mercoledì 26 aprile 2017

MA LA SCIENZA, CHE COS’È? – DEFINIZIONI – (parte 1 di 5)

«È scientificamente dimostrato che …»

Parole come queste le abbiamo sentite, lette, o pronunciate un'infinità di volte. Sono parole che si basano sull'assunto che esista un vasto consenso su che cosa debba intendersi per scienza e attorno all'idea che "ciò che è scientificamente dimostrato" è qualcosa di molto simile al “vero”. Su ciò bisogna ragionare un po'.    

Quando pensiamo alla scienza pensiamo a un oggetto che nel mondo occidentale contemporaneo ha assunto un ruolo “dominante”: un oggetto che ci è di aiuto, ci sostiene e ci guida in ogni frangente della vita e del quale non possiamo e non vogliamo fare a meno. L’impatto della scienza su ogni aspetto (cognitivo, emotivo, economico, sociale, politico) della nostra vita è enorme. Lo sappiamo tutti e, tutto sommato, ci va bene così: potremmo forse fare a meno delle medicine, delle telecomunicazioni, del riscaldamento o dell’aria condizionata, dell’automobile e dell’air bag? Certo che no. La scienza e le tecnologie correlate sono parte strutturale delle nostre vite.
Se la scienza è dappertutto, una certa idea di che cosa essa sia dovremmo pur averla. E infatti certamente l’abbiamo ma, a guardare più da vicino, la nostra idea condivisa di che cosa sia la scienza è molto generica e relativamente superficiale: la chiamerei un’idea “debole”. Se si va un po’ più in profondità, le cose cambiano drammaticamente e ci accorgiamo del fatto che, al di là della presunzione (da presumere, nel senso di "ritenere in buona fede") di sapere "per certo" che cosa sia la scienza, in realtà, le nostre idee sull'argomento non sono poi così chiare e definite come crediamo. Volendo dare una definizione chiara e precisa della scienza, ci si trova nella stessa impasse in cui ci si trova a definire il tempo. A proposito della definizione del concetto di tempo, un grande saggio avrebbe detto: «Se non me lo chiedi, lo so benissimo che cos’è il tempo. Se me lo chiedi, però, non lo so più». Idem per la scienza. 

Ma la scienza, che cos’è?

Domanda oziosa? Domanda inutile? Dannosa? Non lo so. Benché abbia tutta l'aria di una domanda per intellettuali oziosi che cercano argomenti difficli perché con quelli facili si annoiano, finisce che molti, prima o poi, se lo chiedano: ma la scienza, dunque, che cos'è?
Saltabeccando qua e per la rete, ho constatato che ci sono persone del tutto “normali” e “normalmente intelligenti” e che oggi, 2017, si fermano un attimo a rifletterci sopra e si pongono domande del tipo:
«Cosa è la scienza? Cosa si intende con questo termine così usato o forse abusato?» (Annalisa);
«Si parla di metodologia scientifica, fenomeno scientifico, conclusioni scientifiche, ma in mancanza di una definizione completa del termine scienza, queste espressioni restano vaghe. La scienza si "riconosce" per oggetto, linguaggio, per metodo, per finalità, o per cosa altro?» (Barbara) (vedi LINK).

Un giochino che mi piacerebbe fare sarebbe quello di interrompere qui questa riflessione e invitare chi volesse mandarmi la sua personale definizione di scienza a farlo. Sarebbe interessante, ma mi guardo bene dal proporre davvero questo giochino per niente facile e per niente innocente.

Ma una volta posta la domanda, molti si sentono di rispondere ed effettivamente lo fanno, e in moltissimi modi. Nell'immensità della rete ho trovato moltissime risposte, ma per discuterne in questa sede ho dovuto fare una cernita. Ho deciso di scerglierne solo quattro e di sceglierle tra quelle che si trovano nelle posizioni più alte nel ranking di Internet (vale a dire quelle maggiormente lette degli utenti della rete). Userò queste quattro definizioni per ragionare un pochino sulla questione.
Qui di seguito, riporto le definizioni selezionate e, nei prossimi giorni, dedicherò a ciascuna di esse un intero post, cercando di approfondirne i contenuti e di evidenziarne, dal mio soggettivissimo punto di vista, i potenziali pregi e gli eventuali difetti.

La prima fonte cui quasi tutti gli internauti si abbeverano quando sono in cerca di informazioni è naturalmente Wikipedia, l’enciclopedia libera.


Secondo questa fonte:
“Per scienza si intende un sistema di conoscenze ottenute attraverso un'attività di ricerca prevalentemente organizzata e con procedimenti metodici e rigorosi, allo scopo di giungere ad una descrizione, verosimile, oggettiva e con carattere predittivo, della realtà e delle leggi che regolano l'occorrenza dei fenomeni” (vedi LINK). Ci sarà da discutere parecchio su ogni singola parola di questa definizione e lo farò nella prossima puntata di questo piccolo ciclo dedicato alla definizione di scienza.

Un’altra fonte molto utilizzata da chi ignora totalmente qualcosa e cerca in fretta e furia qualche illuminazione in merito è Yahoo Answers. Trattasi di una fonte dove, con poche e mirabili eccezioni, chi non sa le cose si abbevera inter pares. I risultati di questa interazione sono i più variegati: talora interessanti, talora imbarazzanti, talaltra sorprendenti, ma sempre intriganti, sotto vari profili. 


Alla domanda “Che cos’è la scienza?”, quella che un utente di Yahoo Answers ha giudicato essere la miglior risposta è la seguente (errore di ortografia incluso): "La scienza è quella disciplina che permette di comprendere in modo sicuro i meccanismi e i fenomeni della natura, permette l'evoluzione tecnologica dell'uomo e espande la conoscienza. Consiste nella ricerca e sperimentazione, con metodo empirico" (Vedi LINK).   
Questa definizione suona abbastanza banale e l'errore di ortografia con cui è condita non è particolarmente incoraggiante nei suoi confronti. Tuttavia, quando si cercherà di analizzarla un po' più in profondità, ci si accorgerà che, nei risvolti, essa è più complessa di quanto non appaia a prima vista.

SkuolaBlog

SkuolaBlog è un simpatico blog didattico famigliare in cui un paio di studenti, il loro volonteroso genitore e una combriccola di pochi altri solerti collaboratori, hanno cercato di mettere nero su bianco, e in modo organizzato, molte delle informazioni indispensabili per lo studente che desideri procedere nei propri studi senza troppi tentennamenti. Nel fornire le informazioni, il blog rispetta la suddivisione in materie. Suddividere il sapere in "materie" è una semplificazione organizzativa tipica della scuola ma è anche l'organizzazione riduzionistica tipica delle scienze. Tralasciando questa questione di tipo "organizzativo", SkuolaBlog apporta il suo contributo con la propria e originale definizione di scienza: "La scienza è uno strumento per esplorare la realtà che ci circonda in modo profondo e accurato; descrive come è fatto il nostro mondo e come funziona" (vedi LINK).  
Definizione ovviamente discutibile ma che ha alcuni pregi sostanziali: è essenziale; ha pochi elementi equivoci rispetto ad altre definizioni; pone la scienza nella categoria degli "strumenti". Bravi! Inoltre usa il termine "esplorare", particolarmente evocativo dell'approccio mentale di chi fa scienza. Bravi, bravi davvero! Unico neo (che non è necessariamente un neo ma un importante punto da dibattere) è il termine "realtà", termine che, nel corso della discussione, prenderà un certo spazio. 

Per terminare, la quarta definizione. Questa è tratta dall'Istituto Treccani online. In Italia, Treccani è sinonimo di "sapere" tanto che, nella rete, l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana si autodefinisce il Portale del Sapere. 

Un po' intimidito da questa auto-rappresentazione, vado a trascrivere la sua definizione di scienza
È una definizione tripartita: un primo tratto generale; un secondo tratto in cui si guarda più che altro a che cosa la scienza si contrappone, piuttosto che a che cosa essa sia; un terzo tratto che guarda alla penetrazione della scienza nella società, fino a diventarne un elemento strutturale e costitutivo. È una definizione molto prudente, colta, e complessa: direi quasi “gesuitica”, dalla cui complessità, tuttavia, è difficile trarre qualcosa di concreto o un’idea chiara di che cosa la scienza, esattamente, sia (chiarirò a suo tempo il senso non dispregiativo con cui uso il termine “gesuitica”). Per l’Istituto Treccani la scienza è: “L’insieme delle discipline fondate essenzialmente sull’osservazione, l’esperienza, il calcolo, o che hanno per oggetto la natura e gli esseri viventi, e che si avvalgono di linguaggi formalizzati. Fu concepita inizialmente (principalmente con G. Galileo) come concezione del sapere alternativa alle conoscenze e alle dottrine tradizionali (relative al modello aristotelico-tolemaico), in quanto sintesi di esperienza e ragione, acquisizione di conoscenze verificabili e da discutere pubblicamente (e quindi libera da ogni principio di autorità). Successivamente il ruolo della scienza si è andato via via rafforzando dal punto di vista sia sociale e istituzionale sia metodologico e culturale, e la scienza è diventata uno degli aspetti che meglio caratterizzano, anche per le innumerevoli applicazioni tecniche, il mondo contemporaneo e i valori culturali che esso esprime" (vedi LINK).
Senza dubbio, la definizione data da Treccani è, anche nella forma, la più articolata e la più colta. Sull’essenza di questa definizione ragionerò nell’ultimo post del ciclo dedicato alle definizioni di scienza. Neo formale appariscente, in questa definizione, è l'avere indicato Galileo Galilei come "G. Galileo": se i refusi ortografici sono comprensibili tra chi contribuisce a Yahoo Answers, questi sono molto meno comprensibili tra chi contribuisce al Portale del Sapere. 

Nella prossime puntate, discuterò alcuni punti sollevati da queste definizioni e mi inoltrerò in altre piccole questioncelle e quisquilie sul metodo, le finalità, l’uso, i limiti, i travisamenti, i condizionamenti della scienza e quant’altro possa essere utile aver ben masticato prima di digerire (o di dire) cose come «È scientificamente dimostrato che …».


giovedì 30 marzo 2017

Rosalind Franklin è in scena

Chi mi ha seguito su questo blog sa che ho nominato più di una volta Rosalind Franklin, la scienziata autrice della famosa Photograph 51 che ha consentito a Watson e Crick di essere ricordati per sempre come quelli che hanno decifrato la struttura del DNA. Verosimilmente, senza il lavoro cristallografico di Rosalind, essi  sarebbero riusciti assai più difficilmente nell'impresa. 

La cosa triste è che il lavoro essenziale della Franklin non fu riconosciuto pubblicamente se non decenni dopo la sua prematura scomparsa. L'anno scorso ho nominato Rosalind in due post: il primo in giugno, DNA-Nuova icona della cultura pop, e il secondo, in dicembre, Donne da Nobel.

Chi avesse la ventura di passare di fronte al Waterloo Campus del King's College di Londra, si troverebbe a vedere questa foto di Rosalind e della sua Photograph 51.



I miei affezionati lettori sanno che Rosalind è per me un'icona – nel bene e del male – della ricerca (mi astengo dall'aggiungere "al femminile" perché Rosalind è un'icona della ricerca, punto e basta).

Nel 2008, la commediografa americana Anna Ziegler ha scritto una pièce teatrale su Rosalind, intitolandola Photograph 51. L'anno scorso, questa riduzione teatrale dell'avventura scientifica di Rosalind ha vinto un importante premio teatrale in Inghilterra (paese che –  Brexit inclusa – di teatro se ne intende): il WhatsOnStage Award 2016.

Ora, con la regia di Filippo Dini, il Teatro Eliseo di Roma porta in scena quest'opera col titolo italiano Rosalind Franklin - Il segreto della vita. Rosalind è interpretata da Asia Argento.

  

Se abitassi a Roma o dintorni mi sarei già precipitato a vederlo. Lo spettacolo resta in scena fino al 16 aprile 2017.

L'Ufficio stampa Teatro Eliseo – che qui ringrazio per la collaborazione – mi ha gentilmente fornito del materiale che condivido molto volentieri con i miei, pochi ma buoni, affezionatissimi lettori. 

Qui di seguito, la nota del regista, Filippo Dini, che è anche l'interprete della figura di Maurice Wilkins. 

La grande Storia, la scoperta della struttura del DNA e il piccolo straordinario racconto degli ultimi anni di vita della scienziata Rosalind Franklin. Ci troviamo di fronte ad uno degli avvenimenti più sconvolgenti e controversi nella storia del pensiero e delle conoscenze scientifiche. Tutta l’umanità si inchina e si compiace in un unico trionfale applauso nei confronti dei grandi scienziati che sono riusciti a decifrare quello che comunemente era definito “il segreto della vita”. La vicenda tuttavia fu tutt’altro che epica e nobile. I personaggi coinvolti in questa scoperta furono molti, tutti scienziati autorevoli che collaborarono in diverse fasi alla stessa ricerca, ma che furono vittime e carnefici, a seconda delle alterne fortune, delle reciproche invidie e desideri di riscatto personali.
Tutti lottarono per avere un personale posto di rilievo nella Storia, ognuno con le proprie capacità e spinto da personali motivazioni, talvolta anche nobili, ma sempre e comunque a discapito del sesto personaggio di questa storia, dell’unica donna di questa favola, una donna meravigliosa e detestabile, una persona limpida e contradditoria, ambiziosa e vigliacca, insomma una donna fuori dalle umane catalogazioni e impossibile da raccontare: Rosalind Franklin. Il testo si avvolge proprio come una doppia spirale intorno a lei, intorno alle sue brutture e alla sua grazia. Il suo merito fu quello di fotografare un campione di DNA con una tecnica delicatissima e complessa che sfruttava la diffrazione a raggi X. In particolare, la fotografia numero 51, riuscì a immortalare in modo più nitido la X della doppia elica del DNA. Un grande dono che Rosalind fece alla scienza, all’umanità e a sé stessa. L’ambiziosissimo James Watson, con la complicità del suo collega Francis Crick, sfruttò la fotografia per costruire un modellino del DNA, passare alla storia come il vero responsabile della “grande scoperta” e vincere anche il Nobel, nove anni dopo, quando ormai la povera Rosalind era già prematuramente scomparsa all’età di 37 anni.
Nel corso della pièce, i personaggi saltano continuamente da un presente, che non è definito, ad un passato, che è quello del ricordo, quello delle “scene”, in cui la Storia della scoperta del DNA si interseca con la storia di Rosalind. Le scene, quindi, si alternano con i commenti e le dissertazioni dei personaggi al presente, in un continuo susseguirsi di immagini che risultano distorte, non verosimili o non coerenti a giudizio della nostra logica educata, ma che inevitabilmente contribuiscono ad arricchire e a comporre quel film o quel sogno che lentamente si srotola sereno e perfettamente compiuto nella nostra mente.


Immaginando che la cosa faccia piacere a chi è arrivato a leggere fin qui, un'ulteriore chicca: l'intervista con l'autrice, Anna Ziegler, che ci dice molte cose: a) che la Franklin condivide con molti scienziati di talento il destino di rimanere del tutto sconosciuti ai più; b) che molti scienziati di talento hanno un carattere difficile e spigoloso (un motivo, per questo, ci sarà); c) nella scienza, la vita privata, il carattere e relazioni personali giocano ruoli decisivi anche se quasi mai hanno visibilità pubblica (ovvero, anche gli scienziati sono persone con i loro bravi difetti); d) che le etichette che appiccichiamo alle persone (di successo o meno, scienziati o meno) sono spesso frutto di semplificazioni eccessive e raramente corrispondo a ciò che le persone sono e sentono davvero.

Intervista con Anna Ziegler su Rosalind Franklin

Rosalind Franklin è stata protagonista nella scoperta della struttura del DNA. Si tratta di un personaggio realmente vissuto. Quale è stato lo stimolo per scrivere la sua storia?

Non avevo mai sentito parlare di Rosalind Franklin prima che mi venisse chiesto di scrivere un’opera su di lei da un piccolo teatro vicino a Washington. Da principio decisi di scrivere un testo che raccontasse la storia della Franklin, di Rachel Carson e del biologo Roger Young. Dopo la prima stesura però mi accorsi (e insieme a me il committente) che la figura della Franklin meritava una pièce tutta per sé, per cui ricominciai a scrivere. La sua vicenda era naturalmente teatrale e fui attratta dalla complessità e dalle contraddizioni del suo carattere che si rivelarono poi proprio il suo più grande ostacolo. Lei stessa era così teatrale. Il fatto stesso che morì molto giovane e con tali prospettive – era considerata una scienziata geniale quasi da tutti, uomini e donne – è quel potenziale troncato presto che è sempre struggente, senza contare quello che avrebbe potuto scoprire avendo il tempo per farlo. Ho trovato affascinanti anche le circostanze che l’hanno portata alla delusione, le stesse che hanno innescato la sua personalità e che poi ad un certo punto della storia l’hanno portata a scontrarsi con Maurice Wilkins.

Perché il pubblico dovrebbe interessarsi ad una personalità simile?

Il testo illustra principalmente quanto la personalità, più di qualunque altra cosa, possa guidare l’esito degli eventi, in questo caso il risultato di ricerche essenziali che avrebbero portato ad una svolta nella comprensione dell’essere umano. In questo senso il pubblico dovrebbe avvicinarsi alla pièce per riflettere su come la natura particolare e complessa di Rosalind (risultato essa stessa delle circostanze e del DNA la cui struttura lei cercò di scoprire) e la natura particolare e complessa di Maurice Wilkins si respinsero, mentre le personalità di Watson e Crick furono complementari, in grado di convogliare le energie. Alla luce di ciò, sono rimasta incantata nell’osservare come la doppia elica fosse perfetta metafora degli eventi al momento della scoperta. Dopotutto, la doppia elica è essa stessa una coppia. Una coppia che lavora armoniosamente e crea la vita, mentre nella storia abbiamo due coppie: una che lavora insieme – Watson e Crick – e una che non ci riesce – Franklin e Wilkins. E sarà ovviamente la coppia affiatata che finirà per scoprire la vita in maniera nitida e bellissima. Il fallimento dell’altra coppia credo che sia il riflesso di due filamenti appaiati che in verità non si toccano mai (non sono una esperta ma credo sia così). Quindi esiste una parte essenziale della vita che si basa su una fragile collaborazione e su quanto facilmente può andare storta.

Come ha deciso di descrivere una donna reale, con vizi e virtù, punti di forza e punti deboli?

Non desideravo edulcorare nulla. Siamo tutti imperfetti. Mettendo in risalto i difetti di Rosalind, permetto al pubblico di identificarsi in lei.

La storia è ancora moderna?

Sono rimasta colpita dalla quantità di scienziate che, dopo aver visto lo spettacolo, mi hanno riferito quanto il mondo in cui vivono ora non sia tanto diverso. Penso anche che la società occidentale si focalizzi molto sul come vengono percepite le donne oggi – cioè può una donna essere forte senza sembrare fredda? Potremo mai vedere al di là di come una donna appare? Se una donna mostra emozioni, ciò la rende debole? E così via. La commedia esplora alcuni di questi quesiti e ciò, temo, la rende moderna.

Pensa che possa essere considerate una sostenitrice dei diritti delle donne?

È abbastanza interessante, le persone che hanno conosciuto Rosalind Franklin mi hanno raccontato di quanto si opponesse ad essere vista come un’icona femminista. Non era sua intenzione battersi per le donne, voleva essere una grande scienziata. E ci è riuscita. Si rivolterebbe nella tomba se sapesse di essere ricordata per altri motivi. Ciò detto, posso dire che è stata davvero un esempio, proprio perché voleva fare solo il suo lavoro e voleva farlo bene, cercando di ignorare tutto ciò che le era estraneo. È impossibile non ammirare quella determinazione quasi maniacale, soprattutto in questi tempi di social media e di click su internet su cui spalmiamo i nostri interessi. Io la ammiro ogni giorno di più, e la frequento ormai da tanti anni…

Rosalind Franklin - Il segreto della vita






lunedì 20 febbraio 2017

Paura della scienza: una paura postmoderna - POST-illa

Nel post proposto qualche giorno fa e intitolato PAURA DELLA SCIENZA: UNA PAURA POSTMODERNA, parlavo di "dati" e di "fatti"; di "scienza"; della responsabilità della "formazione e dell'informazione" in relazione allo sviluppo (o al mancato sviluppo) dello "spirito critico"; del peso che le "emozioni" giocano nella percezione, nella "interpretazione" e nella memorizzazione dei fatti; dell'incapacità dei "cattivi politici" di sapersi avvalere di una corretta valutazione dei "fatti" prima di proporre soluzioni a problemi della cui complessità non vogliono o non possono rendersi conto. 


La Lettura, il supplemento del Corriere della Sera, contiene spesso alcuni stimoli che mi invitano alla riflessione. Oggi, aprendo tardivamente La Lettura #273 di Domenica 19 febbraio, mi accorgo che - con un tempismo che ha dello straordinario - sembra quasi che questo giornale abbia preso spunto dalle mie parole per ragionare sui medesimi argomenti trattati nel mio post.
Su questo numero de La Lettura ci sono ben tre interventi - ben più dotti del mio, si intende - sull'argomento da me trattato.  A pag. 8, Mauro Bonazzi interviene con un articolo intitolato Fatti Alternativi (leggi, "bufale" o "fake news"); a pag. 9, Serena Danna interviene con un articolo intitolato Il partito degli scienziati in marcia in nome dei dati; a pag. 11, Marilisa Palumbo interviene con un articolo intitolato La Società degli incompetenti.  
In questi tre interventi ho trovato affermazioni che mi hanno lasciato quasi sbalordito per il modo in cui riecheggiavano alcuni dei miei pensieri. Qui dDi seguito alcuni esempi, non contestualizzati ma ugualmente significativi, tratti da detti articoli: 

"Occorre dotare le persone di strumenti adatti per giudicare quello che viene loro raccontato"; 
"Questo permette ai manipolatori di alimentare equivoci e diffondere falsi";
"Nella realtà contano solo i fatti. L'accertamento dei fatti basta a stabilire che cosa è giusto e che cosa è sbagliato: ma non sempre è così";
"Nel mondo degli uomini, però, i fatti non significano nulla: [...] i fatti devono essere spiegati e valutati. Ci sono i fatti e le interpretazioni";
"I cattivi politici [...] rifiutano di riconoscere la complessità";
"Quando non bastano le notizie vere, se ne inventano di false";
"Dotare le persone di strumenti che permettano di giudicare quello che viene loro propinato";
"[...] imparare ad affrontare la complessità";
"Gli esperti che producono e usano le statistiche sono stati dipinti come arroganti e ignari delle dimensioni emotive che della politica";
"Le emozioni sono ritenute più importanti dei fatti";
"L''accesso alla conoscenza non è mai stato così facile, ma la resistenza all'apprendimento non è mai stato così forte";
"[...] ostilità attiva al sapere; [...] non hanno idea di come si indaghino i problemi e di cosa sia il pensiero critico".


Non mi resta che invitare chi ha letto o condiviso il mio precedente post a leggere gli articoli di cui sopra che, pur nelle loro differenze, interpretano un tema caldo, un tema che - visti anche i rivolgimenti politici recenti e i temuti rivolgimenti prossimi venturi - ha rilevanti implicazioni politiche e sociali. 

mercoledì 15 febbraio 2017

Paura della scienza: una paura postmoderna

Rimugino da tempo sull'incapacità della politica (e delle varie componenti sociali) di affrontare in modo pacato e quanto più neutrale possibile i vari e gravi problemi che si affollano irrisolti attorno a noi. Alla generale capacità – generica quanto sterile – di sbraitare su questo o quel problema che "gli altri" hanno provocato o che "gli altri" non sanno risolvere, non sembra corrispondere una pari capacità da parte dei singoli, dei raggruppamenti, della collettività e tantomeno della politica, di applicare un metodo analitico che sappia fare i conti con l'essenza dei problemi.    

Riconoscere la natura e l'essenza dei problemi (economici, politici, sociali) non significa affatto, di per sé, trovare le soluzioni. Data la complessità della società, le soluzioni non sono, né potrebbero essere, semplici o univoche. Inoltre, ogni soluzione che si propone è fortemente influenzata dalle differenti visioni del mondo di ciascuno, dall'essere più o meno attento alle esigenze del singolo o della collettività, dell'essere più o meno vicini a etiche laiche o a etiche religiose. Tuttavia, riconoscere la natura e l'essenza dei problemi dovrebbe essere il comune terreno di partenza per proporre soluzioni per ridurre il disagio collettivo incancrenito dal persistere dei problemi irrisolti. Riconoscere la natura e l'essenza dei problemi significa rendersi conto della complessità delle situazioni da cui i problemi emergono, in modo che le soluzioni proposte tengano conto di tale complessità e non generino, a loro volta, altri problemi insolubili. "Riconoscere la natura e l'essenza dei problemi"... «Eh, sì sì, SEMBRA FACILE ... riconoscere la natura e l'essenza dei problemi» avrebbe detto l'Omino coi Baffi Bialetti dei Caroselli di quando ero bambino...
    
Da bravo studioso delle faccende biologiche mi sono sempre crogiolato nell'illusione di una realtà oggettivamente conoscibile. Sulla base di tale premessa pensavo che anche di fronte alle tematiche economiche, politiche e sociali, il miglior modo di procedere avrebbe dovuto essere l'approccio scientifico, oggettivo e neutrale al problema. «Eh, sì sì, SEMBRA FACILE ...». 
Mentre mi arrovellavo su questo problema mi sono capitate contemporaneamente – provenienti dal mondo esterno ai miei pensieri – ben tre diverse sollecitazioni attinenti al tema. 
Procedo con ordine.

La prima sollecitazione mi è arrivata via facebook. Conoscendo le insidie che permeano i social forum, di fronte alle sollecitazioni che mi arrivano da quel "dominio" rizzo immediatamente le antenne per verificare la credibilità della fonte. In questo caso la fonte era più che attendibile.
Ecco i fatti.
Venerdì 27 gennaio, Amedeo Balbi, astrofisico dell'Università Tor Vergata e accreditato divulgatore scientifico – persona con la testa fra gli astri ma con i piedi ben piantati nel terreno delle scienze esatte e, pertanto, realista come me – metteva in circolazione un tweet del Senatore americano Bernie Sanders (democratico, socialista, che ha cercato di contendere a Hilary Clinton il ruolo di candidato presidenziale). Il tweet che diceva testualmente: «NON CI SONO ALTERNATIVE AI "FATTI". Una società moderna non può sopravvivere se le decisioni non vengono prese se non alla luce della ricerca basata sulle EVIDENZE». 
«Ah, però!» mi sono detto «Ma allora si può! Anche i politici ci possono arrivare!». Se la ricerca basata sulle evidenze è in grado di mostrarmi i "fatti" nella loro limpida chiarezza e nella loro pura e neutrale essenza, non ci resta che studiare scientificamente i fatti per trovare soluzioni coerenti con quei medesimi fatti e con le cause che li hanno determinati.

Mentre accarezzavo l'illusione che questa fosse la strada giusta, ecco che mio figlio – scienziato realista come me – mi mette sotto il naso la seconda sollecitazione e mi dice: «Guarda qua! In questo grafico c'è la dimostrazione evidente e palese che, dall'introduzione dell'Euro, i prezzi al consumo sono aumentati solo del due percento all'anno! Chi vuole uscire dall'Euro non conosce i fatti nudi e crudi. Chi dice che l'euro ha fatto troppo aumentare i costi ha una percezione sbagliata di come stanno le cose. Basterebbe mostrare alla gente grafici come questo e la gente si renderebbe immediatamente conto che certe percezioni sono sbagliate».

Da Il Post (8 gennaio 2017)

Penso: «Come si fa a non essere convinti dalla robustezza e dalla evidenza di questo approccio?». Mentre mi cullo in questa illusione ecco, però, che interviene Francesca, antropologa attenta osservatrice dei costumi e dei comportamenti umani: «Già», dice, «peccato, però, che la gente abbia serie difficoltà a interpretare i grafici scientifici e che sia intimorita piuttosto che attratta da questi, e che si fidi molto di più delle proprie impressioni. Se un giorno un paio di scarpe costa cinquanta mila lire e il giorno dopo, con l'introduzione dell'euro, le stesse scarpe costano cinquanta euro (pari a 96.813 vecchie lire), l'impressione che ne ricava è che i prezzi sono raddoppiati: e questa non è una falsa percezione. Poco importa che la colpa sia dello scarpivendolo e non dell'euro. Quello che rimane in mente, con tutti i suoi connotati emotivi, è la relazione temporale tra l'introduzione dell'euro e il raddoppio dei prezzi, anche se la relazione temporale non equivale a una relazione causale. Sono le percezioni emotive a rimanere in mente, fallaci o meno che siano, e non c'è grafico scientifico che le possa rimuovere!».

Divorato dal dubbio che queste parole hanno instillato nella mia mente, apro La Lettura di domenica 29 gennaio che mi fornisce la terza e ultima sollecitazione. A pagina 30, trovo l'articolo "Il DNA. Da Mendel alla pecora Dolly" scritto da Lauretta Colonnelli in occasione dell'apertura della mostra Il DNA. Il Grande Libro della Vita da Mendel alla Genomica che si tiene al Palazzo delle Esposizioni di Roma fino al 18 giugno 2017. 
Nell'articolo si citano le parole di Fabrizio Rufo, docente di Bioetica all'Università La Sapienza, il quale afferma: «Per fortuna, nel dibattito pubblico e istituzionale, si sta finalmente diffondendo la consapevolezza che bisogna tentare di costruire un senso di appartenenza a una comunità aperta ed inclusiva che sappia [...] anche gestire la complessità dell'innovazione scientifico-tecnologica. Il coinvolgimento pubblico con la scienza diventa [...] anche uno strumento per favorire le integrazioni tra i linguaggi di esperti e non esperti per estendere la democrazia e le sue garanzie ai discorsi scientifici». 
Mi sono detto «Ma allora si può! Anche i politici ci possono arrivare!». Per quanto la frase "estendere la democrazia e le sue garanzie ai discorsi scientifici" abbia troppi e troppo complessi livelli di interpretazione per suonare facile alle mie orecchie, il succo del discorso del Prof. Rufo mi pare riecheggiare la necessità di porre i "fatti" scientifici al centro dell'interazione tra chi questi fatti li produce, chi li interpreta e li divulga cercando di renderli comprensibili ai più, e chi non deve prescindere da tali fatti per trovare le necessarie risposte politiche ed economiche ai problemi che si rispecchiano in quei medesimi "fatti". Rufo punta l'indice in direzione dell'interazione "tra i linguaggi di esperti e non esperti". Secondo me, però, il problema più grosso sta assai più a monte di quello – di per sé molto serio – dei linguaggi. Il problema che sta a monte riguarda l'educazione, la formazione e l'informazione (in cui sono implicate tanto la scuola quanto la comunicazione mediatica) che, palesemente, non sono in grado di fornire ai più gli strumenti necessari per appropriarsi compiutamente (vale a dire, riconoscere e comprendere) i cosiddetti "dati scientifici" anche quando questi sono onesti e onestamente esposti con un linguaggio appropriato. Il problema, pertanto, è un problema cognitivo, intendendo con questa parola la capacità di riconoscere e di mantenere separati e distinti "il mondo dei dati" (i quali vanno verificati e giudicati, sempre e comunque, con spirito critico) e "il mondo delle impressioni" (quel mondo spesso fallace che ci fa credere che il nostro tram sia sempre in ritardo, o che nostro figlio sia sempre l'ultimo a uscire da scuola, specie se abbiamo premura, o che piova sempre nei fine settimana in cui avevamo pianificato una gita, o che la nonna si ammali sempre quando dobbiamo andare in ferie). Un aspetto cognitivo rilevante è che i "dati" (veri o falsi che siano) sono prodotti da "altri", non ci appartengono in prima persona e pertanto hanno una bassa carica emotiva (una rilevante eccezione è quella di alcuni dati che nascono "falsi" e che sono stati artatamente costruiti includendovi contenuti emotivi proprio per impressionarci: parlo delle classiche bufale, molto spesso spacciate per vera verità). Al contrario, le "impressioni" sono "nostre", derivano dalle nostre esperienze anche dure o dolorose e hanno, ovviamente, un'alta carica emotiva. 


Così, i dati prodotti da "altri" risultano quasi estranei, siamo pronti a dubitarne, entrano da un orecchio ed escono dall'altro. Le nostre impressioni sono vive, sono vere e permangono immortali nella nostra memoria. Una mente che non si è allenata per tenere ben separati i dati e le impressioni propenderà sempre per le impressioni. Nella mente di molti, il sovra-dominio delle impressioni provoca una caduta verticale del valore e del peso specifico dei "fatti".  Ciò che, assecondando la vena del realismo ingenuo (al quale attingo tuttora per alcune alcune delle mie illusioni), sembra cosa semplice e utile da fare (per esempio proporre dei dati chiari, onesti e ineccepibili), nella realtà dei fatti dell'umano sentire può rivelarsi controproducente.  

La fine del XIX secolo ha rappresentato il vertice massimo dell'idea di progresso correlato con le applicazioni pratiche del sapere tecnico e scientifico: l'Esposizione Universale di Parigi del 1900, che voleva rappresentare tale idea di progresso, ha registrato ben cinquanta milioni di visitatori. L'dea di "modernità" del XX secolo era fortemente associata e debitrice al sapere scientifico. Il destino della Seconda Guerra Mondiale era stato deciso dalle idee dei fisici teorici; la penicillina aveva sconfitto le infezioni; la TBC era diventata curabile; Jonas Salk aveva debellato il flagello della poliomelite; nell'immaginario collettivo Albert Schweitzer rappresentava il simbolo del progresso scientifico che portava la salute nei paesi più poveri; il Dott. Kildare (16 film negli anni '40 e 2 serie TV negli anni '60), ben più del Dott. House, rappresentava l'icona assoluta dell'atto salvifico da parte del medico. Negli anni '50, dopo il lancio dello Sputnik, lo spazio diventava terreno di conquista per una umanità che guardava con ottimismo al progresso. Ad un certo punto, tutto questo slancio si è sgonfiato. Secondo me, l'ultimo episodio di franco, universale ed entusiastico ottimismo nei confronti dell'agire scientifico coincide col primo trapianto di cuore effettuato a Città del Capo il 2 dicembre 1967 da Christiaan Barnard. Dopo di ciò, l'entusiasmo per la scienza comincia a scemare. Eppure, negli ultimi cinquant'anni i progressi scientifici sono stati strabilianti e miliardi di uomini ne hanno beneficiato. Forse la mole dei successi ha seminato nella gente l'idea di un eccessivo potere nelle mani degli scienziati. Forse la rivoluzione del 1968 ha dato il via a un'ondata di riflessione critica nei confronti del potere e dei poteri (e tra questi il potere della scienza). Forse il linguaggio degli scienziati è diventato incomprensibile ai più. Forse, ciò di cui si occupano gli scienziati e quali sono i loro scopi è diventato troppo complicato e troppo poco comprensibile. In questo, gli uomini di scienza hanno le loro belle responsabilità. Forse, ciò che è poco comprensibile diventa, ipso facto, sospetto. Sui motivi di questa involuzione ci sarebbe molto da discutere. Ciò che appare evidente è che mentre la "modernità" aveva accompagnato l'agire scientifico con tutto il suo sostegno e tutto il suo entusiasmo, la "postmodernità" guarda all'agire scientifico con sospetto, con riluttanza, con diffidenza, con paura e con crescente timore complottistico. Questa inquietante paura postmoderna riporta gli echi di un medioevo che credevamo sepolto per sempre, oppure ci lascia intravedere lo spettro di un medioevo prossimo venturo (per dirla con le parole di Roberto Vacca) per nulla rassicurante. 
Il medioevo Prossimo Venturo (Romanzo, 1971)
         

sabato 31 dicembre 2016

DONNE DA NOBEL - QUESTIONE DI GENERE E RITROSIE GIORNALISTICHE

La sera di martedì 27 dicembre, scorrendo i titoli della versione online del Corriere della Sera (www.corriere.it) levai un silente ma alto e sentito plauso al giornale medesimo per un breve editoriale – a firma “Redazione di Roma” – intitolato È morta VERA RUBIN, l’astronoma che scoprì la “materia oscura” (vedi a questo link).


L’articolo redazionale era breve e, in certo qual modo, perfetto. In poche frasi si diceva: a) chi fu Vera Rubin; b) Quale fu la scoperta che la rese famosa; c) che cos’è la “materia oscura” da lei scoperta e qual è l’importanza della scoperta in relazione a come riteniamo sia fatto l'universo. L’editoriale si concludeva col rammarico che la scienza ufficiale non le avesse assegnato un più che meritato premio Nobel, così come avvenne nel caso del Nobel negato alla biologa Rosalind Franklin per il contributo alla scoperta del DNA (ricordo ai lettori di questo blog il tributo che diedi a Rosalind Franklin nel post intitolato DNA: NUOVA ICONA DELLA CULTURA POP (vedi a questo link).


Una giovane Vera Rubin al telescopio (dal sito brainpickings.org) 

Quanto alla “materia oscura”, l’articolo riferiva che “il nome è dovuto al fatto che non emettendo alcuna radiazione elettromagnetica (come luce o calore), la materia oscura non è visibile direttamente. La sua esistenza è stata desunta come unica spiegazione possibile a fronte di alcuni fenomeni osservati e studiati… La materia oscura rappresenta il 27% della massa dell’intero universo”.
Quanto al premio Nobel che non vinse, l’articolo affermava “nonostante abbia ottenuto numerosi riconoscimenti, la Rubin non vinse mai il Nobel per la Fisica. Così come non lo ottenne Rosalind Franklin la cui ricerca fu determinante per i Nobel per la Medicina assegnati nel 1962 a James Watson, Francis Crick e Maurice Wilkins, cui è stata riconosciuta la scoperta del DNA, il codice della vita”.

Una giovane Rosalind Franklin (dal sito radionz.co.nz)


Date le premesse, mi fece piacere vedere sul giornale di carta in edicola il giorno successivo l’articolo a firma Giovanni Caprara intitolato La Pioniera che scoprì l’esistenza della materia oscura (vedi a questo link), un titolo un po’ diverso da quello dell’edizione online del giorno precedente.


Rispetto al breve redazionale del giorno precedente, l’articolo di Giovanni Caprara è più corposo e racconta un po’ più in dettaglio alcuni momenti salienti della carriera di Vera Rubin come quello, per esempio, di essere stata la prima astronoma donna ad essere ammessa all’Osservatorio di Monte Palomar, a quel tempo l’osservatorio più potente del mondo. Nel corso dell’articolo, si afferma anche che Vera Rubin “aveva confermato uno degli enigmi più importanti dell’universo, l’esistenza della materia oscura”. A differenza dal titolo ove si recita “scoprì l’esistenza”, qui si recita “aveva confermato l’enigma”, e si richiama il fatto che la presenza della materia oscura fosse stata postulata nel 1933 dall’astrofisico svizzero Fritz Zwicky. Detta così, sembra che Vera Rubin sia stata solo in grado di confermare un'ipotesi. Confrontando il redazionale online con l’articolo di Giovanni Caprara, il lettore del tutto ignorante di astrofisica come me ha l’impressione che il contributo alla conoscenza dell’universo dato da Vera Rubin passi dallo statuto di contributo fondamentale  – descritto con le parole “l’astronoma che scoprì nel 1974 l’esistenza della materia oscura, quella strana “cosa” ... senza la quale lo stesso non esisterebbe”  – allo statuto di una più modesta riconfigurazione delle forze in campo, descritta da Caprara con le parole “Il disegno del cielo è cambiato e diventato più preciso grazie a Vera Rubin”. 

Materia oscura: rappresentazione di fantasia (dal sito university.it)


Ed eccomi arrivato, dunque, alla forte delusione che mi ha provocato l’articolo di Caprara rispetto all’editoriale del giorno precedente. In questo si faceva riferimento al Nobel negato (o meglio, mai assegnato) e al parallelismo con la vicenda della povera Rosalind Franklin. Nell’articolo di Caprara si fa solo riferimento al fatto che Vera Rubin lamentasse di una scarsa presenza delle donne nella Accademia delle Scienze Americane. Una bella differenza di taglio nei due articoli, anche tenendo conto che – nel caso si possano fare dei confronti tra il caso della Rubin e quello della Franklin – secondo me il contributo cognitivo personale in ambito astrofisico della Rubin è stato superiore quello della Franklin in ambito biologico.

In buona sostanza, il taglio dato all’editoriale online aveva suscitato in me – ignorante in materia – un forte interesse attorno alla vicenda e mi aveva stimolato a ragionarci su. La stessa vicenda narrata da Giovanni Caprara, più dettagliata e articolata e forse anche più aderente alla realtà dei fatti, è risultata meno intrigante. La rimozione della questione di genere – che nelle scienze è tutt’altro che irrilevante – ha sottratto alla notizia uno spunto di ragionamento importante. 
La prima domanda che viene spontanea è chiedersi il motivo della rimozione della questione di genere: é stata giudicata irrilevante o non pertinente alla commemorazione della scienziata, oppure si è preferito ridurre di una tacca la rilevanza del contributo scientifico della Rubin in modo da non sollevare scomode questioni di genere?
Ci sono tre dettagli dell’articolo di Caprara che mi fanno propendere per la seconda ipotesi. Il primo è l’utilizzo che egli fa della parola “pioniera”. La parola pioniere indica chi arriva per primo, chi apre una strada e, in questo senso è perfettamente adatto alla vicenda della Rubin. Tuttavia, questa parola è più debole, secondo me, del riferimento alla scoperta (come quando nel titolo si dice “scoprì”). La parola pioniere evoca l’immagine di una persona che, da sola e lontana dagli altri, arriva per prima, forse anche troppo presto rispetto agli altri. E se uno arriva troppo prima del tempo, ciò potrebbe giustificare il fatto che il suo contributo non venga adeguatamente riconosciuto (o premiato). 
Il secondo dettaglio è quello di avere “declassato” il contributo della Rubin dallo statuto di “scoperta” allo statuto di “conferma” alle ipotesi dell’astrofisico svizzero Zwichy.
Il terzo dettaglio è quello di aver sostituito l’idea del Nobel non attribuito all'astrofisica donna con l'idea molto più soft della banale lamentazione riguardante lo scarso posto occupato delle donne nelle scienze degli Stati Uniti d’America. 

Com’è come non è, se l’editoriale online mi aveva stimolato a ragionare sulla cosa, le sottrazioni apportate all’articolo del giorno successivo mi hanno ancor più sollecitato in tal senso.
Sono andato a documentarmi direttamente sul sito dell’Accademia Svedese che assegna i premi Nobel (www.nobelprize.org).  Nella sezione riguardante le donne ho trovato i dati qui sotto riassunti (vai al sito): 


Periodo
Donne premiate
1901-1920
4
1921-1940
5
1941-1960
3
1961-1980
7
1981-2000
11
2001-2015
19


Questi numeri assoluti (che sono meno impressionanti dei dati percentuali) lasciano perplessi. A parte il fatto che negli anni cinquanta non fu attribuito nessun premio Nobel al femminile, il fatto che tra il 2001 e il 2015 si siano dati alle donne un numero di premi Nobel solo cinque volte superiore a quelli assegnati tra il 1901 e il 1920 fa pensare male, se si tiene conto dello straordinario numero di ricercatrici donne oggi in attività rispetto a quante ce n’erano nei primi anni del ‘900.

I dati raccolti dal sito del giornale inglese The Telegraph sono ancora più impressionanti. Dall’articolo intitolato Vincitori del premio Nobel – Quante donne hanno vinto il premio? (vai all’articolo originale) si evince che dal 1901 al 2015 ci sono stati 825 vincitori maschi e 49 vincitrici femmine (pari a 5.4%). Negli anni ’50 è stata l’apoteosi maschile: nessun premio Nobel è stato assegnato a quelle stupide gonnelle. Dal 2010 al 2015, le vincitrici femmine sono state l’11.1%, percentuale che è ancora straordinariamente poco rappresentativa dell’effettivo numero di scienziate in attività.
Nella tabella qui sotto riportata, che ho tratto dalla rivista Fortune semplificandola leggermente (vedi articolo originale), riporto i dati scorporati per categoria. 




Premi assegnati alle femmine per categoria 1901-2015

Categoria
n°

%

Chimica
4
2.33
Fisica
2
1.0
Economia
1
1.32
Letteratura
14
12.5
Pace
16
12.4
Medicina e Fisiologia
12
5.71


Come si può ben vedere, le gonnelle – sembra dire la tabella –  se la cavano benino nello scrivere romanzi e nelle tecniche di riappacificazione ma sono negate per la chimica, la fisica, e l’economia. Questi dati sembrano voler confermare un cliché cui, però, è difficile credere. Viene da farsi la classica domanda pleonastica: “Le cose stanno davvero così o la causa di questo squilibrio va ricercata altrove?”.
Ovviamente, la causa va ricercata altrove ma non è da ricercarsi esclusivamente nel bieco maschilismo dominante. La faccenda sembra essere più complicata anche se non ci si può nascondere il fatto che un forte pregiudizio favorevole agli uomini – in termini economici, in termini di lobby, in termini politici ed accademici – giochi un ruolo prevalente. Se si trattasse di scegliere unicamente la “migliore persona dell’anno” in una certa disciplina, la cosa sarebbe più facile, anche se i pregiudizi favorevoli al maschio sarebbero forti in ogni caso. Ma non si tratta di scegliere la migliore persona dell’anno. Per quanto riguarda le scienze, si tratta di giudicare la strategicità della scoperta, il possibile impatto scientifico ed economico a lungo termine, i dipartimenti e le università coinvolte nelle ricerche e la continuità che tali dipartimenti hanno dato e daranno in quel filone di ricerca, la disponibilità di sponsor politici e industriali per lo sviluppo delle tecnologie collegate. In tutti questi aspetti collaterali alla ricerca è noto che gli uomini ci sguazzano (e tessono relazioni vincolanti) assai più volentieri che le donne (fino ad oggi).  

Mary Ann Liebert ha una carriera tutta dedicata allo sviluppo delle riviste scientifiche e presiede il consiglio di amministrazione di un gruppo che pubblica ottanta riviste di altissimo profilo nel campo della biologia, della genetica e delle biotecnologie. Ha fondato e sostiene la Rosalind Franklin Society  (vai al sito)  che ha per obiettivo il sostegno alle giovani ricercatrici di talento. Secondo Mary Ann Liebert, uno dei fattori – forse non quello determinante – è un fattore psicologico che fa sì che, nei comitati che propongono e votano i candidati ai premi Nobel, gli uomini raramente propongano le donne e le donne, curiosamente, si comportino nello stesso modo come se, psicologicamente, anche le donne fossero condizionate da qualche forma di sessismo che privilegia gli uomini.
Lo sbilanciamento delle candidature è anche dato dalla composizione delle commissioni che selezionano i candidati. Un esempio per tutti è quello della commissione per le candidature che riguardano la fisica. Ne fanno parte:
  1. Membri svedesi e non svedesi appartenenti alla Reale Accademia Svedese delle Scienze;
  2. Pregressi vincitori del premio Nobel in Fisica;
  3. Titolari della cattedra di Fisica delle Università di Svezia, Danimarca, Finlandia; Islanda, Norvegia, dell’Istituto Karolinska di Stoccolma, e di almeno sei università di altri paesi bilanciati per area geopolitica e selezionati dalla Accademia delle Scienze Svedese;
  4. Altri eventuali scienziati di spicco che l’Accademia delle Scienze ritenesse utile invitare.

Benché si stia qui parlando prevalentemente di istituzioni del nord Europa dove la teorica parità tra i sessi non è in discussione, non ci si può tappare gli occhi di fronte al fatto che la maggioranza di Vincitori di premi Nobel, di membri della Accademia delle Scienze e di titolari di Cattedra o di Dipartimento sono di sesso maschile.

Con ciò si evince che, anche in assenza di sotterfugi e di manovre poco chiare, ci sono sufficienti motivi tecnici, politici e psicologici che determinano un forte squilibrio di genere nell’assegnazione dei premi Nobel. Detto questo, non si capisce perché non se ne possa parlare serenamente. Non si capisce perché un articolo nel quale si faceva cenno al tema degli squilibri di genere, dalla sera alla mattina si dovesse autocensurare cambiando faccia e natura, quasi che ci si vergognasse di parlare di un tema che richiederebbe, invece, un dibattito serio, aperto e sereno.