meno intelligenti degli americani. James Watson rimane oggi della sua idea, nonostante il ricercatore neozelandese James Flynn abbia dimostrato che lo sviluppo socioeconomico delle popolazioni cui era stato attribuito un basso QI ha fatto sì che quelle stesse popolazioni, col tempo, abbiano raggiunto gli stessi punteggi di QI delle popolazioni progredite, dimostrando che non esistono chiare e dirette associazioni fra genetica e quoziente intellettivo. Questa dimostrazione ha fatto sì che il guadagno di Quoziente Intellettivo in relazione allo sviluppo socioeconomico ha preso il nome di Effetto Flynn. [1]

Il razzismo scientifico che risorge dalle sue ceneri come razzismo genetico
Ma la questione non è finita qui e i rigurgiti di razzismo biologico, o di razzismo genetico, come l’araba fenice risorgono dalle proprie ceneri.
In un suo recente scritto sulla brutta aria che tira in fatto di libertà d’espressione (Effetto Trump) in alcune Università americane, Francesco Ranci – sociologo che di quegli ambienti se ne intende – cita le affermazioni di Robert Plomin, professore di Genetica Comportamentale presso il King’s College di Londra, il quale, buon ultimo, afferma che molti geni, forse migliaia – ciascuno di modesto effetto individuale – possono essere coinvolti nel predeterminare l’intelligenza”. In due recenti pubblicazioni, egli avrebbe scoperto 1016 geni correlati all’intelligenza (definita come capacità di imparare, ragionare e risolvere problemi), corrispondenti a qualcosa come il 20-50% dell’intelligenza ereditabile.[2]
Anche Plomin, come quelli che prima di lui hanno tradito il metodo scientifico, ha fatto "uno più uno uguale a due", confrontando l’assetto genico di popolazioni diverse non solo per indice intellettivo ma anche per condizioni sociali, culturali, economiche. Tutto ciò, senza considerare il fatto che il QI è un indice tipicamente elaborato per misurare capacità specifiche e coerenti con le esigenze della cultura che lo ha messo a punto. Tipicamente, il QI dovrebbe misurare lo sviluppo cognitivo di un individuo in confronto ad altri individui appartenenti alla stessa comunità, vale a dire immersi in un contesto informativo coerente. Utilizzarlo per confrontare contesti culturali differenti è un nonsenso metodologico.


Vale la pena di ricordare che già nel 1981 il famoso biologo evoluzionista Stephen J. Gould aveva pubblicato un libro, Intelligenza e Pregiudizio: contro i fondamenti scientifici del razzismo (il Saggiatore, 2006), in cui definiva razzismo scientifico l’uso strumentale della valutazione del QI in popolazioni eterogenee e differenti dal punto di vista socio-economico.

Che dire di questa araba fenice che ogni tanto riemerge dalle proprie ceneri? Chi voleva rendere l’Italia Grande, chi vuole rendere di nuovo l’America Grande, e tutti gli epigoni di uno scientismo asservito alle peggiori ideologie, altro non fanno che dimostrare la grandezza della propria inconsistenza scientifica e morale.

______________
[1] James R. Flynn. Tethering the elephant: Capital cases, IQ, and the Flynn effectPsychology, Public Policy, and Law, 2006, 12: 170-189.
[2] Savage EJ et al.Genome-wide association meta-analysis in 269,867 individuals identifies new genetic and functional links to intelligenceNature Genetics 2018; 50: 912–919; Plomin R. The new genetics of intelligence. Nature Reviews Genetics 2018; 19: 148–159.