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mercoledì 23 marzo 2016

DESIDERI e DIRITTI FRA TRADIZIONE E BIOTECH

Il dibattito parlamentare sulle unioni civili (Disciplina delle coppie di fatto e delle unioni civili) ha scatenato aspra polemica a livello politico ma – mi sembra – un dibattito molto meno aspro a livello sociale. 

A causa della mia età, ricordo molto bene la dimensione del dibattito sociale (tra le persone vere) quando si discuteva di divorzio o di aborto. Nell’attuale dibattito sulle unioni civili non ho apprezzato nemmeno l’ombra dell’ampiezza di quel coinvolgimento sociale. Questo mi ha sorpreso ma mi ha fatto anche pensare che, forse, stiamo diventando un paese moderno ed europeo, con tutto ciò che di positivo e di negativo questo fatto comporta.

Mi accingo ad affrontare un tema troppo complesso perché si possa pensare di affrontarlo nello spazio stringato di un blog. Mi limito a pochi ed essenziali aspetti, sotto lo stimolo provocato dall’articolo di Claudio Magris intitolato Il bambino non è un oggetto ma un soggetto di diritti e comparso sul Corriere della Sera del 16 marzo 2016.


Benché il titolo faccia riferimento ai diritti del bambino, l’articolo di Magris esplora aspetti complicati (dal punto di vista giuridico, filosofico e umano) dei diritti riguardanti la maternità e la paternità degli esseri adulti: per la precisione, riguarda l’ammissibilità di tradurre in diritto un desiderio quando il costume da una parte e il progresso scientifico dall’altra, creano le condizioni per fare cose che un tempo non ci si sognava nemmeno di poter fare. Il problema riguarda, ovviamente, l’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali e la faccenda del cosiddetto utero in affitto. Le faccende corrono su binari separati e paralleli: da una parte c’è il costume (le abitudini, la cultura e i limiti che cultura, abitudini e leggi impongono ai comportamenti); dall’altra, ci sono i progressi biotech che consentono di supplire ai cosiddetti limiti imposti dalla natura (tema, quello dei limiti, estremamente complesso dal punto filosofico perché è la natura stessa dell’uomo che lo spinge a superare i limiti).

Magris si domanda: «Possono tutti i desideri essere riconosciuti per legge?». Alla propria domanda, Magris non risponde con un chiaro e forte «NO». Per quanto implicita, la sua risposta è comunque «No, non è possibile riconoscere per legge ogni possibile desiderio».
In linea di massima, non si può non essere d’accordo con una simile affermazione. Tuttavia, ho trovato deboli e pretestuose le motivazioni addotte da Magris alle sue conclusioni riferite ai desideri delle coppie omosessuali e, soprattutto, non ho trovato discussi gli argomenti sociali e filosofici fondamentali nella questione che riguarda libertà, desideri, diritti.

Innanzi tutto mi sarebbe parsa opportuna una parola - assente nell'articolo di Magris - sul concetto stesso di "diritto". Si sarebbe dovuto dire che non esistono diritti naturali. 

Tutto ciò che chiamiamo "diritti" nasce da "desideri" che hanno dovuto attraversare fasi di lotta, conquista e sudata condivisione prima di poter accedere allo status di "diritto". Se è pur vero che non tutti i desideri possono trasformarsi in diritti, va rimarcato che i desideri normati dalla disciplina delle coppie di fatto e delle unioni civili stanno attraversando la fase che implica lotta, conquista e - per l'appunto - sudata condivisione. 


Marc Chagall - Due piccioni, 1925